La fabbrica delle parole

L’italiano che cambia

La fabbrica delle parole

Politica, cronaca, costume: e il nuovo Devoto Oli registra 700 neologismi

di Laura Cinelli

“Pizzino”, “teodem”, “gay pride”, “Dico”, “calciopoli”, “mocaccino”, “efficientare”, “globalista”, “viki”… tutte le parole che ho detto. E che ora mi ritrovo nel vocabolario. Settecento neologismi, tratti dall’attualità, dalla politica, dal costume, dalla televisione, dai giornali, dai nuovi modi di gergare che fanno parte della vita quotidiana e che il Devoto Oli, come ogni anno , registra nell’edizione 2008. Il nuovo dizionario (edito da Le Monnier, 3232 pagine più un cd) … contiene 150 mila definizioni e testimonia il “rinnovamento radicale” dell’Italia. Dimmi come parli e ti dirò chi sei.

A dimostrazione di quanto contino le parole nella vita di una nazione e di quanto la comunicazione voli al di là delle frontiere, quest’anno il ministero degli esteri si è impegnato in prima persona donando una copia del nuovo vocabolario agli Istituti Italiani di Cultura e a tutti i Comitati della Società Dante Alighieri. Ma qual è il peso della lingua italiana, come si evolve, quali sono le parole da salvare e quali da buttare? Lo abbiamo chiesto al professor Luca Serianni, docente di Storia della lingua alla Sapienza di Roma, che ha curato l’edizione 2008 del Devoto Oli insieme a Maurizio Trifone.

Professore, l’italiano corre così velocemente da evolversi mese dopo mese?

“Corre quanto le altre lingue. Ma oggi le parole affluiscono numerose e la tv, i giornali, i linguaggi specialistici usati per esempio per la medicina, per le scienze in generale, sono fonte inesauribile del nostro lessico”.

Chi “detta legge” nelle parole?

“La valutazione è personale. Si registrano le voci più usate e poi si mettono in ‘quarantena’. Si deciderà in seguito se resteranno o no nel nostro lessico, se meriteranno un ‘posto’ negli anni. Intanto le registriamo”.

Qualche esempio?

“Prendiamo i “Dico”. E’ un termine che non poteva mancare nella nuova edizione. Resterà come iniziativa parlamentare, tramonterà? Una cosa è certa: la parola mostra vitalità”.

Settecento neologismi registrati nell’edizione 2008. Più o meno degli anni passati?

“Direi che è una quota stabile. Certo alla fine una selezione dovrà essere fatta, l’equilibrio lessicale di una lingua va mantenuta”.

Centocinquantamila definizioni: è l’Italia che si rinnova?

“Sì. E gran parte delle parole si rinnova di conseguenza. Prendiamo ad esempio “cuneo”: è un termine che esiste da secoli, ma oggi lo si associa a “cuneo fiscale”. Come non segnalarlo?”.

Professor Serianni, ci sono delle parole che lei non avrebbe mai voluto vedere ‘codificate’ o altre che invece sono state inutilmente cancellate?

“Dobbiamo avere nei confronti della lingua un atteggiamento descrittivo. Bisogna tener conto che ci sono termini inutili, ma che se si affermano nel linguaggio comune vanno accettati. Ci sono poi parole che tramontano, che ci danno una visione del mondo distante. E quindi vanno eliminate. “Caterinetta”, tanto per citarne una, significa zitella, persona in cerca di marito. Chi la usa più?”.

Quanto di questo fiume di vocaboli i giovani di oggi è in grado di recepire?

“Spesso solo una piccola parte. Molti termini sono specialistici, ma credo che la cosa importante sia un’altra. E cioè che i ragazzi non perdano il contatto con le parole astratte che però ci aiutano ad argomentare, a ragionare, a strutturare le nostre discussioni. “Faceto”, “dirimere” non vanno dimenticati. E i sinonimi: vecchio può essere annoso, arcaico, antiquato, anziano…”.

Lei vede carenze nella lingua italiana?

“Ogni società si ritaglia una sua quota di lessico. Bisogna però stare molto attenti a non perdere il contatto con la lingua scritta. Oggi siamo tutti invasi dal parlato. E io dico sempre ai miei studenti che leggere un articolo di fondo di un grande quotidiano, può aiutarli a capire e a formarsi nel linguaggio”.

Professore, un’ultima domanda. Come definirebbe oggi la lingua italiana?

“Come una signora di una certa età che porta bene i suoi anni. Che non rinuncia a vestirsi all’ultima moda, ma che sa mantenere la sua signorilità”.

(Da La Nazione, 16/5/2007).

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  • L’italiano che cambia

    La fabbrica delle parole

    Politica, cronaca, costume: e il nuovo Devoto Oli registra 700 neologismi

    di Laura Cinelli

    “Pizzino”, “teodem”, “gay pride”, “Dico”, “calciopoli”, “mocaccino”, “efficientare”, “globalista”, “viki”… tutte le parole che ho detto. E che ora mi ritrovo nel vocabolario. Settecento neologismi, tratti dall’attualità, dalla politica, dal costume, dalla televisione, dai giornali, dai nuovi modi di gergare che fanno parte della vita quotidiana e che il Devoto Oli, come ogni anno , registra nell’edizione 2008. Il nuovo dizionario (edito da Le Monnier, 3232 pagine più un cd) … contiene 150 mila definizioni e testimonia il “rinnovamento radicale” dell’Italia. Dimmi come parli e ti dirò chi sei.

    A dimostrazione di quanto contino le parole nella vita di una nazione e di quanto la comunicazione voli al di là delle frontiere, quest’anno il ministero degli esteri si è impegnato in prima persona donando una copia del nuovo vocabolario agli Istituti Italiani di Cultura e a tutti i Comitati della Società Dante Alighieri. Ma qual è il peso della lingua italiana, come si evolve, quali sono le parole da salvare e quali da buttare? Lo abbiamo chiesto al professor Luca Serianni, docente di Storia della lingua alla Sapienza di Roma, che ha curato l’edizione 2008 del Devoto Oli insieme a Maurizio Trifone.

    Professore, l’italiano corre così velocemente da evolversi mese dopo mese?

    “Corre quanto le altre lingue. Ma oggi le parole affluiscono numerose e la tv, i giornali, i linguaggi specialistici usati per esempio per la medicina, per le scienze in generale, sono fonte inesauribile del nostro lessico”.

    Chi “detta legge” nelle parole?

    “La valutazione è personale. Si registrano le voci più usate e poi si mettono in ‘quarantena’. Si deciderà in seguito se resteranno o no nel nostro lessico, se meriteranno un ‘posto’ negli anni. Intanto le registriamo”.

    Qualche esempio?

    “Prendiamo i “Dico”. E’ un termine che non poteva mancare nella nuova edizione. Resterà come iniziativa parlamentare, tramonterà? Una cosa è certa: la parola mostra vitalità”.

    Settecento neologismi registrati nell’edizione 2008. Più o meno degli anni passati?

    “Direi che è una quota stabile. Certo alla fine una selezione dovrà essere fatta, l’equilibrio lessicale di una lingua va mantenuta”.

    Centocinquantamila definizioni: è l’Italia che si rinnova?

    “Sì. E gran parte delle parole si rinnova di conseguenza. Prendiamo ad esempio “cuneo”: è un termine che esiste da secoli, ma oggi lo si associa a “cuneo fiscale”. Come non segnalarlo?”.

    Professor Serianni, ci sono delle parole che lei non avrebbe mai voluto vedere ‘codificate’ o altre che invece sono state inutilmente cancellate?

    “Dobbiamo avere nei confronti della lingua un atteggiamento descrittivo. Bisogna tener conto che ci sono termini inutili, ma che se si affermano nel linguaggio comune vanno accettati. Ci sono poi parole che tramontano, che ci danno una visione del mondo distante. E quindi vanno eliminate. “Caterinetta”, tanto per citarne una, significa zitella, persona in cerca di marito. Chi la usa più?”.

    Quanto di questo fiume di vocaboli i giovani di oggi è in grado di recepire?

    “Spesso solo una piccola parte. Molti termini sono specialistici, ma credo che la cosa importante sia un’altra. E cioè che i ragazzi non perdano il contatto con le parole astratte che però ci aiutano ad argomentare, a ragionare, a strutturare le nostre discussioni. “Faceto”, “dirimere” non vanno dimenticati. E i sinonimi: vecchio può essere annoso, arcaico, antiquato, anziano…”.

    Lei vede carenze nella lingua italiana?

    “Ogni società si ritaglia una sua quota di lessico. Bisogna però stare molto attenti a non perdere il contatto con la lingua scritta. Oggi siamo tutti invasi dal parlato. E io dico sempre ai miei studenti che leggere un articolo di fondo di un grande quotidiano, può aiutarli a capire e a formarsi nel linguaggio”.

    Professore, un’ultima domanda. Come definirebbe oggi la lingua italiana?

    “Come una signora di una certa età che porta bene i suoi anni. Che non rinuncia a vestirsi all’ultima moda, ma che sa mantenere la sua signorilità”.

    (Da La Nazione, 16/5/2007).

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