La lingua dei Piraha

Una popolazione isolata dell’Amazzonia accende il dibattito sull’esistenza di una grammatica universale innata

La tribù che sa contare fino a due

Il linguaggio: dipende dai modi di vita o esiste una matrice mentale?

di Massimo Piattelli Palmarini

In questi ultimi anni, la lingua, la cultura e le credenze di un’isolata popolazione dell’Amazzonia, i Piraha, circa trecento individui distribuiti su otto villaggi lungo le sponde del fiume Maici, parevano aver tenuto in scacco la linguistica e l’antropologia. La vicenda aveva presto straripato ben oltre i confini accademici, trovando vasta eco anche sulla stampa. Il motivo di tanto scalpore è presto detto. Il linguista americano Daniel Everett, adesso professore all’Università dell’Illinois, dopo aver vissuto per lunghi anni a contatto con i Piraha, aveva riportato, nella sua tesi di dottorato e poi in vari articoli specialistici, alcuni dati sbalorditivi. Stando a quanto afferma Everett, la lingua dei Piraha avrebbe il più ristretto repertorio di suoni linguistici mai registrato (appena dieci fonemi), due sole parole per i colori (chiaro e scuro), nessuna parola per i numeri oltre uno e due (ma anche questi con un significato solo approssimativo), una sola parola per padre e madre, nessuna possibilità di esprimere una frase che contiene una frase subordinata, come «Ti ho detto che il bambino ha fame». La lista di queste radicali povertà linguistiche è lunga. I Piraha adulti sono strettamente monolingui e incapaci di apprendere qualsiasi altra lingua. Ma c’è ben di più. I Piraha non si curano di tracciare relazioni di parentela oltre quella con i propri fratelli e fratellastri, non hanno alcuna concezione che il mondo sia esistito prima che fossero nati i più anziani del villaggio, che una piroga e i suoi occupanti continuano ad esistere anche dopo aver svoltato la curva del fiume, sparendo dalla vista. Secondo Everett, gli stretti confini dell’esperienza immediata e diretta racchiudono il loro intero mondo mentale.

OGNI SERA – Inoltre Everett racconta che, insieme alla moglie Keren, anch’essa linguista, ogni sera, per mesi e mesi, su richiesta esplicita dei Piraha, ha tentato pazientemente di insegnare loro i numeri da uno a nove in portoghese brasiliano, dato che la loro lingua non ha i numeri. Dopo mesi di tale volontaria scuola serale, i Piraha adulti avrebbero dichiarato, con grande rammarico: «La nostra testa è troppo dura». I bimbi Piraha riescono ad imparare i numeri, ma non gli adulti. Nei loro scambi in natura con occasionali mercanti brasiliani i Piraha adottano criteri volubili. Uno stesso individuo, talvolta esige molta merce in contraccambio, ma talvolta si accontenta di molto meno, per prodotti identici. I Piraha hanno la netta sensazione che i mercanti si approfittino di loro, e vorrebbero poter imparare a far di conto, ma si sono rassegnati a non riuscirvi. Questi racconti degli Everett sono in netto disaccordo con moltissimi dati di altri linguisti ed antropologi, su popolazioni che anch’esse parlano lingue prive di un sistema di numeri (uno, due, tre, molti è il caso tipico). Il compianto linguista Kenneth Hale, del Mit, esperto di lingue aborigene australiane senza incertezza, raccontava, invece, che i parlanti di quelle lingue non hanno difficoltà ad imparare un sistema numerico estratto da altre lingue e poi riescono a far di conto, come tutti noi.

MESI – Lo psicologo Peter Gordon, della Columbia University, dopo aver passato alcuni mesi con i Piraha e aver sondato la loro ridotta capacità di stimare le quantità numeriche, ha pubblicato su «Science», nel 2004, un articolo intitolato «La vita senza i numeri». Gordon dichiara che, come i piccioni e i bimbi molto piccoli, i Piraha adulti non sanno contare oltre tre e stimano solo grossolanamente la differenza tra gruppi grandi e gruppi piccoli di oggetti. La loro lingua, del resto, stando agli Everett e a Gordon, non avrebbe nemmeno parole per esprimere i comparativi (tanto quanto, più di, meno di). In una recente intervista al «New Scientist», Everett non ha lesinato le parole: «La lingua dei Piraha è l’ultimo chiodo nella bara della teoria Chomskiana secondo la quale esisterebbe una grammatica universale innata». A dispetto dell’immenso seguito conquistato dalle teorie di Chomsky, alle quali lui stesso dice di essersi ispirato nel passato, Everett presenta i Piraha come prova vivente che la lingua e il pensiero sono interamente plasmati dalla cultura, dall’esperienza dei sensi e dai modi di vita. Una netta reazione a queste sue tesi non ha tardato a farsi sentire. In questi giorni, un illustre linguista del Mit, David Pesetsky (titolare delle cattedra precedentemente occupata da Noam Chomsky, ancora attivissimo, ma ufficialmente in pensione), un giovane e valente fonologo di Harvard, Andrew Nevins e una linguista brasiliana, Cilene Rodrigues, esperta di sintassi comparata, hanno reso disponibile su Internet un testo di 60 dense pagine nelle quali confutano tutte le conclusioni di Everett, punto per punto (http://ling.auf.net/lingBuzz/000411). Passando al setaccio i dati spesso contraddittorii dello stesso Everett, questi studiosi mostrano che alcune pretese limitazioni della lingua dei Piraha risultano puramente illusorie, mentre altre sono reali, ma presenti anche in lingue molto distanti dal Piraha, e distanti tra di loro, come il tedesco, il cinese, l’ebraico, il bengalese, la lingua degli indiani Wappo della California e quella parlata dai Circassi del Caucaso. Trattandosi di popoli con culture e stili di vita diversissimi, queste particolarità linguistiche comuni non possono certo, con buona pace di Everett, essere state plasmate da fattori ambientali e sociali. Nessun chiodo e nessuna bara, bensì un’accurata nuova rivendicazione dell’ipotesi che le variazioni tra le lingue umane riflettono variazioni di una comune profonda matrice mentale, la quale, ovviamente, interfaccia con la cultura, ma non viene da essa plasmata.

IDEA SEDUCENTE – Pesetsky, Nevins e Rodriques giustamente insistono su una lezione centrale: ciò che è universale e comune a tutte le lingue, compreso il Piraha, non sono l’una o l’altra specifica forma linguistica, bensì un menu fisso forme linguistiche alternative, menu dal quale ciascuna lingua sceglie quanto le aggrada. Nevins in particolare insiste su un punto: «La nostra analisi conferma il grande interesse del caso Piraha, non lo sminuisce certo. Molti trovano intuitivamente seducente l’idea che le lingue siano plasmate dalla cultura e dagli stili di vita. E’ interessantissimo mostrare, invece, una volta di più, proprio con una lingua insolita e per noi remota come quella dei Piraha, che esistono profonde somiglianze sintattiche tra lingue di culture molto diverse». L’antropologo brasiliano Marco Antonio Gonçalves ha raccolto tra i Piraha varie elaborate narrazioni. Eccone una, in sintesi: il demiurgo Igagai ha rigenerato il loro mondo dopo un diluvio e poi ha dato alle donne il fuoco per cuocere. Il mondo ha molti livelli, è sempre esistito, ma viene anche ricostruito ogni giorno. Forse non sono miti in senso stretto, questi dei Piraha, forse sono semplici novelle. Ma come non fare paralleli con Noè, Sisifo, Prometeo, Eraclito. Forse anche per i miti esiste un menu fisso, dal quale tutta l’umanità via via sceglie ciò che (come diceva Claude Lévi-Strauss) «è buono da pensare».

(Dal Corriere della Sera, 3/4/2007).

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