All’interno di questo articolo si parla incidentalmente dell’inglese come strumento dell’impero
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La Gran Bretagna e il mondo secondo i Tory
• da La Repubblica del 9 ottobre 2007, pag. 25
di Timothy Garton Ash
Chiamatelo inganno, chiamatela beffa. In ogni caso è un’abile frode politica. Ecco cos’è. I britannici, dicono i Tory, sono un popolo pieno di risorse, forte. La Gran Bretagna è uno stato sovrano e dovrebbe esercitarla di più la sua sovranità, riprendendosi i poteri ceduti all’Unione Europea. La Gran Bretagna è ‘un’isola ma non si isola’, come ha detto il ministro degli esteri del governo ombra conservatore William Hague al congresso del suo partito. Si sente responsabile per le condizioni del mondo. Pensate a tutti gli spaventosi problemi che ci affliggono nel “nuovo mondo”, come lo ha ripetutamente definito il leader del partito David Cameron nel suo intervento di chiusura del congresso: terrorismo internazionale, povertà in Africa, mutamenti climatici, la Birmania, lo Zimbabwe, l’Iran. Noi britannici responsabili, fieri, moderni, li affronteremo tutti.
Cameron e Hague sanno benissimo che l’influsso che la Gran Bretagna è in grado di esercitare in tutti questi ambiti agendo in proprio, da potenza indipendente, è diminuito, diminuisce e continuerà a diminuire. I conservatori identificano le problematiche del ventunesimo secolo ma rifiutano di dire apertamente cosa bisogna fare per dar loro soluzione adeguata. Perché quella verità scomoda spaventerebbe gli attivisti del partito e alienerebbe i lettori del Daily Mail e del Sun, testate potentissime, conservataci ed euroscettiche in caso di elezioni anticipate, che Gordon Brown potrebbe indire in qualunque momento.
La realtà che nascondono è che per realizzare oggi i suoi interessi nazionali la Gran Bretagna deve pressoché invariabilmente operare per il tramite di alleanze e istituzioni internazionali, spesso a partire dall’Unione Europea. Non si tratta di internazionalismo o di filoeuropeismo astratti: è un semplice, realistico, calcolo dell’attuale distribuzione del potere. Se fosse vivo oggi il premier britannico del diciannovesimo secolo Lord Palmerston, famoso per la sua ferrea determinazione nel perseguire gli interessi nazionali britannici («La Gran Bretagna non ha amicizie consolidate, solo interessi consolidati») giungerebbe alle stesse conclusioni.
Prendiamo la Birmania, ad esempio, un paese che resta in cima ai nostri pensieri ora che la resistenza non violenta viene temporaneamente soffocata. La GranBretagna da sola vi esercita un’influenza minima. Deve quindi partire dal presupposto di operare per il tramite dell’Ue e a fianco degli Usa. Sul sito web dei conservatori britannici in fondo alla pagina che contiene l’intervento in cui Hague fa appello ad un referendum sulla riforma del trattato Ue e tuona contro la designazione di un ministro degli esteri dell’Unione c’è un link che recita «Appello all’Ue per un pronto intervento sulla Birmania». Testuali parole. Come afferma Rod Liddley sulle colonne del settimanale conservatore The Spectator, solo la minaccia di un blocco degli investimenti e degli scambi commerciali avanzata da tutti i paesi dell’Ue ha la possibilità di influenzare i despoti birmani. Influenzare marginalmente, cioè: la vera leva ce l’ha la Cina. E pensate che una telefonata da Londra sia sufficiente da sola a cambiare la politica cinese?
Nello stesso intervento in cui si scaglia contro l’idea stessa di una politica estera europea, Hague si occupa anche di un altro mostruoso regime, quello dello Zimbabwe. E che cosa dice? “Facciamo appello affinchè la Ue eserciti sistematicamente pressioni su questo regime barbaro”. Testuali parole. Solo un’azione della Ue come unica entità avrà un peso. Ma quando si parla di un trattato ideato per rendere possibile tutto questo, Hague non vuole che la Ue agisca come un’unica entità e abbia un peso. Vuole un referendum che lo impedisca. Un po’ contraddittorio o sbaglio?
Prendiamo il serissimo rischio che la Repubblica Islamica dell’Iran, così instabile e piena d’odio per Israele, si procuri la bomba atomica e del rischio collegato che Washington bombardi l’Iran per primo, con conseguenze verosimilmente disastrose nella regione. (A scanso di equivoci, non è implicita nessuna equiparazione di carattere morale tra Teheran e Washington). Cosa può fare la Gran Bretagna? La classica risposta Tory è: usare il mitico “rapporto privilegiato” con gli Stati Uniti. Fare una telefonata a Washington. Cerchiamo di immaginarla. David Cameron: «Ascolta George, vecchio mio, l’idea di bombardare l’Iran non ci sembra mica tanto buona. E, devo purtroppo dirti che non potrai contare sulla Royal Air Force». George W Bush (è lui il George della situazione) si gira verso il vice presidente Dick Cheney: «Hey, Dick, David dice che sarebbe meglio non bombardare l’Iran». E Cheney: «Beh, perbacco, se lo dice Petraeus magari pensiamoci su». Bush: «Ma no, non David Petraeus, è David Cameron». Cheney: «David chi?»
Se il potere autonomo britannico è così ridotto di fronte ai singoli stati canaglia, lo è ancor di più di fronte alle grandi sfide transnazionali quali cambiamenti climatici, sviluppo, crimine organizzato e terrorismo internazionale. Non intendo con questo negare il ruolo dello stato nazione, ancora pienamente vitale. Dato che negli ultimi anni la Gran Bretagna ha sfruttato piuttosto bene le sue risorse storiche (rapporti con ogni parte del globo, la lingua inglese, la City di Londra come centro finanziario globale), c’è qualcosa di vero nel vecchio detto rispolverato da Cameron nel suo intervento al congresso, che paragona la Gran Bretagna a un pugile che combatte in una categoria di peso superiore alla sua.
La soluzione ovvia è rappresentata dall’Unione Europea, il più grande concentrato di paesi ricchi e liberi fuori dagli Stati Uniti, nonché una comunità politica che ora come ora combatte nel mondo in una categoria di peso ben inferiore alla sua. E’ questa la tesi avvincente di un nuovo “pensatolo” paneuropeo composto da esperti di varia estrazione, l’European Council on Foreign Relations, che inizia la sua attività questa settimana. (Cfr. www.ecfr.eu. Sorpresa: faccio parte dei soci fondatori). Uno dei primi progetti in programma è una sorta di “verifica” dei rapporti tra l’Ue e la Russia di Putin, sempre più risoluta e tirannica. Se Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia andranno avanti senza integrare le politiche nei confronti della Russia, come fanno da dieci anni, quest’ultima continuerà a tenere ciascuno in pugno, o come si dice in inglese, in bilico su un barile. Un divide et impera a colpi di petrolio, gas e risorse minerarie. Ma non se agiamo uniti. In questo caso la correlazione di forze, per usare il termine sovietico, muta, a vantaggio degli interessi nazionali di ciascuno.
Ma è proprio a questo dare voce più forte all’Europa che Cameron e Hague, disattendendo il realismo palmerstoniano, si oppongono strenuamente. Perché? Se mi riferissi ad una passata generazione di conservatori britannici, con la memoria viva di Winston Churchill e della grandezza dell’Impero Britannico potrei dire che si ingannano. Ma non vale per questo gruppo. Seduti a tavola, in un’occasione non ufficiale, magari solleverebbero qualche timida obiezione «siamo ancora un paese importantissimo», «siamo pur sempre la quarta o la quinta economia del mondo», ma accetterebbero la tesi che nove volte su dieci gli obiettivi nazionali si possono concretizzare solo per il tramite di alleanze e organizzazioni internazionali, tra cui l’Ue. Attaccare l’Europa potrebbe servire a galvanizzare le truppe dei leader conservatori e ad attrarre gli indecisi in caso di elezioni anticipate, se ci saranno. Ma una volta al governo i conservatori spesso non avranno altra via per raggiungere gli obiettivi che proclamano, e lo sanno. Anche se potrebbe avere efficacia elettorale, questa strategia è profondamente disonesta. In breve è una grande menzogna raccontata ai britannici. Ecco la beffa di Hague, l’imbroglio di Cameron.
NOTE
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. Dato che negli ultimi anni la Gran Bretagna ha sfruttato piuttosto bene le sue risorse storiche (rapporti con ogni parte del globo, la lingua inglese, la City di Londra come centro finanziario globale), c’è qualcosa di vero nel vecchio detto rispolverato da Cameron nel suo intervento al congresso, che paragona la Gran Bretagna a un pugile che combatte in una categoria di peso superiore alla sua.[addsig]








