La lingua perduta degli italiani
Il nostro idioma limitato alla Toscana per secoli. E ora è più povero
di Pino Di Blasio
“Chi parla male, pensa male” gridava il Moretti – Apicella infuriato di “Palombella rossa”. “La conoscenza delle parole è la chiave della vera democrazia”, sosteneva più autorevolmente don Lorenzo Milani. Passare dalle parole al concetto di lingua, al significato e al significante di un idioma, al suo essere potenziale collante di un popolo sarà il succo della lezione del professor Tullio De Mauro, ex ministro della Pubblica istruzione, docente di Linguistica alla Sapienza e autore del volume “La cultura degli italiani”. “L’Italia linguistica repubblicana” è il titolo del quinto appuntamento del ciclo organizzato da Editori Laterza, Comune di Firenze e Regione, con “La Nazione” come media partner.
L’idea di De Mauro è che la rivendicazione dell’unità d’Italia come lingua unica ha avuto in realtà un aspetto di mito. Perché la lingua italiana è rimasta confinata per secoli nella parte di più colta della Toscana e a Roma, nel resto d’Italia si parlava altro. Dopo il 1861 si intensificarono i processi e i tentativi, ma i risultati furono scarsi: per De Mauro solo un terzo della popolazione dell’Italia, fino alla seconda guerra mondiale, parlava italiano. “Gli anni del boom e quelli seguenti, anche attraverso l’alto tasso di scolarizzazione, la grande migrazione interna, dal sud a Torino e a Milano, e la televisione, portano a un notevole incremento della conoscenza della lingua. Altro fattore, la vita democratica, l’altissima partecipazione alle elezioni. L’Italia di oggi non è più un Paese di sudditi rassegnati, ormai l’italiano è patrimonio di oltre il 90 per cento degli italiani”.
Unificazione compiuta, dunque, almeno a parole? E’ stata una rivoluzione, avverte De Mauro, rispetto a un Paese frantumato linguisticamente. Ma l’Italia è uno dei paesi in cui si leggono meno libri e giornali e si trova, invece, in vetta alle classifiche per uso dei telefonini Che il 50 per cento degli italiani non legga nemmeno un libro all’anno è ormai conclamato. Che però tra questi, molti imprenditori e dirigenti politici lo dichiarino spavaldamente, è quantomeno inquietante. E’ la “formazione di imponenti sacche di analfabetismo di ritorno”, una deformazione della lingua per povertà di lettura, che fa perdere alle parole il loro valore originario. E spinge ad usarle in modo impreciso, vago, con un’alterazione dell’italiano che di conseguenza altera la realtà. “Le peggiori dittature – è la tesi di De Mauro – sono quelle morbide, apparentemente indolori, quelle che dolcemente lobotomizzano, e contro le quali c’è un unico antidoto: una scuola fatta bene e per tutti i cittadini”.
(Da La Nazione, 13/2/2011).










