Politica e lingue

La pagina dei lettori aprile – agosto 2013

L’alleanza Di Volodymyr Zelensky Con I Cartelli Latino-Americani Mette In Pericolo La Strategia Antidroga Della Casa Bianca

La pagina dei lettori.

Giro d’Italia con scritte in inglese.

Vorrei sapere, se possibile, per quale motivo la televisione pubblica italiana, in questo caso Rai 3 e Rai sport), durante la ripresa delle tappe del giro d’Italia mette in sovraimpressione sul teleschermo la situazione della gara in inglese.
Forse perché il canone lo pagano gli inglesi?
Non penso che questo sia corretto verso il pubblico dei telespettatori italiani. C.L. Siena
(Da La Nazione, 1/5/2013).

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Quell’anglofilia che ci fa male

Perché in televisione le didascalie relative alle immagini del Giro d’Italia sono scritte in lingua inglese? Prima mi sono meravigliato, poi arrabbiato perché ritengo che il canone mi dia diritto, come tutti gli spettatori appassionati di ciclismo, di capire al meglio cosa viene trasmesso su un canale RAI. C’è forse un regolamento che rende obbligatoria la lingua inglese? Facciamo una riflessione. Pensiamo che in Francia al Tour consentiranno la stessa cosa?
(Da La Nazione, 16/5/2013).

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Lettere al direttore

Risponde Gabriele Canè, direttore de La Nazione

Non appendiamo l’italiano al chiodo

Egregio Direttore, anche se altri lettori lo hanno già scritto in merito, vorrei protestare contro la Rai per quanto riguarda il Giro d’Italia. Non tutti gli appassionati di ciclismo conoscono l’inglese, ma anche se paradossalmente fossero la maggioranza, che senso ha mettere le indicazioni sulla corsa solo in quella lingua? Al Tour de France sarebbe pensabile una cosa del genere? Forse dobbiamo esportare le immagini, ma ritengo che l’italiano debba restare la lingua ufficiale della corsa in rosa. Michela Milani, via mail

Caro Milani, perché si arrabbia con gli amici del Giro? E’ tutta l’Italia oramai che ha messo daparte la maglia rosa della sua lingua per cedere all’invadenza dell’inglese. Non a caso da mesi sentiamo parlare di spending review quando basterebbe chiamarli risparmi. E se uno dice marchio invece di brand lo prendono per un burino. Non parliamo poi dell’alimentazione. Roba vecchia, datata. Adesso c’è il food. Insomma , caro Milani, per decenni si è inseguito nel mondo il sogno della lingua universale; si è pensato che potesse essere l’esperanto; per decenni è stato il francese; ora, l’inglese ha sbaragliato tutti e tutto. Compresi i francesi, mi creda, che fanno molto fuoco di sbarramento a parole (francesi) ma poi mischiano abbondantemente altre parole (inglesi). Al punto che ci sono certi azioni (cattive) che quasi non hanno una definizione nella lingua di Hollande: a Parigi, ad esempio, la rapina è un “holdup” e non ci sono in pratica sinonimi francesi. Detto questo, bisogna cercare di non esagerare, di aprirsi al mondo senza abdicare. E per ora il Giro resta ancora il Giro. Quando si chiamerà “itinerary”, allora tanto varrà appendere l’italiano al chiodo.
(Da La Nazione, 18/5/2013).

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‘Femminicidio’: brutto neologismo

Rilevo che è in uso frequente sui mass-media il termine ‘femminicidio’, termine che non trovo indicato nel vocabolario.
Può essere che la parola sia stata introdotta come ‘nuova’ nell’uso comune?
Avrei creduto invece che fosse corretto, sia per le donne che per gli uomini, lo stesso termine ‘ominicidio’ ancorché questo derivi effettivamente dal vocabolario latino ‘homo’.
Mi piacerebbe comunque sentire sull’argomento il parere dell’Accademia della Crusca. Carlo Pantani, via mail
(Da La Nazione, 2/6/2013).
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gianfranco mortoni  

femminicidio: SBAGLIATO – donnicidio: Giusto
ad ‘omicidio’ dovrebbe seguire ‘donnicidio’,e riesce difficile capire perché abbiano, in vece, scelto ‘femminicidio’ (cui si contrappone ‘maschicidio’) – che i linguisti ne abbiano avvisato i giuristi? e/o, dai giuristi, che siano stati consultati?
gfm
http://forum.corriere.it/leggere_e_scrivere/02-07-2013
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Otto italiani su dieci non sanno leggere: figuriamoci scrivere

Caro Beppe, l’OCSE dice (http://alturl.com/se2mi) che otto italiani su dieci non sanno leggere. Figuriamoci come sanno scrivere… Facciamo qualche esempio, traendolo non da frasi profferite in fretta durante una sbronza, ma da testi ponderati, forse commissionati a qualcuno, e infine trascritti ed esposti in pubblico. (1) Home page di un’organizzazione di studi e ricerche: «La conoscenza dei processi che caratterizzano lo sviluppo sociale ed economico, il tema dell’identità territoriale e culturale hanno un valore strategico per il futuro del Nord Est. Il confronto di tali fenomeni con le altre aree d’Italia e d’Europa consentono di collocare queste aree regionali in un contesto più ampio, utile per cercare di prefigurare le linee dello sviluppo prossimo e gli interventi necessari a consolidarlo». Quanti sono i soggetti del primo periodo, due o tre? A chi/cosa si riferisce il verbo “consentono” del secondo periodo? Di quali fenomeni si sta parlando? E come possono dei fenomeni confrontarsi con delle aree geografiche? (2) Sito web del Comune che ospita il Museo del Gattopardo: «Quel giorno, a Gioacchino Lanza Tomasi, figlio adottivo dello scrittore, Tomasi di Lampedusa aveva regalato un registratore a nastro nuovo di zecca. [Più avanti, apprendiamo trattarsi di un apparecchio di marca “Grunding”, NdR]. E allora, per provarne il corretto funzionamento, ebbe l’idea di registrare la voce del padre adottivo». Quanti sono i personaggi sulla scena? Quali sono i soggetti delle varie frasi? (3) Sito web dell’Agenzia delle Entrate: «Le amministrazioni, società, enti e ditte individuali che si avvalgono del SID [Sistema di Interscambio Flussi Dati, NdR] troveranno indicato nelle aree del sito istituzionale dell’Agenzia dedicate ai servizi che richiedono l’utilizzo del SID, quali livelli di controllo, tra quelli gestiti dal SID, dovranno adottare nella predisposizione e trasmissione dei flussi dati automatizzati»: quante volte dovete leggere questo periodo prima di comprenderlo?
Mario Plagasso, mariobest1979@yahoo.com
http://italians.corriere.it/2013/07/03

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Mark Pagel e le scoperte sull’origine dei vocaboli

Cari Italians, confesso di essere affascinata dall’etimo dei vocaboli. Per questo mi sembra riduttivo attenersi solo al latino e al greco nella ricerca della loro origine. La linguistica sta facendo passi enormi, soprattutto grazie all’informatica.
Mark Pagel dell’università di Reading, citato più volte dal “Corriere” – http://tinyurl.com/bp7fkc5 – è un linguista ma nasce bioinformatico. Il suo approccio alle lingue si avvale di programmi matematici (normalmente utilizzati per lo studio dei genomi e delle variazioni genetiche), per analizzare l’evoluzione dei lemmi e così giungere alle protolingue: scova l’albero genealogico delle parole. Impiega anche la statistica per verificare se le somiglianze trovate tra i vocaboli non siano solo casuali. È giunto alla conclusione che alcune corrispondenze antiche risuonino anche nelle lingue moderne – http://tinyurl.com/bl62c47 – Molto interessante anche la tesi che tenta di spiegare perché esistano tante lingue, e come le diversità siano stranamente più numerose ai tropici che ai poli, lo stesso fenomeno che accade per la variabilità genetica degli individui – http://tinyurl.com/ckkfgzq –Dubito che Mark Pagel, bioinformatico linguista, abbia studiato latino e greco come l’intendiamo noi in Italia. Sembra un controsenso (in Italia), ma occorrerebbe un approccio più scientifico verso lo studio della lingua. Magari un po’ più di linguistica e un po’ meno di storia della letteratura. Si svilupperebbero capacità mentali diverse. Un saluto,

Cristina Fossati, miosotis@hotmail.it
http://italians.corriere.it/2013/07/05

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Paolo Sartori  
Reading…da evitare

Ringrazio la “lettrice di provincia” per avermi segnalato un Reading di poesia nel Golfo dei Poeti. Mi ha aiutato ad arricchire l’elenco ormai chilometrico delle sconfitte che l’italiano, lingua notoriamente masochistica, si autoinfligge. Ma non sarebbe stato meglio, più semplice e chiaro, meno alla moda, parlare semplicemente di “Letture di poeti”. Non vivo lontanissimo dal Golfo famoso, ma ad ascoltare quel Reading non sarei mai andato e me ne sarei anzi tenuto a distanza di sicurezza.

http://forum.corriere.it/leggere_e_scrivere/23-07-2013

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Paolo Sartori  

L’italiano, una lingua malata

Forse ai lettori del Forum interessano maggiormente altri argomenti ma qualcuno certamente ha a cuore anche le sorti della nostra povera lingua.A loro propongo due riflessioni:
1- nella pubblicità di un dentifricio,si parla di “effetto whitening”.Ma non si tratta del ben più semplice “effetto sbiancante”? Ecco un dentifricio che nno acquisterò.
2- il nostro ministro degli esteri da definito “intrusivo” un ambasciatore straniero. Ma intrusive non erano soltanto certe rocce (antichi ricordi liceali))? E chi si impiccia degli affari altrui non si è sempre chiamato “invadente”? Probabilmente,però,scimmiottare l’inglese “intrusive” sembra una soluzione più elegante,più di moda,persino più…politicamente corretta.Ecco un discorso politico che non riuscirà a convincermi.
http://forum.corriere.it/leggere_e_scrivere/25-07-2013

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Tina F’urnari  
Lo studio dell”italiano all’estero

Viaggiando in Sudamerica ho incontrato tante persone, tantissime, che studiano l’italiano, o che intendono studiarlo.
Alla mia domanda, Ma perché?, tutti hanno risposto, Perché ho un nonno, bisnonno, un parente di origine italiana. E poi perché mi piace la musicalità di questa lingua…Amore…Ti aaaamo…Ciaooo. Buon giorno. Buona nooottte.
Anche in cucina negli ostelli ho incontrato ragazzi dell’Europa settentrionale, come svedesi, che hanno viaggiato in Italia, Pisa, Assisi, Amalfi…così entusiasti della cortesia della gente, dei monumenti, del cibo italiano, delle bellissime isole (la Sardegna non manca mai), dell’eleganza delle donne, e, solo pochi giorni fa, qui nella mia guesthouse in Malacca, una giapponese mi ha raccontato di un amore sardo, ormai finito, “Per la lontananza…”. La ragazza era orgogliosa di conoscere un pò di italiano e volle parlare con me nella nostra
lingua.

Mi duole dire che mentre vedo la pubblicità dei corsi della British School, la più famosa scuola di inglese in tutto il mondo, con offerte di soggiorni in Australia, Scozia, Malta, e di corsi a prezzi sostenibili per gli studenti, non vedo lo stesso impegno capillare di corsi di lingua italiana nel mondo.
Ci sono all’estero i corsi della Dante Alighieri, ma non è tanto facile conoscerli. Non hanno, purtroppo, il supporto “commerciale” che hanno quelli di inglese.
Il che mi spiace.
Un maggiore impegno in questo senso del Ministero degli Esteri sarebbe auspicabile.

Cari saluti

Tina F’urnari

 

Di Stefano  Grazie Tina. Giusto.
http://forum.corriere.it/leggere_e_scrivere/26-07-2013 

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qsscv

L’italiano è una lingua malata

Non saprei se la lingua italiana lo è – usare tanti anglicismi è solo un modo di attualizzarla o credere di farlo. Non penso che i madrelingua vogliano infettarla per ucciderla.

Il marketing prescrive che “Whitening” è più efficace di “Sbiancante”.

E in diplomazia, regno delle parole come mezzo di potere e negoziato, non credo proprio che dire “Intrusivo” possa equivalere a “Invadente.

Detto questo, sì. Siamo succubi dell’anglo-centrismo e dell’americanizzazione. Ma più che degli anglicismi mi preoccuperai delle bombe atomiche che l’alleato americano detiene sul territorio italiano.

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http://forum.corriere.it/leggere_e_scrivere/26-07-2013

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A POMPEI

L’inglese dei custodi
Per rilanciare Pompei occorrerebbe subito far imparare un po’ di inglese al personale di sorveglianza che, durante una ultima visita al sito archeologico più importante del mondo, ne appariva digiuno. Elvi Quintavallequinta2006@hotmail.it
(Dal Corriere della Sera, 7/8/2013).
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VISITA DI POMPEI

I giudizi degli stranieri

Per il rilancio di Pompei, un lettore (Corriere di ieri) auspica che i custodi di quella meraviglia imparino almeno gli elementi essenziali della lingua inglese. Un buon suggerimento, si direbbe, ma, complice anche l’attuale situazione economica, è verosimile pensare che non si trovino i fondi per seppur brevi corsi d’inglese. Ma, forse, è meglio così: senon altro gli addetti continueranno a non capirei pesanti giudizi dei turisti di ogni dove, questi sì detti in inglese, e riferiti non tanto alla mancata conoscenza di quella lingua ma, ben peggio, al degrado in cui l’insuperabile ricchezza archeologica, artistica e storica di Pompei, che il mondo intero apprezza e ci invidia, continua a giacere.Gabriele BarabinoTortona 
(Dal Corriere della Sera, 8/8/2013).

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Inps, il burocratese è imperdonabile

Di notizie sensazionali in Italia non siamo certamente carenti.
L’ultima, in ordine temporale, è una comunicazione dell’Inps nella quale i pensionati vengono invitati ad informare l’Ente di tutti i dati relativi alle loro pensioni. Nulla di strano se il linguaggio usato dall’Inps fosse chiaramente comprensibile. Invece non lo è poiché si tratta di un invito affinché vengano precisati i dati “on-line” previa richiesta del “Pin” indicando le prime otto cifre del “Code” il quale per motivi di sicurezza, dovrà essere poi immediatamente cambiato. Una lettera insomma, comprensibile solo a tecnici informatici o a persone esperte di questo linguaggio ma di difficile comprensione alla stragrande maggioranza dei comuni pensionati cui si rivolge troppo spesso e ingenerosamente la nostra burocrazia.
N.S., Arezzo
(Da La Nazione, 17/8/2013).

Latinismi in politica per creare il caos

In politica si sfornano termini incomprensibili con evidenti fini di ambiguità e per confondere la testa agli elettori.
A suo tempo vennero coniate parole come “mattarellum”, “tattarellum”, “porcellum”, difficili da tradurre, anche perché con il latino avevano poco a che fare. E tutte indicavano una legge elettorale, un sistema per scegliere i propri rappresentanti in Parlamento, studiato apposta per far guadagnare alcune parti politiche o per non far vincere l’avversario.
Con il Governo delle grandi intese siamo tornati all’italiano, ma la confusione rimane nell’equivocità intrinseca dell’esecutivo.
Siamo arrivati alle leggi del “fare” e della “stabilità”. Prima erano termini latinizzanti ad identificare i promotori, ora attestano una volontà comune. In ogni caso lo scopo è fare sempre confusione. Spesso senza nessun costrutto o risultato. G.G. Firenze
(Da La Nazione, 25/8/2013).

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