La guerriera dei Piedi Neri che fa tremare Washington

NEW YORK – In una piccola aula giudiziaria federale a Washington si stanno svolgendo i preliminari di un processo che potrebbe cambiare la faccia dell’America. Un processo per danni intentato da 300 mila indiani contro il governo di Washington. A difendere un popolo che ha deciso di non rassegnarsi alla prepotenza del’Uomo Bianco è una donna, una signora tanto coraggiosa, che la sua tribù, i Piedi Neri, l’ha promossa “Guerriera”. La signora Elouise Cobell chiede che il ministero dell’Interno restituisca ai legittimi proprietari le rendite ricavate in 120 anni dalle terre che per legge appartenevano agli indiani. Se ad ottobre, quando il processo verrà inaugurato ufficialmente, il giudice James Robertson dovesse darle ragione, si tratterebbe di una cifra fra i 100 e i 170 miliardi di dollari.
La causa intentata dalla signora Cobell riguarda circa cinque milioni e mezzo di ettari di terra che Washington nel 1870 decise di lottizzare e consegnare alle singole famiglie indiane. La lottizzazione doveva essere la strada verso l’assimilazione dei nativi americani: l’idea era di rompere forzatamente la proprietà collettiva delle terre delle tribù e trasformare ogni singolo indiano in un farmer indipendente, cittadino a pieno titolo del nascente Paese. Ma la legge si rivelò un terribile fallimento e favorì il continuo sfruttamento dei nativi. Astuti legislatori assegnarono, sì, le terre, ma gli 80 ettari che ogni famiglia doveva ricevere li spezzettarono in vari piccoli lotti, spesso distanti l’uno dall’altro decine di chilometri. E siccome le famiglie non potevano curare queste terre, finì che il Dipartimento dell’Interno “generosamente” si offrì di amministrarle per conto loro, impegnandosi a trasferire il reddito che ne avrebbe ricavato ai legittimi proprietari. Le terre vennero così date in affitto a grandi allevatori di bestiame, a industriali, e poi alle società petrolifere e alle industrie del legname. In teoria, ogni indiano doveva ricevere un assegno da Washington, ma la storia dice che i pagamenti furono poco più che delle elemosine, rare e inaffidabili.
Elouise Cobell, pronipote del Gran Capo della Montagna, uno dei capi guerrieri della nazione dei Piedi Neri, è cresciuta sapendo delle grandi ingiustizie sofferte dai suoi avi. Non lontano dalla casa di uno zio, laddove la terra più selvaggia del Montana confina con il Canada, sorge un monumento in memoria dei 550 Piedi Neri che morirono di stenti nell’inverno del 1883. La tribù era stata relegata alle falde delle Montagne Rocciose, e lì fu dimenticata: le razioni, i rifornimenti, le semenze che dovevano arrivare dal governo di Washington furono rubate e vendute al mercato nero dagli uomini bianchi, mentre gli indiani morivano di fame e freddo. La signora Cobell ha deciso fin da bambina che avrebbe fatto luce su quei furti. Così a 18 anni chiese di vedere il rendiconto dele rendite che il governo aveva tratto dalle terre dei suoi genitori. Fu liquidata con una lettera sgarbata. Lei allora diventò contabile e poi si laureò in economia, senza mai smettere di chiedere di vedere i conti. Nel frattempo ha lavorato in un ranch con il marito (al quale ha da poco donato un rene), e si è impegnata per risollevare le sorti della tribù: ha raccolto soci e finanziatori ed ha aperto la prima banca indiana, i cui prestiti hanno favorito un piccolo boom nella cittadina di Browning. Pian piano la sua lotta è diventata famosa nel popolo indiano, e migliaia di famiglie le hanno dato l’incarico di lottare contro il governo. E dopo più di dieci anni, la loro causa è approdata al tribunale, ed a ottobre verrà discussa sotto gli occhi di tutta la nazione.

ANNA GUAITA
(da “Il Messaggero”)

25/06/2007
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