La Pagina dei Lettori sulla stampa

L’ESPERANTO UN SOGNO CHE NON SI FERMA
di Lucia Barbagallo
dal settimanale “Vita”, 3/1/2003

Caro Direttore ! il titolo " Esperanto, voi che ne dite?" , alla stimolante email del lettore G.Tadolini ci invita a dire la nostra sulla questione linguistica, che sta assumendo un peso insostenibile, sia sul piano economico che su quello etico ( equità, reciprocità, democrazia , morale), soprattutto nei rapporti di comunicazione in seno all’Unione Europea, che dovrebbero essere paritari. Con l’allargamento previsto per il 2004 i costi delle traduzioni già oggi imponenti ( "montagne di miliardi", secondo una valutazione della senatrice Agnelli, al tempo del suo mandato parlamentare europeo) diverranno insostenibili. Nel 2004 gli Stati membri dell’Unione saranno 25 e le lingue rappresentate 21; tutte lingue "ufficiali",per il principio di democrazia proclamato nel regolamento del Consiglio Europeo.E così per ogni parola, ogni risoluzione, ogni documento del Parlamento e della burocrazia dell’Unione, si dovranno produrre 420 traduzioni ( 21 lingue tradotte ciascuna nelle altre 20).
E allora , gentile Direttore, cosa ne pensiamo della Lingua Internazionale, facile, libera, democratica, pacificatrice,neutrale e praticamente gratuita, l’Esperanto ? La risposta mi sembra ovvia: l’Esperanto rappresenta l’unica soluzione possibile e praticabile : per le sue caratteristiche tecniche collaudate da oltre un secolo di esperienza, per la sua diffusione ormai planetaria, (anche se in dimensioni contenute a causa degli infiniti ostacoli frapposti al suo cammino) e, direi principalmente, per lo spirito di pace , fratellanza e comprensione cui fa cenno il lettore G.T.
Lo so che si continua a chiamarlo, con intento spesso denigratorio, un "sogno" o un’ "utopia", se pur … nobile utopia.
Ma io non dimentico le parole di un grande statista, Ingemund Bengtsson, che fu Presidente del Parlamento svedese: " … a quelli che affermano che l’Esperanto è solo un bel sogno che ha ormai cent’anni, io rispondo che anche la Pace è un bel sogno che ha più di mille anni, eppure noi non cessiamo di sognarla".
Quanto all’utopia sono d’accordo con l’affermazione di Victor Hugo, più volte confermata dalla Storia:"L’utopìa è la verità di domani".
Grazie e buon Natale con la più viva cordialità.
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La Repubblica, 10/1/2003

PERCHÉ NON SOGNARE UNA LINGUA PER L’EUROPA ?
di Paolo Musso

Ad inizio secolo il Mondo parlava Francese. Oggi parla Inglese ma, se la Germania avesse vinto la guerra, parlerebbe Tedesco.
Perché, nel Terzo Millennio, per una volta, la specie umana non dimostra di essere lungimirante e adotta una soluzione "neutrale" che superi le contingenze politico-demografiche ?
I linguisti sostengono che 6 mesi di Esperanto equivalgono, come apprendimento,
a 6 anni di Inglese. Ciò significa che, se si facessero alle scuole elementari delle Lezioni-Gioco di Esperanto, in Europa, domani il continente disporrebbe
di una Lingua Franca "Indoeuropea".
Perché non provarci ?
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Il Mattino (Bolzano), 12/1/2003

UN ESPERANTISTA PACIFISTA

di Renzo Segalla

Giornata della Pace : numerosi appelli a favore della Pace; fra questi anche quello di Karl Behmann ( lettera del 5 u.s.). persona sensibile che, in altre lettere, sostiene, dopo aver vissuto la sua "esperienza" nel mondo latino-anglo-americano, l’adozione dell’Esperanto quale lingua del futuro.
Vien fatto, allora, di pensare se vi è una corrispondenza fra il sogno esperantista e quello pacifista.
Ebbene sì.
Infatti l’ideale di Zamenhof, ideatore dell’Esperanto, è la riconciliazione tra gli uomini: la sua idea costante si basa su principi di fratellanza e di uguaglianza
( vedi "Discorso" al 1° Congresso -1905 ).
Al fine di eliminare le cause dei conflitti etnico linguistici intuì, fin da fanciullo, che era necessario l’uso di una Lingua accessibile a tutti, che implicasse la "democratizzazione" della Comunicazione e della Cultura.
Così concepì una Lingua pianificata, neutrale, non appartenente a nessun gruppo, in modo così da non eliminare le lingue nazionali esistenti , senza pretendere di inserirsi negli affari interni dei popoli, capace, però, di permettere a persone di differente nazionalità di capirsi tra loro, senza umiliarne alcuna, anzi riconoscendo l’uguaglianza fondamentale di tutte le etnie, senza alcuna discriminazione e senza alcun privilegio.
Tale lingua pianificata "a posteriori" ( il cui lessico porta l’impronta delle lingue europee) è una Lingua Ausiliaria unica a fianco di quella appresa dalle labbra materne, di quella Nazionale, di quella parlata dai Popoli "limitrofi".
Essa potrebbe servire come lingua di pacificazione presso istituzioni pubbliche, specie in questa Provincia-Regione, e in altri Paesi dove etnie diverse lottano tra loro a causa della Lingua; potrebbe servire per pubblicare opere e documenti
che possano interessare più etnie .
In tal modo si potrebbe, se non sradicare i contrasti, almeno smussare le reciproche incomprensioni.
Pertanto si può ben affermare che l’ideale pacifista sta alla base della nascita dell’Esperanto.
Azzeccato è il nome "Esperanto" dato a una via della zona artigianale, ai Piani di Bolzano.
Auspicabile sarebbe se la sensibilità, già dimostrata dagli Amministratori della città, venisse rinnovata e si decidesse di attribuire il nome appropriato di L.L.Zamenhof a un giardino-parco, luogo frequentato da bambini e da persone anziane e no, di etnie, lingue e culture diverse, oppure a una nuova strada in zona produttiva, ove già vi sia una via intitolata ad Albert Einstein, parente, favorevole alla Lingua pianificata di Lazar Ludwik Zamenhof.
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Da Il Mattino (Bolzano), 19/1/2003

INGLESE O ESPERANTO ?
di Renzo Segalla

Un lettore sul "Corriere della Sera" del 030108, si stupisce per l’assenza, nell’Unione Europea, di una Lingua Comune, la quale , secondo lui, "per ragioni pratiche potrebbe essere l’Inglese".
Altro lettore su "Il Mattino" del 03/01/11 rileva: "Esperanto; perché non provarci?" .
Condivisibile è la necessità di adottare una lingua federale: nel 2004, 20 saranno le Lingue Ufficiali e 380 le combinazioni di traduzioni (quasi 3,5 volte quelle attuali ) .
Si conviene, pure, che l’Inglese è, allo stato attuale, la principale lingua di comunicazione negli scambi internazionali e occupa una posizione predominante. Ma può essere adatta quale Lingua Comune europea ?
Si è della convinzione che, per mettere i popoli europei su un piano di parità di diritti, non è sufficiente che una lingua "nazionale" ( anche se dominante come l’Inglese) sia usata come interlingua tra uomini di diverse nazionalità.
La condizione necessaria prioritaria è che sia "neutrale", cioè non appartenente ad alcun popolo ( così com’è l’Esperanto).
Non meno importanti sono le proprietà qualitative intrinseche della lingua e il suo apprendimento.
Si dice che l’Inglese è facile: lo è perché lo si usa in maniera rudimentale, elementare, superficiale, limitata ad alcune parole ed espressioni nel campo del Commercio e/o del Turismo. Ma l’Inglese, a livello di comprensione nella lettura e nella conversazione, è una delle lingue più difficili per quanto riguarda l’ortografia, complicata e la pronuncia, difficoltosa. Una ventina sono le vocali, circa quaranta i suoni fondamentali, i quali possono essere pronunciati in oltre mille modi diversi, così da renderlo mal comprensibile.
Questi difetti sono ben più gravi che il "vantaggio" di una grammatica relativamente facile. Difficile, perciò, imparare l’Inglese per una persona di una certa età, perché non ha più l’apparato fonatorio capace di pronunciare e captare certi suoni. Sembra, poi, che l’Inglese provochi la "dislessìa", difficoltà nella pronuncia e nella lettura di alcune parole ( i problemi sarebbero legati alle complessità fonetiche della lingua . –
Vedi : "Neurologia e difficoltà del linguaggio"-"La Stampa" 010725) .
L’Esperanto, invece, possiede un’ortografia fonetica ( a ciascuna lettera corrisponde un solo suono ) : 28 sono le lettere di cui 5 vocali. La notevole regolarità della grammatica ( analoga a quella inglese ), la formazione delle parole da circa mille radici, ricavate dal ceppo greco, latino, germanico, ne fanno una lingua logica che può venire appresa, sia mediante ragionamento sia mediante memoria,
da parte di persone di qualsiasi età e preparazione scolastica.
Si è dimostrato che l’Esperanto, lingua pianificata, è da 5 a 10 volte più facile da imparare delle lingue "naturali", come l’Inglese, il Tedesco o il Francese.
Ma allora ci si chiede: perché, nonostante le sue qualità di chiarezza, efficacia e verità, l’Esperanto non riesce a decollare e a diffondersi, a diventare una Lingua Comune Europea, mentre l’Inglese con tutti i suoi difetti è la "lingua dominante"?
Una risposta sintetica, anche se rozza e semplicistica: il successo dell’Inglese è dovuto al suo potere economico, tecnologico, scientifico e militare:
( l’elemento propellente è il denaro, l’oro nero, il petrolio).
Per la diffusione dell’Esperanto occorrerebbe un impulso e un sostegno finanziario.
Bisognerebbe provare a fare una didattica scientifica dell’Esperanto e vedere che cosa succederebbe se i bambini e/o altre persone, per esempio di questa Provincia (trilingue di Bolzano/Bozen – ndr) se intendesse essere un "laboratorio-pilota" e/o di altri Stati membri dell’UE, seguissero ogni settimana 2 ore di Lezioni e Conversazioni di Esperanto attraverso la Radio e/o la Televisione.
Perché non provarci, come suggerisce il cortese Lettore ?
Ne varrebbe la pena, considerato che il punto di forza dell’Esperanto è essere una Lingua "neutrale", cioè di tutti e di nessuno, a fianco della propria Lingua e Cultura nazionale, senza interferire con le altre, anzi preservandole.
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L’ESPERANTO : IMBROGLIO PER PERDITEMPO
di Giorgio Zaninelli
da Il Mattino (Bolzano), 13/2/2003

Proporrei di cancellare la maggior parte degli idiomi parlati al mondo per sostituirli con l’esperanto. Sì, l’esperanto, quella lingua "inventata" di sana pianta da uno studioso, che da allora non ha mollato l’osso e persino dalla tomba spinge i suoi accoliti a farsi promotori per l’adozione di quella miscellanea di termini, rastrellati fra le principali lingue parlate sulla terra e finalmente ottenere ciò che tutti ,
ma proprio tutti ci aspettiamo: comprenderci.
Senza interpreti , senza uso di vocabolari, traduttori simultanei in carne ed ossa od elettronici, nascosti all’interno del nostro computer personale.
Ah, che bello, poter parlare liberamente con una gentile signora dagli occhi a mandorla, ma non cinese; con un Sudamericano, ma non colombiano; con un greco che, come dice anche il proverbio, si esprime in maniera incomprensibile.
Le barriere verrebbero finalmente abbattute, gli iracheni potrebbero liberamente conversare con gli americani, sparandosi addosso fiumi di parole, maledizioni ed improperi. I russi potrebbero dare degli imperialisti agli americani, venendo compresi alla prima sillaba e Berlusconi potrebbe dare del comunista ai russi e la cosa non saprebbe di novità, ma anche ai piemontesi o ai siciliani che, a volte, pare veramente parlino in greco.
Una delizia.
La rivoluzione del 21° secolo, senza armi intelligenti e bombe atomiche calibrate. Uno sballo planetario.
Tutti che parlano direttamente con quell’imbecil … della nazione vicina,
dicendogli direttamente in faccia che opinione han di lui.
Bush che offende Chirac per non essere d’accordo con lui con la guerra contro l’Iraq,
senza mediatori culturali (traduttori).
Ma già, l’esperanto eliminerebbe anche la necessità di guerreggiare, perché si sa con la parola tutto si risolve, i nodi si sbrogliano, i nodi passano attraverso il pettine, le amicizie si annodano.
Ah … l’esperanto, che trovata, l’acqua calda, la gallina assieme all’uovo, il difetto ed il rimedio assieme, la vita e la morte abbracciate in un unicum. Perché non averci pensato prima?
Ma … una domanda prego !
Cos’è l’esperanto? Donde proviene ? Quanto costa, perché anche il prezzo è importante, in questo mondo dove tutto è brevettato.
Non è che l’esperanto sia stato brevettato da una multinazionale americana ed appena apri bocca ti chiedono di pagare i diritti di autore?
Possibilissimo . Anzi, certo!
Altra domanda si pone inevitabile, primaria, irrinunciabile.
Ma dell’esperanto gliene frega qualche cosa a qualcuno ?
L’avete mai sentito non solo parlare, ma almeno abbozzare?
Chi parla d’esperanto come la trovata del secolo, del millennio, dell’intero tempo della terra e dell’universo tutto ( a proposito, pure con i marziani potremmo intenderci, parlando l’esperanto) vive su questa terra o su uno dei satelliti di Giove ? Me lo chiedo in quanto pare invece stazionare su una nuvoletta sospesa fra terra e cielo, ove a tutti è permesso sparare "gigiate" ( traduzione istantanea: stupidaggini, fesserie, minchionate, scempiaggini..) incurante del generale disinteresse per quanto urla al vento.
In questo momento di affari ben più seri ( la guerra, a ragion veduta, potrebbe esserlo) pare essere assolutamente inopportuno continuare a parlare di una lingua, che non solo non è mai morta, ma non è mai neppure nata.
È il mercato, come diciamo noi manager-planetari, che adotta la lingua di trattativa,
di scambio economico e culturale.
L’inglese sta emergendo, è già emerso; non è l’idioma più praticato , lo è lo spagnolo, ma è quello , se vogliamo "di moda", quello che per ora è sull’onda, sulla cresta dell’onda.
L’esperanto , nato nella testa di pochi illusi, di pochi disperati, che parlandone sulle pagine dei giornali locali, credono di poterlo portare all’attenzione della popolazione. Ma purtroppo per loro, non è così.
L’esperanto esiste solo nelle loro fantasie, nelle loro speranze senza speranza.
Potremmo iniziare anche a ri-trattare del sesso degli angeli, altro argomento altrettanto coinvolgente e con almeno decenni di verbali ecclesiastici. Ma la sostanza rimarrebbe immutata e, detta come la direbbe il popolo : ma chi se ne frega.
La proposta ultima potrebbe essere quella di aprire un forum di discussione, che vorrei ospitare nel mio sito Internet, di cui mi permetto di dare l’indirizzo: w w w . c h i s s e n e f r e g a . i t .
Cordiali auguri ai perditempo ed ai salta fossi.
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Da La Nazione, 15/2/2003 Siamo schiavi dell’americanismoA mio parere hanno fatto bene i membri della Crusca e dell’Accademia delle Scienze ad insorgere contro il dilagare degli inglesismi e degli americanismi. La lingua e’ una realta’ dinamica, e’ vero, ma non possiamo pero’ rischiare che perda la propria identita’ nel giro di pochi anni. Quindi occorre che chi ha in mano il potere dell’uso della lingua intervenga presto, in particolare quelle categorie particolari, come gli insegnanti e i professionisti della comunicazione. Inoltre l’uso indiscriminato degli anglismi crea nuovi analfabeti e quindi andrebbe ridotto ai soli casi essenziali Francesco Di Natale Perugia
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Da La Nazione, 19/2/2003
Via lo straniero

Meglio tardi…Ogni tanto, in questo mondo di miserie e tragedie, una buona notizia: l’Accademia della Crusca ha deciso di ripulire la lingua italiana dai termini esteri. Meglio tardi che mai, considerato che molte persone sono morte senza poter capire l’altra meta’ dell’ultimo telegiornale della loro vita; che molti sono stati obbligati a scegliere, a scuola, un’altra lingua; che la regola di pronuncia si presta a polemiche da parte di scolaretti e immigrati, ricca di contraddizioni ( com’e’ la “e” che talvolta diventa “i”, la “c” che diventa “s”, ecc.). Quanto a questo, vale la pena di citare un popolo tutt’altro che servile, i francesi: da sempre, pronunciano qualunque parola importata, secondo la loro regola. E noi italiani che siamo, una colonia britannica?

Egisto Armaroli Firenze
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ESPERANTO PASSATEMPO
E ANCHE SE FOSSE, CARO ZANINELLI ?
di Renzo Segalla
da Il Mattino (Bolzano), 25/2/2003

Grazie, signor Zaninelli, per il Suo articolo apparso su "Il Mattino" del
030213. Più che una filippica sembra una filastrocca un po’ canzonatoria,
diffusamente cosparsa di Esperanto (troppa grazia …).
Grazie per aver portato l’attenzione sull’unica lingua pianificata
sopravvissuta alla prova, dopo 116 anni di vita , e sconosciuta ai più.
Delle sciocchezze sull’Esperanto se ne son dette tante; ma purtroppo non si è
mai provato, in realtà, cosa vuol dire far didattica scientifica
dell’Esperanto; ci vorrebbe la volontà politica.
Però l’Istituto di Cibernetica dell’Università tedesca di Paderborn ha
dimostrato, con rigore matematico, che l’Esperanto è uno strumento d’importanza
basilare per imparare meglio e più rapidamente gli altri idiomi ( specie
Tedesco e Inglese); per il fatto che la lingua di Zamenhof è una sorta di
ingegnoso e divertente sistema decimale delle lingue indo-europee, che si
ispira al principio di razionalità, di semplificazione, di minimo sforzo.
Preme però far rilevare, più che le qualità intrinseche ( natura logica,
semplice e chiara) dell’Esperanto, lo slancio ideale che lo anima, "l’etica che
lo pervade", così come ha bene definito B.Frick nella lettera del 1 febbraio :
l’ideale pacifista e umanitario, non utilitarista, sta alla base della nascita dell’Esperanto.
E, di questi tempi, non è poco. Crede nell’Esperanto il noto scrittore Umberto Eco, autore de "La Ricerca della Lingua Perfetta"; Tullio De Mauro, Docente di Filosofia del Linguaggio e già Ministro della Pubblica Istruzione; Andrea Chiti-Batelli, già consigliere del Senato e segretario delle delegazioni italiane alle Assemblee europee, autore di "Una Lingua per l’Europa"; Jaques Chirac, presidente della Repubblica Francese, il tedesco Reinhard Selten, premio Nobel , nel 1995, per l’Economia, facente parte, con il russo Mikahail Gorbaciov, della Accademia Internazionale delle Scienze della Repubblica di San Marino, dove l’Esperanto è lingua ufficialmente utilizzata; il Cardinale Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di
Milano, la più popolosa archidiocesi d’Europa; il papa Giovanni Paolo II..
Radio Vaticano trasmette in Esperanto la domenica alle 21,20 su 1530 kHz.
L’Esperanto è assai apprezzato in Cina, ove si studia nelle Università: ogni
giorno, dalle ore 21 alle 21,20 vi è da Pechino una radio trasmissione su 9965 kHz.
Di quanto Lei ha scritto si può tollerare tutto, tranne che l’Esperanto sia
un "imbroglio". Preoccupa poi il Suo atteggiamento, che purtroppo è piuttosto
generale, alla indifferenza, all’infischiarsene, non soltanto dell’Esperanto,
al "menefreghismo", di cui sembra vantarsene avendolo assunto come indirizzo web.
Forse potrebbe ricredersi se, nella Sua navigazione nel "mare magnum" di
Internet, facesse una breve sosta presso il sito:
h t t p : / / w w w . e s p e r a n t o . i t / i e i / k i r e k /.
Kòrajn salùtojn kaj bondezìrojn .
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LA LINGUA INGLESE SPAZZA VIA LE CULTURE E LE LINGUE LOCALI
di Federico Bonucci
da La Padania, 28/2/2003

Vorrei fare una considerazione a proposito delle manifestazioni per la Pacee dei Forum Sociali. Perseguire la Pace significa anche rispettare le Culture, e in primo luogo le "lingue", nessuna esclusa, che di ogni popolo sono il tratto più importante. Purtroppo la lingua inglese, forte dell’eredità coloniale anglosassone e soprattutto della potenza americana, sta dilagando e imponendosi sempre più, fagocitando a poco a poco gli altri idiomi del mondo.Pensiamo solo agli ingiusti vantaggi degli anglòfoni: niente corsi obbligatori da seguire, niente spese, niente tempo perso, niente fatica…Non ho niente contro la lingua inglese in particolare , ma ritengo assolutamente ingiusto che una lingua nazionale si imponga su tutte le altre: anche questa è violenza!A mio avviso una soluzione veramente equa e neutrale è costituita dall’Esperanto, lingua diffusa nel 1887 dal medico polacco Zamenhof, non con lo scopo di sostituire le lingue naturali, ma di affiancarsi ad esse, costituendo così uno strumento veramente imparziale per la "comunicazione" tra tutti i popoli del mondo e preservando ogni realtà socioculturale, anche la più piccola !L’Esperanto è una lingua geniale, creata volutamente senza eccezioni, facilissima ( dieci volte più dell’inglese!), ma al contempo illimitatamente e incredibilmente ricca; una lingua alla portata di chiunque che, proprio non appartenendo a nessun popolo particolare, appartiene a tutti.Ciò che ha limitato lo sviluppo della lingua internazionale, oltre alla potenza americana, è stato il continuo boicottaggio dei mezzi di informazione e delle classi politiche, e non una presunta inefficacia di tale lingua, come ingiustamente sostenuto dai suoi detrattori.Siamo tutti noi a spianare la strada all’Inglese con l’uso spropositato e ridicolo che ne facciamo, con la nostra spasmodica mania di dire tutto in quella lingua: "no war, no global, train stopping, deregulation" e migliaia di altre espressioni. Ritengo infatti assurdo che, proprio per combattere lo strapotere americano, si utilizzino documenti, slogan, striscioni scritti in Inglese.Quindi, per il bene di tutti, per un mondo meno americanizzato e più pacifico, giusto e solidale, cominciamo tutti quanti, dai manifestanti ai media, dai politici alla gente comune, ad usare l’Esperanto ogni volta che sia necessaria la comunicazione tra popoli di lingue diverse.Esistono gruppi esperantisti in tutto il mondo, anche nei paesi anglòfoni, dappertutto è possibile informarsi.Invito, pertanto: 1) media e politici a considerare seriamente la questione, promuovendo e diffondendo l’Esperanto a livello nazionale e internazionale; 2) i gruppi esperantisti a farsi sentire sempre di più, a tutti i livelli; 3) manifestanti e gente comune a usare l’Esperanto in ogni occasione: niente più "sòcial fòrum, no war", ma " socìa forùmo, ne milìto" !!!
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Da Il Sole 24 Ore, 6/4/2003

L’EUROPA HA VENTUN LINGUE. MA NON PARLA ITALIANO
di Diego Marani (inventore dell’europanto n.d.r.)

Nella prospettiva della moltiplicazione linguistica di un’Europa allargata, si
parla molto di come l’Italiano possa riuscire a strappare un posto di riguardo.
In un’Europa a 21 lingue, poche potranno avere a Bruxelles un ruolo di rilievo.
Le altre saranno relegate nella categoria delle lingue tradotte solo
nella "Gazzetta Ufficiale". L’imminente presidenza italiana dell’UE promette
una nuova offensiva linguistica per riconquistare il terreno perduto.
Perché da anni ormai l’Italiano perde terreno nelle istituzioni europee.
L’Italiano non è una lingua internazionale e non può quindi fùngere da lingua
di lavoro.
Tedeschi, francesi, spagnoli, danesi o polacchi conoscono come lingua straniera
essenzialmente l’Inglese, talvolta il Francese, raramente il Tedesco . Non
l’Italiano.
Al tempo dell’Europa a 9 o a 12 era possibile tradurre tutto in tutte le lingue
e i rappresentanti italiani come quelli di tutti gli altri Paesi potevano
scrivere e parlare la loro lingua certi che sarebbe stata tradotta. È molto
probabile che, nell’Europa a 25, questo non sia più possibile.
L’Italia non ha mai avuto una politica estera linguistica, non ha mai fatto
della difesa della nostra lingua un obiettivo politico.
È però anche lécito chiedersi quale sarebbe stata la legittimità di una simile
politica.
In fondo l’UE è stata concepita per smussare i nazionalismi e unire i nostri
popoli. Un atteggiamento rinunciatario come quello dell’Italia dovrebbe quindi
essere lodato.
Ma l’Europa unita ancora non esiste e in questi anni decisivi, anche in campo
linguistico, i Paesi europei si sono lanciati in una subdola lotta.
L’Italia non è una superpotenza linguistica come la Gran Bretagna, la Francia o
la Spagna.
Ma qualcosa avrebbe potuto fare per difendere la nostra lingua. Ad esempio
investire nella traduzione di opere letterarie, nella diffusione e nel sostegno
del cinema italiano, nella produzione di programmi televisivi di qualità,
proteggendo – come hanno fatto i francesi – il nostro mercato televisivo da
produzioni americane di scarsa qualità.
Per difendere l’Italiano, a Bruxelles come altrove, non serve mostrare le
corazzate durante il semestre della presidenza italiana dell’Ue e poi più
nulla. Serve un lavoro coerente e capillare, che parta dal buon uso e
dall’insegnamento dell’Italiano. Abbiamo rinunciato a insegnare l’Italiano ai
nostri emigrati e ora trionfalmente constatiamo il successo dei corsi di
Italiano all’éstero senza renderci conto che non stiamo conquistando terreno,
ma semplicemente recuperando un’infima parte di "italiani perduti".
L’Italiano è ancora una delle lingue di insegnamento delle "scuole europee",
istituti riservati a funzionari internazionali, ma che potrebbero avere in
futuro una più ampia diffusione. Anche qui l’Italia fa ben poco per difendere
questa posizione di prestigio. Addirittura spesso le nomine degli insegnanti
per queste scuole subiscono ritardi di mesi. I nostri istituti di cultura si
arrabattano con pochi soldi e molta buona volontà, attenti più alla bolletta
della luce che alla coerenza delle loro iniziative.
I delegati italiani a Bruxelles, anziché l’Italiano preferiscono parlare un
povero Inglese, credendo forse di essere maggiormente ascoltati. Se si
servissero degli interpreti e dei traduttori che le istituzioni europee
provvédono loro, renderebbero un migliore servizio alla nostra lingua.
L’unica televisione italiana visibile all’éstero è Rai 1 e la circense immàgine
che ne emerge potrà forse impressionare albanesi, lìbici e montenegrini. Ma non
regge il confronto con le altre televisioni europee.
Per non parlare dell’Italiano televisivo, dove Ciampi diventa Sciàmpi, i
congiuntivi evàporano e dilàgano anglicismi usati più per stupire che per farsi
capire.
Quando neanche giornalisti e presentatori sentono come irrinunciabile
l’esigenza di esprimersi in un Italiano corretto e comprensibile da tutti, vuol
dire che non è più vivo in loro lo spirito di appartenenza a una comunità
linguistica. Che séntono più forte l’appartenenza alla loro casta e solo in
quella si riconòscono.
La fine di una lingua è anche questa : quando si cessa di capirsi.
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ALTO ADIGE, 25/4/2003

UN’UNICA LINGUA PER CAPIRSI IN EUROPA
di Renzo Segalla

In Atene i 15 Stati membri dell’Unione Europea hanno siglato l’adesione per l’allargamento ad altri 10. Ad Atene, circa 2600 anni fa, con la riforma- Solone, si posero le basi della Costituzione Democratica. La democrazia (autorità-potere del popolo) è la forma di governo che ivi ebbe il suo modello tradizionale. Atene fu pure il centro della filosofia ( amore per la sapienza). Un dialetto àttico, originario della regione di Atene, in seguito all’influenza di altri dialetti,in particolare lo jònico, costituì nel corso del IV sec.a C. , la koiné diàlektos (dialetto comune), diffusosi rapidamente grazie al commercio e alla colonizzazione a tutta l’area di cultura ellenistica. Lingua dell’amministrazione e della cultura che andò progressivamente trasformandosi, semplificando la sua morfologia,la sintassi, assumendo , specie nel lessico, molti elementi delle lingue con cui venne in contatto, in particolare del Latino. A partire da quest’epoca le mutate condizioni politiche, che condussero al superamento dei particolarismi delle varie pòleis o città-stato, favoriscono ulteriormente questo processo di unificazione linguistica. Divenne la lingua greca di base usata nella letteratura, specialmente negli scritti degli stranieri "ellenizzati" , come nel Nuovo Testamento. La koiné continuò a dominare i porti e i centri commerciali fino ai primi secoli della nostra Era.Questa koiné, dialetto semplificato con cui i parlanti di più dialetti diversi comunicavano fra loro comprendendosi reciprocamente, è diventata la "interlingua" : gli aspetti comuni a più lingue vengono conservati e utilizzati, le caratteristiche non comuni sono scartate.
Ebbene, nell’era della comunicazione (internet) questa operazione è fattibile. Si tratta di elaborare " una lingua umana costruita sulla base di criteri specifici" ( come fatto, per esempio, con l’Ebraico moderno), di facile apprendimento, concepita per servire a tutte le nazioni in modo neutrale. Umberto Eco, autore fra l’altro de "La ricerca della lingua perfetta", crede nella validità di una lingua ausiliare pianificata, il cui uso potrà essere introdotto in un prossimo futuro.
L’ "eurolingua soprannazionale" potrebbe essere anche un "inglese pianificato", con la semplificazione dei tre tipi di Inglese, lingua di Shakespeare, : 1)della BBC,
2) l’Angloamericano e 3) l’Internazionale, uniformandone l’ortografia complicata e la pronuncia difficoltosa ad una ortografia fonetica "standard". Nell’era dell’informazione un siffatto strumento di rapida comunicazione è necessario per una efficace comprensione.
Resta il fatto che un tale "inglese pianificato" è tutto da sperimentare, mentre esiste già una lingua pianificata, ultrasecolare, funzionante, bell’e pronta per l’uso :
l’ Esperanto, che affonda le sue radici nella koiné europea.
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Da Dolomiten, 3/7/2003

SOLUZIONE OFFRESI …
di Franz Knoflach

C’è da restare esterrefatti a vedere che l’UE fa di tutto per rendere l’Europa penzolante dall’Inglese! Che razza di interessi dietro alla manovra di imporre a tutti i popoli europei la lingua dell’Imperialismo ? Lo sanno tutti che qualunque nazione la cui lingua venisse prescelta a "mondiale" prenderebbe immediatamente la supremazia su tutte le altre. A quanto se ne dovrebbe sapere, la cosa sarebbe sicuramente focolaio di contrasti e di inimicizie! D’altra parte l’UE non ha mai finora confutato in maniera plausibile la Soluzione (e l’Ideale !) di un "genio" come
Zamenhof ! Colui che ha iniziato una Lingua, l’Esperanto, ideale per migliorare, facilitàndole, le comunicazioni internazionali, ma in primo luogo i rapporti fra le persone ! Che conseguenze trarre da tutto ciò? Da ogni punto la si guardi, la soluzione apprestata da Zamenhof è una fondamentale premessa di Giustizia, di Unione e Concordia ! Nessuno riuscirà mai a dimostrare in modo efficace che le "tare" dell’esperanto sono più "perniciose" dei vantaggi che esso procura alla società !
È indubbio che ci son cose alle quali non si accorda fiducia, eppure restano vere, giuste e di incalcolabile valore per la gente ! Ecco allora la ragione per cui il Dr.Ing.Karl Behmann, prendendo le mosse dalla (finora mai dichiarata) ripulsa dell’UE alla soluzione Zamenhofiana, anzi incoraggiato da ciò, ha raccolto più di 400 adesioni per dedicare una contrada di Bolzano al Dr. Zamenhof ( oppure all’Esperanto), iniziativa cui la Civica Amministrazione non ha mancato di rispondere nel più positivo dei modi. Al promotore di questo gesto è doveroso rivolgere un grato senso di stima. (Traduzione di Carlo Geloso).
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PRO MEMORIA

Mentre una nuova Europa decolla
di Renzo Segalla

da Dolomiten, 3/7/2003

50 anni fa , 17 giugno 1953, a Berlino si ebbe una spontanea sollevazione di popolo contro il regime comunista. Più di un milione di persone scesero in piazza a manifestare, anzitutto per un tenore di vita migliore ; poi per ottenere libere elezioni e, in forma meno dichiarata, anche per la Riunificazione della Patria.
La repressione fu crudele, con feriti, morti ed arresti fra i dimostranti.
Anche il Dr. Oskar Pohl, un coraggioso reporter di Kastelbell fu tra le vittime.
L’Unità Nazionale arrivò dopo 36 anni, al 3 ottobre 1989, per cui questa è la data divenuta "festa nazionale" per la Germania, sebbene i Tedeschi abbiano un’altra data ben più significativa ! Quel "17 giugno" berlinese !
Le feste nazionali sono ricorrenze nelle quali le Nazioni celebrano la loro Storia e la loro Identità. Per esempio: l’Italia ricorda – al 25 aprile – la Liberazione da Mussolini e dal Fascismo; gli USA – al 4 luglio – l’Indipendenza proclamata da Jefferson; la Francia – al 14 luglio – la Caduta della Bastiglia e la Germania – ad ogni 3 ottobre – il giorno della propria Riunificazione.
Il 17 giugno, però non solo resta l’anniversario della Rifioritura tedesca, ma è anche un giorno fondamentale nel formarsi dell’Europa. È il preludio di una vera "Rivoluzione europea", con Stati che si uniscono fra loro senza più la carneficina della … guerra !
Oggi sono già quindici ; saranno venticinque nel 2004; 27 ( forse) nel 2007 e, in seguito, 30 ! Ne consegue la necessità, in un futuro che incalza, di attrezzarsi con una lingua veicolare "neutrale", pianificata come l’Esperanto, per salvaguardare Lingue e Culture dei diversi Popoli europei dallo squalo della "maxilingua", etnica e dilagante. (Traduzione di Carlo Geloso).
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Uni Bolz"
E S P E R A N T O
di Karl Behmann

da Dolomiten, 17/7/2003

Un vivo elogio ai promotori dell’Università di Bolzano. Un "Bravo" al prof. Durnwalder ed ai suoi Collaboranti, poiché è stata compiuta un’impresa enorme! In primo luogo già i vari programmi didattici, in tre importanti Lingue: Tedesco, Inglese e Italiano. La "Uni-Bolz" ha superato molte difficoltà connesse al proprio avviamento, quali la Dirigenza, l’Organico-Docenti, le stesse Strutture murarie ed ha conseguito rilevanti risultati.
Importante sarebbe la istituzione di una Facoltà di Linguistica, comprendente anche la Lingua Internazionale Esperanto come materia facoltativa. Una tale risorsa è già utilizzabile in diverse Università del pianeta.
Brevissimi connotati d’Esperanto : lingua facile, di apprendimento veloce, interprete tascabile ovunque e "tutela" di ogni altra lingua (Inglese compreso!) .
Creazione di un oculista polacco, Zamenhof, finalizzata a meglio capirsi, apprezzarsi e volersi più bene.
Pure ricco di cultura, l’Esperanto viene suggerito solo come "seconda" Lingua, di supporto e neutrale, mentre il posto d’onore toccherà sempre alla "Madrelingua", con il suo ricco patrimonio di affetti, seduzioni e ricordi.
(Traduzione di Carlo Geloso).

49 commenti

  • Termini volgari e dati di fatto

    Una delle caratteristiche più immediatamente avvertibili del grillismo è quella di aver sdoganato l’uso della classica parolaccia, che purtroppo – nel loro linguaggio – è spesso divenuta l’unico modo di espressione di un concetto politico. Pertanto non ho apprezzato quel termine di “puttaniere” che Grillo ha riservato a Pierluigi Bersani poiché lo ritengo volgare oltreché assolutamente inappropriato. Infatti il suddetto aggettivo qualifica, con una connotazione negativa, colui che ha compiuto la scelta chiaramente intenzionale di accompagnarsi ad una donna di malaffare, Questo non è notoriamente il caso del segretario del Pd al quale piuttosto – alla luce dei ripetuti insuccessi inanellati – potrebbe essere più pertinentemente rivolto l’appellativo di “sputtanato”. Danilo Bonelli, Scandicci (Fi)
    (Da La Nazione, 30/3/2013).

  • Tanta parolacce Poca sostanza

    Gentile direttore, non voglio promuovere il bacchettonismo, anzi, forse anche in politica un uso più diretto e semplice della lingua avrebbe creato più coinvolgimento da parte dei cittadini, che non si sarebbero sentiti – come è accaduto per anni – scolaretti inermi e inebetiti di fronte a retori, sofisti e soloni col titolo di onorevole. Detto questo, devo ammettere che però, ora mi pare si sia arrivati agli antipodi: dallo scivolone di Battiato sulle parlamentari alle offese a raffica di Grillo contro tutto e tutti… Aridatece Andreotti? Giuseppe Quaglini, Barga

    Caro Giuseppe, la semplificazione della vita pubblica, insieme alla trasparenza degli atti e dei comportamenti della classe politica è una richiesta che arriva alta e forte dagli italiani. Pre e post elezioni. L’esigenza di un rinnovamento non coincide affatto con le percentuali elettorali dei grillini, ma è molto più trasversale e non può essere la bandiera sotto la quale trova protezione solo una parte politica. Detto questo, l’immediatezza di un messaggio, pretesa e rivendicata, a volte sconfina nel turpiloquio non solo per demonizzare l’avversario, ma cosa ancora più grave, molto spesso precipita nella parolaccia per nascondere un contenuto incomprensibile, un progetto inesistente, un’idea vuota. Nell’era renziana il politichese per fortuna è solo un ricordo e non sentiamo nostalgia per la Prima Repubblica. Se non quando, tra “preamboli” e “convergenze parallele” arrivavano anche un’opera pubblica, investimenti e un qualche sostegno all’occupazione. Senza parolacce e con qualche concretezza in più. Mauro Avellini, Vice direttore de La Nazione
    (Da La Nazione, 29/3/2013).

  • Ma un “mammo” non è la mamma

    Gentile direttore,
    ogni tanto viene usato il termine “mammo” per definire così un padre che si occupa a tempo pieno della cura dei figli.
    Niente di male in questo, ma andrebbe usato il termine padre.
    In caso contrario una madre che si occupa prettamente di lavoro andrebbe chiamata “babba”, termine che non mi pare esista.
    Sempre che non si voglia andare oltre e inserire un nuovo termine nell’attuale vocabolario. Silvio Pamellati- Roma

    Caro Pamellati, c’è stata un’epoca in cui anche il sottoscritto si è visto etichettare come “mammo”. Non perché i miei figli non possiedano una madre, che sarebbe poi mia moglie. Anzi. Ce l’hanno eccome: una mamma – mamma. Super. Semplicemente ci fu un anno in cui io ebbi meno impegni e andai più spesso di lei a prendere gli allora bambini a scuola. Ed è stato lì che le altre mamme qualche volta mi chiamarono “mammo”. Cosa che in fondo mi faceva anche un po’ piacere, visto che noi maschi tutto possiamo fare nella vita, meno la cosa più importante: dare alla luce un’altra vita. Del resto, ricorderà come il compianto Papa Luciani abbia stupito il mondo nel suo brevissimo pontificato affermando che “Dio è madre”. Insomma, “mammi” o “babbe” che siamo, poco importa, caro Pamellati. Fare il genitore, infatti, non è questione di definizione e vocabolario. Oggi, per fortuna, mogli e mariti nella famiglia si danno da fare abbastanza allo stesso modo, anche se il peso delle donne resta sempre maggiore. Un dolce peso, in fondo. Perché nel cuore di tutti noi c’è un posto speciale per i genitori. E uno specialissimo per la mamma.
    Gabriele Canè, Direttore della Nazione
    (Da La Nazione, 28/3/2013).

  • Gli analfabeti usano internet

    Montale affermava che il rapporto fra analfabeti e alfabeti rimane costante e che il problema è che ora gli analfabeti sanno scrivere e usano il web e fanno pure i comunicati stampa. Ciò premesso e parafrasandolo, non è che, grazie alla scuola di massa dei todos Caballeros, i molti guai dell’Italia siano soprattutto dovuti a un numero sempre maggiore di questi analfabeti scriventi e twittanti, che hanno occupato e occupano sempre più posti importanti, compreso il Parlamento? C. C., via mail
    (Da La Nazione, 21/3/2013).

  • Che figuracce con le lingue

    E’ ormai assodato che l’italiano medio, specialmente se poco alfabetizzato, per darsi un tono cerca di parlare un idioma che crede sia inglese e che pronuncia alla bell’e meglio facendo sganasciare dalle risate i madrelingua.
    E’ anche assodato che i francesi sono all’opposto rispetto a noi; e lo sono anche in maniera piccata, poiché chiamano ostinatamente “calculateur” quello che tutto il mondo chiama ‘computer’ (dal latino “computo”, che, in definitiva, dà ragione ai francesi perché significa ‘calcolare’).
    Orbene l’antico modo tanto di cappello di rallegrarsi alla francese dicendo: ‘chapeau’ (tanto di cappello) era in rete su azione di un “dotto” anonimo che nel suo “post” (ormai si dice così, scusate, è intraducibile come “sport”) ha scritto: “shapò”. Probabilmente crede che significhi “sapone” o giù di lì oppure un urlo di guerra tipo: “banzai”.
    (Da La Nazione, 27/2/2013).

  • La povera lingua dei maleducati

    A volte, anzi spessissimo, mi trovo a incrociare casualmente lungo la strada vari adolescenti che parlano tra loro, usciti da scuola. Ebbene, non passano dieci secondi che non esca dalle loro bocche una volgarità. E lo fanno non sottovoce (come ci si aspetterebbe da chiunque sappia di trovarsi in pubblico) ma forte e chiaro. Ora, non amo i bacchettoni, ma è davvero ridotta così la lingua italiana che ha insegnato dolcezza e cultura al mondo? Sono ridotti così il vocabolario (ormai ristretto a cento parole) e l’educazione delle nuove generazioni? Anselmo Pertica
    (Da La Nazione, 26/2/2013).

  • Ufficializzare l’italiano

    Non tutti sanno che l’Italiano non è mai stato dichiarato lingua ufficiale dello Stato, sia regno che Repubblica. Tale dichiarazione dovrebbe essere il primo atto di governo dopo le elezioni. Questo è il rispetto per la nostra gente, altro che seriosità apparente scambiata per prestigio. Finalmente anche i nostri politici dovranno diffondere la nostra lingua nel mondo usandola in tutte le circostanze ufficiali all’estero astenendosi dalle pagliacciate di un inglese approssimativo nella pronuncia. Meglio parlare come si mangia come inglesi e francesi.
    Giancarlo Politi, via mail
    (Da La Nazione, 3/2/2013).

  • A proposito della lingua italiana

    Prima di cominciare a scrivere voglio dirvi che intendo parlare della lingua italiana, e se qualcuno dei lettori ritiene che – in tempo di crisi, premessa ed alibi per qualsiasi defezione in tanti campi – stia parlando di sciocchezze, lo autorizzo ad andare subito all’articolo accanto e di accantonarmi per sempre. Perché questa sì che è una crisi di cultura, di valori, crisi della nostra identità. I barbarismi della lingua non sono stati mai un buon segnale, fin dalla caduta dell’Impero romano. E qui siamo nel barbarismo più grezzo. Neologismi fatti ad uso e getta e sfornati al momento, avverbi improvvisati nati da ogni sostantivo. Ormai chi parla col congiuntivo e l’indicativo al loro posto, confermati dalle grammatiche, è considerato un conservatore accanito, un vecchio, via. E i pochi che non cadono nel trabocchetto e sanno che la giovinezza ha ben altri connotati, sono considerati dei sopravvissuti nella solita isola deserta. E siccome oggi non è considerato un pregio, non pecco di immodestia se mi onoro di far parte di quell’isola. Avevo cominciato – ormai anni or sono – a segnare su un taccuino gli errori di nostra madre TV. Ebbene, in poco tempo il taccuino è diventato un’agenda, l’agenda un quadernone e, prima che potesse diventare un vocabolario, l’ho riposto definitivamente. No, parlare con uno sconcertante pressappochismo, non è un vezzo come oggi si intende gabellare, ma una grossa villania. Le statistiche parlano chiaro: si perdono vocaboli della nostra lingua con la velocità di quattro ogni due mesi. Chi ci dirà più il verbo “ripetere” soppiantato dal martellante ribadire? E chi ha più sentito il verbo “dire”, semplice, lineare, dai nostri schermi TV? Troppo banale? Ma il sottosegretario che esce dall’aula ed ha un’importante ed esclusiva notizia, come fa a ribadirla? Chi ci renderà l’avverbio “molto” soppiantato, in men che non si dica, da un “estremamente” usato ormai con impudica disinvoltura dal contadino all’uomo di Legge? Allora mi è venuta un’idea pazza: perché “l’ultimo resto” non si impegna ad “adottare” almeno uno di questi esclusi e si propone di usarlo, come si faceva abitualmente sentendosi liberi e sganciati dal “gregge”? Non asserviti al conformismo, insomma. Buttiamo via il “manco” che serpeggia indisturbato per lo Stivale, quando si può scegliere tra nemmeno, neppure, neanche! Ce lo possiamo concedere una volta: nell’espressione “manco per idea” , ma non ne facciamo una smoderata abitudine, tanto che è quasi comico sentirlo in bocca all’altoatesino , lui, nato e cresciuto in riva al Tevere. Proviamoci. E a proposito di rive, che farebbe oggi il buon Manzoni? Li risciacquerebbe ancora i panni in Arno? Mi auguro, tutto sommato, di sì, ma più che sciacquarli, per gli italiani, dovrebbe munirsi tanto di ranno e sapone! Mariella Cambi
    (Da Il Reporter febbraio 2013).

  • Contratti sì, ma in italiano

    Forti della lezione dataci dai fatti del Monte dei Paschi sui derivati “tossici”, occorre stabilire per legge che, a pena di nullità, tali contratti debbano essere stipulati in Italia. Questo con atto pubblico e scritti in lingua italiana e che il foro competente, in caso di lite, sia italiano. In effetti si tratta di volgarissime commutazioni, o baratti. Dimentichiamoci gli uggiosi termini inglesi non comprensibili ai più, e si parli e si scriva come si mangia. Con il senno di poi adesso è possibile fare queste cose. Peraltro l’italiano era usato da Rubens quale lingua dotta del Rinascimento europeo quando scriveva ai regnanti d’Europa.
    P.P., via mail
    (Da La Nazione, 30 /1/2013).

  • Giù le mani dai congiuntivi

    Gentile direttore, ho appena finito di leggere l’intervista ad Andrea Camilleri sulla perdita della lingua italiana a favore delle parole straniere. L’illustre scrittore (sono una sua ammiratrice) ha tradotto in parole il mio pensiero. Va bene il villaggio globale, va bene una lingua ufficiale in occasioni ufficiali, ma perché la nostra bella lingua ricca di parole deve essere svilita così? Per non parlare del linguaggio ormai omologato per argomenti: “lì davanti” o “lì dietro” nelle telecronache calcistiche, estati più o meno “bollenti”, cronache o commenti TV che usano tutti le stesse parole. Considerando che oggi non si leggono più molti libri se l’apprendistato linguistico è demandato alla TV poveri noi! Mi piacciono tecnologie e modernità, ma molto anche la lingua italiana.
    Franca Petrini Galli, via mail

    Gentile Signora, l’uso della nostra lingua ha subito da sempre “attentati e aggressioni”. Mussolini pose un freno all’uso delle parole straniere, ma sinceramente non trovo una lesione dell’orgoglio nazionale dire garage invece di autorimessa. E quanto alle telecronache, ci hanno riservato banalità anche peggiori quando “la palla faceva la barba al palo”. Detto questo, l’aggressione oggi è ancora più massiccia. Viene dal linguaggio sincopato degli sms, dalle 140 battute di Twitter, una misura che induce anche un Nobel della letteratura a scrivere solo banalità. La televisione ci fornì ai suoi esordi una trasmissione straordinaria come “Non è mai troppo tardi” che insegnò l’italiano a migliaia di connazionali. Oggi la sua funzione è altra. Ma non rassegniamoci. C’è la scuola. Ci siamo noi: diamo l’esempio ai nostri figli, correggiamoli. Perché la tecnologia cambia, i congiuntivi no.
    Gabriele Canè, direttore de La Nazione
    (Da La Nazione, 17/11/2012).

  • Grazie alla ‘Crusca’ dai non udenti

    Mercoledì scorso l’Accademia della Crusca, la più prestigiosa istituzione linguistica d’Italia e la più antica accademia linguistica del mondo ha pubblicato il nuovo sito Internet, accessibile a tutti. E’ bastato poco per sollecitare il loro interesse: dopo un semplice messaggio avevano già offerto la loro disponibilità ad inserire i sottotitoli nei loro video di presentazione dell’Accademia.
    Fino a 40 anni fa chi nasceva sordo profondo non aveva la possibilità di imparare a parlare e doveva esprimersi attraverso il linguaggio gestuale, rimanendo isolato dal resto del mondo. Oggi invece, tutte le persone sorde, anche quelle che nascono con una sordità profonda, se seguono un adeguato protocollo sanitario e logopedico possono imparare efficacemente la lingua orale e scritta.
    La persona sorda oggi può superare l’handicap dato dall’assenza della lingua ma è purtroppo sempre soggetta alla disabilità data dall’impossibilità di udire, di parlare al telefono, di poter ascoltare un video. Quindi, le persone sorde rimangono escluse – de facto – da tutte quelle attività e servizi che vengono svolti e/o erogati tramite Call Center telefonico e/o/ video senza sottotitoli. Le nuove tecnologie oggi permettono, a costo zero, di inserire i sottotitoli in ogni video; sottotitoli indispensabili per una piccola parte della popolazione, ma che possono essere un ausilio in grado di rendere la vita più facile a tutti quelli che li vogliono scegliere in aggiunta alla voce narrante del video. Un grazie quindi all’Accademia della Crusca e in particolare a Stefania Iannizzotto e Barbara Fannini. Una speranza perché altri seguano il loro esempio di civiltà!
    Laura Brogelli, Com. familiari disabili uditivi
    (Da La Nazione, 11/11/2012).

  • Do you like english? Maybe too much

    Email di Sabrina

    “Ho iniziato a leggervi grazie a un’amica che, alla vigilia delle mie vacanze in montagna, mi ha passato un po’ di copie, dicendomi: “Così se piove non ti annoi”. Così è stato. Mi piacete. Il clima di amicizia e coinvolgimento con il lettore nella riunione di redazione, la varietà degli argomenti, la freschezza dello stile e l’ironia, la pubblicità senza eccessi… Siete fatti per me! Ma una cosa che turba l’idillio c’è. Troppi vocaboli inglesi nei servizi di moda. Ho cercato di destreggiarmi tra i vari grunge, tuxedo, jumpsuit, fetish, glowing, con scarso successo. Non potreste compilare un vademecum con la traduzione di questi termini per chi, come me, vuole essere aggiornata? Nel frattempo, continuo a leggervi e il prossimo abbonamento alla mia amica lo regalerò io”.

    Risponde la redazione moda: “Grazie per i complimenti. E per l’eccesso dell’inglese, ci tratterremo. We promise”.
    (Da Grazia n. 41, 8/10/2012).

  • Do you speak english?

    Email Elisabetta

    “Ho letto con interesse l’intervista al ministro Profumo e sono d’accordo con lui: “Ormai facciamo parte di un mondo globale”. E per avere gli strumenti per affrontarlo è necessario modificare il modo in cui viene insegnato l’inglese nelle scuole italiane. Qui nell’ambiente torinese è noto che i tre figli del ministro hanno frequentato l’International school of Turin e ciò indica che Profumo è molto sensibile all’insegnamento corretto della lingua inglese. Sarebbe bello avere anche nella scuola pubblica italiana degli insegnanti madrelingua, a partire dalle elementari…”.

    Risponde Cristina Giudici, che ha realizzato l’intervista: “Cara Elisabetta, mi pare che l’obiettivo del ministro sia avere una scuola più moderna e tecnologica. E soprattutto aperta al mondo esterno. E all’interno di questa sua visione globale l’inglese è di sicuro determinante. Io l’ho studiato al liceo ma non sono riuscita a impararlo decentemente finché non sono andata a vivere a Londra per un anno. E sa quali sono stati i libri più utili? I testi delle canzoni dei Beatles e dei Rolling Stones. E dai FabFour a Shakespeare il salto è stato più breve di quanto si immagini… Chissà se anche il ministro Francesco Profumo ha cominciato così, dal pop?”
    (Da Grazia n. 40, 1/10/2012).

  • Il latino, perfetta palestra di logica

    E’ preoccupante che i nostri studenti non conoscano l’analisi logica, ma ancor di più che manchino di logica, rasentando il livello zero nelle discipline scientifiche (le analisi dell’Ocse sono impietose). Perché non ripristinare il latino, lingua che è una perfetta palestra di logica, nella scuola dell’obbligo? Ha la stessa valenza formativa della matematica e della geometria e rappresenta un’ottima ginnastica mentale e un valido ausilio a espandere le proprie capacità logiche e critiche. L’uomo del futuro ha bisogno di grande elasticità mentale, mentre videogiochi, videofonini e la testa immersa nel tubo catodico non aiutano, di certo, a svilupparla. Patrizio Pesce, Livorno
    (Da La Nazione, 14/9/2012).

  • L’uso improprio della lingua inglese

    Ho la convinzione che i lettori si illudano che diminuirà l’utilizzo della lingua inglese. Basta considerare quanti vocaboli inglesi vengono usati (a volte anche a sproposito) nei giornali, nella televisione, nelle pubblicità, in sostituzione di quelli italiani. Franco del Rio, La Spezia.
    (Da La Nazione, 7/9/2012).

  • In Europa si parla poco italiano

    Ben presto in Europa si prevede che diminuirà l’utilizzo della lingua inglese. Un’occasione per l’italiano (parlato da 130 milioni di persone circa, nel mondo) di riaffermare la propria storia.
    Elpidio Tocchni, Firenze
    (Da La Nazione, 2/9/2012).

  • Pubblicità sgrammaticata

    Nella pubblicità televisiva di un caffè si sente dire “Noi che il gusto del caffè non è cambiato”. Mi sbaglio io, o gli autori dovrebbero venire a dare una “risciacquatina in Arno” alla loro malandata grammatica italiana? Fabrizio Novelli, via mail
    (Da La Nazione, 31/8/2012).

  • La scritta sulla testa di Montano

    Lo sciabolatore Montano si è fatto scolpire “God save the Queen” sulla testa, durante la partecipazione ai Giochi Olimpici. Se avesse scelto “Viva l’Italia” mi avrebbe inorgoglito. La sua provinciale esterofilia, invece, mi ha semplicemente avvilito. Corrado Rubeo, via mail
    (Da La Nazione, 3/8/12).

  • Il significato delle parole

    Confucio affermava che quando le parole perdono di significato, l’uomo ha perso la libertà. Fra spread, fiscal compact e altro – parole il cui significato non è alla portata di tutti – non è che la libertà ormai è compromessa? Carlo Cerofolini Sesto F.no
    (Da La Nazione, 2/8/2012).

  • La “rassegna” delle spese

    Il governo dovrebbe smettere di usare questa sfilza di termini anglosassoni, onde evitare errori di interpretazione.
    L’ultimo è quello commesso dalla Regione Toscana, dove evidentemente l’inglese non è di casa. L’espressione di provenienza britannica “spending review” (revisione delle spese con l’intento di razionalizzarle ed eliminare il superfluo) è stata invece intesa come “rassegna delle spese, per capire dove si può spendere ancora”. Ed ecco quindi una pioggia di milioni, ovviamente sottratti alla collettività, per i dirigenti regionali.
    Non dubito che, formalmente, ciò sia del tutto o quasi regolare, ma se, come diceva Dante Alighieri: “Cosa fatta, capo ha”, sarei proprio curioso di sapere chi è stato a codificare i criteri per i premi, in modo da poter esprimere tutta la mia ammirazione per l’eccezionale abilità nello sfilare i soldi ai poveri per darli ai ricchi (Dooh Nibor =Robin Hood alla rovescia). F. Ghironi via mail
    (Da La Nazione, 31/7/2012).

  • Per l’italiano una difesa disarmante

    E’ bello che esista un gruppo denominato: “Allarme lingua”, munito di portavoce, il signor Gianluigi Ugo. Mentre è impegnato a difendere la lingua di Dante, sarebbe opportuno che il lettore imparasse, quella lingua: “notai con disarmante stupore che le istruzioni (…) venivano date (…) in inglese”: secondo il Devoto Oli, “disarmante” significa “spontaneo, ingenuo, così da vincere la resistenza o la cattiva disposizione d’animo di qualcuno”. Non sembra l’atteggiamento giusto, per suscitare scompiglio nelle file degli avversari. Ove si sia usato il termine in senso prprio, mi chiedo quale sia l’utilità di una difesa basata su una posizione così naif. Alberto Eva, Firenze
    (Da La Nazione, 24/6/2012).

  • Punto o virgola
    Italiano da tutelare

    Nei tragici giorni del terremoto in Emilia ho sentito una sola giornalista dire correttamente “5 virgola tot” mentre gli altri, a decine, hanno annunciato, con un inglesismo scosse di magnitudo “5 punto tot”. Inaccettabile da chi deve parlare in italiano.
    F. Ghironi, via mail
    (Da La Nazione, 10/6/2012).

  • Sembra di leggere un giornale straniero

    Ho visto la lettera della signora Bartalini, cui Lei ha risposto i giorni scorsi. Mi chiedo se Lei legga il suo giornale che è costantemente pieno zeppo di parole inglesi e di sigle, ben poco noti ai lettori in età avanzata. Eppure nelle prime 27 pagine del giornale di ieri ho trovato almeno trenta parole straniere.
    F. Del Rio, La Spezia
    (Da La Nazione, 13/3/2012).

  • La globalizzazione della lingua inglese

    La globalizzazione è un fenomeno mondiale, e lo accetto perché mi fa sentire cittadino del mondo. Però non mi va giù la globalizzazione della lingua inglese. Mi genera un complesso di inferiorità verso un mondo che per prima la stirpe italica ha civilizzato. Nevio Leonessi Sansepolcro (Ar)
    (Da La Nazione, 11/3/2012).

  • Lettere al direttore
    Risponde Mauro Tedeschini Direttore de La Nazione

    L’anziano non capisce le lettere dell’Inps

    Caro Direttore,
    ricevo dall’Inps una lettera indirizzata a mia madre, ancora molto lucida e con una memoria migliore della mia, ma 82enne e invalida al 100% con indennità di accompagnamento. Rimango sbalordita! La mamma non potrebbe mai capire il significato delle parole “servizi on line”, oppure “home page”, che non sono semplici neppure per me. E comunque l’intero contenuto di questa lettera le rimarrebbe assolutamente incomprensibile… La ritengo una comunicazione quasi offensiva nei confronti di una persona anziana, perché sono convinta che in pochi la capiscano. E se un anziano non avesse vicino neppure un figlio? Sbaglio secondo lei? Cosetta Bartalini, Firenze

    Ho visto la lettera a cui la signora Cosetta fa riferimento: effettivamente per mettere in atto gli adempimenti richiesti dall’Inps occorrerebbe districarsi tra termini inglesi e sigle non proprio familiari per tutti (OBIS/M, CUD, PIN, PIN on line ecc.). Il risultato è che la maggior parte degli anziani getta la spugna e, se ha la fortuna di avere fgli e nipoti, affida tutta la corrispondenza burocratica a loro senza più neppure aprirla. E se uno la prole non ce l’ha? Qualche tempo fa il responsabile del Pronto Soccorso di Careggi, dottor Grifoni, lanciò la proposta di creare squadre di volontari chiamate “Gli angeli di condominio”, per avere in ogni caseggiato un riferimento in aiuto degli anziani per le piccole esigenze quotidiane. La trovo una bella idea e la rilancio. Non senza pregare l’Inps di semplificare le sue comunicazioni: giusto modernizzare le pratiche, ma evitiamo di esagerare con inglesismi e termini tecnici.
    (Da La Nazione, 11/3/2012).

  • La parola ‘eroismo’
    Usata troppo e male

    Il termine eroismo è ormai inflazionato. Utilizzato a sproposito per le situazioni di normalità anziché di eccezionalità. Di certo abbiamo imparato che è esattamente il contrario della condotta che ha tenuto il famigerato comandante Schettino. Anche lui a modo suo passerà alla storia. Carla Pantani, Firenze
    (Da La Nazione, 27/1/2012).

  • Sui giornali troppi neologismi

    Trovo sul giornale un’infinità di vocaboli stranieri o scarsamente conosciuti dalla gran parte dei lettori. Non so per quale motivo i giornalisti usino ad esempio parole straniere anziché chiari e semplici vocaboli italiani, decisamente più comprensibili dalla generalità delle persone.
    Franco Del Rio, La Spezia
    (Da La Nazione, 24/1/2012).

  • Quando il dialetto è un’altra lingua

    Arrivati in Sardegna, mentre i proprietari ci mostravano la casa presa in affitto ho detto a mio marito: “ ‘Gnamo, pena poho! Piglia i’gatto di macchina sennò tira i’ carzino, l’è un cardo hane”. A quel punto la signora, unendo le mani a mo’di meraviglia, ha chiesto a mio marito se fossi straniera. E invece no, sono di Campi Bisenzio, Italia. Anche se mi sento ripetere spesso che dovrei parlare per benino, a me mi garba dire “mi dà una coha hola con du’ hannucce”. Alessandra C. Campi Bisenzio (Firenze)
    (Da La Nazione, 4/8/2011).

  • Risponde Mauro Tedeschini
    Direttore de “La Nazione”

    C’è chi si arrabbia per le troppe parole nella lingua albionica

    Gentile direttore,
    la maggioranza degli articoli de La Nazione comprende termini nella lingua albionica, pure i suoi, senza tra parentesi la relativa traduzione. Non tutti sono in grado di capirne il significato, perché non abbiamo la vostra cultura: sarebbe come chiedere a voi giornalisti di fare l’orto o tirar su mattoni. Giungo a tale conclusione deluso dall’abbandono del nostro bel linguaggio, per l’inserimento di tanti anglicismi. Con stima e senza acredine. Loris Pierattini, Ponte a Ema

    E’ un peccato non potere mostrare a tutti i lettori gli originali di questi messaggi: lettere in carta pregiata, scritte con ordine e una calligrafia così curata da fare un certo effetto ai tempi delle mail (ahi, un altro termine nella lingua al bionica, che significa posta). Il guaio è, caro signor Loris, che ormai viviamo in una babele linguistica, in cui le parole e i modi di dire si mescolano creando fastidio soprattutto nelle persone di una certa età. Parole come pizza e cappuccino hanno lo stesso significato in ogni parte del mondo, così come hamburger e drink identificano universalmente una bistecchina di carne macinata e una bevanda. Insomma, la contaminazione è inevitabile, ma la questione è come sempre di misura e di rispetto. Perché io stesso mi innervosisco quando vedo termini inglesi usati inutilmente, laddove ci sono analoghe parole italiane. Tipo misunderstanding e malinteso. Ergo: staremo più attenti, promesso. Quanto all’idea di invitare un po’ di giornalisti “a fare l’orto e a tirar su mattoni”, non è detto che sia una cattiva idea: si perde qualche chilo e, come diceva un vecchio amico, si capisce anche (zappando) “quant’è bassa la terra”.
    (Da La Nazione, 3/8/2011).

  • Quanti modi ci sono (in italiano) per dire “borsa”?

    Email di Maria Giovanna

    “Sono stata fin dagli anni ’60 un’abbonata a “Grazia”, poi ho comunque continuato a comprare il vostro giornale in edicola. Però vorrei chiedervi: è proprio necessario nei servizi di moda usare costantemente parole di lingua inglese quando esiste il termine corrispondente in italiano? Qualche esempio: maxibag, handbag, Friday bag, stile motard on the road, clutch, open toe, low cost, skinny pants camouflage, effetto handmade, glitter, metallo gold, red carpet, ultralight, freetime, luxury, city wear. E l’elenco potrebbe continuare all’infinito. Capisco che molti termini sono ormai entrati nell’uso comune, ma perché aggiungerne altri? Cerchiamo di salvaguardare un po’ di più la nostra bella lingua”.

    Risponde Silvia Motta, condirettore moda: "Cara Maria Giovanna, non è la prima volta che leggo una lettera come la sua sulle pagine dei femminili. Al contrario, non ho mai visto commenti simili, per esempio, sui giornali economici o tecno-informatici. Eppure, anche loro, fanno largo uso di termini inglesi di cui esiste il corrispettivo italiano: computer, software, chip, budget, business, welfare, feedback, brand… e potrei continuare anch’io all’infinito Chissà perché contro la moda si scatenano campagne moralizzatrici come questa dalla lingua. Dobbiamo rimpiangere le ridicole direttive del periodo fascista quando si era costretti a tradurre tutto in italiano? Le piacerebbe mandare un sms (!) in sancito? O in greco antico? O in latino? Il bello di una lingua viva è che si evolve con il confronto e anche l’assimilazione di espressioni che vengono da culture diverse. Ci sono alcuni termini che in inglese risultano più agili, più compatti, e, comunque comprensibili da tutti. Infine, pensi al povero giornalista costretto a scrivere 40 didascalie con la parola “borsa”. Dopo 20 volte verrebbe a noia anche a lei”.
    (Da Grazia n. 27, 4/7/2011).

  • Il congiuntivo rottamato

    E’ scomparso l’uso (ahimé) del congiuntivo. Politici, conduttori televisivi, attori, giornalisti (!) per finire ai calciatori (ma qui è come sparare sulla crocerossa) è un continuo sentire frasi tipo: “spero che vince”, “voglio che vieni”, “penso che accade” etc… Ma la grammatica a scuola non la insegnano più? E glielo dice un diplomato in ragioneria.
    Ultima perla in riferimento allo scandalo del calcio: “Aveva messo dei tranquillanti nel the dei compagni per determinare la perdita della propria squadra” oppure “accordi per determinare la vincita della squadra avversaria”. Possiamo parlare di “sconfitta” e “vittoria”? Massimo Cecconi info@cecconi.it
    (Da La Nazione, 15/6/2011).

  • Orrori di italiano

    Voglio farvi notare l’enorme sfondone lessicale passato due o tre volte sul Tg 2 di prima serata: le “celebrazioni” a Palermo per la strage del giudice Falcone. Sarà perché ho fatto il Classico, sarà perché fra poco mio figlio ha la maturità, ma, da un tg nazionale, mi piacerebbe sentire usare termini appropriati, per esempio “commemorazione”. Di solito si “celebra” un fausto evento, o no?
    Alessandro Di Ciolo alexdalmore@sgmail.it
    (Da La Nazione, 27/5/2011).

  • L’opinionista lettore

    Quel “tu” che cancella l’educazione

    Nel ventennio fu abolito il “lei”; si doveva dare del “voi”. Oggi tutti danno del “tu” a giovani e vecchi; il “lei” è divenuto raro quindi sarebbe utile abolirlo per legge. Il “voi” è rimasto solo nelle buone maniere napoletane.
    Purtroppo tanti quarantenni, cinquantenni danno del “tu” a chiunque per un malinteso cameratismo. Posso capire, si fa per dire, i ragazzi che ormai si danno del “tu” con gli insegnanti, ma gente matura dovrebbe avere un po’ di rispetto per l’etichetta e dare del “tu” solo se c’è un rapporto confidenziale o amicale tra le parti. Invece questi comportamenti appaiono solo beceri e denotano il livello medio culturale di questi tempi decadenti.
    Ma torniamo alla scuola. Il “tu” con cui gli studenti parlano agli insegnanti di fatto cancella quella distanza di cui necessita la disciplina. E cosa succede in alcune classi – evitiamo sciocche generalizzazioni – lo si può vedere nei filmati messi dai ragazzi su Youtube. Video in cui i professori vengono sbeffeggiati da un bullismo sempre più invasivo tra i giovani. Ed è ovvio che senza un livello accettabile di disciplina non si riesce né a insegnare né a studiare. Non è dunque un caso se la scuola italiana sia scivolata in posizioni imbarazzanti per una potenza che appartiene al G8 nella classifica mondiale stilata dall’Ocse, l’organizzazione dei Paesi più industrializzati.
    (Da La Nazione, 9/4/2011). Giancarlo Politi

  • Basta dialetti

    E’ incredibile, ci ostiniamo ad usare ancora i dialetti quando la lingua italiana potrebbe essere l’unico catalizzatore per unire finalmente la nostra penisola.
    Nel contesto europeo invece, l’equazione linguistica fondamentale vede, al comune denominatore, la lingua inglese. Le altre lingue – spagnolo, francese, tedesco, etc – diverranno i futuri dialetti d’Europa, cioè lingue obsolete ma parlate ancora in certe regioni. Esattamente come avviene oggi per i nostri dialetti. Mi sorprende pertanto che gli eruditi, che non possono disconoscere questo trend, si rifiutino ad accettarlo. L’Italia può e si deve riunire solo parlando la lingua Italiana. L’Europa quella inglese. Purtroppo è così. Carlo Salsedo La Spezia.
    (Da La Nazione, 23/3/2011).

  • La nostra lingua fattore di unità

    Ci ostiniamo ad usare ancora i dialetti quando la lingua italiana potrebbe essere l’unico catalizzatore per unire finalmente la nostra penisola. Nel contesto europeo invece, l’equazione linguistica fondamentale vede, al comune denominatore, la lingua inglese. Le altre lingue diverranno i futuri dialetti d’Europa, lingue obsolete ma parlate ancora in certe regioni. Esattamente come avviene oggi per i nostri dialetti. Mi sorprende pertanto che gli eruditi, che non possono disconoscere questo trend, si rifiutino ad accettarlo. L’Italia può e si deve riunire solo parlando la lingua Italiana. L’Europa quella inglese. Purtroppo è così. Carlo Salsedo La Spezia
    (Da La Nazione, 5/3/2011).

  • L’Europa snobba l’italiano

    Trovo molto importante il convegno sulla lingua italiana organizzato dal Quirinale, un’iniziativa attuata per il 150 esimo anniversario dell’unità. Si è voluto mettere in evidenza la rilevanza della nostra lingua sul piano culturale e sociale. Questa però era l’occasione per denunciare come viene considerato l’italiano nell’Unione europea. Tutti i documenti sono scritti ignorando la lingua dell’Italia che pure ha un ruolo non secondario a livello europeo. Elpidio Tacchini Firenze
    (Da La Nazione, 26/2/2011).

  • A scuola di dizione

    Riconosco e approvo le tante iniziative atte alla raccolta e sottoscrizioni a favore di tante ricerche, l’ultima di queste per sconfiggere le malattie genetiche. Grande e ammirevole è stata la partecipazione espressa dalle famiglie italiane nelle iniziative di solidarietà.
    Ma qualcosa non quadra nelle parole dei presentatori che le sponsorizzano, digiuni di qualsiasi forma letteraria. Plaudo al loro percorso ma non a quello espresso in certi termini. Per esempio, Telecom è un’abbreviazione di telecomunicazioni (come TG di telegiornale, telecomando, telepass…), dove il prefisso è “téle” e non “tèle”. Lo stesso dicasi per Téléthon, loro, sbagliando, dicono Tèlèthon.
    Purtroppo ormai dovunque, ma soprattutto in televisione stiamo inculcando dizioni errate, come le espressioni al femminile di “puzza” e “conta”. Loris Pierattini Ponte a Ema
    (Da La Nazione, 4/1/2011).

  • Troppi errori nei libri di scuola

    Come molti genitori, mando mio figlio a scuola perché spero che impari qualcosa, almeno a scrivere correttamente in italiano. Ma come è possibile, se già nel suo Quaderno di Prefettura e Prescrittura sono contenuti errori? Basta aprirlo, a pagina 1 e leggere il primo rigo per trovare questa frase: “La colazione è pronta! Dì a voce alta il nome di tutto ciò che vedi”. Ora, la voce dell’imperativo del verbo dire non si scrive con l’accento, si scrive con l’apostrofo (di’). Qualcuno dovrebbe spiegarlo alla casa editrice che ha curato il libro ? E qualcuno dovrebbe spiegarlo anche a chi ha curato il sistema di gestione della qualità, di cui appare pomposamente la certificazione in quarta di copertina. Di quale qualità stiamo parlando se questi sono i risultati? Chi lavora nelle case editrici dovrebbe prestare maggiore attenzione e soprattutto dovrebbe avere cultura e conoscenza adeguate al suo compito.
    Aldo Castellani Grassona (Fi).
    (Da La Nazione, 30/1/2011).

  • Scrittura, inglese lingua universale Ma è meglio usare termini italiani

    CARO Carlino, sono una tua lettrice da 40 anni, cioè da quando mi sono trasferita da Torino a Modena. Sarei felice se tu ci aiutassi, dato che altre persone la pensano come me, a memorizzare l’inglese che ogni giorno troviamo negli articoli. Per noi di una certa età che non lo hanno studiato a scuola è difficile ricordare i termini senza un riferimento e ci farebbe comodo che, nel contesto degli articoli, fossero tradotte. Renderebbe la lettura più facile.
    toscano.agata@alice.it

    Risponde Pierluigi Visci, direttore di Qn e il Resto del Carlino

    SIAMO consapevoli che sui giornali molto spesso (a volte troppo) si usano termini anglosassoni. A nostra discolpa dobbiamo dire però che non si tratta di un vezzo, anche se è una consuetudine che si può ammorbidire. L’inglese è diventato una lingua universale che praticamente tutto il mondo comprende. Solo la Cina oggi mette anacronistiche barriere ai propri cittadini sull’uso si questa lingua. L’inglese aiuta anche perchè spesso con una sola parola si riesce a dare l’idea di un concetto che in italiano andrebbe spiegato. Ma convengo con lei che per molte persone è a volte difficile comprendere il senso di termini stranieri, il cui uso nel mondo economico in particolare è sempre più frequente.
    E il linguaggio sui giornali spesso si evolve come nella lingua parlata. Ma non sempre è necessario usare l’inglese al posto dell’italiano. Ok, anzi, va bene, cercheremo di usare misura.
    (Da http://www.ilrestodelcarlino.it/cronaca/31/12/2010).

  • L’inglese di Oggi

    Signor Direttore, leggo il suo giornale da molti anni, e negli ultimi anni direi che l’uso dell’inglese nel suo giornale è veramente vergognoso. L’Italiano è una bellissima lingua, perché distruggerla con parole inglesi quando si può benissimo usare l’equivalente in Italiano? Le faccio un esempio: stoppare (credo la più antipatica), must, welfare, class action, jackpot, audience, ticket, prime time, le news, gossip, audience, misundertanding, red carpet, fotocamera (fino all’altro ieri chiamata macchima fotografica), trash TV, reality TV, e altre che al momento non ricordo. Si immagini un 60enne o 70enne che legge il suo Giornale e non capisce una parola d’inglese, che mai penserà?
    Distinti saluti
    Concetta Prestera’, Brooklyn, New Yokr (USA)

    RISPONDE IL DIRETTORE

    Cara Concetta, la sua mail è molto interessante, e meriterebbe (meriterà) una risposta più articolata magari sul giornale stesso. Dubito che alcune delle parole che lei cita trovino spazio su Oggi, ma mi piace esaminarle.
    Stoppare: viene dal gergo calcistico, forse è più efficace di frenare, fermare.
    Must: viene abusata (è un must), ma non mi viene in mente una parola italiana con lo stesso carico di significati. Dovere? Troppo prescrittiva.
    Welfare: idem. Porta con sé il concetto di benessere e quello di assistenza da parte delle istituzioni pubbliche. Mi spiace, in italiano non c’è un’equivalente espressione, perlomeno non c’è così sintetica.
    Class action: azione di classe? Mah.
    Jackpot: beh, qui proprio noi non c’entriamo.
    Audience: ci sarebbe ascolto, e spesso viene usata come sinonimo, ma non ha la stessa pregnanza.
    Ticket: siamo innocenti, se bisogna scrivere biglietto si scrive biglietto.
    Prime time: vale lo stesso discorso di audience. Si può dire prima serata, ma a volte serve un sinonimo.
    Gossip: non esiste un termine italiano equivalente. Pettegolezzo? Le sembra che abbia lo stesso significato?
    Audience: ehm, l’ ha già detta.
    Misunderstanding (si scrive così): certo, esiste equivoco, ma insomma, a volte un misunderstanding è qualcosa di più di un equivoco.
    Red carpet: vuol dire tappeto rosso, ma se lei dice tappeto rosso in italiano vuol dire che c’è un semplice tappeto rosso, se dice red carpet vuol dire che su quel tappeto rosso ci passano i divi (o presunti tali).
    Fotocamera: questo è proprio italiano, sorry.
    Trash tv e reality tv: il primo si usa in alternativa a tv spazzatura, il secondo è proprio un genere, e non c’è il corrispondente termine italiano.
    UB
    (Da Oggi.it, 10/12/2010).

  • L’utile studio delle lingue straniere

    Tutte le discipline hanno subito l’influsso del vertiginoso sviluppo tecnologico dell’ultimo dopoguerra. Nessuna disciplina però lo ha subito tanto quanto le lingue straniere, questo perché i contatti si sono moltiplicati.
    La necessità quindi di una politica scolastica che incrementi l’insegnamento delle lingue straniere nella scuola italiana diventa prioritaria. E’ necessario fornire ai ragazzi sia competenza linguistica che competenza comunicativa poiché lo scopo primario del linguaggio è, appunto, la comunicazione.
    Non basta la conoscenza pratica del sistema grammaticale se non si possiede la capacità di utilizzarla in atti comunicativi concreti. Gli alunni oggi studiano la lingua ma non il linguaggio, che è il processo di comunicazione che si realizza con i mezzi della lingua. L’insegnante oggi dovrebbe far apprendere entrambi gli aspetti della lingua perché l’apprendimento sia realmente utile ai ragazzi. E.T. Firenze.
    (Da La Nazione, 5/12/2010).

  • Nomi stranieri
    Le pronunce in tv

    Cara Nazione, ma sarà mai possibile che a Terzo millennio già ben avviato, nell’epoca della comunicazione globale, in televisione si debbano sentire ancora errori di pronuncia da paese di bassa alfabetizzazione? Lasciamo perdere la questione della dizione italiana, per carità: un tempo in Rai non ci entravi se non facevi corsi e non avevi dizione perfetta; oggi gli accenti e le cadenze dialettali e localistiche sono quasi un vanto, sembrano perfino un segno di distinzione, le doppie “p”, “g” e “b” dei romani si sprecano… Il problema è la pronuncia delle parole straniere, e soprattutto dei nomi: i canali satellitari trasmettono cronache di avvenimenti che si svolgono in ogni dove, con protagonisti di tutti i paesi. Però siamo costretti (questo anche da parte dei cronisti Rai) a sentir pronunciare il nome di Juan, difensore della Roma, “Huan” come se fosse spagnolo e non “Sgiuan” come si deve alla pronuncia portoghese del brasiliano; e peggio ancora “Folfsburg” il nome della squadra del Wolfsburg, che invece si dice “Volfsburg” perché in tedesco la pronuncia della lettera “W” è “V”, mentre si dice “F” quella che si scrive “V”. Sciocchezze, forse; noi, però, siamo quelli che si fanno deridere perché dicono ancora letteralmente palmolive e colgate, come negli anni sessanta. Piero Pacchi, Arezzo
    (Da La Nazione, 3/10/2010).

  • Studiare a scuola più lingue straniere aiuta a sviluppare coesistenze pacifiche

    Egregio direttore,
    ho letto sulla rubrica “l’opinionista lettore” pubblicata nei giorni scorsi un’opinione, appunto, in favore della lingua inglese. Le scrivo perché vorrei affermare l’importanza di conoscere anche altre lingue straniere. E questo perché non si tratta di conoscere solo la lingua ma di penetrare nella cultura di cui è espressione.
    Cultura non è solo letteratura, arte, musica, ma espressione dell’anima del popolo che parla quella lingua. Il termine cultura va inteso in senso antropologico e non solo come raffinamento dello spirito. La lingua è l’elemento più tipico di un gruppo sociale. Conoscere altre lingue a parte quella che ci è propria dalla nascita significa entrare nel modo di vivere di un altro popolo.
    Va detto che la comprensione fra i popoli passa anche se non soprattutto attraverso la cultura, che è da sempre il mezzo più idoneo al fine di attivare una stabile convivenza tra modi di vivere e abitudini che sono diversi fra loro. Questo è un obiettivo che ci viene permesso di raggiungere attraverso lo studio di più lingue straniere. E credo che i programmi ministeriali dovrebbero tenere presente questa semplice ed intuitiva realtà. Egidio Tocchini Firenze
    (Da La Nazione, 4/9/2010).

  • In difesa dell’italiano

    L’uso di parole inglesi nella lingua italiana scritta, non solo è aumentato del 773% (vedi Nazione del 12 marzo), ma c’è chi fa di più. In una scuola del pistoiese qualcuno ha preteso di parlare con gli studenti solo in inglese, dimenticando l’importanza della madrelingua italiana. Visto questo amore per la lingua inglese, non sarebbe meglio se si trasferisse ad insegnare nel Regno Unito? Qui da noi, più che l’inglese, i ragazzi hanno bisogno di imparare a parlare e scrivere l’italiano. Giuseppe B., Pistoia
    (Da La Nazione, 16/3/2010).
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    L’inglese può essere utile

    Precariato; disoccupazione; incertezza del futuro per i giovani. Il Paese è in declino. Riuscirà a reinserirsi nel “gruppo di testa”? Nell’incertezza, trovo non peregrino il programma di quella scuola del pistoiese che ha deciso di adottare l’inglese quale prima lingua. Le fughe (all’estero) vanno preparate per tempo e con accuratezza. Ci si evita di essere imbrogliati come i poveri cristi giunti a New York senza conoscere la lingua indigena. Alberto Eva, Firenze
    (Da La Nazione, 26/3/2010).
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    La lingua straniera da scegliere a scuola
    Più che all’inglese pensiamo ai ragazzi

    Egregio Direttore,
    la questione della lingua straniera da studiare a scuola è oggetto di dibattiti accesi, di tentativi di soluzione che non giungono a risultati soddisfacenti. Nella storia dell’umanità e dell’Europa in particolare, c’è sempre l’affermazione della cosiddetta “lingua franca”: dopo il latino, il francese e ora l’inglese. Il ruolo manifestato prima dall’Inghilterra e poi dagli Stati Uniti hanno dato il predominio alla lingua inglese. Il monolinguismo è il segno delle grandi trasformazioni che si sono avute nel campo politico, culturale, sociale ed economico. E ciò malgrado le prese di posizione del Consiglio d’Europa le cui raccomandazioni si ispirano al principio dell’“unité dans la diversité”, secondo cui i vari paesi dovrebbero tenerne conto. I nuovi programmi per la scuola elementare prevedono lo studio di una lingua straniera, mostrando di privilegiare l’inglese. Questa corsa all’inglese crea grossi problemi, prima fra tutti la precarietà delle cattedre di francese, spagnolo e tedesco. Ovviamente in un paese liberale c’è libertà di scelta delle famiglie: far capire che ogni lingua ha una valenza formativa specialmente per la scuola primaria. Il problema vero, dunque, non sembra essere quello di avere subito l’inglese, ma di trovare un insegnamento di buona qualità favorevole all’apprendimento di una lingua qualunque essa sia, che abbia però l’obiettivo di una formazione generale dell’alunno. Elpidio Tocchini Firenze
    (Da La Nazione, 3/4/2010).
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    Lingua italiana: una strana difesa

    Il ministro Ronchi vuole iniziare una battaglia in sede europea per la difesa dell’italiano. Un collega l’anno prossimo terrà, a Roma, un corso di «Analitycal Mechanics»: mi ha spiegato che gli hanno chiesto di tenerlo in inglese perché uno dei criteri di valutazione delle università (da cui dipendono le assegnazioni dei fondi) premia quelle in cui si fanno meno corsi in italiano!
    Lucio Russo, russo@mat.uniroma2.it
    (Dal Corriere della Sera, 9/4/2010).
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    La nostra lingua, tesoro di cultura
    La Ue la rispetti

    Cara Iva, in queste settimane ho letto dell’esclusione della lingua italiana dall’Unione europea, con le conseguenti proteste del ministro alle politiche comunitarie Andrea Ronchi. Per la verità, non ho capito perfettamente che cosa è avvenuto e come si risolverà la situazione: per questo ti chiederei qualche delucidazione. In ogni caso mi sembra assurdo che l’italiano non sia una delle lingue ufficiali dell’Ue: noi ci siamo da sempre e non veniamo mai considerati. Perché? Vorrei conoscere il tuo pensiero. Daniele

    Caro Daniele, ti spiego quello che è successo. All’inizio di aprile è stato pubblicato il nuovo bando di concorso dell’Epso, l’Ufficio di selezione del personale Ue. Tale bando, che servirà a selezionare i futuri funzionari europei, è redatto solo in tre lingue: inglese, francese e tedesco. Il ministro Ronchi, malgrado le positive novità introdotte dai nuovi concorsi, ha però giustamente denunciato l’assenza della nostra lingua. Un’assenza che si protrae da tempo: la penalizzazione non può continuare. La Commissione europea ha assicurato che dal 2011 anche le prove di pre-selezione per i concorsi Epso si svolgeranno in tutte le 23 lingue dell’Ue. La questione pare dunque risolta. Per quanto mi riguarda, sono convinta che l’italiano ha pieno diritto di entrare a far parte delle lingue ufficiali dell’Ue. Il nostro Paese ha una tradizione che il mondo intero ci invidia e l’italiano è una delle lingue più antiche: pone le radici nel latino volgare e alla sua base si trova il fiorentino letterario usato da Dante, Tetrarca e Boccaccia. Io sono profondamente legata alla nostra cultura e da sempre sottolineo l’importanza della nostra tradizione anche linguistica. Mi adopererò all’Europarlamento perché venga rispettata, ovviamente nel giusto equilibrio con le altre culture. Iva Zanicchi
    (Da La Nazione, 4/5/2010).
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    Telecomando e dialetti in aula

    Fra le riforme scolastiche recentemente proposte, due meritano una particolare attenzione. La prima riguarda l’uso del telecomando che viene sperimentato in una università milanese, dove gli studenti, a seconda della risposta che intendono dare, digitano un numero. E’una novità tecnologica che prima di essere giudicata, dovrà ovviamente essere provata anche in tempi non necessariamente brevi.
    La seconda riforma proposta, non certamente tecnologica ma ideologica, propone lo studio dei dialetti locali. E propone lo studio dei dialetti locali. E per questo argomento la disputa si fa un po’ più seria poiché se approvata, condurrebbe ad un ulteriore deterioramento della nostra lingua mentre è sicuramente più utile non solo un migliore approfondimento della lingua italiana ma anche una maggiore conoscenza del latino oggi in verità un po’ trascurato.
    Nicodemo Settembrini, Arezzo
    (Da La Nazione, 13/5/2010).
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    Spot tv: inutili le lingue straniere

    Egregio Direttore, sono nato a Firenze ho 76 anni e amo la mia città e la lingua italiana. Mi piacerebbe che dagli spot in Tv venissero eliminate le espressioni o le intere frasi in inglese e altre lingue straniere perché ormai sembra che non si possa vendere o illustrare niente se non usando altri idiomi. Per il colmo, c’è uno spot pubblicitario con Michelle Hunziker e John Travolta: qualcuno potrebbe spiegarmi perché l’attore statunitense deve chiamare il 187?
    Loris Scaffei, Firenze
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    Crociera in inglese

    Abbiamo deciso di fare una crociera sulla base di un depliant in cui c’era scritto che, pur essendo la lingua ufficiale l’inglese, ci sarebbero stati assistenza e guide in italiano sia a bordo che per le gite a terra. In realtà ci siamo subito trovati in difficoltà: sulla nave solo le informazioni, sia scritte sia in voce, più importanti erano in italiano, anche se due persone hanno fatto del loro meglio per rispondere alle nostre difficoltà. Non solo. Sempre in inglese gli spettacoli e l’animazione. In pratica non abbiamo potuto quasi usufruire di tante occasioni di divertimento: sala giochi, gare, giochi di società, casinò… C’erano poi i pagamenti da fare con carta di credito in dollari con una commissione di dieci dollari per ogni cambiamento di valuta. Avendo infine il sottoscritto due protesi alle ginocchia, a ogni rientro sulla nave era sottoposto a scrupolosi controlli perché suonavano i metal detector. Ebbene tutto ciò in una crociera che partiva da Venezia per un giro in vari paesi europei.
    Insomma ci è parso chiaro che alla società che organizzava la crociera interessava solo la clientela americana mentre quella italiana le serviva per solo per sottrarre clienti alla concorrenza.
    Gianna Arcori, Paolo Martelli Firenze
    (Da La Nazione, 18/6/2010).
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    Troppo inglese nei giornali

    Mi trovo spesso a leggere i giornali a un 97 enne che ha problemi di vista. Io ho 41 anni e sono impiegato nella Società fondata dall’attento uditore. Gli leggo principalmente i titoli e talvolta articoli interi. Per una persona anziana la lettura dev’essere molto difficile, sigle, parole in inglese a volte più che una lettura mi sembra una corsa a ostacoli. Mi sembra che ultimamente i giornali in genere abbiano dimenticato la normalità. Segno dei tempi? Forse, ma non è un bel segno. Marco Sostegni, Vinci
    (Da La Nazione, 24/6/2010).
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    Togliere l’italiano cancella l’identità

    L’altro giorno andando in ufficio di Massa per un documento, ho dovuto apporre la mia firma su un modulo, sotto la scritta “careviger”. Ho chiesto il perché di questo inglese su un modulo italianissimo. Mi è stato detto che era una novità della Regione. Poi, leggendo la lettera di Marco Sostegni da Vinci, mi ritrovo a condividere lo stesso senso di disappunto specie quando sono costretto a rispolverare il vocabolario inglese di mio figlio, in un rituale, rilassante ed utile lettura del giornale. Non è che forse stiamo diventando, poco a poco, stranieri a casa nostra? Questa abitudine a usare l’inglese, tanto “per darsi un tono”, non ci potrebbe portare a trascurare la nostra lingua, rinnegando i nostri valori, cultura e memoria delle nostre radici? Un certo Giacomo Leopardi, nello Zibaldone, diceva che “senza memoria l’uomo non saprebbe nulla. E non saprebbe fare nulla”. Magari, non sarebbe meglio e più simpatico, leggere a volte, anche qualche articolo dialettale nelle cronache locali? Comunque, non sarebbe meglio per tutti, se invece di “darsi un tono”, ci dessimo una bella calmata con questa esterofilia ed italofobia? Giancarlo Lazzini Massa
    (Da La Nazione, 25/6/2010).
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    Il modello a cinque lingue

    Caro Direttore, altre ingiustizie per le nostre lingue nell’ambito europeo. Tutte le
    attività comunicative si limitano a tre lingue: inglese, francese e tedesco.
    Il presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso ha ribadito la
    scelta del trilinguismo definendola una logica soluzione per ridurre il
    costo delle traduzioni.
    I ministri degli esteri e delle politiche comunitarie, Franco Frattini e
    Andrea Ronchi hanno reagito minacciando il voto contrario dell’Italia.
    Il brevetto Ue richiede l’unanimità dei 27 paesi. Frattini ha annunciato
    opposizione con tutti i mezzi legali.. Barroso ha dichiarato: "Non è possibile pagare un invenzioni degli europei".
    Il modello a cinque lingue non è accettato dal commissario europeo per il mercato interno Michel Barnier. Tutti gli eurodeputati del Pd e del Pdl hanno espresso un appoggio bipartisan alla linea della difesa dell’italiano.
    il nostro Paese è stato giudicato in maniera negativa per quanto riguarda la conoscenza delle lingue.
    E la scuola ha le sue responsabilità. L’inglese è importante ma non si possono ignorare le altre lingue. Elpidio Zacchini Firenze.
    (Da La Nazione, 11/7/2010).
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    Stop all’inglese nella burocrazia

    Credo che l’iniziativa della Regione di inserire termini inglesi su moduli ‘italianissimi’, sia incredibile. Ma è mai possibile che si accetti una cosa così vergognosa come l’uso di una parola straniera in un documento ufficiale? Suggerisco al Ministero competente di multare, ammonire e di sospendere dal lavoro chi dovesse essere recidivo. Ciò non è sopportabile, già si sente continuamente straziare la lingua con l’ignoranza del congiuntivo. Non vogliamo più leggere cose del genere: si provveda immediatamente. S. G., Siena
    (Da La Nazione, 21/7/2010).
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    L’italiano unica lingua

    Cara Nazione, ho letto con piacere che toglieranno i cartelli solo in tedesco dalle montagne dell’Alto Adige nella provincia di Bolzano per sostituirli con altri in italiano e tedesco. Mi verrebbe da dire: era l’ora! Se siamo in Italia, e lo siamo oltre ogni ragionevole dubbio, i cartelli devono essere come minimo in italiano e poi anche in tedesco. E’ inaccettabile che ci siano cartelli pubblici solo in tedesco: la lingua nazionale è l’italiano e un cittadino italiano ha il diritto di capire i cartelli nel suo Paese. Pino Metroni, Lucca
    (Da La Nazione, 24/7/2010).
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    Altro che dialetti nelle scuole vanno aumentate le ore di inglese

    Caro direttore,
    saltuariamente ma tenacemente i politici della Lega, sia di alto livello che di bassa levatura, ci provano. Ci provano con la proposta di inserire l’insegnamento del dialetto nelle scuole. Dicono che ciò serve a rafforzare le radici del territorio, a difendere le identità dei popoli del Nord dalla omologazione provocata dalla globalizzazione imperante. Ora io penso innanzitutto che i dialetti sono un mezzo di comunicazione orale, che scritti non hanno alcuna tradizione. In Italia, che io sappia, prima si parlava e scriveva latino e poi si è passati al volgare diventato infine l’italiano. I dialetti per anni sono stati invece un ghetto in cui confinare la povera gente. E si deve anche alla televisione se alla fine l’italiano non è stato solo più appannaggio delle classi ricche e alfabetizzate.
    Ma andiamo al pratico. Il dialetto nelle scuole sarebbe un aggravio per gli studenti che già hanno un carico di studio pesante. Se si vuole accrescere la conoscenza di un’altra lingua si studi di più l’inglese che adesso nelle superiori viene insegnato per due o tre ore alla settimana. Quell’inglese indispensabile a muoversi e lavorare nel mondo. Io faccio l’ingegnere e vi posso assicurare che nelle imprese l’inglese "solo scolastico" è l’handicap maggiore per i giovani in cerca di occupazione. E qui la discriminazione: l’inglese lo padroneggia solo chi frequenta lunghi e costosi corsi all’estero. Alessandro Castelli, Pisa
    (Da La Nazione, 20/8/2010).
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    I cinesi e l’italiano

    L’integrazione si conquista non si regala

    Cara Nazione, mi ha particolarmente colpito la notizia della bimba che rischia la vita a causa della traduzione sbagliata di una prescrizione medica. Come mai a Prato la presenza di 50 mila cinesi e la forte immigrazione non ha ancora consigliato l’amministrazione locale e le autorità sanitarie a dotarsi di strutture idonee a fornire assistenza adeguata a famiglie di etnie diverse da quella italiana? Carla P. Pistoia

    La convivenza non è facile, ma certo non per colpa dei pratesi. In ospedale lavorano anche gli interpreti, ma se la mamma cinese ha preferito pagare 20 euro per i consigli fasulli di una connazionale non si può certo accusare nessuno. Forse da oggi si potrebbe pretendere l’obbligatorietà del servizio nel caso i pazienti o i loro familiari non conoscano la lingua. E assisterli fino in fondo. C’è però da dire che Prato risulta tra le città dove è più facile aprire un’impresa e invece molti cinesi prediligono il "nero". Dove la sanità pubblica funziona accanto alle cliniche (cinesi) degli aborti clandestini. Dove si preferisce lavorare, vivere e morire "da cinesi". L’episodio dovrebbe anche far riflettere le forze politiche che fanno del razzismo al contrario quando rifiutano l’idea di un esame di italiano (di base, beninteso) per chi chiede la (ex) carta di soggiorno o per chi vuole aprire un’attività. L’integrazione si conquista, non si regala. Mauro Avellini, Vicedirettore de "La Nazione"
    (Da La Nazione, 25/8/2010).
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    Imparare le lingue per farsi ascoltare

    Su un quotidiano finanziario leggevo che troppi funzionari che lavorano nelle istituzioni U.E. non parlano né inglese né francese in maniera adeguata al ruolo che rivestono.
    Per questo l’Italia perde tanti colpi in UE.
    Io credo che le trattative vere si facciano nei corridoi e a tavola, non quando si è in sessione con l’interprete. Purtroppo l’inglese non è lingua per italiani nonostante sia la lingua del mondo.
    Manca da noi l’umiltà e la serietà di studiare le lingue in maniera perfetta.
    Non ci si può accontentare di "farsi capire" alla ‘paesana’, bensì occorre padroneggiare le conversazioni. Una volta si parlava un eccellente francese; oggi questa lingua è stata negletta per un improbabile inglese italianizzato appreso, si fa per dire, in qualche corso serale.
    Non occorre parlare il tedesco (parlato solo in Germania e Australia, quindi meno che l’italiano) ma le due lingue universali sono indispensabili per farsi ascoltare con profitto.
    Il gatto imparò a fare BAU per prendere il topo. E noi ci facciamo sempre distinguere parlando in dialetto?
    (Da La Nazione, 2/9/2010)

    (Da La Nazione, 21/5/2010).

  • La proposta

    Basta con gli esercizi di grammatica

    Caro direttore,

    ho letto sulla rubrica “Storie di parole” un intervento della Prof. Altieri Biagi sulla didattica della grammatica. Sarebbe tanto importante che la Signora potesse usare la sua autorevolezza e le sue competenze per liberare tanti bambini da quei ripetitivi e mortificanti esercizi scritti di analisi grammaticale classificatoria. Legislatori, pedagogisti, psicologi, per quasi tutto un secolo, hanno ritenuto quelle esercitazioni inutili. Invece la grammatica intesa come riflessione sulla lingua, che tiene conto del gusto di giocare con le parole diventa un’attività del pensiero che affascina ed appassiona i bambini. Lea Sacconi Notari, Lucca
    (Da La Nazione, 22/5/2009).
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    Grammatica

    Troppi gli errori dei conduttori tv

    Caro direttore,
    ho letto sul giornale dello scorso 22 maggio la lettera della signora Lea Sacconi Notari di Lucca dal titolo “Basta con gli eserci di grammatica”. Condivido l’opinione che per quasi tutto un secolo ha ritenuto inutili i mortificanti esercizi di grammatica. Da condividere, però, è anche l’opinione che mortificante è dover sentire, durante i programmi televisivi, quanti strafalcioni escono dalla bocca di alcuni conduttori televisivi. Non solo la grammatica, ma anche la sintassi dovrebbero essere la quotidiana attività che affascina non solo i bambini ma anche gli adulti. Raffaele Mancini, Lerici
    (Da La Nazione, 30/5/2009).
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    Lingua e giornalismo

    Quando l’inglese è a sproposito

    Caro direttore, avevo appena iniziato la terza elementare che mio padre cominciò a mettermi in mano il giornale La Nazione per sfogliarlo e leggere qualche articolo. Da allora sono passati più di sessanta anni e ho sempre continuato a leggere il giornale che Lei oggi dirige.
    Domenica scorsa ho letto il suo editoriale. “C’è un patto da onorare”. E’ vero che i nostri giovani oggi non usano più di 800 vocaboli per esprimersi, ma la colpa non è soltanto di Internet, di Youtube e di Facebook: vogliamo dare la colpa anche agli insegnanti di oggi, per la maggior parte ex sessantottini che andavano avanti con il “18 politico” e quindi studiando poco o nulla?
    Quello che però mi dispiace tanto è che i giornalisti di oggi, sia della carta stampata che della tv, di vocaboli ne conoscono un po’ di più, ma non tanti, purtroppo. E poi, che fine hanno fatto i congiuntivi? “Carneade (il congiuntivo), chi era costui”?
    Ed ancora: io, fortunatamente, conosco bene la lingua inglese (ma anche il tedesco e il francese), e quindi non ho difficoltà a leggere La Nazione oggi, ma per esempio mia moglie no! E così migliaia e migliaia di lettori. Non le sembra che i giornalisti dovrebbero usare normalmente solo la lingua italiana che, fra l’altro, è ricchissima di vocaboli, anzi è una delle più ricche al mondo? Di molte parole inglesi, che sono ormai (e mi passi anche “purtroppo”) entrate nel linguaggio comune, Lei si accorgerà che i giornalisti avrebbero potuto usare tranquillamente il corrispondente in italiano, senza per questo sminuire il valore dei loro articoli. Qualche esempio da La Nazione del 20 maggio: boom delle newlot; betting world; gift; stricky comers; impeachment; artificial ground; spy story; credit day; know how; online; web; low cost; trading on line; I have a dream; show; making off; clusters.
    Tutto questo non per fare inutili polemiche, ma solo perché amo la lingua italiana, e sono da sempre un affezionato lettore del giornale da lei diretto.
    Alessandro Scodellini, Firenze
    (Da La Nazione, 31/5/2009).
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    Attenti allo “stalking”

    Gentile direttore,

    ho letto spesso su vari giornali, compreso il Suo, articoli riguardanti lo “stalking” in cui si scriveva che il termine inglese significa letteralmente “perseguitare”.
    Voglio dare il mio contributo alla polemica sulle cattive traduzioni dall’inglese e tengo quindi a puntualizzare che “stalking” letteralmente significa “braccare” (cioè la selvaggina) e significa in senso traslato – ossia non letterale –“perseguitare”, “molestare”.
    Geoffrey Phelan English Institute Lucca
    (Da La Nazione, 11/7/2009).
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    Lo spot del Sud Tirol? Niente soldi pubblici se calpestano l’italiano

    Ho visto alla televisione una pubblicità sull’Alto Adige. Però ho notato che veniva specificato solo il nome tedesco Sud Tirol. Scrivo per chiedere che non venga finanziata (con il ricavato dei contributi fiscali ovvero anche con le tasse che pago io) quella pubblicità che non è del Sud Tirol ma dell’Alto Adige, terra tornata all’Italia con la vittoria della Grande Guerra. Davide Grassi, Milano

    Risponde Giovanni Morandi

    Ci sono molti modi per calpestare la dignità dello Stato. Uno di questi è far finta che i problemi non esistono e tollerare comportamenti che minano l’unità nazionale. Sono d’accordo con con lei, è l’italiano la lingua nazionale e, se ne facciano una ragione, devono riconoscerla anche dalle parti di Bolzano. Quella regione, che è ben lieta di godere di privilegi che le altre non hanno e di ricevere speciali e invidiabili finanziamenti statali, deve riconoscersi come Alto adige – Sud Tirolo e non Sud Tirol e basta. E’ una questione prima di tutto di rispetto. Mi pare invece che la situazione stia prendendo un’altra piega, con una evidente e crescente insofferenza antitaliana, che si esprime in molti modi, anche apparentemente secondari. E che andrebbe arginata. E’ inderogabile che venga difesa la dignità di tutt’e tre le comunità che vi convivono e ovvero, oltre alla tedesca, quella italiana e quella ladina. Tutto quello che contrasta con la salvaguardia di peculiarità tipiche di un territorio di confine va giudicato improponibile o illegittimo, a a partire dalla richiesta di clemenza nei riguardi dei terroristi altoatesini fino alle marce con significato di sfida da parte degli Schutzen o all’affermazione dell’esclusiva supremazia della lingua tedesca.
    (Da La Nazione, 30/7/2009).
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    Lezioni di dialetto

    Cara Latella,
    i leghisti propongono un esame di dialetto per i professori: “Ma va a ciapà i ratt”. Lucia, Milano
    (Anna, n. 32 agosto – 2009).
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    Università

    Test sulla lingua italiana

    Finalmente fra le novità introdotte per la prima volta in un’università toscana c’è la prova di accesso, un test cioè al computer sulla conoscenza della lingua italiana, un vero problema per la nostra scuola. Le regole grammaticali infatti oggi sono un vero optional: apostrofi, pronomi e congiuntivi sono del tutto tramontati e così il bagaglio lessicale dei nostri ragazzi, ma spesso anche di noi adulti, è ridotto all’essenziale mentre gli stessi giovani parlano sempre di più in dialetto anziché in lingua italiana. Nicodemo Settembrini, Arezzo.
    (Da La Nazione, 5/8/2009).
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    Insegnamento a scuola

    “L’inglese non è una lingua morta”

    Cara Nazione,

    L’inglese deve essere una lingua viva, anche a scuola. Sono un insegnante d’italiano in un liceo vicino a Londra, e essendo sposato con un’italiana, passo due o tre mesi all’anno in Italia, dove mi capita spesso che amici e conoscenti mi chiedano di dare una mano ai loro figli con i compiti d’inglese. Ogni volta rimango scioccato dal fatto che mentre questi sono esperti nella teoria dietro i “periodi ipotetici del terzo tipo” e nella gestione dell’intimidatorio “past perfect continuous”, sono pochi – anche tra quelli più dotati per le lingue – in grado di ordinare un caffè con confidenza in un bar londinese, meno ancora capaci di sostenere una conversazione sui loro interessi, le loro aspirazioni o ciò che hanno fatto durante le loro vacanze estive. Nello stesso modo, quando si tratta di letteratura inglese, mi stupisco che gli studenti di quarta e quinta sappiano perfettamente dove e quando sono nati i grandi autori inglesi, come Shakespeare, il lavoro che facevano i loro padri, magari quello che gli piaceva mangiare per colazione, ma senza avere letto neanche una riga di una loro opera, neppure con l’appoggio di una traduzione italiana. Non dico che la situazione oltremanica sia migliore – noi inglesi siamo conosciuti per la nostra pigrizia in materia di lingue, e se un giorno un mio studente dovesse dimostrare di sapere di che trattano questi maledetti periodi ipotetici, allora sì che le querce farebbero i limoni (come si dice in Italiano “I would eat my hat” – mangerei il mio cappello?) – ma il fatto sta che chi ha studiato l’italiano in Inghilterra non vede l’ora di conversare quando arriva in Italia, di provare a leggere Dante (sempre con una traduzione) e si diverte a farlo. Quindi non è tempo che la scuola italiana rendesse più piacevole – insomma più vivo – l’insegnamento delle lingue straniere, addottando un approccio meno teorico, più vivo e quindi più divertente? Senz’altro avrò scritto qualche sfondone (sì, mia moglie è toscana) qui sopra, ma in fin dei conti, mi sono fatto capire, no? Nick Roberts
    (Da La Nazione, 7/8/2009).
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    Un docente alla Lega

    Quali dialetti dovrei imparare?

    Il sottoscritto ordinario di geografia economica negli istituti superiori a Carrara sulla base della proposta della Lega di un esame preventivo del dialetto della regione per gli insegnanti chiede ai proponenti se deve affrettarsi a imparare il toscano o può limitarsi al carrarese, dialetto distante dal suddetto appartenendo al ceppo gallo-italico? Se dovesse poi essere trasferito a Massa (7 km da Carrara) dovrà imparare il massese? Ci terrei a una risposta perché ho già avuto modo di apprezzare le conoscenze storico-geografiche di Bossi nel 1994, quando in campagna elettorale in una piazza di Carrara convintamene gridò: “Viva Massa!”
    Riccardo Canesi, Carrara
    (Da La Nazione, 14/8/2009).
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    Questione della lingua

    Difendiamo l’italiano

    Egregio direttore,

    il modenese Vittorio Messori, intervenendo sul Corriere della Sera, nella polemica sui dialetti, sostiene con argomentazioni inconfutabili, che la lingua italiana è una lingua democratica, vale a dire non imposta come è avvenuto in quasi tutte le altre Nazioni europee e non. Il paradosso sta nel fatto che furono proprio i Lümbard, Alessandro Manzoni in primis, a portare in auge la lingua toscana parlata sulle montagne senesi e pistoiesi, oggi accertata universalmente “per forza propria, senza bisogno di decreti governativi”. Quindi è compito di ogni uomo di cultura difendere a denti stretti il nostro idioma, che Dante ha reso universale, lasciando ai dialetti la loro funzione folkloristica avuta fin ad oggi.
    Francesco Italo Russo, Montecatini Terme (Pistoia).
    (Da La Nazione, 21/8/2009).
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    Dialetti a scuola

    A lezione di buon senso

    Mi riferisco alla risposta di Massimo Fini su La Nazione del 18 agosto in merito all’insegnamento dei dialetti a scuola. Il giornalista non ci vede nulla di male. Ma mi delude, perché dimostra di non avere né visione di insieme né buon senso, qualità rare (o introvabili?) nell’attuale momento ed in questo Paese. Se questa folkloristica boutade estiva fosse attuata, a quale livello dell’istruzione si vorrebbe inserirla? Alle elementari, alle medie o alle superiori? Ma se con la riforma delle superiori l’orario delle ore di lezione verrà ridotto, che si farebbe? Verrebbero raggiunte due ore di lezione per l’insegnamento del dialetto? Oppure, a quale materia verrebbero sottratte ore di lezione per farvi spazio? Ma non ci rendiamo conto di far ridere? Emanuele Grazzini, Marina di Carrara
    (Da La Nazione, 23/8/2009).
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    Lingua schiacciata
    povera Italia

    Risponde LINO PATRUNO

    L’altro giorno un mio conoscente mi ha chiesto: «Perché Sacconi fa il ministro al Welfare?».
    L’ho tranquillizzato, precisandogli che vuol dire che si occupa di salute.
    Anche il ministero delle Pari Opportunità gareggia con ottimi risultati nel confondere le idee: sia con le tv che con la carta stampata, più che pubblicizzare le possibilità offerte dalla nuova legge, sembra interessato a ficcare nella mente delle donne la parola «stalking». Necessita un energico lavaggio in Arno per ottenere la più corretta «persecuzione»!
    Agli sfortunati risparmiatori che, ingannati dai poteri forti, investirono in Cirio e Parmalat perché il parlamento non consente di agire legalmente insieme (invece di chiamare «class action» questo atto di giustizia?).
    Anche voi della “Gazzetta” avete ripetutamente riferito agli sportivi che l’acquisto del Bari era subordinato alla «due diligence» ma perché, molto più chiaramente e semplicemente, non dire che l’acquirente voleva controllare la situazione di bilancio della società?
    Anche i funerali dei sei militari morti in Afghanistan sono occasione per sciorinare un’inutile esterofilia: concedendosi ai microfoni Berlusconi dice che ora cercherà di discutere con gli alleati di una «transition strategy», una strategia transitoria per poi uscire dalla guerra. E che ci azzecca?
    Se a questi imbarbarimenti aggiungiamo la ridicola pubblicizzazione dei dialetti riusciamo a spiegarci anche altre «perle». Il responsabile di una società di servizi ha detto alla radio «consulenziamo tutti gli utenti che ci interpellano»; una bimba di 7-8 anni, alla quale era stato chiesto se sapesse scrivere, ha risposto «al computer sì ma non sui foglietti di carta». Ubaldo Gentiloni Bari

    Proprio nei giorni scorsi è stata pubblicata un’indagine dalla quale risulta che, se devono prendere un appunto, i giovani lo scrivono sul telefonino e non su un pezzo di carta. Così come tutti si «messaggiano» ma nessuno scrive più una lettera. Non solo loro, poi, ma anche gli adulti, non vanno più al barbiere o al parrucchiere ma all’«Hair style». Signor Gentiloni, teniamoci forte.
    (Da La Gazzetta del Mezzogiorno, 28/9/2009).
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    Le etichette in dialetto
    Un freno al mercato

    Cara Nazione,

    Il ministro delle politiche agricole, Luca Zaia, ha annunciato in una trasmissione tv via web di voler rendere obbligatorio entro il 2010, sulle etichette alimentari dei prodotti tipici, la dizione in italiano e nello specifico dialetto della zona di produzione. Secondo il ministro, con il bilinguismo in etichetta, oltre a tutelare il nome in italiano, si darebbe la possibilità di utilizzare il nome locale che racchiude in sé la storia del territorio. Fin qui non ci sarebbe niente da ridire sull’iniziativa, anche se molti prodotti tipici riportano già sull’etichetta il loro nome originario, specie se prodotti da aziende locali.
    Il problema nasce quando il ministro sostiene di voler rendere obbligatorio la doppia indicazione sull’etichetta: il che significa che i produttori saranno condannati o a investire milioni sui propri marchi o a essere aziende con mercati limitati.
    In questa delicata fase di crisi iniziative come questa non sembrano proprio andare nella direzione di un rilancio dell’economia. Lettera firmata, Firenze

    Il dialetto continua ad essere, suo malgrado, uno dei protagonisti di questo scorcio del 2009. Prima si è proposto di reintrodurlo nell’insegnamento scolastico, adesso il ministro Zaia lo vorrebbe sulle etichette alimentari, accanto alla dizione italiana, per riaffermare e garantire la tipicità del prodotto. A prima vista la proposta può sembrare valida: in fondo, sostiene il ministro, si tratta di vendere la tipicità, di dare risalto a un territorio che spesso non si è saputo promuovere. Ma ritengo anche che tantissimi prodotti tipici della nostra produzione alimentare – e penso alla mozzarella di bufala, ai pomodori Pachino, ai capperi di Pantelleria o al lardo di Colonnata – siano famosi ed apprezzati indipendentemente dal fatto che vengano identificati sulle etichette in dialetto anziché in italiano. E, come hanno già fatto notare alcune associazioni di consumatori, l’identificazione di un prodotto in dialetto è già di per sé una scelta precisa: o si investono milioni per far conoscere quel marchio, o ci si rivolge a un mercato ristretto. Trasformare questa scelta di mercato in un obbligo, probabilmente, non darà grande aiuto alle piccole imprese in questa fase di crisi. Alessandro Corti, vice caporedattore de La Nazione.
    (Da La Nazione, 30/9/2009).
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    Guai a perdere il nostro dialetto, lingua del cuore

    Cara Iva, spesso si sente parlare del dialetto, addirittura c’è chi lo vorrebbe insegnare nelle scuole.
    Io sono attaccata alle mie origini e mi piacerebbe che il dialetto non andasse perso, ma allo stesso tempo mi rendo conto che i nostri ragazzi sono così tanto impegnati e hanno così bisogno di aprirsi al resto del mondo che a malincuore mi capita di pensare che fattivamente non c’è più posto per insegnare il dialetto.. Tu cosa ne pensi? Poco tempo fa ho letto di un europarlamentare che ha parlato in dialetto a Bruxelles: è successo davvero? Grazie, Luciana

    Risponde Iva Zanicchi

    Luciana cara, come te sono molto legata alle mie origini, ho la mia terra nel sangue e il dialetto è un po’ la lingua del mio cuore. Non ti nascondo ce spesso e volentieri a casa parlo in dialetto, quando parlo con la mia mamma, le mie sorelle e i miei fratelli ci sono delle frasi che in un attimo ci fanno capire quello che pensiamo, frasi o semplici parole che dette in altro modo non sarebbero così immediate. Io amo il dialetto, in esso ci sono le radici della nostra cultura, non va assolutamente dimenticato; è una lingua nobile dalla quale l’italiano è nato, importantissimi poeti scrivevano in dialetto. Il dialetto ha poi delle qualità che l’italiano corretto non ha, quella bellissima musicalità, per esempio, ha dei suoni speciali e delle parole stupende che riescono a contenere molti significati. Alla tua domanda rispondo sì, effettivamente un europarlamentare ha parlato in dialetto a Bruxelles, esattamente in napoletano, ma ha detto solo una frase, non è stato un intero discorso e a me ha fatto piacere. Non c’è infatti da scandalizzarsi, del resto, il nostro dialetto ha fatto il giro del mondo senza che nessuno se ne accorgesse: pensa alla parola Amarcord, oggi è nota dovunque grazie a Fellini, ed è meravigliosa. Detto questo avrai capito che io sono per il mantenimento del dialetto, insegnarlo nelle scuole effettivamente sarebbe un po’ eccessivo ma, sono convinta, che sia un qualcosa che assolutamente non va persa.
    (Da La Nazione, 16/12/2009).
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    Gli Stati Uniti e i nativi americani tra multietnia e multiculturalità

    Gentile direttore, Cesare De Carlo dimostra di essere ignorante e razzista quando dice che “gli Stati Uniti non sono multiculurali”, che “la cultura [degli Stati Uniti] era ed è una sola: giudaico-cristiana […]”. Sono un docente di Matematica presso il Northwest Indian College, una università gestita del popolo Nativo Americano Lummi, dove quotidianamente mi confronto con un insieme di valori e pratiche culturali che sono ‘altre’ rispetto a quelle del resto della società. La continua esistenza dei popoli Nativi Americani, e la loro continuata lotta per mantenere la propria lingua e la propria cultura, sono la più evidente dimostrazione che all’interno degli Stati Uniti coesistono culture diverse. Matteo Tamburini Pistoia

    Egregio professore, lei fa torto alla sua intelligenza e alla sua esperienza didattica se non distingue la differenza fra la nazione americana, quella nata nel ‘700 dalle lotte delle colonie contro la madrepatria inglese, e la nazione, anzi le nazioni dei Nativ Americans, come negli States vengono correttamente definiti quelli che noi volgarmente chiamiamo indiani. E’ evidente che il melting pot non li riguarda se non altro per il fatto che quelle tribù sul territorio americano c’erano da millenni. Il melting pot, cioè il pentolone nel quale si sono stemperate, mischiate e amalgamate le etnie che via via le hanno espropriate delle loro terre, riguarda gli immigrati sbarcati nel Nuovo Mondo al seguito dei Padri Pellegrini. Questi immigrati provenivano da quattro angoli del globo e – ripeto – hanno nei secoli assorbito la lingua, la mentalità, la cultura di marca anglosassone e di matrice giudaico – cristiana. Di qui l’assunto secondo il quale gli Stati Uniti non sono multiculturali. Non lo sono mai stati. Sono multietnici, invece. Cesare De Carlo.
    (Da La Nazione, 19/12/2009).
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    Verbi e regole in conflitto fra di loro

    Mi sorprendo che il Corriere della Sera del 3 gennaio in un titolo di prima pagina usi il verbo guadagnare alla prima persona plurale del presente indicativo con la «i»: «guadagniamo». Secondo i vocabolari che ho consultato è un errore.
    Paolo Balducci, Varese

    Capita nella nostra grammatica che due regole entrino in conflitto fra di loro. Il caso più tipico è quello della regola che vieta l’inserimento della «i» dopo il gruppo consonantico «gn». Eppure quando ci troviamo di fronte alla prima persona plurale di un verbo che ha nella radice «gn» (accompagn-are) siamo costretti a mettere questa benedetta «i» ballerina, perché fa parte della desinenza fissa di questa forma verbale. E allora scriviamo tranquillamente «vivo in campagna», e «accompagniamo»: mentre sarebbe errore grave scrivere «vivo in campagnia» e «accompagnamo». Cosa ci volete fare? Sono le bizzarrie della nostra bella lingua. Giorgio De Rienzo
    (Dal Corriere della Sera, 5/1/2010).
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    Stranieri a scuola

    I problemi che affliggono la scuola italiana sono enormi e le difficoltà sempre più numerose: una serie di provvedimenti che la ministro Gelmini definisce riforma ma che stenta ad essere approvata ed attuata (che in prevalenza è finalizzata a taglio di bilancio); le famiglie lasciate nella cronica sospensione circa l’organizzazione di orari e curricoli; gli insegnanti, di sostegno e non, sempre più precari; la pulizia e la sorveglianza è sempre meno garantita. Gli Organi Collegiali, sono ormai agonizzanti e la partecipazione di genitori e studenti quasi inesistente, senza prevedere nessuna riforma organica di tali organismi, mentre si pensa di affidare alle aziende la gestione delle scuole.
    In questa situazione assai prossima al caos la ministro si preoccupa di imporre un limite alla presenza degli stranieri nelle classi senza accompagnare questo provvedimento con aiuti finanziari perché le scuole possono predisporre corsi specifici di lingua italiana, senza preoccuparsi se i bambini risiedono nel quartiere di competenza della scuola, se sono nati in Italia e da quanti anni vivono accanto a noi, senza accompagnare questo provvedimento con aiuti finanziari perché le scuole possano predisporre corsi specifici di lingua italiana, senza preoccuparsi se i bambini risiedono nel quartiere di competenza della scuola, se sono nati in Italia e da quanti anni vivono accanto a noi, senza demandare alle singole e autonome scuole (come riconosciuto dalla Costituzione) la necessaria flessibilità nella formazione iniziale e immotivato. Luigi Puccini presidente del Consiglio dell’Istituto Toniolo, Pisa
    (Da La Nazione, 13/1/2010).
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    Italiano fondamento della Repubblica

    Non sono convinto che per l’Italia si distingua lo Stato dalla Nazione anche se è certo che in Italia si verificò “la combinazione di una nazione precoce e di uno stato tardivo”. In vista delle celebrazioni del 2001 ritengo auspicabile che giunga in porto il progetto Isle di modifica della Costituzione ai fini del riconoscimento dell’italiano come “fondamento culturale della Nazione e lingua ufficiale della Repubblica. Carlo Pantani, Firenze
    (Da La Nazione, 24/1/2010).
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    Difendiamo tutti la lingua italiana dall’invasione di parole straniere

    Egregio direttore,

    io utopista nel credere che si possa fare qualcosa in difesa della lingua italiana, mi sento in buona compagnia con Lei utopista nel credere che si possa raggiungere la trasparenza politica con “quattro soldi”. “Basta volerlo”. Già, basta volerlo: sta tutto lì il concretizzarsi dei sogni. L’unità d’Italia, il guadagnar l’Oriente navigando verso Occidente, l’andar sulla Luna etc: sono state utopie durate secoli e secoli, e poi si sono avverate. L’importante è volere: d’accordissimo. In una recente conversazione epistolare con Antonio Lanza dell’Università La Sapienza di Roma sulla difesa della nostra lingua dall’invasione delle parole straniere – poiché le istituzioni come la Crusca, la Dante Alighieri, il Ministero dell’Istruzione e altri non fanno nulla – ci siamo detti che non bisogna darsi per vinti, ma insistere e ancora insistere: se alla fine la montagna partorirà un topolino, pazienza, qualcosa avremo pur ottenuto. Il topolino poi con il progresso della genetica moderna potrebbe anche diventare un elefante! Perciò intanto cominci La Nazione, che il più nazionale di tutti quotidiani italiani a dare il buon esempio agli altri giornali, ai parlamentari, alla Rai, nonché ai “vanagloriosi cattivi d’Italia”, che – salvo in alcuni casi particolari – con la nostra lingua si possono esprimere tutti i concetti e le idee che si vuole senza ricorrere alle lingue straniere. E Dante lo ha dimostrato abbastanza benino! Turiddo Guerri Anghiari (Ar)
    (Da La Nazione, 11/2/2010).
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    Difendiamo tutti la lingua italiana dall’invasione di parole straniere

    Egregio direttore,

    io utopista nel credere che si possa fare qualcosa in difesa della lingua italiana, mi sento in buona compagnia con Lei utopista nel credere che si possa raggiungere la trasparenza politica con “quattro soldi”. “Basta volerlo”. Già, basta volerlo: sta tutto lì il concretizzarsi dei sogni. L’unità d’Italia, il guadagnar l’Oriente navigando verso Occidente, l’andar sulla Luna etc: sono state utopie durate secoli e secoli, e poi si sono avverate. L’importante è volere: d’accordissimo. In una recente conversazione epistolare con Antonio Lanza dell’Università La Sapienza di Roma sulla difesa della nostra lingua dall’invasione delle parole straniere – poiché le istituzioni come la Crusca, la Dante Alighieri, il Ministero dell’Istruzione e altri non fanno nulla – ci siamo detti che non bisogna darsi per vinti, ma insistere e ancora insistere: se alla fine la montagna partorirà un topolino, pazienza, qualcosa avremo pur ottenuto. Il topolino poi con il progresso della genetica moderna potrebbe anche diventare un elefante! Perciò intanto cominci La Nazione, che il più nazionale di tutti quotidiani italiani a dare il buon esempio agli altri giornali, ai parlamentari, alla Rai, nonché ai “vanagloriosi cattivi d’Italia”, che – salvo in alcuni casi particolari – con la nostra lingua si possono esprimere tutti i concetti e le idee che si vuole senza ricorrere alle lingue straniere. E Dante lo ha dimostrato abbastanza benino! Turiddo Guerri Anghiari (Ar)
    (Da La Nazione, 11/2/2010).
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    La lingua italiana andrebbe dichiarata patrimonio dell’umanità

    Gentile direttore, leggo la lettera del signor Turiddo Guerri di Anghiari e non posso che lodarlo di aver sollevato un problema che sembra dimenticato soprattutto tra coloro che più della lingua vivono e lavorano.
    Noi abbiamo avuto in sorte la ventura di vivere nel Paese dove viene parlata la lingua più bella e completa del pianeta, quella più ricca di cultura ereditata dalla civiltà grecoantica, dalla civiltà romana e dal Rinascimento (cosa inesistente per tutte le altre lingue) abbiamo il dovere di proteggerla e non soltanto dagli inglesismi – a volte difficilmente sostituibili – ma anche e soprattutto dai numerosi cialtroni che giornalmente, vuoi in tv, vuoi nei film, vuoi nella vita reale la maltrattano e la offendono con l’ignoranza delle declinazioni verbali, del significato delle parole e con l’incapacità di usare il congiuntivo, dono della divinità, che dà irripetibile armonia e musicalità alla frase, invece del vergognoso e rivoltante “sono contento che vai…” e via dicendo. Inoltre, e lo sostengo con forza anche nel mio recente saggio sul pensiero umano “la molecola di dio”: questa è la lingua in modo assoluto la più adatta e consona alla laringe umana e che quindi anche solo per questo dovrebbe essere dichiarata patrimonio dell’umanità. Io la invito ad essere lei, Direttore del giornale della città di Dante, a farsi promotore di una seria e dura campagna di stampa in favore della nostra lingua. Sergio Galluzzi Siena
    (Da La Nazione, 13/2/2010).
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    Le spese del Parlamento europeo

    Siamo sorpresi per l’articolo, pubblicato sul Corriere il 12 febbraio, di Luigi Offeddu, che offre una caricatura delle spese amministrative del Parlamento europeo. Questo è un’istituzione democraticamente eletta, da 500 milioni di cittadini dei 27 Stati membri, dove si lavora in 23 lingue. Poiché il bilancio della Ue costa ad ogni stato l’1,2% del suo reddito nazionale lordo e la spese amministrative di tutte le Istituzioni europee rappresentano il 6% di questo bilancio, in termini pratici tale grande progetto di pace, sviluppo e solidarietà costa 3 euro l’anno ad ogni cittadino. Ci stupisce che a proposito dei costi della traduzione ed interpretazione non sia stato sottolineato il valore democratico di questo servizio che permette ad ogni parlamentare di esprimersi nella propria lingua, salvaguardando così il multilinguismo, l’identità e le radici di ogni Paese. Quanto al centro sportivo delle istituzioni europee, è gestito su base commerciale, a seguito di regolare gara d’appalto, ed è aperto a tutti coloro che hanno un pass di accesso al Parlamento europeo (circa 6000 persone, inclusi i giornalisti). Chiunque ne usufruisca (parlamentari europei compresi) paga un regolare abbonamento. L’articolo riporta anche criticamente dei dati sul basso livello di informazione degli italiani sulla Ue. Le chiediamo se ritiene che la responsabilità sia degli Uffici del Parlamento o se ci sia anche quella di tutti gli attori della comunicazione, tra cui la stampa. Resta il fatto che altri sondaggi danno risultati diversi: 67% dei cittadini dicono per esempio di essere stati informati correttamente sulle ultime elezioni europee. Inoltre le istituzioni dell’Ue, ed il Parlamento europeo in particolare, figurano sempre tra quelle che riscuotono la più alta fiducia dei cittadini.
    Clara Albani, direttrice Ufficio d’Informazione per l’Italia Parlamento europeo, Roma

    L’articolo-«caricatura» citava fatti e cifre precise. Che questa lettera non smentisce, perché parla d’altro. L’Europarlamento è certo «un’istituzione democraticamente eletta da 500 milioni di cittadini»: però quei cittadini non esigono tassativamente che i loro eletti si rilassino in un centro fitness abbellito con 2,6 milioni di euro (soldi di chi?), che viaggino in Mercedes o volino in classe business e non in classe economica, ecc. Sono stati proprio alcuni eurodeputati a esprimere dubbi sul «valore democratico» della terapista Beatrice, dello squash, e di tutto il resto. Altri, nella commissione controllo dei bilanci, hanno condannato la spesa di 80.000 euro per le vacanze in montagna dei familiari degli eurocrati, e molto altro. E voi siete «sorpresi» dagli articoli dei giornali? (l.off.)
    (Dal Corriere della Sera, 6/3/2010).

  • Lingue

    Chi non sa l’Italiano…

    Cara Latella,
    l’uso della lingua italiana è allo sbaraglio. Allibisco davanti ai “non c’è la faccio” dei ragazzi della mia età (21 anni). Eppure hanno frequentato la scuola dell’obbligo e dovrebbero aver imparato in prima elementare a scrivere “qual è” senza apostrofo. Ma quando a commettere l’errore è il Prof universitario che mi segna un appunto… be’, evidentemente il sistema educativo è in crisi già da decenni… e noi italiani diventiamo sempre più somari. Triste conclusione, non si può neanche pretendere che chi non sa parlare (e scrivere) taccia per pietà della nostra bella lingua: gli ignoranti non sono nemmeno lontanamente consapevoli di esserlo. Potrebbe qualcuno farglielo notare?
    Silvia, Bari

    … E chi l’inglese

    Cara Latella,
    sono una laureanda in Filologia Moderna di 25 anni che sogna un dottorato.
    Non sopporto più sentir dire che l’inglese è indispensabile, che bisogna andare all’estero, a far carriera a Brighton, e così via. Sì, perché certamente il mio inglese farà schifo, ma, mi creda, sono sicura di star maturando altre conoscenze e competenze!
    Sara
    (Da Anna n. 43, ottobre 2007).
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    L’apprendimento della lingua inglese

    Mancanza di facilità d’espressione e di scioltezza nel dialogo sono le lacune osservate da un lettore nei giovanissimi avviati all’apprendimento delle lingue straniere (Corriere, 23 ottobre). Penso che tali mancanze sarebbero altresì individuate in quegli stessi soggetti con attinenza alla preparazione nell’italiano. Che cosa si pretende a quell’età? E poi la conoscenza dell’inglese corrisponderà a tante ragioni pratiche però quella dell’italiano, fino a prova contraria la nostra madrelingua, è il primo titolo che fa constatare in un individuo, giovane o no, una formazione culturale di base. Se a ciò non si fa caso, continuiamo pure con i consueti piagnistei esterofili. Bruno Faccini, Milano
    (Dal Corriere della Sera, 24/10/2007).
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    Lingue
    Difficoltà palese

    Le lingue sono ancora un grosso problema in Italia. Domandiamoci quanti ragazzi parlano bene una seconda lingua: inglese, francese, tedesco, spagnolo e via dicendo. Pochi. Primo, perché la scuola non assolve bene al suo compito: insegnare; due, perché i ragazzi hanno difficoltà reali con lingue e culture che non siano quella italiana. E il motivo è da ricercare nel retaggio culturale delle famiglie in cui sono cresciuti e crescono. Famiglie, si spera, sempre più “aperte”.
    Nadia, Empoli.
    (Da La Nazione, 4/11/2007).
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    Immigrati, Allam e la lingua italiana

    Approvo pienamente lo scritto di Magdi Allam (Corriere, 17 novembre) sulla necessità di richiedere la conoscenza della lingua e della cultura italiana, seppur in modo semplice, agli aspiranti immigrati. Francesco Bianchi, bncfnc@fastwebnet.it
    (Dal Corriere della Sera, 20/11/2007).
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    I corsi di lingua italiana per gli stranieri

    Mi riferisco alla notizia (Corriere, 17 novembre) che solo mezza dozzina di extracomunitari su qualche migliaio si sono iscritti a corsi d’italiano in una città emiliana. A ben riflettere la vicenda rientra nella logica di un’immigrazione povera, di gente che non ha altra ambizione che di sopravvivere. A loro nessun imprenditore italiano richiederebbe mai, per i lavori modesti di cui ha bisogno e in sovrappiù in nero, una buona conoscenza della lingua italiana. Penso che la notizia dovrebbe deludere proprio chi vede nell’immigrazione dai Paesi del Terzo mondo un fenomeno benefico e «sine qua non» del progresso economico e civile dell’Italia. Tuttavia c’ è una constatazione consolante da fare: riguarda i bambini, figli di questi poveri immigrati, che io, girando in bicicletta nei parchi e nei giardini, vedo giocare e comunicare con pari capacità linguistiche con i coetanei italiani. Né più né meno, è la situazione degli italiani emigrati negli Stati Uniti che io, per esperienze personali, ho trovato ancora praticamente digiuni di inglese dopo 30/40 anni di permanenza nel nuovo mondo: in famiglia parlano in dialetto siciliano con i figli laureati, questi sì di pari se non superiore capacità linguistica dei loro colleghi indigeni. Giulio Corti, Milano.
    (Dal Corriere della Sera, 1/12/2007).
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    I corsi universitari in lingua inglese

    La lingua inglese (e perché non il russo?) nelle scuole e all’università (Corriere, 25 novembre)! Ma se l’inglese diventerà alternativo all’italiano, già c’era il rischio che il nostro bravo universitario non fosse ancora riuscito a imparare bene neanche la propria lingua madre: chissà con la seconda o la terza lingua! Giusto Buroni.
    (Dal Corriere della Sera, 3/12/2007).
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    INTEGRAZIONE
    L’esempio della Chiesa

    Lunedì scorso presso la chiesa del Carmine si celebrava la messa cantata celebrata dal cardinale Tettamanzi che mi ha fatto riflettere sulla città di Milano. La chiesa era gremita di teste nere, lucide, che intonavano canti natalizi. Una messa cantata in tre lingue con tanto di megaschermo sull’altare. È il segno dei tempi che cambiano, un tempo la lingua che accomunava la Chiesa con il popolo era il latino, oggi è l’inglese: la messa era in italiano, in inglese e in filippino. Già, quelle teste nere che ondeggiavano durante le preghiere o durante i canti erano i rappresentanti della comunità filippina che risiede a Milano. Saranno stati 500 i filippini presenti e il cardinale era attorniato da tanti bambini che sono nati qui a Milano ma che non sono cittadini milanesi. Perché? Sono già nati con delle colpe? C’era anche il console filippino che ha omaggiato il cardinale e un gruppo di ragazzine che si sono rivolte al cardinale chiedendo di essere considerate delle ragazzine uguali alle milanesi. Sono mancate le istituzioni e i politici, che dovranno pur tener conto della città che cambia. Lo scorso anno la comunità filippina era composta da 25.278 persone su 155.262 stranieri, una grossa città nella città la cui potenza è stata compresa solo dalla Chiesa. Titti Farinazzo
    (Dal Corriere della Sera, 28/12/2007).
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    Auschwitz e quel termine «trivial»

    Mi ha fatto molto piacere che la conversazione con l’ottimo Alessandro Piperno sul mio libro «Gli scomparsi» sia stata pubblicata sul Corriere del 26 febbraio con tanto rilievo. Scrivo, però, per correggere un errore – di cui, dirò subito, non sono responsabili né Piperno né il Corriere – errore che potrebbe aver dato ai lettori un’idea del tutto falsa del mio atteggiamento nei riguardi di una questione di grande rilevanza morale e storica. In un passaggio dell’articolo, dove si parla del modo in cui Auschwitz è diventata una sorta di simbolo culturale, Piperno cita un brano della traduzione italiana del mio libro in cui Auschwitz viene definita una «triviale generalizzazione». Benché questa espressione sia effettivamente presente nella traduzione italiana del libro, temo si tratti di un grave fraintendimento del mio testo inglese, che era: «Auschwitz, by now, has become the gigantic, one-word symbol, the gross generalization, the shorthand, for what happened to Europe’ s Jews». In questo contesto penso che la traduzione corretta di «gross generalization» sia «generalizzazione complessiva» cosa del tutto diversa, naturalmente, da «triviale generalizzazione». La mia tesi era che Auschwitz è diventata un riferimento generale, di senso più ampio, «portemanteau», per l’Olocausto nel suo insieme – e proprio in quanto è diventata «gross» (cioè «complessiva»), sta divenendo sempre più astratta, poco utile, quindi, per chi di noi è interessato ad aspetti più precisi, alle particolarità. Non ho usato, però, la parola «trivial» riferendomi ad Auschwitz sia come reale capitolo storico che come simbolo culturale. Nulla di ciò che riguarda Auschwitz è «trivial». Mi è dispiaciuto trovare questo fraintendimento nella traduzione, ma sono contento che l’attenzione data dal Corriere al mio libro l’abbia fatto venir fuori. L’errore è stato ora corretto in una nuova traduzione riveduta, che il mio editore Neri Pozza farà uscire tra breve. Daniel Mendelsohn, New York
    (Dal Corriere della Sera, 14/3/2008).
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    Gli americanismi: il bisogno di seguire servilmente le mode

    Di fronte all’invasione di parole e frasi inglesi nella lingua italiana, reagiscono… prendendo in giro i francesi che si coprirebbero di ridicolo con i loro tentativi, giudicati assurdi e vani, di "purezza linguistica". I francesi possiedono infatti una commissione nazionale per la difesa della lingua. E hanno difeso con successo, tra l’altro, la parola "ordinateur", mentre si direbbe che per gli italiani la parola "computer" possegga un potere taumaturgico.
    Io non sono contro l’uso nella nostra lingua di parole coniate dagli americani e che identificano prodotti o conoscenze "made in USA". Pertanto accetto anche computer, anche se sono sicuro che l’adozione di "elaboratore", o di un altro termine autarchico, non ritarderebbe di un nanosecondo l’avanzare dell’informatica. Il fatto è che nella loro precipitazione imitativa, gli italiani – questo popolo afflitto da un cocente bisogno di seguire le mode, meglio ancora se mode straniere – non si fermano a "computer". Vanno oltre, ben oltre, masticando parole e frasi mal comprese, senza accorgersi di suscitare il riso. A chi usa "jackpot" al posto di monte premi, "flop" invece di fiasco – questa parola italiana usata universalmente – "killer" invece di assassino (o omicida, o sicario), e che ricorre gioiosamente all’espressione "traffico in tilt", che consacra nella Gazzetta Ufficiale l’espressione "question time", e che ha un ministro del "welfare", devo dire che trovo molto meno ridicoli i francesi. Adesso anche la parola italianissima "tifoso", così espressiva, è diventata rara nei giornali, sostituita sempre più da "supporter", parola, evidentemente, tecnologicamente più avanzata come lo è computer nei confronti di "calcolatore" o "elaboratore". Le parole "international", "welfare", "killer", "jackpot", "flop", comicamente pronunciate dagli italiani, con suoni forti e vibranti che fuoriescono dalle loro bocche come da canne d’organo, lungi dal garantire una patente di cosmopolitismo e di progressismo riescono solo a far ridere.
    L’inglese è senz’altro una lingua straordinariamente ricca, bella, e soprattutto utile perché lingua della più grande potenza economica e militare, e inoltre perché diffusa in tutto il mondo. Ma bisogna poterla capire, parlare, in tutta la sua ricchezza, e pronunciarla in maniera comprensibile. Allora sì che potrà sostituire efficacemente, in tutto o in parte, le lingue nazionali, a mo’ di nuovo esperanto. Nel frattempo, parliamo tra noi "come ci ha fatto nostra madre". Claudio Antonelli (Montréal)
    (Dal Corriere della Sera, 28/3/2008).
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    Parole parole parole (straniere)

    Cara Latella,
    a chi si lamenta per le parole straniere nella rivista, lei suggerisce di rinfrescare con voi l’inglese. Allora le dico che quando Blair propugnava le tre “E” di Education intendeva istruzione e non educazione come scrive il giornalista dell’articolo. Education è un falso friend, come “Terrific”, che vuol dire “eccezionale”.
    Lucia Baragetti, Roma

    Oh, my God!
    (Da A n. 14, aprile 2008).
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    Sciogli la lingua

    di Giorgio De Rienzo

    Dall’America Latina scrive Eladio Neri per bacchettare i giornalisti che chiamano «italo-americani» i cittadini statunitensi, mentre dicono «italo-argentino» Camoranesi e «italo-brasiliani» Massa e Barrichello. «Amerigo Vespucci trema nella tomba, perché quando le nove terre scoperte da Colombo furono chiamate America, gli Stati Uniti non esistevano».

    Ha ragione, ma se in italiano «americano» è sinonimo di statunitense, cosa ci possono fare i giornalisti?
    (Dal Corriere della Sera, 23/4/2008).
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    Sanità e lavoro diventano welfare
    Così si tagliano i costi della politica

    Cara Nazione, la moda delle parole straniere non mi va proprio giù. Faccio un esempio , diciamo così, ad “alto livello”. Nella squadra del neo-governo Berlusconi il ministero della Sanità è stato denominato ministero del Welfare ma rimango ancora nel dubbio se questa parola inglese sia equivalente a sanità, ovvero significhi qualcosa di più (e che di più!). Quando poi si va a ricercare sempre nella squadra di governo il dicastero del Lavoro, ecco che ci si accorge che anche il lavoro rientra nel termine welfare. Non vi sembra un po’ troppo gravare un ministro oltre che del fardello della sanità anche di quello del lavoro? Improvvisamente i ministeri si accorpano e va tutto a finire sotto queela parola magica, rigorosamente inglese, appunto “welfare”, anche se le materie di cui si dovrà occupare il ministro Maurizio Sacconi sono tra le più importanti e anche molto diverse tra loro. La speranza è che oltre la moda dell’inglese ci siano anche la volontà e le risorse per affrontare adeguatamente i problemi del nostro Paese. Carlo Pantani, Firenze

    Risponde il Vicedirettore Mauro Avellini

    L’inglese di oggi non è una moda, né è possibile vietarlo come nel Ventennio. Più delle parole sono importanti i contenuti. Welfare significa salute, benessere, ma anche previdenza e intervento pubblico nel sociale. Lavoro e salute quindi si “guardano” da vicino, anche come diritti costituzionalmente garantiti. Il neo ministro che si occupa di politiche sociali potrà ben armonizzare il suo impegno. Il compito è arduo, è vero, ma è anche il prezzo da pagare se si vuole ottenere un reale contenimento dei costi della politica. Il governo Prodi aveva battuto ogni record: 25 ministri, 10 viceministri e 66 sottosegretari. Nemmeno Andreotti era arrivato a tanto. Oggi invece Berlusconi conta solo su 21 ministri e 38 sottosegretari: se lavorano di più sarà meglio per tutti e si risparmierà.
    (Da La Nazione, 21/5/2008).
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    Dubbio amletico: happy end o lieto fine?

    Email di Annmary

    Leggo l’email della lettrice che si lamenta sugli inutili inglesismi (outing, coming out ecc.). Sto pensando che le sue lamentele sono esagerate, quando vedo che giusto la lettera accanto è intitolata “Happy End dei numeri primi”: perché non Lieto Fine? Dopotutto c’è solo una lettera in più. La mia solidarietà alla lettrice A.F.

    “Perché nei film lasciano sempre quell’antipatico The end? Ci vuole tanto a scrivere Fine? Oltretutto è più corto… Il fatto è che ci sono parole che transitano da una lingua all’altra (fan, computer, ciao, cappuccino…). Giusto? Sbagliato? Pensiamoci su cara Annamaria, ops Annmary”.
    (Da Grazia n. 27, luglio – 2008).
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    Al nord

    Grammatica incerta

    Non mi stupisce che il figlio del ministro Bossi sia stato bocciato all’esame di maturità. Quanto alla richiesta di avere solo insegnanti del nord per la Padania, mi domando come potrebbero imparare l’italiano questi poveri ragazzi lombardi. Basta sentire la generazione di opinionisti del nord che intervengono alla televisione. Questi sbagliano tutti gli accenti, o accénti come dicono loro. Ormai è un caso nazionale, l’italiano lo parlano meglio gli extracomunitari. Giovanni Baldini
    (Da La Nazione, 22/8/2008).
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    Lingue classiche

    Poca attenzione

    Lo studio del greco e del latino è in forte espansione in Inghilterra e in America, in paesi cioè dove di solito dominano le materie scientifiche. A questo revival delle lingue classiche in paesi lontani da quelle radici culturali corrisponde la situazione opposta italiana. Ne è la dimostrazione quello che è successo pochi mesi fa all’esame di maturità classica. Nella versione sono stati riscontrati errori, il che la dice lunga sulla maturità classica dei professori. Carlo Pantani
    (Da La Nazione, 30/8/2008).
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    Inglese a scuola

    Lingua difficile

    Con l’inizio dell’anno scolastico, al momento dell’iscrizione dei propri figli, i genitori devono esprimere la scelta della lingua straniera da studiare. Nella maggioranza dei casi si sceglie la lingua inglese. Malgrado quel che si dice, secondo la glottodidattica, l’apprendimento della lingua inglese presenta più difficoltà, non fosse altro per lo scarto strutturale intercorrente tra esso e l’italiano. Il problema vero dunque è quello di trovare a scuola un insegnamento di buona qualità per qualsiasi lingua. Egidio Tacchini
    (Da La Nazione, 14/9/2008).
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    Gli stranieri in classe, a pioggia e senza criteri, sono ragazzi ‘discriminati’: non capiscono una parola d’italiano e la ‘socializzazione’ è un discorso tra sordi. Organizzare una scuola propedeutica, perché imparino a capire e a esprimersi in italiano, è essenziale per l’integrazione. Aiutare l’altro, razza o non razza, non deve scandalizzare neppure l’opposizione più radicale.
    Malio Mindoli, Ascoli Piceno

    Risponde Pier Luigi Visci

    Cos’è razzismo? Cos’è discriminazione? Apparentemente, separare ragazzi italiani da ragazzi stranieri può apparire discriminatorio. E quindi razzista. Apparentemente, appunto. Sono categorie obsolete e ideologiche. Sono d’accordo con lei: non c’è nessuno scandalo. Anzi. Su questo giornale abbiamo espresso opinioni in sintonia con quanto lei afferma: cito un commento di Bruno Vespa sulle cosiddette classi ponte. E un intervento del vicepresidente del Parlamento europeo, Mario Mauro, che ha raccontato l’esperienza tedesca, con l’ovvia conclusione che è razzista il contrario. Il danno è doppio: i ragazzi stranieri arrancano e i ragazzi italiani restano al palo, fermi, in attesa del loro (tardivo e faticoso) inserimento. Senza contare che gli stranieri sono tante etnie e altrettante lingue diverse. Una Babele. Avevamo raccontato l’esperienza di un preside di Luzzara che, con senso della realtà, in una terra con presenza di stranieri oltre il 30 per cento, aveva nella pratica anticipato il concetto delle classi ponte. L’immigrazione è un dato di fatto. Se vogliamo integrare davvero chi viene per lavorare e studiare con serietà, dobbiamo aiutarlo a parlare la nostra lingua e conoscere le nostre regole. E capire la nostra cultura, senza pretendere di cancellare la loro.
    (Da La Nazione, 19/10/2008).
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    L’angolo di Granzotto

    Difendiamo l’italiano, è davvero la lingua più dolce del mondo

    Caro Granzotto, in tempi lontani ricordo che fra lei e un numero di lettori s’innescò una polemica circa l’esperanto, la lingua universale sviluppata nell`Ottocento dal polacco Zamenhof. Nonostante l’appassionata difesa degli esperantisti lei si mostrò irremovibile nel giudicare utopico il successo e l’adozione di quella lingua universale. Allora mi trovai in buona sostanza d’accordo con lei ma ora leggendo che nel rispetto del multilinguismo l’Unione europea ha in forza 2.700 traduttori che devono tradurre all’incirca 3 milioni di pagine per un costo che si aggira sui 600 milioni di euro non mi sembrerebbe fuor di luogo adottare una lingua ufficiale comunitaria che metta fine sia alla babele sia allo spreco. 600 milioni di euro che poi diventeranno 800, poi un miliardo, non è certo una cifra da buttar via. Sandra Pesenti (Milano)

    Ammesso, ma assolutamente non concesso, che sia possibile istituire una lingua ufficiale comunitaria, sapendo come vanno poi a finire le cose a Bruxelles la spesa destinata a darle vita, cioè ad apprenderla, diffonderla, tradurre tutto il traducibile rinnovando biblioteche e archivi eccetera eccetera risulterebbe insostenibile. Se ne andrebbe e chissà per quanti anni una buona fetta del bilancio comunitario (che è, se ricordo bene, di 860 miliardi). Ma poi perché? Sarebbe come dare una pugnalata al cuore dell’identità nazionale e sempre ch’io ricordi bene il motto dell’Ue è ancora.Unita nella diversità. (motto che Bruxelles s’è ovviamente vista costretta a tradurre nelle 26 lingue ufficiali dell’Unione. Gliene cito alcune: “Jednotnà vrozmanitosti”, “Förenade i mägladen”, “Uhínenud mitmekesisuses”, “Vienota dazadiba” e in quest’ultimo ci andrebbero segni grafici ignoti al mio computer).
    Non dico che qualche nostro ipereuropeista, un Prodi, mettiamo, non sia pronto a sacrificare la lingua italiana, ma vada a dirlo ai francesi di rinunciare alla loro e vedrà, sempre che non la prendano a schioppettate, cosa le rispondono. Lingua e relativi dialetti definiscono indelebilmente un popolo, una nazione, un’area culturale, caro Pesenti, e noi siamo quelli che siamo, “le genti del bel paese là dove il sì suona”, per dirla con padre Dante. E per un’alchimia lessicale quel sì suona dolce – com’era lo stil novo? Dolce -, armonico, facendo bella la nostra lingua.
    Quello che fu mio carissimo e indimenticabile amico, l’accademico dei Lincei Giuliano Bonfante, linguista eccelso, mi incantò, una volta, parlandomi appunto delle dolcezze e delle asprezze delle lingue.
    Aveva riflettuto a lungo su questo tema e l’occasione gli si presentò sotto forma di un verso di Dante: “e con le suore sue Deidamìa”, (Purgatorio, XXII Canto), che suona all’orecchio particolarmente soave.. Se ne chiese le ragioni e le trovò nel fatto che l’endecasillabo conteneva più vocali di consonanti. Una ricchezza inusuale poiché tutte le lingue del mondo (escluso il polinesiano, volle precisare Bonfante, al
    quale nessun idioma era sconosciuto. Ne parlava correntemente, fra vivi e morti, una buona dozzina) hanno una preminenza di consonanti, valga il primo verso della Commedia –“Nel mezzo del cammin di nostra vita” – e così, sempre, nella poesia e nella prosa di ogni lingua. Però, e questo è il punto, tutto dipende da come vocali e consonanti si combinano. Nella nostra lingua sono distribuite in modo musicalmente
    più armonioso che in altre: “ Unita nella diversità” suona indubbiamente più soave, come avrebbe detto il professor Bonfante, di “Uhìnenud mitmekesisuses”. Guardi dove siamo andati a parare, caro Pesenti, muovendo dall’Unione europea e dalla sua babele linguistica. Alle squisitezze dell’italiano: e lei vorrebbe sopprimerlo a favore dell’esperanto o altro strumento di comunicazione fabbricato a tavolino,
    senz’anima, senza storia, senza poesia? Paolo Granzotto
    (Da Il Giornale, 10/12/2008).
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    Scuola

    Non toccate il latino

    Insegno italiano e latino al liceo e le notizie che circolano sulla riforma delle superiori circa la scomparsa dell’insegnamento del latino da tutte le scuole tranne liceo classico e socio- psico-pedagogico sono desolanti. In Germania e Gran Bretagna le ore di insegnamento del latino alle superiori sono aumentate e noi pensiamo di diminuirle. Mi stupisce che nessuno protesti in previsione di questo “omicidio” culturale. Speriamo che ciò che circola siano solo ipotesi e che il ministero presenti proposte di riforma per la crescita culturale e non per la sua involuzione. Lucia Bertoli
    (Da La Nazione, 16/12/2008).
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    Parole

    Anziani e grandi vecchi

    Egregio Signor Direttore, mi riferisco all’articolo a pagina 6 di primo piano Firenze del 30 gennaio scorso “Truffa all’anziana…” in cui si chiama “vecchietta” una signora di 65 anni, coinvolta in un tentativo di truffa. Troppo spesso (e infatti volevo segnalarlo da tempo) leggo termini simili e, al contrario, vi capita di definire “ragazzo” un trentacinquenne. Ma i suoi giornalisti sono quasi tutti imberbi o parecchio attempati?! Riconosco che questa protesta è interessata visto che ho passato i 75 anni. Mi chiedo: dovendo scrivere di me, come mi avreste chiamato, forse “vegliardo”. Luigi Tacconi – Firenze

    In questo caso si è trattato di una svista, ma nella sostanza ha ragione: nemmeno i giornalisti si sono abituati al fatto che in Italia l’aspettativa di vita sfiora gli 80 anni per gli uomini e supera gli 85 per le donne. Però che noia parlare di persone mature, anziani e terza età! Vuol mettere la grinta di un vecchio saggio come lei? Mauro Avellini vicedirettore de La Nazione
    (Da La Nazione, 3/2/2009).
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    Cara Latella,

    vedo che dedicate molto spazio alla signora Ventura. Trovo eccessivo che sia su tutte le copertine, avvolta nella bandiera americana poi… Suggerirei che prima di cimentarsi con l’inglese studiasse meglio l’italiano e soprattutto l’uso corretto dei congiuntivi. E poi tutti quei suoi “assolutamente sì” … Franca

    Ventura su tutte le copertine per sua scelta (ma noi la vorremmo solo su “A”). Quanto all’inglese, apprezzo chi lo studia. Il fatto che in Italia lo si parli ancora poco è un problema. Anche per chi sa usare correttamente il congiuntivo. Maria Latella
    (Da Anna, n. 6, febbraio – 2009).
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    La Tv cattiva maestra
    Anche per la lingua italiana

    Cara Nazione, alcuni giorni fa ho letto sulla Nazione un articolo di Sandro Bugialli sulle continue ripetizioni di Bonolis durante la presentazione del Festival di Sanremo. Sono d’accordo con quello che Lui dice, però vorrei aggiungere che in tv hanno tutti la stessa scuola e per noi telespettatori è un vero supplizio. Basta che venga coniato un detto che tutti si sentono in dovere di accettarlo, credendo di acquisire chissà che cosa nell’essere in sintonia. Cito alcune frequenti ripetizioni in ogni canale: “Perfetto, esatto, come dire (intercalare)”, inoltre i condizionamenti degli avverbi e nelle risposte: “Assolutamente sì, assolutamente no… e via dicendo”. Basterebbe dire sì o no. Sarebbe molto più semplice e vantaggioso per tutti. Aggiungo, e non mi dilungo oltre anche se ci sarebbe da parlare e scrivere a lungo sulla questione, che pure i signori ministri danno una bella mano a impoverire e danneggiare il nostro bel linguaggio. Speriamo che qualcuno intervenga a cambiare le cose. Ringrazio per la cortese attenzione. Loris Pierattini, Ponte a Ema

    Al suo florilegio, gentile signor Pierattini, aggiungo la romaneschizzazione del linguaggio televisivo, “assolutamente” fastidiosa per chi, come noi toscani, sa benissimo che le purezze grammaticali non s’imparano certo in Trastevere. Da semplice spettatore come lei – non sono un massmediologo – noto da tempo che la televisione è diventata diseducativa anche dal punto di vista dell’espressione, una cattiva maestra per i più giovani. Complice l’indiscriminata proliferazione di personaggi, o presunti tali, che più esibiscono il proprio analfabetismo e più sono gettonati. Più storpiano le parole e più fanno audience. Eppure c’è stata una stagione in cui per apparire in Rai occorreva, tra le altre cose, superare esami di dizione. Si ricorda il film in cui il “dentone” Alberto Sordi suppliva con la sua bravura a un aspetto non proprio televisivo e per questo diventava annunciatore? C’è da rimpiangerli quei tempi. Oggi, mi creda, è meglio un libro. Marcello Mancini, caporedattore de La Nazione
    (Da La Nazione, 25/2/2009).
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    Il decreto anti – stalking

    Perché ricorrere sempre all’inglese

    Cara Nazione,

    è operativo da alcune settimane un decreto legge per perseguire una forma di molestia che si sta sempre più diffondendo, che ha un nome inglese: stalking. Si tratta di una legge giusta e anche assai necessaria che ha praticamente unificato due reati già previsti nel nostro codice penale: si tratta cioè del reato di minaccia e quello di molestai, il tutto punito con sanzioni assai pesanti. Quello che però non ritengo giusto è l’aver voluto definire con un termine inglese il nuovo rato. La domanda che mi pongo è la seguente: perché dobbiamo sempre ricorrere, anche in settori che non sono specificamente scientifici, a questa continua smania di anglofilia, quando la nostra lingua italiana è così bella da suscitare sempre l’ammirazione e la stima soprattutto da parte degli stranieri? Nicodemo Settembrini, Arezzo
    (Da La Nazione, 18/3/2009).
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    Cara Latella,

    scrivo da Bruxelles, dove vivo da quasi due anni e volevo dare un po’ di conforto a tutti gli italiani che dicono “Uaterlo” anziché “Valerlo” quando pronunciano il luogo della battaglia dove Napoleone subì la sua cocente sconfitta. Lo preciso perché mesi fa, ad “Annozero”, il grande architetto Massimiliano Fuksas disse che in Italia siamo degli ignoranti perché pronunciamo all’inglese la parola Waterloo, che invece è belga. Ebbene, in Belgio sia i valloni che i fiamminghi pronunciano “Uaterlo”: i francesi, che devono sempre dare una pronuncia personalistica delle parole non francesi, dicono “Valerlo”. Visto che lo scibile è immenso e tutti possono sbagliare perché queste personalità approfittano della tv per lanciare messaggi, sbagliati, con arroganza? A proposito: volevo dirvi che anche Bruxelles in Belgio si pronuncia “Brussel”. Silvia Taverna
    (Da Anna n.18, maggio – 2009).

  • AUTOSTRADE
    Scritte in inglese

    Perché le scritte sui pannelli luminosi lungo le autostrade sono solo in italiano? Gli stranieri che non conoscono l’italiano come fanno a capire le informazioni o le segnalazioni di pericolo? Penso sarebbe il caso di alternare le scritte tra italiano e, almeno, inglese. Elisa Bottazzi elisabotx@bresciaonline.it
    (Dal Corriere della Sera, 18/1/2007).
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    Per salvare le lingue usiamo l’esperanto

    Io parto dal presupposto che ogni lingua, ufficiale o dialettale, sia un immenso bagaglio di cultura umana. Lingue e dialetti non sono pure convenzioni. Il fatto che un dato concetto, concreto o astratto, in un dato paese si esprima con un certo termine e un certo suono, evidenzia un certo modo di percepire e affrontare le cose. Trovo giusto che ogni popolo metta a confronto la propria cultura con le altre, nel reciproco rispetto e, chiaramente, non sono contrario allo studio delle lingue straniere.
    Alcuni media riempiono l’italiano con parole straniere (anche quando i termini equivalenti già esistono); e così danneggiano la nostra lingua nelle proprie sonorità e caratteristiche. Questa mi sembra sudditanza culturale. Perdendo una lingua o un dialetto, si perderebbe anche la possibilità di scrivere certi romanzi, canzoni, poesie; i quali infatti, se tradotti, perdono già parte del proprio valore artistico. Recentemente, in appositi siti Internet si è parlato del cinquantenario del Trattato di Roma, in tedesco, inglese, francese e spagnolo. I commissari europei italiani si sono lamentati del fatto che non ci fosse una traduzione in italiano. Ma io ritengo che, nei rapporti fra popoli linguisticamente diversi, sarebbe opportuno usare l’esperanto; una lingua neutra, che metterebbe i rappresentanti dei vari paesi a parità di mezzi di espressione diplomatica, senza privilegiare qualche madrelingua.
    ROBERTO BETTERO
    (Da La Stampa, 22/01/07).
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    Le scritte in autostrada

    Ho letto la richiesta di una lettrice di scrivere le segnalazioni in autostrada anche in lingua straniera (Corriere, 18 gennaio). In realtà questa richiesta mi appare curiosa e vorrei chiedere alla lettrice se è mai stata in Paesi anche della Comunità Europea (leggi Austria, Germania, Francia e anche Inghilterra) e se le sia mai capitato di leggere segnalazioni in lingua italiana. Penso che almeno per queste esigenze i nostri ospiti possono spingersi a leggere nella nostra lingua. Lucio Pizzamiglio lucio.pizzamiglio@hotmail.it
    (Dal Corriere della Sera, 21/1/2007).
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    Le sorprese dell’Esperanto

    Caro direttore,

    ha ben ragione il signor Roberto Bettero di Schio (Vi) ad indicare, nella lingua internazionale Esperanto, la soluzione al grave problema delle barriere linguistiche nell’Europa unita (Avvenire 31/12/2006). Peraltro ritengo ottimistica la valutazione al 50%, da parte del Censis, degli italiani “a conoscenza di qualche lingua straniera” che la sappiano effettivamente parlare. Quanto al neutrale esperanto, la mia personale esperienza di oltre 65 anni di pratica applicazione, mi conferma nell’assoluta, impareggiabile utilità della lingua per le relazioni umane, sociali, culturali e “politiche” fra appartenenti a differenti nazionalità. Per darne una pratica dimostrazione, basti raccontare quanto accaduto al signor Attilio Giovannini, modenese, soldato italiano in Jugoslavia nei primi anni della seconda guerra mondiale. Questi, imbattutosi in un gruppo di partigiani deciso a ucciderlo, fece sue le parole di San Paolo ai Corinti e le gridò loro in esperanto, aggiungendo che era solo un soldato disarmato e ammalato e che, se lo avessero conosciuto un po’ a fondo, non avrebbero trovato in lui un nemico, ma un essere umano come loro, costretto alla guerra dagli avvenimenti… Fu a quel punto che una mano si alzò in segno di sospensione, e una voce fortemente esclamò: “Questo è un esperantista, non può essere un nemico: non dobbiamo ucciderlo!”. Luigi Tadolini Forlì. (Dall’Avvenire, 27/1/2007).
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    Le sorprese dell’Esperanto

    Caro direttore,

    ha ben ragione il signor Roberto Bettero di Schio (Vi) ad indicare, nella lingua internazionale Esperanto, la soluzione al grave problema delle barriere linguistiche nell’Europa unita (Avvenire 31/12/2006). Peraltro ritengo ottimistica la valutazione al 50%, da parte del Censis, degli italiani “a conoscenza di qualche lingua straniera” che la sappiano effettivamente parlare. Quanto al neutrale esperanto, la mia personale esperienza di oltre 65 anni di pratica applicazione, mi conferma nell’assoluta, impareggiabile utilità della lingua per le relazioni umane, sociali, culturali e “politiche” fra appartenenti a differenti nazionalità. Per darne una pratica dimostrazione, basti raccontare quanto accaduto al signor Attilio Giovannini, modenese, soldato italiano in Jugoslavia nei primi anni della seconda guerra mondiale. Questi, imbattutosi in un gruppo di partigiani deciso a ucciderlo, fece sue le parole di San Paolo ai Corinti e le gridò loro in esperanto, aggiungendo che era solo un soldato disarmato e ammalato e che, se lo avessero conosciuto un po’ a fondo, non avrebbero trovato in lui un nemico, ma un essere umano come loro, costretto alla guerra dagli avvenimenti… Fu a quel punto che una mano si alzò in segno di sospensione, e una voce fortemente esclamò: “Questo è un esperantista, non può essere un nemico: non dobbiamo ucciderlo!”. Luigi Tadolini Forlì. (Dall’Avvenire, 27/1/2007).
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    Autostrade: le scritte in lingua straniera

    Mi riallaccio alla lettera pubblicata sul Corriere del 21 gennaio a proposito delle scritte in lingua straniera. Mentre in Alto Adige – Südtirol le scritte in tedesco sono corrette, sull’autostrada di Tarvisio si legge: «Möglich gefrorene Teile» che si traduce: «Possibili surgelati». Comici o ignoranti? Giuseppe Muraro, Pramaggiore (Ve).
    (Dal Corriere della Sera, 30/1/2007).
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    TOPONOMASTICA
    E una via per Tucci?

    Sfogliando lo stradario del Comune di Roma ho notato l’assenza di una via dedicata ad un famoso italiano quale Giuseppe Tucci, scomparso 23 anni or sono. Tucci è stato il più famoso studioso occidentale della lingua e della civiltà tibetana, noto anche per le esplorazioni che condusse in un paese come il Tibet quando esso era chiuso a tutti gli stranieri. Le sue numerose opere scientifiche, tradotte nelle principali lingue occidentali, si accompagnano a scritti di alta divulgazione, che vengono spesso ristampati. Fondatore nel 1933 dell’Ismeo (Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente) che egli presiedette sino al 1978, negli ultimi decenni della sua vita diresse importanti campagne archeologiche e di restauro in Afghanistan, Iran e Pakistan. I reperti della missione archeologica italiana, conservati nel Museo di Kabul, sfuggirono alla distruzione dei talebani, (quelli che con la dinamite fecero saltare i colossali Buddha di Bamiyan) solo grazie all’intelligenza di un custode afgano che riuscì a occultarli. Di recente il museo nazionale di Arte orientale è stato intitolato al suo nome, perché Tucci fu uno dei promotori dell’istituzione. La vastissima raccolta di opere tibetane che aveva acquisito nei suoi viaggi in Tibet, fu da lui donata alla Biblioteca dell’Ismeo, ente che con il nuovo nome di Isiao (Istituto italiano per l’ Africa e l’ Oriente) è ospite nei locali comunali di via Aldrovandi. Il Comune dovrebbe provvedere a ricordarlo con il nome di una strada. Alessandro Sinico
    (Dal Corriere della Sera, 13/2/2007).
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    L’inglese non può essere l’unica lingua europea

    Democrazia Linguistica

    Caro Direttore, dal 1 gennaio 2007 l’Unione Europea ha 23 lingue ufficiali, dopo l’ingresso di Bulgaria e Romania e l’introduzione del gaelico. Questi tre ultimi arrivi hanno contribuito a rafforzare il già ricco patrimonio culturale dell’Unione europea. Ma la situazione linguistica europea è ben lontana da un equilibrato multilinguismo: l’inglese acquista terreno, giorno per giorno, in ogni campo della vita economica e sociale a discapito delle altre lingue. Una situazione di tale predominio da pregiudicare la vita stessa delle lingue, vita dei popoli. Il ruolo dell’Ue, che tanto sembra amare il multilinguismo, dovrebbe essere quello di tutelare la diversità linguistica.
    Gli anglofoni, invece, sono soggetti privilegiati in più settori, primo fra tutti quello professionale (oggi come oggi gli inglesi non imparano lingue).
    Ritengo sia necessario dare la possibilità a coloro che sono interessati o anche semplicemente incuriositi di conoscere le possibilità di risparmi economici e di giustizia sociale che verrebbero offerti da una lingua equa e neutrale come l’esperanto. Arianna Screpanti
    (Da La Repubblica, 17/2/2007).
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    Posta, Risposta
    di Lucia Annunziata

    La lingua come arma o segno d’identità

    Stavo ascoltando una seduta della Camera attraverso radio Radicale. In quel momento si stava discutendo in merito all’inserimento nella Costituzione di una norma che stabilisca che l’italiano è lingua nazionale. Alcuni onorevoli, evidentemente preoccupati del fatto che quella norma potesse cancellare le loro identità linguistiche, prendendo la parola hanno iniziato a esprimersi nelle loro lingua madre, riconosciuta come lingua dall’Unione Europea alla pari di molte altre definite impropriamente dialetti.
    Il presidente della Camera ha ripetutamente tolto loro la parola, arrivando anche a togliere l’audio alla diretta radio. Ridurre al silenzio chi ha un pensiero (e un idioma) diverso dal proprio non è per nulla democratico, non era democratico ridurre al silenzio gli oppositori nella vecchia Unione Sovietica, ma solo ora è possibile dirlo senza timore di smentite. Trovo alquanto grave privare gli italiani del diritto sacrosanto ad essere informati su quello che accade in un’aula che non dovrebbe avere segreti. Purtroppo le vecchie abitudini sono dure a morire. In Italia.
    Una situazione che il giorno in cui avremo un onorevole che di nome farà Mohammed, tocchiamo ferro e speriamo che questo non si verifichi mai, cambierà notevolmente. Verrà concesso a tutti quelli come lui il diritto di fare i propri interventi in qualche idioma maghrebino, piuttosto che albanese, piuttosto che Rom e immediatamente verrà inaugurato un sistema di traduzione simultaneo simile a quello presente al Parlamento europeo.
    In fin dei conti è un ospite e come tale va trattato con assoluto riguardo, anche a costo di fare razzismo al contrario e negare agli italiani gli stessi diritti concessi a tutti gli ospiti che arrivano in Italia da ovunque. Renata Rantella

    Dunque, mi pare che ci siano tre proteste insieme in questa lettera. La prima ha a che fare con il fatto che è sbagliato togliere ai cittadini italiani il diritto alla propria identità territoriale e dunque linguistica. Risposta: giusta richiesta, ma nel caso che lei cita gli onorevoli ricorrevano a questo diritto usandolo come uno strumento di battaglia politica. Il caso in particolare non nega i diritti in generale all’identità: ma riafferma che a livello istituzionale c’è diritto a una identità unitaria. La seconda protesta ha a che fare con la mancanza di informazione su che cosa succede nelle aule del Parlamento: chi vuole, in realtà, può seguire tutto sui numerosi canali che ne informano, incluso quello di cui lei era in ascolto. Infine, gli immigrati: lei è certa che succederà così?
    (Da La Stampa, 3/4/2007).
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    La lettera

    risponde Gaspare Barbiellini Amidei

    117 lingue e una sola legge

    Anni fa l’ ho vista tante volte passeggiare di domenica con i suoi ragazzi e il suo cane, nelle pause del suo lavoro di via Solferino, nei prati del parco accanto all’Arena, cento metri dalla odierna China Towon. Io vivo da sempre in quello che era un amabile quartiere. Lei che pensa: potrà tornare ad essere amato dai milanesi, nonostante tutto? Paola M. Milano

    Amare ogni nostra città, quartiere, borgo non è un “optional”, affidato agli umori di gente che va e che viene, è un fatto urbanistico e naturale, come il sole e l’aria che troviamo svegliandoci la mattina. Non c’è smog né squilibrio etnico che possano persuadere le nostre radici a traslocare. Questa premessa va chiarita con pacatezza: altri che arrivano hanno modo di farsi milanesi, fiorentini, bolognesi, italiani in uno spazio qualsiasi del nostro paese: siano benvenuti, noi non ce ne andiamo. Stabilita la stanzialità del nostro abitare va ripetuta meglio la stabilità delle nostre leggi. In Italia la extraterritorialità non compete neppure alle chiese e ai monasteri, figuriamoci ai magazzini di merci cinesi e ai marciapiedi delle vie. Abbiamo un codice civile, uno penale e uno stradale eguali per tutti, senza franchigie. Abbiamo una anagrafe per registrare nascite, matrimoni e morti, residenze e cittadinanze, non sono previste stravaganze, non sono contemplate deroghe. Immigrazione e conoscenza sono auspicabili, ma la nostra Costituzione non è elastica, l’accettazione esplicita del binomio diritti-doveri esclude riserve mentali. Ciò vuol dire che non si legittimano comunità cui in Italia sia consentito durevolmente di ignorare obblighi: la legge è uguale per tutti. La si può tradurre in cinese o in arabo. Può essere riprodotta in una delle 117 lingue parlate oggi in Italia. L’importante è intendere che la valenza degli obblighi di legge non è aggirabile, neppure a China Town.
    (Da La Nazione, 18/4/2007).
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    INTEGRAZIONE
    L’italiano da sapere

    Per ciò che riguarda l’attività dei cinesi nei quartieri delle nostra città, ho letto recentemente in cronaca: «…il presidente dei commercianti cinesi â smozzicaâ poco della nostra lingua». Ecco, è proprio questo credo il punto cruciale della mancanza di integrazione degli stranieri nel nostro Paese, essi non si adeguano al minimo indispensabile necessario per comunicare con noi. Se persino il presidente di una associazione non riesce a parlare normalmente la nostra lingua è perché qualcosa a monte deve essere modificato ed aggiornato, le varie leggi di questi ultimi 10 anni che sono state fatte per venire incontro ai vari stranieri che giungono in qualsiasi modo in Italia se non prevedono che chiunque voglia vivere e fare da noi attività deve almeno parlare e conoscere la nostra lingua e storia. Se questo non viene fatto, l’integrazione è difficile. Come può quindi un rappresentante del loro mondo commerciale, industriale, di servizi, civile colloquiare con il loro corrispettivo italiano se non riesce almeno a farsi capire col linguaggio? Bisogna quindi che per ottenere diritti e doveri di un qualsiasi cittadino le leggi per gli stranieri siano più precise sulla questione della conoscenza della nostra lingua e delle nostre leggi come da molto tempo va dicendo Magdi Allam. Benni Moretti
    (Dal Corriere della Sera, 21/4/2007).
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    Inutile ripropinare preghiere e celebrazioni in latino

    La chiesa cattolica che ormai è sconfessata in ogni sua parte, senza scomodare la scienza, semplicemente dal buon senso, si rilancia rifugiandosi nel magico. Non altro significato, infatti, assume la proposta di ritornare all’uso del latino per quanto riguarda le preghiere e le celebrazioni della Messa. Mia nonna, che era nata alla fine dell’800 e aveva potuto frequentare esclusivamente le scuole elementari, non capiva nulla delle preghiere in latino, ma le ripeteva volentieri, e in maniera del tutto naturale, come fossero formule magiche e con ciò si sentiva appagata. Anzi più erano incomprensibili e misteriose, maggiore era l’affetto terapeutico che in lei destavano. E come accadeva a lei, succedeva a tante altre persone della sua età e della sua generazione. Che non vedevano l’ora di mettersi a recitare – o in casa o in chiesa – quelle preghiere e che in quelle preghiere hanno sempre riposto speranze e sentimenti. Coinvolgendo figli e famiglia in un rito quotidiano che richiedeva tempo e concentrazione. Ma i tempi sono cambiati. La Chiesa è ritornata al “Bobbidi Bibbidi bù”, come Walt Disney. Se si accontenta di questo! Peggio per lei. Non è un caso che il Papato cerchi di riavvicinarsi alla Chiesa cristiana ortodossa che fra le comunità cristiane è la più conservatrice. Se i tempi lo consentissero il Vaticano ripristinerebbe anche l’inquisizione, che è la gestapo della Chiesa cattolica.
    Giovanni Baldini, Montelupo Fiorentino.
    (Da La Nazione, 8/5/2007).
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    Se il dizionario discrimina gli etero

    Le linee guida del servizio sanitario scozzese, per non discriminare le coppie gay, hanno suggerito di non utilizzare con i bambini la parola “genitori”, ma “tutore” o “guardiano”. In Spagna Zapatero, introducendo il matrimonio gay con diritto di adozione, ha cancellato dal codice civile le parole “marito” e “moglie”, sostituite con la parola neutra “coniuge” o “partner”. In questo modo oltre a distruggere secoli di cultura della famiglia viene discriminata la maggioranza delle popolazioni e si favorisce l’omofobia. Lorella Groten, Roma
    (Da La Nazione, 12/6/2007).
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    La lettera

    risponde Gaspare Barbiellini Amidei

    Parlare ai turisti tedeschi in spagnolo (o in latino?)

    Sono un docente di tedesco. Vedo che nessuno, sindacalisti, dirigenti ministeriali e perfino colleghi, si cura della esagerata diffusione dello spagnolo a scapito di francese e tedesco nelle scuole medie e superiori. Eppure nel mondo del lavoro lo spagnolo è la lingua meno richiesta, soprattutto in zone come la mia a prevalente vocazione turistica. Non dovrebbe essere importante acquisire competenze spendibili? Perfino in istituti professionali per il commercio, la ristorazione e il turismo si studia meno il tedesco dello spagnolo, anche se gli ospiti sono in prevalenza tedeschi. Beatrice D. G., Grosseto

    Negli altri Paesi dell’Unione Europea solo due cittadini su cento conoscono la lingua italiana. Quando vengono in Italia devono trovare gente capace di capirli. Questo nostro isolamento ha molti colpevoli, cattedre universitarie di italianistica all’estero che chiudono, scuole e istituti italiani oltre frontiera lasciati con avari mezzi, e poi tutto un arretramento dell’orgoglio nazionale che ha mandato la nostra lingua nella serie B della burocrazia comunitaria. In questa situazione tutto serve meno una guerra tra poveri sulla graduatoria per l’insegnamento della seconda lingua, dietro l’inglese divenuto il passaporto per il futuro già dalle elementari. Francese, tedesco e spagnolo sono tre finestre sul passato e sull’avvenire, ciascuna dotata di uno straordinario fascino. Sarebbe bello poterle studiare tutte e tre, e non riesco a considerare una sciagura imparare la parola di Cervantes. Non dimentico il Sud America e neppure gli Stati Uniti, nei quali la comunità di lingua spagnola è la seconda dopo quella anglofona. Ma la lettrice ha ragione: risulta incomprensibile che in zone a vocazione turistica perfino negli istituti professionali per il commercio, la ristorazione e il turismo si preferisca studiare lo spagnolo anziché il tedesco, quando gli ospiti sono quasi tutti tedeschi. Il cameriere si rivolgerà a loro in spagnolo, in italiano o magari in latino?
    (Da La Nazione, 3/7/2007).
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    Cara Latella, come ti frego la sicurezza con l’inglese (sono madrelingua): con uno dei tanti vecchi pass che ho (ho lavorato ai Mondiali, Olimpiadi e anche al funerale del Papa due anni fa), sono partito per la tribuna stampa dell’Olimpico per il concerto degli Stones. Un gorilla della sicurezza mi ferma. Lo guardo e gli parlo come Alberto Sordi nel film «Un americano a Roma». Panico! Non sa che cosa dico, nè riesce a rispondermi. Mi passa ad un altro collega che pure lui non capisce un tubo. Finalmente accedo nella tribuna stampa dove delle carinissime hostess di neanche 20 anni mi bloccano. Uso un accento texano (non sono neanche americano!). Panico di nuovo! Una risponde in un inglese degno di uno che parla serbo – croato – swahili – mandarino. Mi siedo tranquillamente e riprendo tutto il concerto, indisturbato. Magari se proprio volevo potevo anche arrivare al loro camerino e chissà, pure fare un atto terroristico. E’ allucinante come (non) sapete l’inglese più rudimentale! Bart Fercotti

    Certo, ci sono state e ci saranno circostanze anche più serie in cui la mancata conoscenza dell’inglese arreca danno alla Patria.Ma il divertente racconto del signor Fercotti (divertente? A pensarci bene, anche un po’ deprimente, in realtà) ha il pregio di svelare che in Italia pure nel mondo del rock, pure tra gente reclutata per fare servizio d’ordine nel più internazionale dei concerti, nessuno è tenuto a saper parlare inglese. La pigrizia dei trentenni e ventenni d’Italia, e la persistente arretratezza dei loro genitori, ecco che cosa scoraggia. Spendono migliaia di euro per comprare ai figli motorini e, nel caso delle fanciulle, perfino per regalare loro tette nuove. Nessuno che esiga in cambio la perfetta conoscenza dell’inglese. Siamo un Paese che nel turismo avrà, probabilmente, la fonte di reddito dei prossimi decenni. Ma ci affatica impegnarci sul vocabolario, autoimporci un soggiorno
    all’estero di puro studio. E’ il trionfo del cazzeggio, e a nessuno, in fondo, importa niente nè di migliorare se stessi, nè di migliorare per il futuro. Sostanzialmente, non importa niente del futuro. mlatella@rcs.it
    (Dal Corriere della Sera, 8/7/2007).
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    I giovani e l’inglese: «Ma mia figlia parla tre lingue e non trova lavoro»

    Gentile signora, ho letto con grande disappunto, ma non meraviglia, dell’ignoranza dei nostri giovani sull’inglese e non solo! Ma ci sono anche giovani, che con laurea in lingue, conoscenza e uso di inglese, francese e spagnolo, stage all’estero e master all’Università di Genova in Management culturale internazionale (a pagamento!), non trovano lavoro perchè manca quel «calcio» che altri possono permettersi. A mia figlia (30 anni) non ho comprato il motorino, nè l’auto nè soggiorni benessere; eppure questi sono i risultati! Ho speso per l’Erasmus, per la preparazione della tesi all’estero, per stage all’estero e in Italia, insegnamento della lingua francese in un liceo in Francia, master a Genova, esperienze in case editrici… Ma vengono letti solo i curriculum di persone che, come Lei dice, non vogliono migliorare. Chiara Tritto

    A certe lettere si vorrebbe rispondere soltanto: «Lei ha ragione». Ma non basta. Per carattere e formazione appartengo alla categoria di chi si aspetta poco o nulla dalle «istituzioni». Credo nella possibilità che le cose succedano per caso, per fortuna e, molto, perchè uno si dà da fare. Ma cosa rispondere alla lettrice che elenca i sacrifici fatti da lei e dalla figlia, proprio in ossequio allo stesso principio cui da anni veniamo indirizzati da economisti, Confindustria, uomini saggi? La risposta è una sola: i genitori che non curano la formazione dei loro figli e non li obbligano (esiste il verbo e un genitore dovrebbe ogni tanto adoperarlo) a imparare l’inglese, sono gli stessi che credono nelle raccomandazioni. Sono i baroni universitari che fanno ereditare le cattedre, per esempio. O le mamme che tengono a casa maschioni di 30 anni «perchè poverino non trova un impiego». A 30 anni uno va a fare qualsiasi lavoro, non aspetta «l’impiego». Per farla breve: sua figlia ha fatto bene a studiare. Non so a che cosa aspiri, ma se posso darle un consiglio, meglio non aspirare a niente. Si cerchi un qualsiasi lavoro, qualsiasi ripeto, dove sia importante quel che uno sa, lingue incluse. E scali, gradino dopo gradino, la ripida parete. I migliori hanno sempre fatto così. Maria Latella mlatella@rcs.it
    Dal Corriere della Sera, 10/7/2007).
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    BIGLIETTERIE ATM
    Turisti senza «lingua»

    Avventura di un’amica turista alle prese con le emettitrici automatiche dei biglietti nel metrò di Milano, fermata Duomo. Seleziona inglese e il programma propone il ventaglio dei possibili acquisti: biglietto ordinario, biglietto giornaliero. Ma in italiano! Verificato che solo per pagare c’è la traduzione. Atm ritiene dunque che gli stranieri siano traduttori simultanei… Una brutta immagine per la città. Maria Lucia Caspani
    (Dal Corriere della Sera, 14/7/2007).
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    Risponde il vicedirettore Mauro Avellini

    Il latino in chiesa non è imposto
    E’ solo la ricerca di un dialogo

    Cara Nazione, il recente ritorno della possibilità della messa in latino, liberalizzata da Papa Benedetto XVI, appare francamente come una mossa decisamente sbagliata, da parte del Vaticano. Sia chiaro, siamo più nell’ambito della forma che della sostanza vera e propria, tuttavia molti hanno “letto” in questa apparente novità quasi una sorta di incapacità nell’affrontare le questioni reali della Chiesa attuale, problematicamente alle prese con temi fondamentali del rapporto tra società attuali e credenze religiose, dal confronto sempre più precario con i seguaci di Maometto a vicende interne come lo scandalo dei sacerdoti pedofili. Pensare di poter volgere lo sguardo indietro per rinverdire un passato che non esiste più sembra anacronistico tanto più che il latino appare come una lingua elitaria, storicamente valida ma certamente non adatta a far veicolare un messaggio che dovrebbe sempre e comunque essere alla portata di tutti, anche e soprattutto dei meno preparati culturalmente.
    Mario T. – Firenze

    Nel messaggio ecclesiastico la forma si compenetra spesso con la sostanza stessa dei problemi: con il “motu proprio” di Papa Ratzinger, infatti, il rito antico è permesso ma non imposto, e la liturgia ordinaria della Chiesa resta comunque quella conciliare. D’altra parte non di restaurazione si tratta perché, come specifica lo stesso Pontefice nella lettera ai vescovi, il rito antico “in linea di principio restò sempre permesso”. Il latino, consentito ai parroci su istanza dei fedeli, può essere dunque letto come una ricerca di rinnovata unità della Chiesa, nel solco della tradizione e attraverso una forma comunicativa tale da ridurre al massimo, in ragione della sua vasta diffusione, le difficoltà di comprensione che quotidianamente si presentano ad una Chiesa chiamata al dialogo in ogni parte del mondo.
    (Da La Nazione, 20/7/2007).
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    Il vero significato di “perfidus” nella messa latina

    Egregio dottor Granzotto, sul significato dell’aggettivo latino “perfidus” il dizionario latino-italiano di F. Calonghi (Rosenberg & Sellier, Torino 1964) non ammette dubbi. Vi è un significato numero uno: perfido, sleale, traditore, falso. E un numero due, traslato: infido, mal sicuro, ingannatore. Gli autori che lo usano in questo senso vanno da Cicerone (1° sec. a.C.) a Floro (2° se. d.C.). Certo la lingua latina non finisce con Floro e per avere notizie precise sul significato del termine in età tardo-antica, cristiana e medioevale occorrerebbero strumenti ben più ampi e precisi rispetto al pur pregevole Calonghi; purtroppo, in questo momento, non ne ho a disposizione. Ma qualche lettore che frequenti una facoltà di Lettere e Filosofia e che abbia accesso a detti strumenti potrebbe fornire un contributo decisivo sulla questione.
    Claudio Vitelli – Lodi

    Sono centinaia, caro Vitelli, le parole che nel passaggio dal latino al volgare hanno finito per assumere un significato non corrispondente all’originale. Prenda “cattivo”: sta per “malvagio”, “che ha la tendenza a compiere il male”, eppure trae dal latino “captivus” che significa tutt’altro, significa “prigioniero”, “catturato” (tant’è che “cattività”, mantenendo il significato originale, corrisponde a “schiavitù”, “prigionia”: niente a che vedere, dunque, con la cattiveria). Fu la predicazione cristiana, tesa a sottolineare il triste destino del “captivus diaboli” di colui che diventava prigioniero del demonio, a favorire il cambiamento di significato. “Captivo” e quindi “cattivo” finì infatti per esprimere direttamente lo stato moralmente riprovevole del peccatore. Lo stesso vale per “perfido”. Aggrappandosi al passo della preghiera del venerdì santo “Oremus et perfidis Judaeis ut Deus et Dominus noster auferat velamen de cordibus eorum”, per denunciare la scorrettezza politica di quel “perfidis Judaeis” e di conseguenza l’ignominia del ritorno al rito tridentino, i furibondi oppositori della Messa in latino prendono dunque fischi per fiaschi. Perché all’origine “perfidus” sta a significare “che manca di fede”. E così come “captivus” ha mantenuto il suo antico significato nel termine “cattività”, “perfidus” lo mantiene nel vocabolo, desueto ma appartenente a pieno titolo alla lingua italiana, di “perfidiare”. Il cui significato è: ostinarsi a non voler credere alla verità.
    Che poi in senso lato (e laico) “che manca di fede” – fede qui nel valore di “osservanza delle cose promesse” e dunque di “fedeltà”, “onestà”, “lealtà” – voglia dire “disleale” e quindi “malvagio”, è un fatto. Lo stesso Cicerone, da lei citato, caro Vitelli, come testimone a carico, così si esprimeva: “perfidiosum est fidem frangere”, che credo non serva tradurre. Però, ed eccoci al punto, la Chiesa non si esprime in senso lato. E anzi, è puntigliosissima quando mette nero su bianco. Per cui, la traduzione del passo dell’orazione del venerdì santo suona così e solo così: “Preghiamo anche per gli ebrei privi di fede affinché il Signore Dio nostro tolga il velo dai loro cuori”. Niente di più politicamente corretto. Paolo Granzotto
    (Da Il Giornale, 13/8/2007).
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    I dati Istat sull’analfabetismo

    I dati sul livello di analfabetismo e di incultura in Italia spaventano. Secondo l’ultimo censimento Istat, sono 800 mila le persone adulte «completamente analfabete», mentre il 26 per cento (oltre un quarto della intera popolazione italiana, vale a dire più di 15 milioni di persone) è «sotto i livelli minimi d’istruzione». In sostanza, si tratta di persone «incolte», prive di elementare cultura, ignoranti o quasi. I dati predetti sono drammatici se si considera che una tale massa di soggetti incolti esercita il diritto di voto e viene ad avere un grosso peso politico nella formazione delle maggioranze e quindi nella stessa vita politica del nostro Paese. Non so quanto oggettivamente possa essere «consapevole e razionale» l’interesse alla vita politica da parte di milioni di persone incolte, prive, di fatto, di adeguate capacità di valutazione e discernimento di valori e problemi del nostro Paese. Una incultura, peraltro, che incide anche pesantemente sul livello di civiltà e di educazione civica dell’Italia. E’ un grosso problema, che dev’essere posto all’attenzione degli italiani e della classe dirigente. Raffaele Bernardini rafbernardini@inwind.it
    (Dal Corriere della Sera, 10/9/2007).

  • Come dovrà parlare l’Unione Europea
    L’UNIONE EUROPEA E LE LINGUE DI SERIE A
    di Marcelo Casartelli

    Con riferimento alla lettera del signor Chierico “L’unione non fa la lingua. Gli inglesi privilegiati”, penso che l’Unione Europea perdurerà soltanto se si basa sulla giustizia anche linguistica. Se ci sono privilegiati, avremo cittadini di prima e di seconda classe. La lingua di Shakespeare è importante, ma è importante anche la lingua di Dante e quella di Cervantes. La soluzione a questo problema sarà che ciascuno parli la sua madrelingua e, per la comunicazione internazionale, si dovrà adottare una lingua neutrale, come l’esperanto. M.C. – Còrdoba (Argentina).
    (Da La Stampa, 27/11/2004).
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    L’UCRAINA PATRIA DELL’ESPERANTO
    di Renzo Segalla

    Ucraina vuol dire “terra di confine”, ai confini dell’Europa; la sua superficie è quasi il doppio di quella d’Italia; quasi 50 milioni sono i suoi abitanti(78% ucraini,17% russi,5% altri). Ci sono ortodossi fedeli a Mosca, altri a Kiev, capitale; greco-ortodossi, cattolici polacchi, ebrei rimasti. Nel 988, Vladimir, principe del nucleo dei Vichinghi, abbracciò il Cristianesimo invece dell’Islam.
    La lingua appartiene al gruppo slavo orientale., come il Russo, ma è diversa. L’Ucraino fu la lingua proibita dalla zar Alessandro II nel 1876. In quel periodo uno studente ebreo , Ludovico L. Zamenhof, a Byalistok (ora Polonia), abitata da russi, polacchi, ebrei, tedeschi e lituani, avvertì i contrasti fra persone diverse per condizioni sociali religione e lingua . Al fine di agevolare la comunicazione e attenuare così le incomprensioni, concepì e sviluppò un idioma semplificato ausiliare, neutrale, di impronta europea, il cui lessico è per due terzi ricavato dalle lingue neo-latine, il 20% da quelle germaniche, il 10% da quelle slave, che pubblicò, nel 1887, in un opuscolo con lo pseudonimo “Doktoro Esperanto” ( che spera) .
    Oggi a Kiev, (2,5 milioni), come allora in Byalistok (100 mila) le identità si contrastano e si confondono. L’Ucraina è spaccata tra Est, industriale filorusso e Ovest, agricolo, tecnologico, commerciale, filooccidentale. L’Ucraina era detta il “granaio d’Europa”. Ma purtroppo , negli anni Trenta, Stalin lo svuotò e vietò anche l’Esperanto. A Kiev, l’arco di amicizia con i russi è un giogo. Il popolo ucraino, filooccidentale con la sua tenace opposizione, detta “rivoluzione arancione”, dimostrata pacificamente in Piazza dell’Indipendenza a Kiev, è riuscito ad ottenere la ripetizione del ballottaggio prevista il 26 dicembre, aspirando alla libertà e alla democrazia, grazie anche alla mediazione dei rappresentanti dell’UE nelle persone di Xavier Solana, affiancato dai leader di Polonia e Lituania. Ciò è essenziale per l’unità dell’Ucraina e per un avvicinamento tra Kiev e Bruxelles e tra l’UE e gli USA. L’Ucraina è parte integrante dell’ Europa: entro il 9 dicembre è prevista la firma dei piani d’azione bilaterali fra l’UE e altri sette Stati, tra cui proprio l’Ucraina.
    (Da Alto Adige, 17/12/2004).
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    LINGUE DIFFICILI CON I CAPELLI GRIGI
    GLI ANZIANI E L’INGLESE
    di Dino Martelli

    Penso di interpretare il pensiero , e l’apprensione, di quei cittadini italiani che non sanno l’Inglese. Ogni giorno vediamo (ma non comprendiamo) su quotidiani, riviste, televisione, ecc. informazioni, cronaca, pubblicità con parole inglesi. Per chi non conosce questa lingua sono parole vuote, senza significato! È giusto che anche in Italia impariamo l’Inglese, ma non è facile , specialmente per chi ha superato gli “anta”.
    A scuola mi hanno insegnato Latino e Francese ed ora con questo dominio dell’Inglese mi trovo in difficoltà; e come me,credo, sono milioni di italiani. Faccio un appello a qualche Onorevole affinché proponga che accanto alle parole inglesi sia posta, anche in maniera più piccola, la traduzione in Italiano. Questo permetterebbe di comprenderne il significato e, gradualmente, potremmo conoscere anche noi il significato di parole inglesi. Ci sarà un Onorevole disposto a stare dalla parte di alcuni milioni di italiani ?
    (Da La Stampa, 13/1/2005).
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    LA LINGUA UNIVERSALE C’E’: E’ L’ESPERANTO

    Caro Direttore,
    a proposito dell’idea di Ernesto Galli della Loggia di qualche giorno fa, secondo cui "Non puo’ esserci Europa unita, se non c’e’ una lingua comune".
    Questa invece esiste fin dal 1887 ed e’ l’esperanto. Lingua artificiale, ausiliaria, per scopi internazionali, inventata dal medico polacco L. Zamenhof.
    E’ semplice, dalle radici prese dalle lingue neolatine, germaniche o slave. Chi aspira a diventare deputato europeo dovrebbe essere obbligato ad impararla.
    Complimenti per il giornale. Leggo sempre prima Popotus, perche’ e’ scritto con caratteri piu’ grandi… capira’ se le dico che ho 86 anni!
    Carla Bovo
    (Da Avvenire, 17/2/2005).
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    LINGUA COMUNITARIA
    di Franz Knoflach

    Succede proprio questo! Che i responsabili della “politica linguistica unioeuropea” ben poco hanno fatto per la conoscenza e l’accettazione dell’Esperanto! Eppure è indiscutibile che finora nessuno ha messo efficacemente in dubbio gli scopi, gli ideali, le sperimentazioni prospettate da Zamenhof e le possibilità della relativa Lingua per favorire e migliorare i contatti internazionali. Risultato? All’opinione pubblica non viene permesso di formarsi un obiettivo giudizio in materia. È la genialità del suo creatore che permette con assoluta coerenza di confutare e respingere come insensate le obbiezioni e le critiche dei vari detrattori.
    A conoscerlo meglio, l’Esperanto risulta poi essere anche una risorsa preziosa, non solo per il bene d’Europa, ma per quello del mondo intero!
    Dall’Esperanto infatti, adoperato come Lingua “seconda”, la materna di qualunque etnia non resta mai intaccata, perché la Lingua madre, con tutto il suo fascino e le sue risorse espressive, può prestarsi agli stilismi più raffinati, mentre la Lingua di supporto, con le sue doti di logicità e facilità, entra in azione, con non poco sollievo, quando si affrontano difficoltà di … traduzione .
    Diciamo allora che, se l’Esperanto non ha potuto finora affermarsi, ne sono responsabili i Vertici Euro-istituzionali delle politiche linguistiche che hanno trascurato ogni dovuta informazione, sia sull’Esperanto che sulle sue metodologie. Cosicché solo “verità frammentarie” hanno continuato a disinformare (se non ingannare) l’opinione pubblica europea. Si aggiunga che, purtroppo, nella vicenda giocano anche fattori di potenza, non sempre proprio ispirati a principi equi.
    (Da Dolomiten, 15/2/2005). (Traduzione di Carlo Geloso).
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    NOI E L’EUROPA

    Perché declassano la lingua italiana

    Le recenti polemiche, in sede comunitaria, circa l’uso dell’inglese,
    del francese e del tedesco negli atti ufficiali della comunità e la
    conseguente esclusione della lingua italiana relegata a un uso
    saltuario nelle conferenze stampa settimanali alla stregua delle
    lingue degli altri 22 paesi della ‘Comunità allargata’, non può se non
    preoccuparci e rammaricarci. Un altro segno della crisi che investe il
    nostro paese confinato all’ultimo posto, il fanalino di coda della UE.
    ~ L’Italia, paese fondatore della UE, merita ben altro trattamento, se
    non altro per il bagaglio culturale e storico possente che esprime. Ad
    ogni lingua, ben s’intende, si deve rispetto, ma è altrettanto chiaro
    che occorre aver riguardo alla tradizione culturale di un grande paese
    quale è il nostro, pur in fase di recessione.
    Evidentemente i nostri rappresentanti, in sede europea non hanno fatto
    appieno il loro dovere! Il quadro che ne deriva è sconfortante anche
    con riferimento all’uso interno della nostra lingua. Prevalgono
    infatti i dialetti nonché un «italiese» televisivo orrendo, che non
    conosce i congiuntivi ed ha abolito la «consecutio temporum», quasi
    fosse un’anticaglia da dimenticare. Una lingua, la nostra, purtroppo
    disastrata, infarcita malamente di termini inglesi, spesso storpiati
    od usati a sproposito, un abuso costante di sigle conosciute solo (e
    non sempre) dagli addetti ai lavori. Le parole tutor, editor, advisor,
    trend, management, link, mouse, web hanno ottimi e chiari
    corrispondenti lessicali italiani che, non si capisce, perché non
    vengano usati. Forse, alla base di tale malcostume, esistono sia una
    profonda ignoranza della nostra lingua che un peccato d’origine tutto
    nostro ed antico: l’esterofilia!
    Un "vizio quest’ultimo" che ha creato storicamente e crea tuttora
    autentici disastri! I soggetti che ne fanno uso, per moda, civetteria,
    od altro, non conoscono spesso né l’italiano né l’inglese dominante.
    Non basta aver appreso, a malapena, il significato della parola
    «trend» se non si è studiato l’inglese a fondo e se non lo si pratica,
    quasi quotidianamente, anche al di fuori dello specifico settore di
    lavoro. Se non si leggono i testi di lingua inglese ed i giornali di
    informazione oltre a quelli settoriali. L’italianista De Mauro ha già
    lanciato al ministro Moratti numerose «grida di dolore» per il degrado
    della nostra lingua, senza tuttavia ottenere risposta alcuna. Quindi,
    per concludere, «mala tempora currunt» anzi «cucurrunt»! Esiste
    purtroppo un analfabetismo di ritorno che riguarda milioni di italiani
    e che costituisce un fenomeno sociale di tristissimo rilievo. ‘Non si
    può sperare in una scuola alla sfascio e quindi sia fatta la volontà
    di Dio.’

    Avv. Mario Truzzi
    (Da GAZZETTA DI MANTOVA, 24/02/05).
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    In italiano o in inglese? Il problema delle lingue a Bruxelles

    Sulla questione della lingua italiana declassata a Bruxelles, perché
    stupirsi? L’italiano è da tempo insignificante rispetto a inglese,
    francese, spagnolo e tedesco come lingua franca in Europa e nel mondo.
    Mi sembra naturale che venga considerato alla pari per esempio del
    polacco, che si parla solo in Polonia. L’argomento che l’Italia è tra i
    Paesi fondatori dell’Ue e quindi la sua lingua merita un trattamento a
    parte non sta in piedi, perché allora anche l’olandese dovrebbe essere
    lingua di lavoro comunitaria. Ma gli olandesi non hanno problemi con
    inglese, tedesco e francese, mentre noi purtroppo molto spesso sì. E’
    questo dunque il problema?

    Ernesto Gilli, Amsterdam

    Caro Gilli, negli scorsi mesi ho letto informazioni e commenti sugli
    eccellenti risultati della diffusione dell’italiano nel mondo, e ho
    avuto l’impressione che fossero un po’ troppo compiaciuti e ottimistici.
    Oggi il quadro, dopo le notizie giunte da Bruxelles, è diventato
    improvvisamente catastrofico; e questo mi sembra altrettanto esagerato.
    Sull’uso della nostra lingua nelle istituzioni europee ho qualche
    ricordo ed esperienza personale. La battaglia per difenderla è stata
    fatta sempre in modo saltuario e distratto, senza quegli scatti di
    volontarismo che hanno spesso distinto la politica linguistica dei
    francesi e dei tedeschi. Per tutti, comunque, la situazione cominciò a
    cambiare quando la Gran Bretagna aderì alla Comunità e si trascinò
    dietro alcuni Paesi che avevano già adottato l’inglese, da molto tempo,
    come lingua veicolare. Fu subito chiaro che i membri di un comitato si
    sarebbero serviti, per le loro deliberazioni, della lingua parlata dalla
    maggioranza e che questa lingua, soprattutto dopo gli allargamenti
    successivi, sarebbe stata l’inglese. Quella scelta, dettata da
    considerazioni di praticità e di efficienza, ebbe subito inevitabili
    ricadute linguistiche sui seguiti delle riunioni. Il verbale viene
    generalmente redatto nella lingua utilizzata per i lavori e il
    comunicato finale si serve di espressioni desunte dal verbale. Il
    multilinguismo ufficiale delle istituzioni europee vorrebbe che verbale
    e comunicato arrivassero contemporaneamente negli uffici e in sala
    stampa in tutte le lingue dell’Unione. Ma i tempi stringono, gli
    interpreti sono sommersi dal lavoro e le priorità linguistiche vengono
    generalmente dettate dalle circostanze.
    La Francia e la Germania si battono meglio di noi, ma giocano con più
    carte. Il francese è parlato da una parte del Belgio, dai cantoni
    francofoni della Svizzera, da un pezzo di Canada, dall’Africa francofona
    e dagli allievi dei Lycées sparsi nel mondo, vale a dire dalla migliore
    rete scolastica mai creata da un Paese per la diffusione della propria
    lingua. Il tedesco è la lingua di un’area politico-culturale che
    corrisponde a quella del vecchio Reich e dell’Impero austro-ungarico,
    per non parlare della maggior parte dei cantoni svizzeri e di alcuni
    Stati balcanici. Ma ciononostante anche il francese e il tedesco stanno
    perdendo terreno.
    Esiste naturalmente il caso delle conferenze stampa in cui i giornalisti
    dei maggiori Paesi dovrebbero avere la possibilità di fare domande nella
    propria lingua. Ma le segnalo, caro Gilli, che Jean-Claude Trichet,
    presidente della Banca centrale europea ed ex governatore della Banca di
    Francia, risponde generalmente in inglese anche alle domande che gli
    vengono rivolte in francese. Ha constatato che l’inglese è ormai la
    lingua ufficiosa della Bce e sa che le parole, in materia di finanza,
    non debbono mai essere improvvisate. Se quelle con cui è stata definita
    la politica monetaria della banca sono state concordate in inglese, è
    meglio evitare traduzioni e possibili discordanze.
    Un’ultima notizia. Le Monde dell’aprile dell’anno scorso ha pubblicato
    un bell’articolo in cui vengono descritte le angosce della francofonia,
    sempre più insidiata a Bruxelles, dall’uso corrente dell’inglese. Forse
    qualcuno potrebbe dedurne, con una punta di cinismo, che la lingua
    italiana è arrivata per prima là dove il francese e il tedesco
    arriveranno con un po’ di ritardo.
    (Da Corriere della Sera, 23/2/2005 – La posta dei Lettori)
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    Ma non vogliamo che i nostri figli imparino l’inglese?

    Sono un’abbonata, docente di inglese, precaria da oltre dieci anni. Mi riferisco alle lettere di due insegnanti di educazione fisica (pubblicate rispettivamente nel Riparliamone del 7 e del 9), dove lamentano la riduzione delle ore di ginnastica previste dai nuovi piani orari della riforma Moratti per le scuole superiori. Mi sento di dover aggiungere che anche l’inglese (una delle famose tre “I”) verrà drasticamente ridotto, nonostante il ministero per primo dica di volerlo incentivare. Se alle elementari il monte ore è stato semplicemente ridistribuito sui cinque anni, alle ex medie inferiori si è già passati da un minimo di tre ore settimanali a un’ora e trentotto minuti. Nelle superiori riformate sono previste due sole ore settimanali, a fronte delle tre o quattro attuali. E’ ampiamente nota l’inferiorità degli studenti italiani rispetto ai loro coetanei europei nel sapersi esprimere in inglese, e questa decisione non può che aggravare la situazione di svantaggio già esistente. In due ore settimanali non ci sarà modo di approfondire i contenuti e le strutture linguistiche, né di proporre attività comunicative interessanti, né di fare esercitare gli studenti nel parlato; non dimentichiamo che ci sono in media 25 allievi per classe e che sono previste almeno tre verifiche scritte e due orali a quadrimestre. Eppure è proprio alla scuola superiore che l’inglese diventa il veicolo per comunicare con persone che vivono in altre parti del mondo, per accedere alle informazioni su internet, per aprire finalmente le porte su un mondo più ampio, verso nuove possibilità di studio o di lavoro, per allargare i propri orizzonti attraverso viaggi, scambi culturali, soggiorni in altri Paesi… O forse sarà necessario approfondirne lo studio attraverso costosi corsi di lingua privati? (Caterina).
    (Da Grazia, n. 13 – marzo 2005).
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    Dibattiti/La moda parla italiano ma ama il “british”

    Mi piace il vostro giornale, curato e intelligente, ma voglio sottolineare un neo: l’uso, forse eccessivo, che fate dell’inglese. Nonostante io abbia una discreta preparazione culturale, faccio fatica a sopportare la presenza di tanti termini anglosassoni. Non voglio fare un discorso autarchico o provinciale, capisco che in alcuni settori il ricorso all’inglese è, qualche volta, inevitabile. Capisco meno, però, che esso venga utilizzato per tradurre termini di uso estremamente comune che hanno un corrispettivo perfetto nella nostra lingua madre: perché, per fare un solo esempio, non scrivere “notizie” al posto di “news”? Inoltre, se la moda parla italiano, perché proprio in Italia dovrebbe parlare inglese? La nostra lingua non è forse una risorsa preziosa, da conservare? Temo che essa, a lungo andare, non riuscirà a reggere l’inserimento di tanti “corpi estranei” e finirà per snaturarsi, per diventare un’altra cosa o addirittura per scomparire. Nel rinnovarvi i complimenti per il vostro lavoro, vorrei sapere che cosa pensano del tema le altre lettrici.
    Rita Morra, Viterbo
    ( Da Anna n. 22, maggio-2005).
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    ITALIANO, CENERENTOLA D’EUROPA
    di Anna Maria Campogrande

    Come al solito gli Italiani si rallegrano, dichiarandosi soddisfatti di qualsiasi quisquilia proposta in favore dell’Italiano senza tener conto che , in seno alle istituzioni europee, in seno a tutta l’Europa comunitaria, se si vuole che questa diventi una realtà, è indispensabile costruire un sistema di multilinguismo integrale nell’ambito del quale il posto dell’Italiano è uno solo: quello che lo mette su un piano di assoluta parità con il Francese, l’Inglese e il Tedesco, lingue degli altri tre “Grandi” Stati membri dell’Unione. Invece la realtà è che, attualmente, nel sistema di monolinguismo , appena tinto di trilinguismo che vige in seno alla Commissione, l’Italiano è la più discriminata di tutte le lingue ufficiali dell’Unione. Infatti, pur essendo la lingua di uno dei quattro “grandi”, in più Stato membro fondatore, l’Italiano viene trattato al livello di una lingua minore, come se i sessanta milioni di Italiani, in seno all’Unione, contassero meno degli altri cittadini della Francia, della Germania e del Regno Unito, le cui popolazioni sono numericamente comparabili a quella italiana. Ciò restando sul piano puramente demografico che trova riscontro nel funzionamento istituzionale europeo. La Commissione non può continuare a dichiararsi favorevole al multilinguismo e a praticare su base “pragmatica”, il monolinguismo, con qualche accenno di trilinguismo.
    (Da La Stampa, 13/10/2005).
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    Esperanto
    CONGRESSO UNIVERSALE DI ESPERANTO
    di Karl’ Behmann

    Il prossimo Congresso Mondiale di Esperanto si terrà in Italia e precisamente a Firenze nel luglio 2006, vale a dire fra non molto.
    Gli ultimi due ebbero luogo a Pechino, l’anno scorso e quest’anno nella capitale della Lituania, Vilnius, L’onore e l’onere di ospitarlo, ed organizzarlo, passa ora all’Italia.
    La finalità è semplice: sostenere e proporre l’Esperanto, fattore di fratellanza e di pace.
    Con pensiero volto ad agevolare Pace e indebolire .. Guerra!
    Speranza di salvezza lungimirante, in alternativa a incombenti Olocausti e ad un pianeta Terra fatto cenere radioattiva.
    (Da Dolomiten, 18/10/2005). (Traduzione di Carlo Geloso).
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    Da “Le donne parlano” di Miriam Mafai:

    L’inglese usato a sproposito

    Ha notato che, sui nostri giornali e in televisione, facciamo uso e abuso di parole inglesi al posto delle care parole italiane? Sarò all’antica, ma mi vengono i brividi quando sento ridicolmente storpiata la nostra lingua. Un esempio: perché la parola latina “plus” viene pronunciata “plas” come fosse inglese? (Loreta)

    Sarò all’antica anch’ io, cara Loreta, ma anche a me dà fastidio questo eccesso di termini inglesi o americani che vengono usati (e non di rado mal pronunciati) anche quando non necessari. I francesi difendono tenacemente la loro lingua. Anche la nostra avrebbe bisogno di altrettanta tutela.
    (Da Grazia n. 4, gennaio – 2006).
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    Scusi, ma lei che “italian” parla?

    Sul numero 4 di “Grazia” di quest’anno, nella rubrica “Le donne parlano” di Miriam Mafai, ho finalmente trovato una voce che interpreta il mio stesso disagio nel constatare come la nostra lingua italiana venga sempre più colonizzata dall’inglese. Addirittura, in un telegiornale, una nota, brava e colta giornalista ha citato il premio “David di Donatello” pronunciando “DEVID”! E un ministro dell’attuale governo, sempre in tv, ha sentito l’esigenza di tradurre in “bordeline” l’espressione “al limite”, usata da un noto direttore di giornale, ritenendo che in italiano non se ne capisse il significato. E che dire della terminologia del mondo della moda, quando, a dir la verità, nel passato la faceva da padrona la lingua francese, con i suoi “chiffon, jabot, tailleur, voile, bijou, volant, chic” e dove ora abbiamo “trendy, cool, vintage, bag, legging, T-schirt, stylist, sneakers”, e chi più ne ha più ne metta. Certo, è inevitabile che il mondo si vada sempre più globalizzando, ma mi sembra che noi italiani siamo sempre pronti prima degli altri a sacrificare la nostra lingua. Forse ci si sente molto alla moda a usare l’ultimo termine inventato dagli altri. E se la prossima futura invasione linguistica fosse quella della lingua cinese, chissà come chiameremmo la “happy hour”?
    (Marisa, Ancona).
    (Da Grazia n. 7, febbraio – 2006).
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    Ma vi siete ancora resi conto che l’univa lingua artificiale degna di questo nome è solo la RAUBSER?

    La RAUBSER è una lingua artificiale, cioè che non deriva da nessun’altra lingua esistente. La qualcosa ha permesso di poterla ideare molto semplice, sia per quanto riguarda la fonetica sia per quanto riguarda la morfologia e la sintassi; mentre, dal punto di vista dell’espressione, è più ricca e più efficiente di qualunque altra lingua parlata. Essa, perciò, in ogni Stato del mondo, potrà essere utilizzata come seconda lingua, cioè come lingua internazionale, senza arrecare alcuna sorta di difficoltà a quella nazionale.

    Anzi, tutti i Popoli della Terra, se decidessero di comunicare mediante essa, ne trarrebbero degli enormi vantaggi. Infatti, senza più dover ricorrere all’apprendimento scabroso di tantissime lingue, quasi sempre con pronunce e grammatiche da capogiro, facilmente essi riuscirebbero a superare lo scoglio del plurilinguismo che li separa. In più, ci sarebbe il vantaggio di dover imparare una sola lingua, che presenta una pronuncia perfetta e una grammatica tanto semplice quanto efficiente. Quest’ultima, a sua volta, enuncia ogni sua regola mai in senso restrittivo e permette di poterla applicare in tutti quei casi logicamente possibili.

    La RAUBSER non è una lingua statica e consente ogni evoluzione possibile; mentre le sue regole grammaticali non vengono mai applicate in senso restrittivo. E tutte le volte che la logica lo consente, tali regole possono essere utilizzate nel senso più ampio possibile.

    Inoltre, come ognuno potrà constatare, anche i vocaboli sono stati studiati con un singolare criterio che, all’economicità di spazio che si ha nella loro scrittura, fa aggiungere un guadagno di tempo nella loro memorizzazione. Infatti, esso permetterà a chiunque vorrà accostarsi a questa nuova lingua ed approfondirla di poterne memorizzare un numero considerevole in un tempo senz’altro minore, rispetto alle altre lingue parlate.

    Ciò è reso possibile dall’attuazione delle due seguenti strategie:

    1) a tutte quelle coppie di vocaboli esprimenti concetti opposti (come pure a quelli indicanti una maggiore e una minore positività o importanza o priorità) vengono assegnati degli inversi grafici;

    2) quei gruppi di vocaboli, che hanno una certa analogia tra loro, sono stati creati con una certa logica che ne velocizza la memorizzazione.

    Così pure alcuni vocaboli, come ci si potrà rendere conto, presentano un determinato valore numerico, ossia quello relativo alla nozione che essi intendono offrirci.

    Per fare un esempio, il nome di un elemento chimico, oltre al suo simbolo immediato, ci dà di esso anche il numero atomico e il peso atomico. Inoltre, ci indica la sua analogia con altri elementi e il suo stato di aggregazione; ci dice se è un metallo o non lo è, come pure se è di transizione nel primo caso e semiconduttore nel secondo; se è infine un solido covalente o molecolare.

    La stessa cosa vale anche per i diversi vocaboli delle tante altre branche del sapere, come per la tassonomia animale e vegetale. Il nome di ogni animale e vegetale, infatti, ci indica la famiglia, la classe, il tipo o la divisione di sua appartenenza.

    C’è, infine, l’ideazione di tutta una geografia nuova, nella quale i nomi dei mari, dei fiumi, dei laghi, dei monti, delle isole, delle penisole e degli Stati dovranno indicarci facilmente la loro posizione sopra la Terra (latitudine e longitudine) e la loro appartenenza ad una parte di essa. Mentre taluni vocaboli ci indicheranno anche la loro superficie (laghi, mari, isole, ecc.) o la loro lunghezza (fiumi) o la loro altitudine (monti).

    La RAUBSER, quindi, può essere paragonata ad un edificio moderno costruito tutto in cemento armato e rispettando i canoni dell’architettura più innovativa, oltre che essere dotato dei migliori ritrovati tecnologici; ma soprattutto è fornito di ascensori che conducono in ogni sua parte rapidamente e senza il benché minimo dispendio di energie intellettuali. Essa, infatti, è omogenea, semplice, lineare, agevole e di facile accessibilità per tutti.

    A questo punto, mi domando: La mia Ràubser può essere ritenuta un’opera utile all’Umanità e capace di riportarla effettivamente al suo primordiale monolinguismo?
    Da parte mia, posso solo affermare: A quanti la studieranno la sentenza!

    Luigi Orabona
    http://www.luigiorabona.com/LeRaubser/homepage.htm
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    Dal 1848 al 1914 sono state 500 le lingue cosiddette artificiali nate. Continuano a nascerne in continuazione, ricordi l’Europanto di qualche anno fa? La Raubser non sarà nè l’ultima nè la migliore ma questo non lo decidiamo noi.
    Per noi la questione è politica non della migliore lingua. Il meglio è sempre stato nemico del bene.
    Infatti non abbiamo mai partecipato a discussioni degli stessi esperantisti che vogliono continuamente apportare migliorie all’Esperanto stesso, secondo molti di essi ad esempio l’Esperanto avrebbe maggior successo se non avesse le lettere accentate.
    Noi dall’inizio abbiamo capito che qualsiasi lingua internazionale va a dare fastidio all’assetto di poteri consolidati che il mondo ha. Essere a favore di una lingua internazionale è come asserire il potere democratico di uno stato laico di tutti verso qualsiasi teocrazia religiosa. Le uniche cose che c’interessano rispetto a una lingua internazionale sono la sua semplicità e la sua terzietà rispetto alle etnie, nazionali o meno, tutte cose che l’Esperanto mantiene da 120 anni. Questo ne fa l’interlocutrice naturale di chiunque oggi si batte per la democrazia linguistica, anzitutto in Europa che oggi per la sua libertà ha il dovere di liberarsi dall’oppressione anglofona. Chi ha fatto la Resistenza non l’ha fatta per essere poi occupato dai Liberatori e dai suoi collaborazionisti. Come diceva qualcuno:
    Libertà, libertà, libertà!
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    Integrazione
    Impariamo le lingue dai nostri immigrati

    Nelle scuole italiane, la lingua straniera più insegnata è l’inglese, seguono francese, tedesco e spagnolo. Sarebbe opportuno tener conto anche delle tipologie di immigrati presenti sul territorio nazionale. Rumeni, albanesi e marocchini sono in grado di capire la nostra lingua, ma noi non comprendiamo la loro. Si potrebbe introdurre nelle scuole corsi di insegnamento delle lingue più presenti in Italia. Aprirsi verso altre culture è utile per favorire l’integrazione.
    Mattia Manacchia
    (Da La Nazione, 27/12/2006).
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    L’ITALIANO PERDUTO
    Il congiuntivo estinto

    Da tempo assisto impotente all’imbarbarimento della lingua italiana e soprattutto
    all’affondamento dell’uso del congiuntivo. I motivi sono molteplici: i tempi moderni hanno portato all’imitazione dell’inglese, a ridurre tutto all’osso. La lingua italiana così ricca di vocaboli è sempre più piatta ed era inevitabile che il congiuntivo, effettivamente difficile, venisse eliminato. Il linguaggio televisivo ha dato il colpo di grazia. Non ci sono che due alternative: o lo si abbandona del tutto o si torna ad usarlo con decisione, partendo dalla scuola, dalla televisione, dagli scritti, dall’uso comune e insieme al congiuntivo si usi pure il pronome plurale loro (ho detto loro e non gli ho detto) che sta sparendo.
    (Dal Corriere della Sera, 9/1/2007).

  • LA LINGUA DELL’EUROPA UNITA

    Tullio Chersi

    da La repubblica, 12/9/2003

    Secondo me, male ha fatto l’Europa a non scegliere il Latino come lingua franca dell’UE, seguendo l’esempio di Israele che ha scelto l’Ebraico oltre all’Inglese, per amalgamare gli immigrati, ognuno portatore di una lingua e di una cultura diversa. Del resto il Latino è stato usato da Newton e innumerevoli altri scienziati e filosofi per tramandare le loro idee.

    LATINO, UNA LINGUA MORTA, LA SOLUZIONE È L’ESPERANTO
    di Giulio Marino
    da La Repubblica, 14/9/2003

    Il Signor Tullio Chersi ( nella lettera pubblicata il 112 settembre) afferma che l’Europa avrebbe dovuto adottare il Latino come lingua franca. Mi permetto di far notare che il Latino, oltre ad essere una lingua morta, è la lingua da cui si sono evolute le moderne lingue neolatine. La realtà linguistica europea, invece, è rappresentata da lingue slave, sassoni e anche neolatine. L’Esperanto sintetizza molto bene queste radici ed è l’unica lingua veramente europea, oltre che internazionale. È assolutamente fondamentale che l’Europa si dia una lingua comune e questa lingua, a mio parere, non può essere che l’Esperanto.
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    ESPER A N T O P E R G L I A E R E I

    di Dante Chierico

    da La Stampa, 28/9/2003

    Molti occidentali si meravigliano che un testo scritto in caratteri cinesi possa essere letto in tutta la Cina, nonostante le notevoli differenze fra dialetti che, nel parlato, sono reciprocamente inintelligibili. Tuttavia per trovare dialetti reciprocamente inintelligibili, ma che hanno una norma scritta comune, non è affatto necessario limitare la propria attenzione a lingue scritte di tipo non alfabetico: l’ Inglese infatti costituisce un esempio perfetto. Un parlante di inglese proveniente da Bombay avrà enormi difficoltà a capire la parlata strascicata di un texano del sud, e quest’ultimo troverà che il dialetto di Glasgow è assai difficile da comprendere; tuttavia nessuno dei due avrà alcun problema a "leggere" l’ Inglese standard , britannico o americano, riformulandolo in qualche modo nei rispettivi dialetti. In questo caso la scrittura inglese diventa, in parte, ideografica, perchè la parola scritta, diventa, grazie all’abitudine, un segno ideografico. Tuttavia quando la comunicazione può essere effettuata solo tramite la voce, possono nascere gravi problemi di incomprensione o malintesi. È il caso delle comunicazioni radio fra piloti e torri di controllo. Se, oltre a tali problemi, si aggiunge la scarsa qualità tecnica del segnale radio, il rischio di malintesi si aggrava. Ci sono molti casi documentati, ed altri altamente verosimili, che molti incidenti aerei siano stati causati da incomprensioni fra piloti e torri di controllo parlanti uno dei 38 dialetti della lingua inglese, diventata la lingua dell’aviazione mondiale.
    Un ex ufficiale della marina americana, Kent Jones, profondo conoscitore di tali problemi, ha affermato che sarebbe utile in aviazione sostituire l’ Inglese con altra lingua dalla pronuncia più chiara, ad es. Spagnolo o Italiano. Tuttavia egli ritiene che la migliore soluzione sarebbe quella di adottare l’ Esperanto sia per motivi grammaticali che fonetici: opinione interessante essendo fatta da un americano. Per chi è interessato a maggiori informazioni sul tema, in inglese (od esperanto), ecco l’indirizzo del suo sito:
    h t t p : / / w w w . e s p e r a n t o – u s a . o r g /.
    ed il suo indirizzo di posta elettronica:
    K e n t J o n e s 9 @ a o l . c o m .
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    TRA EURO E PETROLIO CI SI INTENDE CON L’ESPERANTO
    di Renzo Segalla

    da Alto Adige, 11/11/2003

    È noto che la materia prima più scambiata nel mondo è il petrolio; l’oro nero è valutato in dollari.
    In un recente incontro tra Germania e Russia si è ventilata la possibilità di una futura vendita del petrolio russo in euro anziché in dollari: la Russia ha un occhio sempre più rivolto verso l’UE ("con rapporto privilegiato", si dice in questi giorni, verso l’Italia), nella speranza di ottenerne un giorno remoto l’adesione. La Russia soddisfa circa il 10% della domanda mondiale di greggio: è il secondo esportatore mondiale di greggio e il primo Paese di gas naturale (metano). Si intuisce che l’eventualità che l’Euro sia a fianco del Dollaro nel commercio internazionale del petrolio potrebbe avere un effetto di turbamento sull’economia mondiale. Si percepisce perciò la preoccupazione degli Usa i quali temono che la moneta europea sminuisca il valore della loro moneta forte. Chi l’avrebbe mai detto , una decina di anni fa, che l’Ue potesse dotarsi di una moneta unica ? Sembrava un’utopia. Eppure l’UE ha adottato l’Euro, che già produce un clamoroso effetto, il quale potrebbe essere dirompente nell’eventualità prospettata. È risaputo anche che è il denaro, e in particolare l’oro nero, l’elemento che muove il motore dell’economia globale e ha favorito la diffusione dell’Angloamericano fino a diventare lingua predominante. Ma nel momento in cui il commercio petrolifero entra in competizione vi sarà verosimilmente una ripercussione anche sui mezzi di comunicazione. L’Euro potrà essere un elemento che favorirà l’introduzione dell’Eurolingua ? All’Ue è necessaria una lingua comune veicolare per consolidare la sua peculiare "Unità nella diversità", la sua "identità", per rafforzarsi come interlocutore sulla scena internazionale "con una voce sola". Dovrebbe essere un idioma ausiliare da affiancare alle lingue nazionali, paritario, neutrale come l’Euro.
    Quale ? Ce ne sarebbe uno con tali requisiti, già collaudato da oltre un secolo, ma, purtroppo, trova resistenze da parte della burocrazia e dell’élite dell’Ue. Esso è una lingua internazionale ausiliaria più usata, dopo l’Inglese, in Internet, balzata dai 330 siti in rete nel 1998 ai 788 nel 2003; è l’Esperanto, idioma pianificato, adatto non soltanto a scavalcare le barriere linguistiche, ma anche a rimuovere le resistenze nazionalistiche e particolaristiche, annidate in talune menti.
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    INTRODUCIAMO L’ESPERANTO ALL’UNIVERSITÀ
    di Karl Behmann
    da Alto Adige, 23/11/2003

    Complimenti a Durnwalder per il risultato elettorale. A mio giudizio tra le tante sue opere merita il primo posto la fondazione della trilingue Università di Bolzano.
    Nella crescente melting pot europea, oltre alle circa 30 lingue nazionali (italiano-tedesco- inglese-danese-finlandese-spagnolo-francese-russo-svedese-portoghese e tante altre, si aggiungono le lingue "immigrate". È pertanto raccomandabile l’introduzione dell’esperanto nella Uni di Bolzano, almeno come corso opzionale, facoltativo nella Facoltà di Lingue. Torno a ripetere che con sole due lingue, la materna-nazionale, irrinunciabile e la internazionale esperanto, si realizza la lingua "terrestre", consentendo il dialogo tra le genti, il capire e farsi capire in tutto il globo.
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    SBAGLIATA LA PREVARICAZIONE DELL’INGLESE
    di Elisabetta Antichi
    da Il Giornale, 31/12/2003

    Recentemente in visita a Pisa insieme ad un’amica ho constatato due fatti che hanno colpito la mia sensibilità. La grande scritta "Aeroporto Internazionale Galileo Galilei" che mi ricordo di avere visto non molti anni fa campeggiare sull’ingresso dell’aerostazione è stata sostituita da "Galilei International Airport". In piazza dei Miracoli, famosa in tutto il mondo, una targa di bronzo ricorda che la piazza è un "patrimonio dell’Unesco" solo in Italiano, Inglese e Francese. Altri cartelli sono scritti solo in Italiano e in Inglese. Altri ancora, (incredibile ! , ma vero) esclusivamente in lingua inglese. Questo fatto riflette la tendenza , sempre più accentuata, non solo a Pisa e non solo in Italia, a considerare l’Inglese come Lingua Internazionale. Secondo me è profondamente sbagliato lasciare che una lingua nazionale soverchi le altre, perché così facendo si rischia di perdere interi patrimoni linguistico-culturali come è già avvenuto.
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    Tante parole sull’inglese

    da La Nazione, 13/1/2004

    Siamo un gruppo di professori di scuola media e insegniamo la lingua straniera, uno dei « cardini » della riforma Moratti. Stanchi di tante parole e di altrettanti proclami vorremmo dire anche la nostra su cio’ che accadra’, realmente nelle classi con l’attuazione della cosiddetta riforma. Attualmente la lingua straniera prevede un insegnamento di tre ore settimanali, gia’ insufficienti. Con la riforma le ore di lingua inglese verranno dimezzate: un’ora e trenta minuti circa alla settimana. E’ evidente che nessun insegnante serio e nessun studente serio puo’ svolgere un’attivita’ seria in questo risibile arco di tempo. Non solo. Alla fine del triennio di scuola media, l’alunno dovrebbe avere, come previsto dalle nuove indicazioni nazionali per i piani di studio personalizzati nella scuola media, competenze linguistiche che oggi sono oggettivamente impossibili da conseguire. Data questa premessa eccoci ora alla beffa: la seconda lingua comunitaria, la cui introduzione e’ vista positivamente da tutti gli operatori della scuola, avviene di fatto a scapito della lingua inglese andando ad occupare due delle tre ore e mezzo complessive previste dalla riforma per le due lingue straniere. Ma attenzione: esiste un numero sufficiente di docenti per insegnare la seconda lingua in tutte le classi della scuola media? O forse si pensa di utilizzare insegnanti di lingua inglese, magari non in possesso di laurea e relativa abilitazione, e “riabilitati” con una semplice frequenza di qualche miracolistico corsettino di una manciata di ore improvvisato dal Ministero? Tutto cio’, riteniamo, che non sia affatto serio! Anche nel caso che l’insegnamento dell’inglese venisse proposto nell’ambito delle attivita’ aggiuntive, questo sarebbe comunque opzionale e subordinato alla scelta e alla disponibilita’ economica delle scuole e delle famiglie, assumendo cosi’ il tratto della precarieta’ conseguente alle oscillazioni della domanda e dell’offerta. E’ forse questa la tanto auspicata qualita’ della scuola? E a proposito della lingua inglese nelle elementari: costa molto poco rendere obbligatorio l’insegnamento dell’inglese per tutti e cinque gli anni quando questo, di fatto, e’gia’ in atto in tantissime scuole.

    Gli insegnanti di lingua straniera delle scuole medie:
    Pieraccini, Rosselli, Verdi(Firenze), Paoli (Signa), Spinelli, Rodari (Scandicci)
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    SCAMBI CULTURALI
    di Gianni Mereghetti

    Insegno in un liceo in provincia di Milano. Da circa dodici anni, in seguito ad un gemellaggio comunale, la scuola in cui insegno è in rapporto con il Peutinger Gymnasium di Ellwangen: con gli insegnanti e gli studenti di quella scuola tedesca si sono realizzate iniziative di scambio culturale e si sono realizzati insieme due progetti Comenius. Anche quest’anno siamo andati in Germania e, nella stessa settimana, da una parte vi è stata la conclusione del Progetto Comenius 2001/2004, dall’altra lo scambio culturale. Ciò che mi ha colpito è che la settimana trascorsa in Germania sia stata caratterizzata dall’incontro con una realtà diversa, diversa come cultura, ma ancor più diversa perché fatta di persone con un loro volto, una loro identità. Che questa apertura abbia dettato il clima di ogni momento trascorso insieme, dalla partita di Pentaball alla visita di Nordlingen; che sia diventata amicizia, che sia stata possibilità di imparare gli uni e gli altri; è stato questo il fascino dell’iniziativa realizzata e che dice una cosa importante, ossia che l’efficacia e la continuità dei progetti è data dalle persone!
    (Da La Stampa, 21/5/2004).

    Una lingua antica per unire la nuova Europa
    VIVO IN UCRAINA SCRIVETEMI IN ESPERANTO
    di Zoja Gamura

    Ho letto con simpatia la bella, ma ancora inadeguata al respiro europeo oggi richiesto, lettera da Abbiategrasso del signor Mereghetti, pubblicata il 21 scorso. Il suo entusiasmo è chiaramente giustificato, però vien da dire : benonissimo, adesso svolgeremo contatti con i tedeschi; poi diligentemente con tutte le altre 23 lingue e culture dell’UE, tutte senza dubbio meritevoli di scambi conoscitivi. Quali i tempi necessari? Mi consta che per tali abbinamenti, come pure per i noti gemellaggi fra Comuni (cito l’esempio di Vercelli con Arles) la Lingua Internazionale Esperanto, se considerata e con un addestramento comparativamente breve, darebbe identico “ossigeno” non con “una” particolare, ma con “tutte” le culture europee. Avrei finito, ma affinché non sembri tutto chimerico, e facendo appello a solidarietà fra giornalisti, segnalo per rilancio questa richiesta proveniente dall’Ucraina, di corrispondenza in Esperanto che, non senza qualche ragione, si potrebbe chiamare … “Europeo” !
    Se interessati scrivete in Esperanto a :
    z o j a _ g l o r i a @ u k r . n e t
    (Da La Stampa, 27/5/2004).
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    Europa
    IL PROBLEMA LINGUA
    di Renzo Segalla

    I Fondatori dell’Unificazione d’Europa erano “uomini di frontiera” e democratici di ispirazione cristiana: l’alsaziano Schumann, il renano Adenauer e il trentino De Gasperi. Loro grande progetto era di evitare una nuova guerra. Ma la Comunità dei Sei iniziò, invece, con un “mercato comune”, perché il progetto di una “difesa” comune, che esigeva una “unità politica” ed uno Statuto federale, fallì. In un suo discorso al Senato, novembre 1950, De Gasperi disse: “Federare l’Europa è un “Mito”, ma è un Mito che dobbiamo passare ai nostri figli, perché è un segno di pacificazione!”.
    Già settant’anni prima un altro “Uomo di Frontiera”, un Ebreo Polacco, Zamenhof, aveva avuto l’idea (geniale) di progettare una lingua razionale, per facilitare il capirsi tra persone di lingua diversa. Era l’Esperanto, lingua equidistante e – per così dire – “di emergenza”, da affiancare a quella nativa. Ed anche i (nostri) nuovi europarlamentari, Ebner, Kusstatscher e (Lilly) Gruber sono personalità di “frontiera” che rappresentano, in seno alla UE, elettori sia tedeschi che italiani. Sono bi- e tri-lingui e sanno bene l’importanza del linguaggio. Poiché la lingua dà espressione a tutti i pensieri e sentimenti di un gruppo etnico.
    L’Unione Europea proclama la tutela dell’”Unità nella Diversità”. Sarà, allora, l’Inglese la lingua “aggiunta” per ogni “europeo”? I tre nuovi eletti, con l’animo che li caratterizza, vorranno arginare il potere dei burocrati di Bruxelles ed indicare un percorso “diverso” verso l’identità europea?
    Ce lo auguriamo!
    (Da Dolomiten, 22/6/2004; traduzione di Carlo Geloso)
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    Lingua unica in Europa – L’ESPERANTO PER TUTTI – È un fatto sociale

    di Renzo Segalla

    Omne trinum est perfectum” è innervato nella cultura europea, anzi indoeuropea: i popoli latini, celti, germani, slavi, ugro-finnici, iranici e indiani avevano la stessa ideologia sociale; dividevano la società in tre funzioni (sacrali, politiche ed economiche) sopravvissute dai primordi fino alla Rivoluzione Francese al grido di fraternità, eguaglianza, libertà.
    Su principi di fratellanza, uguaglianza, giustizia si basa la concezione di Zamenhof, autore dell’Esperanto, le cui tre linee maestre sono: religione “umanistica” ( tutti gli esseri umani hanno uguale diritto a praticar la religione e parlar la lingua che preferiscono); politica pacifista (eliminare le cause delle guerre che, secondo lui, risiedono nei nazionalismi, contrasti etnici, razziali, religiosi); lingua ausiliare “universale” (agevolando la comunicazione tra i popoli si renderà più facile, se non eliminare, almeno attenuare le reciproche incomprensioni).
    Dopo la moneta unica, il trattato costituzionale, l’allargamento a 25 stati membri, l’Unione Europea deve mettere in cantiere per una risoluzione il “problema linguistico” connesso con quello della propria “identità”. Gli Europei sentono il bisogno di unità e, nello stesso tempo, l’esigenza di preservare ciascuno la propria diversità ; l’identità di un popolo è la sua identità linguistica. Occorrerebbe una lingua “europea” che non andasse interferire con lingue, nate e cresciute in casa, e con le quali ognuno naturalmente si identifica, una lingua per tutti, ausiliare e neutrale.
    Come l’Esperanto, idioma vivente, accessibile a chiunque con minimo sforzo e poco tempo (anche in rete) che pone ciascuno sullo stesso piano.
    L’Esperanto, quindi, è un fatto sociale.
    (Da Corriere dell’Alto Adige, 13/7/2004).
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    Quell’italiano troppo sguaiato

    In giro per il mondo ho registrato commenti positivi sulla lingua italiana che piace perché dolce, melodica, gentile all’orecchio. Ora pare che ce la stiamo mettendo tutta per far cambiare parere. Un linguaggio scurrile e sguaiato prende sempre più piede a tutti i livelli, rendendo l’italico idioma duro e misero. Il quotidiano discorrere si avvale sempre più di lessici stranieri e, tra l’altro, cari sostantivi come mamma e papà, sono stati sostituiti da “mummy” e “daddy”. Ormai tutti dicono: ok, by by, week-end, ecc. Anche i tradizionali valori socio-culturali del Belpaese evolvono in peggio, seguendo una tendenza (molti direbbero “trend”) che non può non fare rimpiangere, a molti di noi, il tempo che fu.

    Piero Panerai
    Grosseto
    (Da La Nazione, 31/8/2004).
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    LINGUE
    IL MONDO CERCA IL DIALOGO: L’ESPERANTO È LA SOLUZIONE
    di Karl’ Behmann

    Per la salvezza dell’umanità si invoca ora il dialogo. Come capirsi? Impossibile!
    La soluzione è ora una sola, facile, semplice: la lingua internazionale di pace,
    Esperanto, degno successore dell’Inglese.
    Sono appena ritornato dal Congresso Italiano di Esperanto, svoltosi a Treviso dal 3 al 6 settembre.
    Festosa accoglienza all’inaugurazione, nell’Aula Magna dell’Università di Treviso.
    È stato un commosso “arrivederci” con esperantisti venuti a Bolzano, a maggio,
    da molte città, per l’inaugurazione di “via Esperanto” .
    Tra loro, molti appena tornati dalla Cina, dal Congresso Mondiale, svoltosi a Pechino a fine luglio.
    Fra due anni , nel 2006, il Congresso Universale di Esperanto, si svolgerà a Firenze.
    Il “dialogo” è divenuto ora tema fondamentale, in tutto il mondo, per salvarsi dalla catastrofe finale.
    Nel “melting pot” USA, pentolone di gente arrivata da ogni angolo della Terra, caos nel mercato, nel commercio: come accordarsi con lire, slotj, scellini, marchi, franchi, yen, pesos, dinari e tante altre monete?
    Necessaria una moneta comune: si scelse “dollaro” (da “tàllero”), da noi, in Europa, l’”Euro”.
    Poi (in USA, ndr) il grosso problema di una lingua comune.
    Ci fu un referendum, tra le due lingue più influenti per arte, scienza, cultura, industria, l’Inglese e il Tedesco. Vinse l’Inglese di stretta misura sul Tedesco, perché più semplice, più facile da imparare.
    L’Esperanto è oggi una realtà ampiamente collaudata su scala mondiale; rappresenta una soluzione semplice, democratica, praticamente gratuita, alla portata di ogni livello culturale e sociale.
    È soprattutto, “neutrale”, cioè al disopra delle parti.
    È diffusa in tutte le nazioni del Mondo, con centri didattici, biblioteche, stampa, letteratura, emittenti radiofoniche per notiziari, corsi, come Radio Vaticana, Radio Varsavia, Radio Pechino (quest’ultima tutti i giorni per un’ora intera).
    Il Papa non tralascia l’Esperanto nei suoi auguri natalizi e pasquali “Urbi et Orbi”.
    L’Esperanto non è un’utopia, è realtà. È un “capolavoro” di ingegneria linguistica!
    Concludo con dati, temi già espressi più volte –“repetìta jùvant ! ” – l’Esperanto ha radici, in gran parte, dal Latino e dal Greco. È lingua facile, logica, molto più semplice dell’Inglese.
    Non intende sostituirsi all’Inglese o altra lingua nazionale.
    L’Esperanto si propone come “seconda lingua” , ausiliaria .
    Prima lingua rimane la “materna-nazionale”, irrinunciabile,
    con la propria bellezza, ricchezza, amore, tradizione. Seconda Lingua: l’Esperanto !
    Con sole due “lingue” si risolve il problema mondiale della fratellanza e della Pace.
    (Dal Corriere dell’Alto Adige, 14/9/2004).
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    PER FARE DAVVERO L’EUROPA SERVE UNA LINGUA COMUNE
    di Renzo Segalla

    Federalismo, centralismo, autonomia. Quasi 150 anni fa, imperante in Austria il giovane Francesco Giuseppe, il governo aveva a disposizione un’organizzazione amministrativa altamente centralizzata che consentiva di gestire tutti i territori, tra loro assai diversi per stirpe, lingua e nazionalità.
    Però nel Consiglio di Stato (Reichsrat) sussistevano due schieramenti: ungheresi, cechi e sloveni lottavano per un programma federalista; i tedeschi, invece, volevano conservare una forte organizzazione centralizzata:
    dopo 400 anni non erano riusciti a convivere in modo adeguato.
    Perciò, già dal 1866, si sentiva la necessità del dibattito per il ripristino delle condizioni di costituzionalità; si avvertiva la mancanza del concetto di Stato , su cui aveva preso il sopravvento il concetto di Nazionalità.
    Il suddito non si qualificava come “austriaco”, ma secondo la propria lingua materna, “tedesco”, “ceco”, “sloveno”, “italiano”.
    Nel 1918 avveniva il crollo dell’ Impero “austro-ungarico”, la dissoluzione del grande “Stato plurinazionale”, costituito dagli Asburgo in quasi 700 anni di storia.
    L’Unione Europea, raggruppamento di Stati indipendenti, di lingue diverse, ma di radici culturali e spirituali comuni, è invece un sistema federativo, costituitosi di propria spontanea volontà, al fine di tutelare nel modo migliore gli interessi comuni, come per esempio la difesa, la politica estera, i rapporti commerciali.
    Per unificazione, per es., sono sorti gli Stati Uniti d’America, la Confederazione elvetica, la Repubblica federale tedesca. La diversità delle lingue nell’UE costituisce però un grosso muro con poche aperture di comunicazione fra i popoli . Il “plurilinguismo” per tutti è un miraggio. Occorre invece un idioma comune, alla portata di tutti, di stampo europeo, veicolare delle culture (come fu il Latino per tutto il Medioevo) in cui ognuno si riconosca come appartenente all’UE e con cui si senta “cittadino europeo”. Questa coscienza è una delle prime condizioni vitali dell’UE, come si deduce dagli ammaestramenti della storia.
    Tali requisiti possiede l’idioma pianificato ausiliare, pronto per l’uso, giacché la sua funzionalità è attestata da oltre un secolo in tutti i campi, l’esperanto.
    (Da TRENTINO, 21/9/2004).
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    L’esempio della Francia

    Il Governo francese ha vietato l’uso della parola “e-mail” in tutti i documenti ufficiali e in tutti i siti Internet. E’ stata sostituita dal termine “courrier electronique”. Qualche volta i nostri cugini d’Oltralpe riescono perfino a farsi invidiare, quanto meno per il loro patriottismo linguistico. In Italia, invece, si ricorre sempre più a locuzioni, verbi, aggettivi e sostantivi stranieri. L’esterofilia è galoppante. Ormai per leggere dobbiamo spesso ricorrere ad un dizionario di inglese. Ma quando ci decideremo a fare un po’ di autarchia e a scrivere e a parlare la nostra bella lingua?

    Gigi Rosselli
    Siena
    (Da La Nazione, 5/10/2004).
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    L’ESPERANTO È UN RIMEDIO PEGGIORE DEL MALE
    di Ennio Salvadori

    Leggo spesso sul vostro giornale, con inesorabile puntualità, lettere di sostegno per l’Esperanto.
    Esse non rendono un buon servigio al pubblico per il fatto che l’Esperanto è stata la creazione sbagliata di una persona piena di buona volontà, ma che era un ignorante in materia di linguistica; quindi l’esperanto è una lingua nata morta e priva di futuro nonostante gli sforzi di tanti fanatici illusi. Basti vedere quanto poco materiale scritto in esperanto vi sia in Internet.
    Il motivo è presto detto: l’inventore ha ignorato due principi fondamentali della linguistica e cioè:
    1) che nell’evoluzione del linguaggio le lingue tendono ad usare, almeno per i concetti più comuni, parole di una o al massimo di due sillabe; ed invece l’esperanto è ricco di parole di tre o più sillabe per cui mucca diventa “bovino”, cena “vespermanĝo, biro “globkrajono”, ecc.
    2) che nell’evoluzione del linguaggio si tende a ridurre al minimo la grammatica
    ( vedi esempio inglese e cinese) perché è dimostrato che non servono articoli, coniugazioni, declinazioni.
    E invece il buon Zamenhof che cosa ha fatto? Che cosa ha fatto lo Zamenhof (che avrebbe fatto molto meglio a fare il suo mestiere di oculista)? Ha creato una grammatica che è una ventina di pagine nella versione più semplice, ma arriva a 700 pagine nel manuale completo di Bertìlo Vennergren .
    Ha creato un assurdo alfabeto di 28 lettere (sebbene non vi compaiano Q, W, X, Y) con accenti circonflessi, una “j” lunga e una “i”. normale, una “u” con un segnetto sopra, ma che poi si pronunzia come una normale “u”, ecc.
    Quindi una pronunzia inutilmente variegata e una scrittura che crea difficoltà su ogni macchina da scrivere e su ogni computer.
    E già questo la condanna senza appello.
    Ha introdotto un caso accusativo e distingue tra femminile e maschile.
    I verbi vengono coniugati in vari tempi (presente, passato, indicativo, congiuntivo, volitivo), mentre l’inglese dimostra che ciò è perfettamente inutile: bastano gli ausiliari.
    Ha introdotto un elenco di 45 “correlativi”, che sono prefissi o suffissi con vario significato, molto complicati e che vengono incorporati al vocabolo base, con la conseguenza che esso, invece di essere immutabile (come del tutto auspicabile ) cambia continuamente.
    L’esigenza poi di modificare il vocabolo base per declinarlo o per unire i suffissi, fa sì che esso deve sempre essere “esperantizzato” e così una parola internazionale come computer deve diventare “komputéro”!
    Un modello linguistico preso da lingue primitive, famigerate per la loro complessità, e che è un nonsenso in una lingua che vuole essere la più semplice del mondo.
    (Da ALTO ADIGE, 13/10/2004).
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    L’UNIONE NON FA’ LA LINGUA
    GLI INGLESI PRIVILEGIATI
    di Dante Chierico

    Le Istituzioni dell’Unione Europea, che stanno usando e favorendo l’inglese come la lingua unica dell’Europa, violano i Trattati europei. La scelta dell’Inglese come lingua dominante procura notevoli privilegi sul piano economico e politico ai cittadini dei quali è la madre lingua, mentre gli altri diventano stranieri nell’Unione e partecipano sempre meno alla gestione democratica della res-publica europea. Le lingue europee diverse dall’inglese, perdono sempre più importanza, e l’identità culturale dei Paesi nei quali sono parlate è gravemente minacciata. Se l’Unione europea non arresta la corsa al monolinguismo inglese, e non torna al pluralismo linguistico perde la sua legittimità e il suo diritto di esistere. Pertanto tutti i cittadini europei non anglofoni e relative organizzazioni della Società Civile hanno il diritto e il dovere di usare la loro influenza e capacità per fermare la corsa dell’Europa verso il monolinguismo. (Da La Stampa, 24/11/2004).

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