Il cantautore milanese e un docente universitario partecipano all'incontro organizzato dall'Accademia della Crusca in occasione delle Olimpiadi sull'italiano. I due parlano di come sono cambiati i testi delle canzoni e di come alcune parole siano "migrate" all'estero
di Laura Montanari
CHISSÀ perché le parole nella musica leggera non sono mai state prese troppo sul serio: "È da poco tempo che gli studiosi hanno cominciato ad analizzare l'italiano usato per le canzoni" ammette Stefano Telve, docente all'università della Tuscia e ieri chiamato dall'Accademia della Crusca a partecipare assieme ad altri all'incontro sull'italiano nella musica leggera e in quella lirica.
Eppure le canzoni raccontano uno spaccato del Paese, non soltanto nelle atmosfere, ma anche nello slang: "Certo che la lingua delle canzoni è cambiata – spiega il cantautore Roberto Vecchioni, altro ospite ieri pomeriggio della manifestazione che corre parallela alle Olimpiadi di Italiano – per fortuna, direi. Negli anni Trenta e Quaranta si scrivevano nelle canzoni versi di un italiano che poteva appartenere al Petrarca, l'italiano parlato è entrato nei testi di musica leggera più tardi, grazie a gente come Gino Paoli, Paolo Conte e poi Francesco De Gregori e soprattutto Fabrizio De André…".
E' così abbiamo imparato a conoscere "la cassiera con gli occhi da lupa", Bocca di Rosa, la Via del Campo, "i giorni che passano pigri e lasciano in bocca il gusto del sale" o "Lilli, siringa, polizia…", il tempo delle rivolte "per la strada la gente come un fiume, il terzo reparto celere controlla…". Ma alcune parole italiane rotolano anche fuori dai nostri confini, in testi di celebri artisti, si pensi al "That's amore" di Dean Martin .
Proprio su questo tema, Stefano Telve ha pubblicato per il Mulino un recente saggio che si intitola "That's amore! La lingua italiana nella musica leggera straniera". E' un saggio che dimostra come alcune espressioni della nostra lingua migrino nelle canzoni americane o come autori stranieri scelgano di mescolare i vocabolari, "si pensi per esempio a Manu Chao nell'album "Radiolina" dove alterna italiano a spagnolo e al francese" spiega Telve.
Quella di buttare qualche parola di italiano in un testo costruito in un'altra lingua è un fenomeno che risale agli anni '40-50 per esempio con il cantante statunitense di origini italiane Louis Prima: "Poi – riprende Telve – è proseguito con Dean Martin, Frank Sinatra e con espressioni facili da esportare come "dolce vita" o il binomio cibo-amore associato al Bel Paese e successivamente con la moda, attraverso la citazione di marchi di lusso tipo Gucci o Ferrari oppure Valentino e Maserati. E' una tendenza tipica dell'hip hop".
Tornando ancora indietro nel tempo "l'altro fenomeno che incontriamo è quello di brani interpretati da artisti che vanno da dal tenore Enrico Caruso a Luciano Pavarotti fino ad Andrea Bocelli cantati da altre star internazionali". La contaminazione della nostra lingua nei testi stranieri è comunque di gran lunga inferiore a quella che avviene da noi per l'inglese, come è d'altronde lecito aspettarsi: "Tuttavia troviamo cantanti come per esempio Filippo Voltaggio, americano, che scrive qua e là brani in italiano come omaggio alle sue radici, o in Germania il caso di Nevio Passaro che si esibisce anche in canzoni in lingua italiana o Mafalda Mennozzi diventata in Brasile una specie di ambasciatrice della nostra musica leggera". Naturalmente non mancano i riferimenti negativi al nostro Paese, mafia, pistole o ai piatti tipici, pizza e spaghetti. Lo studio di Stefano Telve racconta proprio questo: il viaggio nelle parole che diventano in qualche modo razzi di segnalazione, flash, cartoline stringate che danno una certa immagine del Paese che va oltre "Oh sole mio" che qualcuno ricorderà nel 1960 nella versione inglese di Elvis Presley "It's now or never". Saranno pure "solo canzonette", come diceva un tempo Edoardo Bennato, ma quei testi possono raccontare molto di ciò che passa in strada e nelle case della gente.
da www.firenze.repubblica.it del 27 aprile 2013











