LA GRANDE PAURA DELL’EURO TIRANNO

LA GRANDE PAURA DELL’EURO TIRANNO
di Piero Ottone

da <­La Repubblica> del 7 giugno 1997

NESSUNO PUO’ GOVERNARE LA MONETA UNICA

DOPO le elezioni in Inghilterra, dopo le elezioni in Francia, e con i contrasti in Germania fra governo e Bundesbank, la costruzione della moneta unica in Europa entra in un periodo di incertezza. Sta per aprirsi, inevitabilmente, un nuovo negoziato, forse per rivedere i parametri, certamente per ridiscutere quello che si chiama <­lo spirito di Maastricht>. E’ utile, a questo punto, riprendere il discorso dall’inizio, e rivedere alcuni principii fondamentali.

Il compito precipuo del governo, in una nazione industriale avanzata, e’ la politica economica e finanziaria. Questa politica e’ decisa di volta in volta, secondo le circostanze e secondo gli umori dei cittadini. Entrano continuamente in gioco considerazioni diverse. Vi sono periodi in cui si impone una politica di risanamento, e noi italiani ne sappiamo qualche cosa. Se l’inflazione scappa di mano, si stringono i freni, si impongono restrizioni nel credito, si rastrella liquidita’ mediante l’imposizione fiscale, fino a quando la valuta si rafforza. Ma cio’ rallenta la produzione e porta al fallimento di imprese marginali; aumenta inoltre il numero dei disoccupati. Che cosa conviene fare allora? Conviene immettere liquidita’ nel sistema, e cio’ indebolisce la moneta, ma rilancia la produzione e allontana il pericolo della recessione. Quando prende le sue decisioni, il governo tiene conto della situazione reale nel paese e sul fronte internazionale, ma deve anche tenere d’occhio gli umori della popolazione. La politica finanziaria e’ il risultato di un dialogo continuo fra governanti e governati. Le elezioni costituiscono la verifica del rapporto fra gli uni e gli altri. Il governo puo’ sfidare fino a certo punto lo stato d’animo dei cittadini. Se passa il limite, cade.

Ma la politica economica e finanziaria dell’Europa di Maastricht, se si fara’, non avra’ alcuna possibilita’ di dialogo. Ci sara’, secondo i piani, una moneta unica: la moneta europea, il famoso Euro. Ma non ci sara’ un governo in grado di regolarne l’andamento. Non ci sara’ un governo capace di decidere di volta in volta, come avviene nel quadro nazionale, se convenga frenare o spingere; se sia il momento di rafforzare la moneta o di spingere la produzione (che e’ il vero dilemma di ogni politica economica). Non ci sara’ dialogo con i cittadini e non ci saranno le verifiche attraverso le elezioni.

IN MANCANZA di tali strumenti si e’ deciso di ricorrere a criteri fissi: i parametri di Maastricht. Si e’ deciso cioe’ che ogni Stato nell’ambito della moneta unica mantenga un rapporto fisso fra debito pubblico, deficit di bilancio e prodotto nazionale lordo. Cosi’ si protegge la solidita’ dell’ Euro: a scapito, ovviamente, della produzione e della occupazione, che si mandano a farsi benedire. Si rinuncia cosi’ a regolare la politica economica secondo le circostanze e secondo gli umori della popolazione. Ebbene: i parametri di Maastricht, come dimostrano vari sintomi, non piacciono ai popoli europei, e le elezioni francesi sono la conferma piu’ recente di uno stato d’animo ostile. Cio’ dipende dal fatto che le regole fisse non sono il risultato di una politica, che per sua natura dovrebbe essere elastica, e rispecchiare molteplici fattori umani, sentimenti, timori, aspirazioni; sono bensi’ il frutto di un freddo ragionamento, di un calcolo a tavolino. Sono un risultato contabile. Qualche voi’ta possono addirittura assumere l’aspetto di una camicia di forza.

E’ PER QUESTO che oggi crescono le spinte per ridiscutere Maastricht. I piu’, nell’Europa continentale, ripetono che Maastricht non si tocca: l’Europa e’ ormai un articolo di fede. Si ha tuttavia la sensazione ben chiara che cosi’ non va: occorre cambiare qualche cosa, occorre migliorare. In che modo? Si vedra’ nei prossimi mesi come si svilupperanno i discorsi, come si delineeranno le tendenze, ma secondo la logica le strade, fondamentalmente, sono due, come sempre. Quella piu’ ambiziosa, chiamiamola la strada reale, e’ la creazione di un governo europeo, in grado di fare a livello continentale cio’ che i governi nazionali gia’ stanno facendo a livello dei singoli Stati: decidere la politica economica secondo le circostanze e secondo gli umori della popolazione.

Soluzione splendida: ma difficile. Ci si accorge infatti, quando si esaminano con attenzione progetti del genere, quanto sia difficile per un governo continentale, ammesso che siamo capaci di crearlo, il mantenere un dialogo con popoli cosi’ diversi come quelli dell’Europa. In che lingua si dialoghera’? E poi, quando verra’ il momento delle elezioni, in che lingua si faranno le campagne elettorali? Come si riuscira’ simultaneamente a parlare con inglesi, scandinavi, tedeschi e spagnoli? Si fa presto a dire Europa: ma la strada e’ lunga e accidentata.

L’altra soluzione estrema e’ la rinuncia, per lo meno nel prossimo avvenire, alla moneta unica. Gli inglesi hanno sempre sostenuto che esistono molte possibilita’ per approfondire e rafforzare la collaborazione economica e finanziaria in Europa senza rinunciare alla sovranita’ e alla moneta nazionale. Puo’ darsi che a mezza strada fra le due opposte soluzioni si presentino proposte intermedie, ma per ora e’ difficile intravederle. Staremo a guardare. Certo e’ bene rifuggire dai dogmi ed essere aperti a ogni soluzione.

Per noi italiani, la prospettiva di Maastricht e’ stata provvidenziale: ci ha permesso di curare l’inflazione. Dobbiamo essere ora abbastanza intelligenti per compredere che il risanamento delle finanze nazionali e’ un obbligo, e che dobbiamo essere pronti a partecipare a ogni costruzione europea. Per essere pronti, dobbiamo avere la casa in ordine. D’altra parte dobbiamo cercare di capire anche noi quale sara’ la costruzione europea piu’ probabile, e meglio in grado di funzionare. Certo e’ che, dopo gli avvenimenti recenti, niente rimarra’ esattamente come prima.

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