L'ERA comunicaTranslimen! – Editoriali

La Germania non perde il vizio. Almeno 15 miliardi di risarcimento all’Italia per gli IMI

Gli schiavi italiani del Reich mai riconosciuti. Il riarmo record. L’AfD e la remigration. I migranti come leva sull’Italia: il potere tedesco cambia forma, non sostanza.

 

C’è una pagina della storia italiana che non è stata rimossa: è stata cancellata. Una pagina di centinaia di migliaia di cittadini italiani che hanno operato la più grande disobbedienza civica della Storia moderna di questa Nazione nata nel ‘300 dalla testa di un Poeta.
La più grande disobbedienza civica della storia italiana della quale nemmeno Pannella si era accorto: gli Italienische Militärinternierte.
Una pagina che riguarda oltre un milione di italiani, giovani, soldati, ragazzi di vent’anni, catturati dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943, deportati nei campi di lavoro del Terzo Reich, trasformati in schiavi industriali.
Si chiamano IMI – Internati Militari Italiani. Una categoria giuridica inventata da Hitler per negare loro lo status di prigionieri di guerra, sottrarli alla Convenzione di Ginevra e consegnarli alle fabbriche tedesche come forza-lavoro schiavistica.
1.007.000 italiani catturati.
650.000 deportati.
350.000 schiavi industriali.
Decine di migliaia morti.
Eppure la tragedia dell’Operazione Alarico – Unternehmen Alarich – poi rinominata Fall Achse, non ha mai avuto un monumento nazionale centrale (il Milite Ignoto ce l’ha), un risarcimento, un riconoscimento ufficiale della Germania, un posto nella memoria europea.
Gli Italienische Militärinternierte sono stati il capro espiatorio partito all’Alba il 9 settembre dell’Armistizio, dei quali nemmeno De Gasperi ebbe l’intelligenza politica di farsi forte a Parigi: abbandonati dai comandi italiani, considerati traditori dai tedeschi, ignorati dagli alleati, rimossi dalla narrazione resistenziale, dimenticati dalla Repubblica.
Non sono entrati nel pantheon della memoria condivisa.
Non sono diventati simbolo di nulla.
Sono rimasti una ferita muta, un buco nero nella coscienza nazionale almeno, ma in parte, fino alla recentissima Legge 13 gennaio 2025, n. 6, sulla Istituzione della Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la seconda Guerra mondiale.

Le industrie tedesche che usarono gli IMI come schiavi

Le principali industrie tedesche che impiegarono IMI furono: Siemens¹, BMW², Daimler-Benz³, Krupp⁴, IG Farben⁵, Thyssen⁶, Messerschmitt⁷, Junkers⁸, Heinkel⁹, Henschel¹⁰, MAN¹¹, Volkswagen/Porsche¹², Zeiss¹³ e AEG¹⁴.
Queste aziende — oggi pilastri dell’economia europea — hanno tutte una documentazione storica ufficiale che attesta l’impiego di lavoro forzato, incluso quello degli IMI. Non si tratta di opinioni: si tratta di archivi, atti di Norimberga, rapporti storici aziendali, musei della memoria.
La Germania ha fatto, in parte, un lavoro sulla propria responsabilità storica. Ma questo lavoro è rimasto selettivo: ha riguardato soprattutto la Shoah, meno il lavoro schiavistico, pochissimo gli IMI.

La Germania deve riconoscere gli IMI. E l’Italia deve chiedere il giusto risarcimento.

La Germania deve riconoscere gli IMI. Non come gesto simbolico, non come cortesia diplomatica, ma come atto di responsabilità europea.
E lo Stato italiano deve chiedere il giusto risarcimento per tali atrocità: non per vendetta, non per ostilità, ma per giustizia storica, per igiene democratica, per pace.
Oggi il mondo è quello in cui l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione storica sullo schiavismo e sul lavoro forzato, affermando che:

  • le forme di schiavitù del passato continuano a produrre effetti nel presente,
  • richiedono riparazione,
  • richiedono riconoscimento,
  • richiedono responsabilità degli Stati.

Se l’ONU riconosce il dovere degli Stati di riparare le ingiustizie dello schiavismo, come può l’Italia non chiedere alla Germania il riconoscimento degli IMI? Come può l’Europa parlare di “valori” se accetta che una categoria di schiavi europei resti senza nome, senza volto, senza giustizia?

La nuova Germania: riarmo, AfD, “remigration”, pressione migratoria

La Germania non è più la Germania del dopoguerra. Sta cambiando natura politica, strategica e culturale.
Ha avviato il più grande riarmo dalla fine della Guerra Fredda. Ha varato un fondo straordinario da cento miliardi. Ha ridefinito la propria dottrina militare. Ha assunto una postura strategica autonoma.
Parallelamente, cresce l’AfD, un partito che propone la remigration — un concetto anglosassone che indica l’espulsione sistematica di persone ritenute “non assimilabili”. Non è un dettaglio linguistico: è un progetto politico. È l’idea che la società possa essere “ripulita” da chi viene considerato estraneo.
È un cambio di paradigma: non è più la Germania della memoria, è la Germania della potenza. Una Germania che si arma, che ridefinisce i propri confini politici, che rilegge la propria storia, che si prepara a un ruolo egemonico in Europa.

Migranti come leva geopolitica: la pressione sull’Italia

In questo quadro, la gestione dei flussi migratori diventa una leva geopolitica. Non è solo un tema umanitario: è un tema di potere.
Le ONG finanziate da fondazioni tedesche operano nel Mediterraneo in modo che produce una pressione costante sull’Italia. Non si tratta di mettere in discussione il valore del soccorso in mare, che è un dovere morale e giuridico. Si tratta di vedere il quadro complessivo: chi finanzia, chi decide le rotte, chi sopporta i costi, chi ne trae vantaggio politico. I movimenti di persone diventano così strumenti di pressione strategica, una dinamica che destabilizza l’Italia e rafforza la posizione negoziale di Berlino in Europa.
L’Italia è il paese di primo approdo. È la frontiera fisica dell’Europa sul Mediterraneo. È il luogo in cui arrivano persone in fuga da guerre, miseria, persecuzioni, collassi statali.
Se l’Europa fosse coerente con i propri principi, direbbe:
“La Sicilia non può essere lasciata sola. L’Italia non può essere lasciata sola. La gestione dei flussi deve essere condivisa, solidale, equa.”
Invece, troppo spesso, la logica è un’altra:
“Chi è di frontiera se la deve cavare da solo. Chi è esposto deve reggere l’urto. Chi è al centro può negoziare, condizionare, usare la frontiera come strumento di pressione.”
È come se, invece di aiutare la Sicilia perché è lì che arrivano le persone, Roma dicesse:
“Ve li dovete tenere tutti lì. Non è un problema nostro, è un problema vostro.”
Sarebbe una follia amministrativa, un’ingiustizia morale, un tradimento della solidarietà interna. Nessuno accetterebbe che una regione venga trasformata in zona-cuscinetto, in deposito umano, in frontiera permanente.
Eppure, a livello europeo, questa logica viene considerata normale ed è per questo che l’Unione europea va trasformata nella Federazione delle Nazioni Unite d’Europa.
L’Italia è la Sicilia dell’Europa.
E Berlino, troppo spesso, si comporta come quella Roma immaginaria che dice:
“Ve li dovete tenere voi. Noi li useremo come argomento nei negoziati, come leva nelle politiche, come variabile nelle nostre strategie interne.”
Questo è indegno per l’Europa. Perché trasforma persone in strumenti. Trasforma la frontiera in un dispositivo di pressione. Trasforma la sofferenza in un asset negoziale.

Asimmetria morale: IMI dimenticati, Italia sotto pressione

C’è una asimmetria che grida.
Da un lato, la Germania non ha ancora riconosciuto pienamente gli IMI, gli schiavi italiani del Reich. Non ha assunto fino in fondo la responsabilità di quella pagina di storia. Non ha costruito una memoria condivisa con l’Italia su quella ferita.
Dall’altro lato, la stessa Germania esercita pressione sull’Italia su due fronti:

  • il fronte militare (riarmo, nuova dottrina di sicurezza),
  • il fronte migratorio (gestione dei flussi come leva geopolitica).

È come se un paese che non ha ancora chiuso i conti con il proprio passato di schiavismo industriale si presentasse oggi come arbitro morale e politico sulle fragilità degli altri.
Per l’Europa, questo è indegno. Perché l’Europa dovrebbe essere il luogo in cui:

  • la memoria è condivisa,
  • la responsabilità è reciproca,
  • la solidarietà è concreta,
  • la frontiera è un bene comune, non un peso da scaricare.
La memoria non è un optional: è il fondamento delle paci.

La memoria non è un optional. È un fondamento della pace. Anzi, delle paci. Perché oggi non esiste più una sola forma di guerra. La guerra si è evoluta, si è frammentata, si è moltiplicata.
Abbiamo guerre economiche e finanziarie, che decidono il destino dei popoli attraverso spread, debiti sovrani, sanzioni, mercati. Abbiamo guerre linguistiche e cognitive, combattute con parole, narrazioni, algoritmi, propaganda, manipolazione dell’informazione. Abbiamo guerre satellitari e di intelligenza artificiale, in cui la superiorità non è più solo militare ma tecnologica, predittiva, computazionale. Abbiamo guerre monetarie, in cui la valuta diventa arma geopolitica. Abbiamo guerre linguistiche e massmediatiche, in cui la percezione pubblica è il campo di battaglia. Abbiamo guerre demografiche, in cui i flussi migratori vengono usati come leve di pressione, come strumenti di destabilizzazione, come variabili strategiche.

La guerra si è evoluta. Le paci no.

Non abbiamo sviluppato la pace economica, la pace finanziaria, la pace cognitiva, la pace digitale, la pace algoritmica, la pace demografica. Non abbiamo costruito istituzioni di pace che rispondano alle nuove forme di conflitto.
E quando la pace non si evolve, la guerra avanza. Quando la memoria non viene elaborata, la potenza ritorna. Quando una responsabilità storica non viene riconosciuta, quella responsabilità si ripresenta sotto altre forme.
Per questo la memoria degli IMI non è un dettaglio del passato: è una condizione della pace presente. Per questo il riconoscimento degli IMI non è un gesto simbolico: è un atto di sicurezza europea. Per questo la Germania non può riarmarsi, ridefinire la propria dottrina militare, usare la gestione dei flussi migratori come leva geopolitica, mentre non ha ancora riconosciuto gli schiavi italiani del Reich.
La memoria è la prima forma di pace.
Senza memoria, non ci sono paci.

Senza paci, le guerre si moltiplicano. La pace non è rimozione. La pace è responsabilità.

Lo dico da nonviolento, da radicale, da federalista europeo, da teorico di PACE+ impegnato nella istituzione e nomina governativa del Ministro Articolo 11, da autore che ha scritto sui costi della sovranità cognitiva con un Nobel tedesco, da militante che ha messo il corpo nella politica, da  persona che ha attraversato Spinelli, Pannella, Selten, Radio Radicale, il PRNTT, gli scioperi della fame e della sete.
Non parlo per creare nemici. Parlo a difesa delle Forze Armate del Paese. Parlo per creare istituzioni di paci. La pace non è silenzio, non è rimozione, non è dire “andiamo avanti” senza guardare indietro.
Le paci sono responsabilità, memoria, giustizia, prevenzione, oggi prevenire la neoderiva bellicista tedesca militare contro un altro popolo europeo e contro l’Italia è l’assicurazione della e delle paci domani.

La Germania deve riconoscere e scusarsi per gli Italienische Militärinternierte e l’Italia deve chiedere il giusto risarcimento. È un dovere europeo, è un dovere ONU, è un dovere delle paci.

Se la Germania ha potuto aggirare la Convenzione di Ginevra e trarre guadagni illeciti dallo schiavismo di 650.000 italiani, allora scuse e risarcimento non possono essere simbolici: sono una conseguenza necessaria. La quantificazione minima è semplice: almeno 15 miliardi di euro.
E con il 20 settembre alle porte, Giornata nazionale degli IMI, quella riclassificazione del 1943 non è un dettaglio storico: è una responsabilità attuale e grida Giustizia! Il resto è entropia morale.

I noneroi IMI come luce per il futuro europeo dell’Italia.

Per ciò che sono stati dal 9 settembre 1943 e rappresentano oggi per noi italiani. Per una concezione della Storia nonviolenta e gandhiana degna del suo Hind Swaraj, ciascuno di questi noneroi, certo non profondi conoscitori di Gandhi (che pure fu a Roma nel 1931) rappresentano il parallelo della Marcia del Sale, anzi di più, proprio perché militari che, pure armati, addestrati ed autorizzati ad usarle: non le usarono!
Non spararono, non fecero guerriglia, non fecero attentati o sabotaggi, non fecero resistenza armata: scelsero la disobbedienza civica.
Per ciascuno di loro non ci vogliono targhe a terra o sui muri, bensì sui pali della luce o dei semafori, targhe in ghisa: luce, sorda ma pensante, della disobbedienza civica che oggi deve farsi sentire attraverso di noi, contro guerre immaginare o immaginate, a salvaguardia nostra e dei nostri figli come delle nostre Forze Armate.
Probabilmente il primo luogo dove andrebbe messa a Roma almeno una targa è in Memoria di uno dei molti IMI Carabinieri rastrellati dai Nazisti a Piazza del Popolo. Lì i pali della luce sono molti, grandi, la Piazza è del POPOLO e la Caserma Giacomo Acqua, già pontificia, dovrebbe diventare Monumento Nazionale IMI ( che ne pensa l’Anei? ).
Nel suo legame con il Cattolicesimo, nella esemplarità indiscutibile della disobbedienza civica contro i Nazisti da parte della prima Arma dell’Esercito italiano, oggi, quella Caserma dei Carabinieri rappresenta
per la storia moderna e nonviolenta della Repubblica ciò che la Pietà di Michelangelo è per l’arte: un bene senza prezzo ed un futuro europeo dell’Italia: a cominciare dal sacrosanto risarcimento tedescoa alla Repubblica Italiana.

Fonti

  1. USHMM, Forced Labor under German Rulehttps://encyclopedia.ushmm.org
  2. BMW Group Archive, Forced Labour Reporthttps://www.bmwgroup.com/en/company/history/forced-labor.html
  3. Daimler, Historical Responsibilityhttps://www.daimler.com/company/corporate-governance/human-rights/forced-labor.html
  4. Nuremberg Military Tribunal, Krupp Casehttps://www.loc.gov/rr/frd/Military_Law/NTs_war-criminals.html
  5. USHMM, IG Farbenhttps://encyclopedia.ushmm.org/content/en/article/ig-farben
  6. ThyssenKrupp, Corporate Historyhttps://www.thyssenkrupp.com/en/company/history
  7. Bundesarchiv, Messerschmitthttps://www.bundesarchiv.de
  8. Bundesarchiv, Junkershttps://www.bundesarchiv.de
  9. Bundesarchiv, Heinkelhttps://www.bundesarchiv.de
  10. Bundesarchiv, Henschelhttps://www.bundesarchiv.de
  11. MAN, Corporate Historyhttps://www.corporate.man.eu/en/company/history
  12. Volkswagen, Forced Labour Compensation Reporthttps://www.volkswagenag.com/en/sustainability/human-rights/forced-labor.html
  13. Carl Zeiss, Corporate Historyhttps://www.zeiss.com/corporate/en/about/history.html
  14. USHMM, Forced Labor in German Industryhttps://encyclopedia.ushmm.org
  15. United Nations General Assembly, Resolution on Reparatory Justice for Slavery and Forced Labour (2023) https://www.un.org/en/ga
  16. ONU A/RES/80/250 Risoluzione non vincolante del 25 marzo 2026, Dichiarazione sulla tratta degli africani ridotti in schiavitù e sulla schiavitù razziale degli africani come il più grave crimine contro l’umanità. Promossa dal Ghana e sostenuta dall’Unione Africana e dalla CARICOM, la misura è stata approvata con 123 voti a favore, 3 contrari (Stati Uniti, Israele, Argentina) e 52 astensioni.
  17. LEGGE 13 gennaio 2025, n. 6. Istituzione della Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la seconda Guerra mondiale. (25G00011)

 

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