La lingua dei Piraha non ha madre?

C'è chi sostiene che i Piraha, popolo indigeno dell'Amazzonia brasiliana, siano un caso embematico di smentita della teoria del linguaggio universale di Chomsky.
Cos'è il “linguaggio universale”? La predisposizione comune dell'umanità all'accoglimento di suoni molto simili che l'influenza dei luoghi, dei tempi e delle culture hanno diversificato; i linguaggi si sono trasformati in una moltitudine di tipologie differenziate.
E' tutto merito del cristallo di neve (così chiama Chomsky il minuscolo organo della mente umana che caratterizzerebbe l'uomo nella sua ricerca di suoni linguistici e lo differenzierebbe dall'animale).
Ma cosa hanno smentito i Piraha? Il loro linguaggio è molto ridotto: utilizzano solamente otto consonanti e tre vocali. Non è presente la ricursione, cioè la capacità di inserire in una frase un'altra dello stesso tipo che muta il linguaggio permettendo l'acquisizione di nuovi concetti e di nuove modalità per esprimerli. Quella dei Piraha, non contemplando una certa infinità espressiva, non può essere ritenuta una grammatica generativa. Il discorso e l'argomentazione sono esemplificativi dell'emersione dell'uomo dalla materia e dal concetto: la parola sostiene il nostro pensare nell'interazione con l'altro. I Piraha dialogano utilizzando l'essenzialità. Suoni e parole che sostengono concetti in maniera semplice e immediata. Il sogno chomskiano dell'esistenza di una lingua universale sembra trovare in questa tribù indigena una smentita dell'idea di fratellanza ancestrale che unirebbe nelle origini tutti gli uomini.

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