La Crusca perché…

La Crusca nostro tesoro

di Pier Francesco Listri

Per una grottesca decisione politica o se preferite economica, non molte settimane fa, l’Accademia della Crusca ha corso il rischio di essere soppressa. Un ripensamento l’ha salvata, ora voci serie annunciano che dalla bella villa di Castello potrebbe ritrasferirsi nel centro fiorentino dove è sempre stata (a lungo nel palazzo dei Giudici).
La notizia era apparentemente trascurabile, ma sostanzialmente enorme. Nell’anno del cento cinquantenario dell’unità, il massimo strumento di custodia della lingua nazionale stava per essere abolito. Forse il lettore non sa che non sarebbe stata la prima volta, giacché nel 1783 l’illuminato granduca Pietro Leopoldo la soppresse fondendola in una triplice Accademia Fiorentina (che comprendeva anche quella degli Apatisti). Per curioso paradosso se a chiuderla fu un principe illuminato a riaprirla fu in un certo senso Napoleone e – ulteriore coincidenza paradossale – fu esattamente due secoli fa, cioè nel 1811 che la Crusca risorse come accademia autonoma. Ultimamente i fiorentini più avvertiti lo sanno la Crusca ha passato anni difficili economicamente pesanti, tanto da gettare un suo flebile lamento alla distratta opinione dei politici e degli amministratori. Si spera dunque che ora inauguri un suo risorgimento.
Ma a che serve la Crusca? Quanto ha già fatto, non un intero libro basta a raccontarlo. Diciamo sinteticamente che ha avuto come compito ‘la conservazione della purezza della lingua italiana’ una lingua ben più antica dello stato italiano.
Tanti problemi non secondari e di grande rilievo sociale, toccano il gran tema: da quello dei rapporti fra lingua e dialetto a quelli più recenti delle lingue dell’informazione alle troppe parole straniere che hanno invaso l’Italia. La Crusca svolge un ruolo fondamentale tanto più oggi che il globalismo multietnico, che la preponderante forza dell’informazione, mettono a rischio i linguaggi. Si può essere poveri di denaro ma – è stato detto – si può anche essere poveri di parole, e in questo caso la democrazia peggiora e la precaria felicità di ogni uomo si fa più difficile. Che la Crusca continui a lavorare. Perché tutti dobbiamo parlare per dire le speranze e le denunce, per nominare le cose del mondo che ci sta intorno.
(Da La Nazione, 9/9/2011).

23 commenti

  • I dialetti e le città: la Crusca indaga sull’italiano plurale

    di Maurizio Costanzo

    Lingua di regioni e di dialetti, molto lontana dal lessico forbito dei salotti buoni e del latino nelle chiese quella unita da Dante prima e da Manzoni poi. A ben guardarla dall’alto, la plurisecolare vicenda linguistica italiana appare come un matrimonio difficile tra secoli di storia e un presente che ci vede e vuole tutti uniti. Ma è davvero così? Davvero, e finalmente, oggi la penisola può contare su una sola e unica lingua? Su questo si confronteranno oggi e domani a Firenze alcuni tra i più autorevoli linguisti italiani, che insieme a studiosi di demografia e urbanistica come Massimo Livi Bacci e Giancarlo Consonni saranno chiamati a rompere gli steccati disciplinari per riflettere sulla reale evoluzione dell’italiano.
    A partire dal 1963, anno di uscita della “Storia linguistica dell’Italia unita” di Tullio De Mauro. Un volume pionieristico e tuttora fondamentale che a cinquant’anni di distanza dalla prima pubblicazione, sarà ricordato nel convegno “Città d’Italia: ruolo e funzioni dei centri urbani nel processo postunitario di italianizzazione”, organizzato dall’Accademia della Crusca con altre associazioni. “Una cosa è certa – spiega il professor Emanuele Banfi – alla base del processo di italianizzazione postunitario c’era un’esigenza di base: quella di capire e farsi capire. Ad un certo punto l’Italia unita imponeva alle costellazioni dialettali che l’abitavano di cedere il passo ad una lingua unica. Per troppo tempo il cosiddetto ‘italiano regionale’ aveva dilatato le distanze da città a città, nord e sud, persino da paese a campagna”.
    Una riflessione che parte da lontano ma giunge fino ai nostri giorni, come spiega la professoressa Nicoletta Maraschio: “C’è una lingua diversa per ogni professione – spiega – l’italiano degli avvocati diverso da quello televisivo, quello scolastico da quello d’uso comune. Senza contare il tessuto urbano e metropolitano, in cui le lingue ‘immigrate’ si sovrappongono e insieme si trasformano in uno straordinario laboratorio culturale”. Tanti e diversi i temi del confronto, che saranno affrontati nelle due giorni alla Villa medicea di Castello, fino al concerto organizzato dall’Associazione Amici dell’Accademia della Crusca. Doveroso omaggio in musica alla lingua della grande poesia.
    (Da La Nazione, 18/4/2013).

  • Latino o inglese?

    In un bel libro di ormai venticinque anni fa, Gian Luigi Beccaria, con il suo stile amabile e accattivante, si era divertito a costruire cinque pagine di testo di senso compiuto infarcito di ben 175 latinismi diffusi e usati nell’italiano comune: da gratis, alibi, placet, ad hoc, non plus ultra, hic et nunc fino a pro memoria, honoris causa, referendum, imprimatur e moltissimi altri. Il gioco aveva lo scopo di mostrare, in una divertente e improbabile concentrazione, quanto ancora parole ed espressioni latine entrino nella nostra lingua quotidiana e come spesso passino inosservate, tanto sono naturali, fatte della stessa pasta dell’italiano. O meglio: è l’italiano che si è formato dal latino parlato che, già a partire dall’epoca imperiale, si è differenziato dal latino classico e si è progressivamente trasformato dando vita alle lingue romanze, tra cui appunto l’italiano. Due sono state le trafile principali attraverso le quali il lessico latino è andato a costituire gran parte del patrimonio lessicale dell’italiano:
    1) Parole di tradizione ininterrotta che dal latino, attraverso un processo di continue e progressive trasformazioni, sono arrivate fino ad oggi.
    2)Parole di tradizione colta o interrotta che ci sono arrivate in una forma molto più vicina a quella originale perché recuperate in ambiti dotti e reintrodotte in italiano senza sostanziali adattamenti formali, inevitabile quando invece le parole circolano nel parlato.
    Nel primo gruppo, quantitativamente molto consistente, rientrano parole di base, che vanno a formare buona parte del lessico fondamentale: casa, dare, fare, tavola, chiaro, cielo, mare, terra, vedere, acqua sono solo pochissimi esempi di parole italiane derivate dal latino per via ininterrotta; in alcuni casi, come quelli appena esemplificati, le modifiche formali sono state molto limitate per cui è abbastanza facile risalire alla forma latina originaria; in altri casi le trasformazioni sono state più profonde per cui, ad esempio, non è così immediato riconoscere nell’italiano coppia l’esito del latino copula.
    Al secondo gruppo appartengono parole di ambiti particolari: da sempre il latino ha influenzato il volgare in ambito religioso e giuridico, ma soprattutto il latino (insieme al greco) è stato ed è tuttora un serbatoio di risorse lessicali a cui le scienze e le terminologie tecnico-specialistiche continuano ad attingere. Si tratta di una riserva a disposizione di molte lingue vive: l’italiano in particolare, ma in generale tutte le lingue romanze, e non solo queste, hanno “pescato” in tempi e per motivi diversi da questo mare magnum arricchendo così di latinismi le nostre lingue vive.
    Tra queste lingue, l’inglese ha un ruolo del tutto particolare: se è noto a tutti che, a partire dal Novecento, è stata la lingua che ha veicolato il maggior numero delle nuove parole entrate nelle altre lingue, forse non è altrettanto risaputo che, dopo l’italiano, l’inglese è la lingua che maggiormente, nel corso della sua storia, ha sfruttato il latino per il recupero e la coniazione di nuove parole, tanto da farla definire da Tullio De Mauro “la più latinizzata e neolatinizzata lingua del mondo non neolatino”. La circolazione e l’accoglimento di parole ed espressioni straniere non è certo una novità, nuovo semmai è stato il ritmo accelerato e la concentrazione nel tempo con cui il fenomeno si è manifestato negli ultimi decenni; da sempre le lingue entrano in contatto e si modificano a vicenda e, a seconda del prestigio e dell’influenza culturale ed economica di alcuni paesi, le rispettive lingue assumono maggiore o minore capacità di penetrazione nelle altre. L’inglese è attualmente senza dubbio la lingua della comunicazione sovranazionale, oltre a essere la lingua di alcuni settori specifici ormai pervasivi nelle nostre società. Insieme agli anglismi veri e propri, l’inglese ha contribuito a rimettere in circolazione anche alcuni latinismi che, nel tessuto dell’italiano, legato al latino da così stretta parentela, tendono a essere appaiati, nella pronuncia e nel trattamento morfologico, ai tanti e familiari latinismi recuperati dall’italiano per via diretta. Alcuni linguisti hanno proposto la dicitura di xenolatinismi per indicare queste parole formate con materiali latini in lingue diverse dall’italiano e passate poi all’italiano sotto forma di prestiti: latinismi indiretti quindi che, prima di arrivare a integrarsi nel lessico dell’italiano, sono passati da altre lingue (inglese, ma anche francese come ad esempio deficit e tedesco, come album) che hanno impresso loro pronuncia, talvolta modificata rispetto a quella originaria latina, e regole di trattamento morfologico.
    A prescindere dalle etichette che possiamo attribuire ai fenomeni, l’aspetto che più interessa per il nostro discorso è proprio lo statuto particolare che riveste il latino per l’italiano rispetto a tutte le altre lingue: i latinismi accolti direttamente nella lunga storia dell’italiano (complessivamente più di 35.000 marcati come tali nel GRADIT) non sono stati sentiti come veri e propri prestiti, ma come “eredità di famiglia”, un patrimonio a disposizione di cui non c’era da rendere conto a nessuna lingua viva. Diverso, da questo punto di vista, l’accoglimento di latinismi già adottati da altre lingue e talvolta adattati alle loro regole fonomorfologiche.
    I dubbi espressi dai nostri interlocutori riguardano proprio questo processo che, nell’ultimo secolo, ha avuto un’ampiezza straordinaria perché accompagnato da un aumento esponenziale delle possibilità di comunicazione e quindi di contatto tra le diverse lingue. Le incertezze sono state sicuramente accresciute sia dalla progressiva perdita di familiarità con il latino, che viene studiato meno e incontrato raramente (anche se più di quanto molti si accorgano) nelle nostre abituali pratiche quotidiane, sia da una sempre maggiore confidenza, talvolta scambiata per competenza, con l’inglese, la sua pronuncia e le sue regole. La convergenza di questi due fattori può spiegare realizzazioni ibride e decisamente divertenti come sine die pronunciato “all’inglese” sain dai, su cui già da qualche anno si è giustamente rivolta l’ironia di alcuni giornalisti.
    Sui latinismi, in particolare quelli accolti per via indiretta con mediazione dell’inglese, i due interrogativi più ricorrenti riguardano pronuncia e formazione del plurale.
    Nessun problema di pronuncia quando i latinismi, seppur arrivati all’italiano attraverso l’inglese, non presentino varianti e vi siano giunti in una veste fonetica immediatamente riconducibile a quella latina: parole come ultimatum, quorum, forum, memorandum (spesso ormai abbreviato in memo) non suscitano dubbi riguardo alla pronuncia e possono essere tranquillamente scambiate e usate come latinismi diretti.
    Vediamo invece alcuni tra i latinismi indiretti che sembrano porre maggiori problemi per la pronuncia o per il trattamento morfologico:
    mass media e summit, sono due tra i più diffusi e conosciuti latinismi di mediazione inglese. Sulla loro origine, sui significati e sulla coesistenza delle due pronunce possibili (“alla latina” o “all’inglese”) tra i parlanti, si è già ampiamente trattato in una scheda pubblicata nel nostro sito a cui si rimanda;
    tutor: la parola latina tutor, -oris sta alla base di due forme coesistenti nella lingua comune: l’italiano tutore (attestato sin dal 1300), e il latinismo non adattato tutor rientrato però attraverso l’inglese nel XX secolo. L’italiano tutore viene usato nei significati di ‘persona a cui è affidata la tutela di un minore o di un incapace’, di ‘protettore e difensore’, di ‘docente nominato dal preside con l’incarico di aiutare l’insegnante vincitore di concorso a orientarsi nell’attività scolastica durante il periodo di prova’ e di ‘docente universitario che segue fin dall’inizio il lavoro di uno studente guidandolo nel suo curriculum’; in agraria è usato come sinonimo di ‘sostegno’ (quindi palo, canna o pianta che serve per sostenere altre piante) e, in medicina viene usato per indicare ‘un apparecchio ortopedico, variamente modellato in acciaio, cuoio, materie plastiche con finalità di sostegno, correzione e sussidio funzionale’ (Vocabolario Treccani). C’è poi tutor, nella forma originaria latina, che è “rientrato” in italiano nel XX secolo attraverso l’inglese che veicola però soltanto il significato specifico di ‘insegnante che, negli studi universitari, segue e guida uno o più studenti in seminari, dottorati o altre attività di ricerca’ o ‘persona di riferimento per chi è all’inizio della carriera in determinati ambiti professionali’. Quindi soltanto nel contesto scolastico-universitario può porsi il problema della scelta tra le due parole, ambito in cui, peraltro, è attualmente molto più diffusa e frequente la forma tutor. Si tratta di una parola presente nei recenti dizionari dell’italiano, indicata come invariabile perché assunta come forestierismo ormai stabilizzato, che non prevede pertanto, in italiano, la forma plurale della lingua d’origine (inglese tutors); nei contesti che richiedano il plurale meglio senz’altro ricorrere alla forma adattata tutori piuttosto che ricostruire il plurale originario latino tutores, del tutto estraneo alla lingua italiana.
    Audit, con pronucia all’inglese /ɔdit/ e con il significato di ‘revisione’ è attestato in alcuni dizionari italiani (tra cui il GRADIT) come anglismo anche se ha come base il verbo latino audire ‘ascoltare’. Si tratta di un’acquisizione senza dubbio recente per l’italiano: infatti, anche se nei più recenti dizionari di neologismi (come nel Treccani del 2008, la voce audit civico) inizia a essere indicato come invariabile al plurale, quindi trattato come anglismo ormai pienamente accolto in italiano, altri dizionari dell’uso contemporaneo, come il GRADIT (2000), contemplano ancora il plurale inglese audits.
    Forum è entrato in italiano a metà del Novecento per mediazione dell’inglese con il significato di ‘dibattito pubblico’ che si è poi esteso anche a quello di ‘luogo aperto di discussione in rete’. La pronuncia, come abbiamo già accennato, non dà problemi (si mantiene quella latina), ma ci si può chiedere invece quale sia la forma del plurale: come molti altri forestierismi ormai radicati nell’italiano, al plurale forum resta invariabile e questo grazie al suo transito dall’inglese che lo ha “parificato” al trattamento degli altri anglismi.
    sponsor,‘garante, mallevadore’ è una parola latina arrivata in italiano dall’inglese che nell’uso corrente mantiene la pronuncia originaria del latino, ma resta invariabile al plurale come un forestierismo ben acclimatato.
    Auditorium, un acquisto decisamente di vecchia data e già studiato da Bruno Migliorini nella sua Lingua italiana d’oggi, anch’esso mediato dall’inglese, è invariabile e quindi mantiene la stessa forma al plurale, ma si differenzia dal caso precedente per aver dato luogo alla forma adattata auditorio/auditori, non troppo usata, ma possibile anche al plurale.
    Nei normali processi di semplificazione e di analogia che operano nelle lingue vive, non stupisce che sia in atto l’estensione dell’invariabilità, nella direzione quindi della soluzione più “economica”, anche ad alcuni latinismi passati in italiano per via diretta come ad esempio curriculum che prevede il plurale curricula (oltre alle forme adattate all’italiano curricolo e curricoli), ma che negli ultimi anni ricorre più frequentemente nella forma invariabile; corpus nel significato di ‘raccolta’ che ormai molti dizionari (tra cui il Treccani) registrano come invariabile, mentre in contesti specialistici è ancora possibile incontrare e usare nella forma del plurale corpora. Anche iter, referendum, esolarium prevalgono nella forma invariabile: in rete (in una ricerca non particolarmente raffinata ma indicativa su Google effettuata il 6 marzo 2013) il rapporto tra la forma gli iter (plurale invariabile) e gli itinera (plurale latino) è di 10 a 1 con circa 52000 occorrenze della prima a fronte delle circa 5000 della seconda; referendum ricorre esclusivamente nella forma invariabile, mentre per solarium, che i dizionari sono pressoché concordi nell’indicare come invariabile, ha un numero notevole di attestazioni in rete nella forma plurale latina solaria anche se, a una prima analisi, moltissime tra queste occorrenze sembrano corrispondere a denominazioni di aziende del settore delle energie rinnovabili.
    Dalle considerazioni fin qui esposte emerge abbastanza chiaramente quale sia il comportamento meno rischioso nel trattare i latinismi più diffusi nella nostra lingua, siano di derivazione diretta che indiretta: per quel che riguarda la formazione del plurale, che ci viene segnalata come l’incertezza più ricorrente, usando la forma invariabile è decisamente meno probabile sbagliare.
    Questo non significa che automaticamente possiamo considerare i latinismi alla stregua di tutti gli altri forestierismi, ma che senz’altro, anche per queste parole, stanno operando meccanismi di semplificazione e uniformità di trattamento morfologico. Si consigliano invece maggiori cautele, con verifiche di volta in volta sui dizionari, per i termini tecnici, propri di ambiti specialistici che possono restare esclusi dalle normali modificazioni delle parole più frequenti e diffuse nell’uso comune.

    Per approfondimenti:
    G. Luigi Beccaria, Italiano antico e nuovo, Milano, Garzanti, 1988.
    T. De Mauro, La fabbrica delle parole, Torino, Utet Libreria, 2005.
    Enciclopedia dell’italianoTreccani, Roma, Istituto dell’Enciclopedia italiana, s.v. Latinismi.
    M. Fanfani, Sugli anglicismi nell’italiano contemporaneo (XIII) [audit, auditing, auditor], in «Lingua nostra», LVI, 1995, pp. 14-17.
    M. Fanfani, Sugli anglicismi nell’italiano contemporaneo (XIV) [auditorium], in «Lingua nostra», LVII, 1996, pp. 72-92.
    C. Giovanardi e R. Gualdo, Inglese-italiano 1 a 1, Lecce, Manni, 2003.
    B. Migliorini, La lingua italiana d’oggi, Torino, ERI, 1967 [seconda edizione riveduta aggiornata e ampliata; I ed. 1957].

    A cura di Raffaella Setti
    Redazione Consulenza Linguistica
    Accademia della Crusca
    (Da accademiadellacrusca.it, 18/3/2013).

  • “Attenti agli errori: il soglio pontificio non si attraversa…”

    di Letizia Cini

    E’ il padre del portale dell’italiano televisivo (www.italianotelevisivo.org). Marco Biffi, docente di storia della lingua dell’Università di Firenze e responsabile del sito web dell’Accademia della Crusca, ha dato vita a un sito capace di “raccogliere e mettere a disposizione degli studiosi, e degli amatori della lingua, banche dati, testi e studi inediti, filmati e documenti”. “Nel portale è disponibile inoltre un osservatorio che raccoglie segnalazioni di eventi e una ricca bibliografia specificato” riprende il professor Biffi. L’accesso è aperto previa registrazione gratuita.
    Un lavoretto tutt’altro che facile. “Già trascrivere un anno di registrazioni a campione sulle tre emittenti Rai e tre Mediaset è stato molto complicato – riprende il linguista -. Iniziata nel 2006, la ricerca evidenzia quanto sia cambiato il modo di parlare del piccolo schermo, a partire dalla quantità di… parolacce. Un’esagerazione, e non solo nei reality”. “La lingua della televisione non è mai stata studiata, soprattutto in relazione ai generi e alla tradizione morfologica – precisa Biffi, fornendo alcuni esempi-. Il pronome “egli” è scomparso, oggi esiste solo lui, e anche i costrutti sintattici hanno subito non pochi cambiamenti: “non c’è niente che io ho bisogno”, “a Mario gliel’ho detto”, sono forma linguistiche che stravolgono la funzione comunicativa, spostando (nel secondo caso) il focus su Mario, anziché sull’io”.
    Ma esiste un caso ancor più eclatante, un improbabile preziosismo linguistico, in ogni modo sbagliato, che in questi giorni inonda i media: “Quando con questa espressione si vuole indicare l’elezione del Papa, essa rappresenta senza dubbio un errore – conclude Marco Biffi -: si tratta di una sorta di “lectio facilior” non corretta perché in questo caso la parola soglio significa “trono” e non ha dunque niente a che vedere con la parola soglia”.
    (Da La Nazione, 9/3/2013).

  • La Crusca dà i voti alla tv: promossa la fiction

    di Letizia Cini

    Lei parla, noi ascoltiamo. Fin da cuccioli. Ci sono voluti 5 anni per capire quanto sia cambiata l’affilatissima lingua della vestale del verbo, sottofondo costante nelle case degli italiani: la televisione. “Merito di una ricerca partita 2 anni fa, che si aggancia a una prima iniziativa addirittura nel 2006”, sorride Nicoletta Maraschio, primo presidente donna dell’Accademia della Crusca. “Negli ultimi 30 anni, in particolare nell’ultimo decennio, la lingua della televisione ha perso la sua tradizionale caratteristica di specchio di quella parlata, per sviluppare nuove forme, artificiose e spettacolarizzate sulle quali non si può che esprimere un giudizio negativo”, stigmatizza il presidente, presentando i risultati dello studio finanziato dal ministero dell’Istruzione e intitolato “Il portale dell’italiano televisivo: corpora, generi e stili comunicativi”, illustrato ieri a Firenze. Nelle sale della Villa medicea di Castello, sede della prestigiosa istituzione, dal 1583 punto di riferimento per le ricerche sulla lingua italiana, giornalisti, massmediologi, sociologi e specialisti del settore si sono dati appuntamento per discutere sul ruolo centrale che il trasmesso televisivo ha avuto nel diffondere l’italiano. “Dagli anni ’80 in tv ha preso sempre più campo il fenomeno del cosiddetto “iperparlato” – sottolinea la professoressa Maraschio -. Il linguaggio comune è stato progressivamente abbandonato in favore di un parlato artificioso, concepito appositamente per spettacolizzare i contenuti. E questa è diventata la norma, sia nell’informazione sia nell’intrattenimento”.
    Fra gli interventi, arriva una sorpresa, frutto della ricerca sull’evoluzione del linguaggio della televisione italiana nel corso del tempo, realizzata da un pool di specialisti di varie università e coordinata dall’Accademia della Crusca: “Il linguaggio letterario, alto, tipico dei teleromanzi delle origini, resiste ancora oggi, a distanza di decenni, in certa fiction”, assicurano.
    “Si tratta di una scoperta che proprio non ci aspettavamo – gongola Gabriella Alfieri, linguista dell’Università di Catania, accademica della Crusca, che per l’indagine ha raccolto e analizzato decine di ore di fiction, dagli sceneggiati dei primordi ai serial di oggi -. In alcune serie contemporanee, penso a “Centovetrine”, tuttora in corso, o “Incantesimo”, resiste all’usura del tempo e dei cambiamenti linguistici l’utilizzo di un linguaggio alto, di tipo letterario, come usava nei teleromanzi di una volta. E questo in un contesto di genere nel quale prende sempre più campo l’adozione della lingua colloquiale, del parlato puro, come testimoniano “Un posto al sole” o “Un medico in famiglia” e altre serie”.
    Tra gli ambiti passati al setaccio, anche il linguaggio telegiornalistico e il format dei quiz. “Per quanto riguarda il primo, vede il dilagare della contaminazione del tipico stile asciutto, composto e sintetico del telegiornalismo classico, con elementi classici del linguaggio dello spettacolo, in particolar modo nell’ambito di talk show e trasmissioni di approfondimento – spiega l’accademica della Crusca Ilaria Bonomi, linguista all’ateneo di Milano -. Roccaforte della vecchia maniera, restano oggi solo i tg”. Analogamente i quiz, dal serio modello originale del “Lascia o raddoppia”, introdotto in Italia da Mike Bongiorno negli anni ‘50, hanno vissuto “un’evoluzione che ha portato il loro funzionamento a spostare l’attenzione dagli elementi portanti della conoscenza e del rischio a caratteristiche di spettacolarizzazione fini a se stesse”, sintetizza Lorenzo Coveri dell’Università di Genova.
    Sorprese anche sul fronte politico: “Matteo Renzi ha innovato la comunicazione della politica portandovi il modello di linguaggio tipico della tradizione toscana dal Boccaccio in poi in televisione”, conclude Nicoletta Maraschio.
    Insomma, il sindaco di Firenze ha portato alla ribalta un modo nuovo e personale di comunicare la politica basato sul gusto della battuta, “puntando su slogan e frasi stereotipate da lui coniate e cavalcate, termini come “rottamazione” e “rottamatore”. Molto furbo”. Da bravo fiorentino.
    (Da La Nazione, 9/3/2013).

  • L’Accademia della Crusca va su Facebook

    L’Accademia della Crusca, prestigiosa istituzione italiana che raccoglie studiosi ed esperti di linguistica e filologia della lingua italiana, ha la sua pagina Facebook. Nata a Firenze nel 1583, la Crusca è la più antica accademia linguistica del mondo e rappresenta la più prestigiosa istituzione linguistica d’Italia.
    (Da La Nazione, 7/1/2013).

  • Espressioni raccolte nei quartieri
    Fiorentino contemporaneo

    L’Accademia della Crusca e il suo primo vocabolario

    di Laura Tabegna

    “Che ti sei levato con le chèche (nervoso)?, “Borda, gli è andaho ‘n terra”. La spontaneità del fiorentino lingua viva si unisce al rigore scientifico. Gli accademici sono scesi dalla cattedra per ascoltare la voce della città direttamente nei quartieri più antichi e popolari, Santa Croce, San Frediano e Rifredi. Nasce così il ‘Vocabolario fiorentino. Parole ed espressioni vive raccolte nei quartieri di Firenze’, pubblicato dall’Accademia della Crusca con il contributo di Banca Federico Del Vecchio e Banca Etruria. Il testo raccoglie la lingua contemporanea di Firenze ed è stato presentato nell’instituto che da sempre forma cultura e sapere dei giovani fiorentini, il liceo Galileo. Proprio nelle aule di via Martelli studiò Giovanni Nencioni, linguista e accademico dalla cui volontà è nato il progetto. Il volume di 460 pagine presenta una selezione di circa 900 voci ed espressioni raccolte con interviste sul campo, dalla viva voce dei parlanti nei quartieri.
    Il testo rappresenta un primo saggio a stampa nato da un progetto pluriennale della Crusca per documentare tutto quel lessico fiorentino che non si sovrappone per intero all’italiano. Il progetto è stato spiegato dai curatori Teresa Poggi Salani, Neri Binazzi, Matilde Paoli e Maria Cristina Torchia. Lo studio è stato condotto con criteri scientifici rigorosi. Allo stesso tempo, però, il testo si presta ad una lettura agevole, per fiorentini e toscani come pure per storici della lingua. La forma riprende lo schema tradizionale del lemmario classificato per ordine alfabetico. La novità fondamentale è invece rappresentata dalle trascrizioni di parlato registrato, riportato in maniera tale da agevolare una lettura veloce. In questo vocabolario si ribaltano dunque i ruoli: è il parlante che fornisce al lessicografico gli strumenti. Il metodo adottato è stato quello di vagliare una pluralità di fonti, attraverso cui scremare un fiorentino ‘differenziale’ rispetto all’italiano, non sovrapposto quindi alla lingua nazionale. La fonte di partenza è l’antico vocabolario Giorgini Broglio, che si proponeva di elaborare la lingua italiana come da insegnamento manzoniano. Dall’esegesi delle fonti sono emersi tre livelli di lingua viva: fiorentino d’uso, ‘fiorentino fiorentino’, e il fiorentino presente in altre parole toscane… Le voci già redatte sono consultabili sul sito http://www.vocabolario fiorentino.it, realizzato da Marco Biffi, Giovanni Salucci, Francesco Rossi.
    (Da La Nazione, 19/12/2012).

  • Accademia della Crusca il presidente rinnova l’allarme

    di Ilaria Ulivelli

    I problemi di soldi della Crusca sono antichi quanto l’Accademia. Storici. Dopo aver sospirato a lungo sull’orlo del baratro della chiusura, la presidente senza stipendio (rinunci che di questi tempi potrebbe considerarsi atto eroico), Nicoletta Maraschio, rifiata. “Lo scorso anno, il decreto Salva Italia ci ha assegnato una dotazione stabile: 700mila euro all’anno. Soldi che, con i soliti ritardi, sono arrivati un mese fa – spiega Maraschio – . La Regione Toscana non ce li ha ancora dati, ma dovrebbe confermare il fondo di 200mila euro anche per il 2012, come lo scorso anno. Diciamo che in tutto arriva un milione all’anno”.
    Sufficiente a far cosa?
    “Praticamente ci garantisce la sopravvivenza. Serve a coprire le spese correnti, per pagare i dipendenti e per il mantenimento dell’edificio. Ora, per esempio, piove da una parte del tetto: dovremo intervenire”.
    Quanto spendete per il personale?
    “Abbiamo sei dipendenti. In Germania, l’Istituto per la lingua tedesca, per fare il nostro stesso lavoro, ne impiega 80. Ci sarà un motivo? La presidente e i quattro consiglieri non prendono un centesimo. Poi ci sono 15 collaboratori, ricercatori con curricola invidiabili, ai quali chiediamo di sviluppare i nostri moltissimi progetti e che paghiamo tra i 1.000 e i 1.500 euro al mese”.
    Riuscirete a mantenerli?
    “Abbiamo in progetto di aumentare l’organico per i ruoli chiave. Pensi che non abbiamo un archivista né una persona che si occupi di pubblicazioni in pianta stabile”.
    Crede sia possibile riuscire ad ottenere di più?
    “Lottiamo per il riconoscimento del nostro ruolo nell’Italia di oggi. E ci batteremo per ottenere finanziamenti per le attività strategiche. Siamo una importante casa editrice, pubblichiamo circa sei volumi all’anno. Crediamo che la strategia per il futuro, quella che già stiamo praticando, sia un’integrazione fra le risorse pubbliche e le sponsorizzazioni private”.
    Ci sono lasciti, donazioni che vi aiutano ad andare avanti?
    Poche (“sorride”). Ma importantissimi. Proprio in questo mese saranno premiati due studenti usciti con il massimo dei voti alla maturità, che hanno vinto il concorso. Lo abbiamo organizzato con il lascito della professoressa di lettere al liceo classico Dante, Adriana Tramontano. Un modo per stimolare i giovani, come lei voleva, e per ricordare la sua figura. La nostra biblioteca si è arricchita con i lasciti che molti accademici come Giovanni Nencioni, presidente per 28 anni della Crusca, e Arrigo Castellani, grande linguista e filologo”.
    (Da La Nazione, 3/11/2012).

  • ANNIVERSARI I FESTEGGIAMENTI DELL’ACCADEMIA OGGI E DOMANI A FIRENZE

    La Crusca: quattro secoli in difesa dell’identità italiana

    di CESARE SEGRE

    Si festeggiano, oggi e domani, i quattrocento anni del Vocabolario della Crusca (1612). Non è una data qualsiasi. A quell’altezza, nessuna delle grandi lingue moderne aveva un vocabolario in cui fosse depositato l’assieme delle parole e dei modi di dire che costituiscono ciascuna lingua. E l’italiano stesso era in verità piuttosto giovane, dato che solo nella prima metà del Cinquecento, a opera di Pietro Bembo nel ruolo di teorico, di Ludovico Ariosto (e del Sannazaro) nel ruolo di «utilizzatori finali», si era generalizzato e regolato l’uso dell’idioma toscano letterario. A meno di un secolo di distanza, quest’idioma era ormai riconosciuto, anche se non ufficialmente, come lingua nazionale: mancava infatti una nazione cui rapportare la lingua usata dai dotti e dagli alfabetizzati dei vari stati e staterelli in cui era frazionata l’Italia. Ma che cos’è un vocabolario, o dizionario? Oggi lo sappiamo tutti, e sappiamo come lo si usa. Sappiamo che di ogni lemma il vocabolario illustra il significato, o i vari significati; che le reggenze di parole e verbi sono indicate nel seguito della voce, e così via. Ma tutto questo dovettero inventarselo gli accademici della Crusca, che tra l’altro collaboravano all’opera gratis, per puro amore della lingua. E non erano solo filologi, ma anche scienziati e artisti, che s’improvvisarono lessicografi, con successo. I vocabolari d’oggi, nella sostanza, non sono diversi da quello della Crusca. E lo stesso si può dire per i vocabolari delle lingue europee, che seguirono il nostro a molta distanza: per il francese, quello dell’Académie (1694), e per lo spagnolo, quello della Real Academia (1726-1739), per l’inglese, quello di Samuel Johnson (1787), e così via. Perché questa priorità italiana? Tra i molti motivi si potrebbe indicare lo sviluppo, da noi, degli studi filologici e la vivacità della «questione della lingua», che accompagnò e animò l’affermazione del toscano come base della lingua italiana. Ma il motivo principale è il fatto che nella metà del Trecento erano già apparsi i capolavori di Dante, Petrarca e Boccaccio, testimoni della nascita di una grande lingua letteraria. Era ovvio cercare di coglierne il sistema linguistico e soprattutto lessicale. C’è poi un fatto significativo. La prima edizione del Vocabolario fu pubblicata a Venezia: quasi la conferma ufficiale di un asse linguistico Firenze-Venezia, che nei fatti si era già realizzato, dato che gli attivissimi tipografi veneziani avevano per primi eliminato dalle loro stampe i tratti dialettali che invece restano vistosi nei volumi pubblicati altrove. L’Accademia della Crusca celebra l’anniversario nella splendida Villa Medicea di Castello. Lo festeggia anzi, dato che alle relazioni si mescolano uno spettacolo sulla vita di Dante e un concerto di musica barocca. Ma per il resto si tratta di importanti relazioni dedicate agli altri vocabolari «cadetti» su quella che viene chiamata «la piazza virtuale della Crusca», insomma sul prezioso e sempre aggiornato tesoro lessicografico che l’Opera del Vocabolario continua a raccogliere, nonché sui modi di compilare un vocabolario, in un quadro ben consapevole dei problemi del multilinguismo, tra i più urgenti d’oggi. I relatori sono tutti di alto livello: solo fra gli stranieri, citeremo Eva Buchi, Wolfgang Klein, José Antonio Pascual, Francisco Rico, John Simpson, Harro Stammerjohann, Edward F. Tuttle. Una varietà d’interventi in cui s’intravvede la feconda dialettica tra esemplarità e produttività dei vocabolari, tra sincronia e diacronia, tra lingua e lingua. Perché se un vocabolario appare come la registrazione dei tesori di una lingua, il suo utente deve essere consapevole che molti di quei tesori cadranno in disuso, sostituiti da altri, nuovi, in una creazione continua. Le cinque successive edizioni del Vocabolario seicentesco lo mostrano bene.
    (Dal Corriere della Sera, 6/11/2012).

  • La Crusca arriva su Facebook e Youtube

    Accademia della Crusca 2.0: l’istituto di studio sulla lingua italiana potenzierà la presenza web, rinnovando il suo sito (www.accademiadellacrusca.it), aprendo la pagina Facebook e attivando un canale su YouTube. Presto…Twitter.
    (Da La Nazione, 6/11/2012).

  • IL PROGETTO LA COLLABORAZIONE TRA LINGUISTI E GLI SCIENZIATI DELL’UNIVERSITÀ DI PISA. «SARÀ PIÙ FACILE INSEGNARE»

    La complessità dei numeri primi

    di Marco Gasperetti

    Linguisti e matematici uniti in un’insolita e un po’ esoterica «setta» dedita a strane elucubrazioni sullo scrivere (e il comunicare) nel modo migliore e convinta che la stragrande maggioranza dei libri di testo scolastici scientifici, e in particolar modo di matematica, debba essere riscritta. Nel guardarli si potrebbe pensare a un orribile connubio postmoderno e invece da ieri, in un’aula della facoltà di matematica dell’Università di Pisa dove hanno studiato e insegnato Galilei, Fermi, Enriques, De Giorgi e Bombieri, i «sapienti delle lettere e dei numeri» sfogliano libri di esercizi, analizzano le spiegazioni di teoremi ed equazioni, e con la matita rossa e blu correggono, suggeriscono e propongono il «miglior modo possibile» di scrivere di matematica, un ritrovato «dolce stil novo» per raccontare algebra e geometria. Consapevoli, dicono loro, che l’avversità ai numeri in Italia (e all’estero) sia dovuta anche e soprattutto al modo d’insegnare, comunicare e scrivere questa disciplina vissuta pericolosamente e invece spesso così vicina alla speculazione filosofica e alla verità da essere e persino una medicina dell’anima. Per raggiungere l’obiettivo, quasi un salto di paradigma nell’insegnamento e nella divulgazione della matematica, è stata firmata una convenzione tra l’Accademia della Crusca, il tempio fiorentino della ricerca sulla lingua italiana, e il Cafre, il Centro di ateneo di formazione e ricerca educativa dell’università pisana. «È nato anche un gruppo di studio misto di sei insegnanti di matematica e sei di italiano di scuola secondaria di primo e secondo grado – spiega Franco Favilli, docente di matematica e direttore del Cafre -. Con loro abbiamo iniziato ad analizzare l’aspetto linguistico di alcune parti di libri di testo di matematica. Che, al 90%, devono essere riscritti per cercare di rendere più facile la lettura e tentare di risolvere il problema del doppio linguaggio, quello che secondo noi confonde soprattutto i giovani e li allontana dalle scienze matematiche». Già, perché in alcune discipline scientifiche (ma accade anche in filosofia) le parole hanno diversi significati dalla lingua naturale. «Nel linguaggio matematico si fa uso di un sottocodice linguistico – continua Favilli – e i diversi significati possono creare difficoltà nella comprensione dei concetti matematici e influire negativamente sull’apprendimento e sull’interesse per la disciplina». Qualche esempio? Angolo (nella lingua comune si usa per indicare una parte di una stanza o di un ambiente esterno; in matematica è la regione di piano individuata da due semirette), simile (il matematico lo usa con due accezioni diverse che non corrisponde al significato corrente). E ancora frazione, rapporto, congruenza, radice. Per non parlare poi di quella che gli esperti chiamano «equivoca attribuzione di significato» con insegnanti che, durante la stessa lezione, usano uno stesso termine, come per esempio altezza, con i tre significati profondamente diversi, provocando negli allievi grande confusione. «Tra linguisti, matematici e cultori di scienze è nato un reciproco amore su uno stesso terreno teorico, sia didattico ed educativo – spiega Francesco Sabatini, linguista e residente onorario dell’ Accademia della Crusca – perché alla base di tutte le discipline c’ è il problema del linguaggio. Conoscerlo, comprenderlo e discriminarlo è fondamentale anche nella scienza e ovviamente nella matematica». Il gruppo di lavoro avrà anche rapporti internazionali. «Lavoreremo con le università di Parigi, Vienna, Praga, Siena, Volos (in Grecia) e Agder (in Norvegia) – spiega Favilli – Culture e lingue diverse, problematiche comuni. E affronteremo il problema nel convegno di didattica della matematica che si svolgerà a Viareggio il 10 e l’11 settembre». Poi i risultati potrebbero diventare realtà con nuove pubblicazioni e una nuova didattica. Con la speranza che dalla Toscana, culla dell’italiano, possa nascere e prosperare un nuovo linguaggio per comunicare la matematica. Il «dolce stil novo dei numeri», appunto.
    (Dal Corriere della Sera, 18/7/2012).

  • Università al bivio

    Che lingua farà domani

    di Maria Luisa Altieri Biagi

    … “Quale lingua usare per l’insegnamento universitario?”. L’argomento dovrebbe interessare tutti perché è dall’Università che escono gli insegnanti dei nostri figli e dei nostri nipoti, i medici che proteggono la nostra salute, gli ingegneri che proteggono le case, le strade, le macchine che ci aiutano a vivere, e così via. Importante è anche l’oggetto di cui si parlerà: “’la lingua/le lingue’ da usare nell’Europa unita”. In realtà la definizione corrente di “lingua” come “sistema di parole e di regole usato dai membri di una comunità “per comunicare tra loro”non è completa; una lingua è “anche” (e forse “soprattutto”) il mezzo con cui l’uomo parla con se stesso, cioè “ragiona”, articolando un pensiero che il più famoso linguista del Novecento – Ferdinand De Saussure – definiva “una nebulosa”, in mancanza di un supporto linguistico. Per questo è bene riflettere sulla lingua, soprattutto in periodi di crisi economica, politica, morale, perché – osservava Karl Marx – quando si verificano queste crisi, vuol dire che anche la lingua è “in subbuglio”.
    Il subbuglio “linguistico” che tutti gli indici rivelano oggi nel nostro Paese è prodotto da due cause principali: a) da disuguaglianze ancora troppo forti nella capacità di usare l’italiano; b) dalla scarsa conoscenza delle altre lingue europee, ivi compreso l’ ‘inglese’: quell’inglese che oggi molti – forse sperando in una nuova “Pentecoste” – propongono do “sostituire” drasticamente all’italiano in corsi universitari di tipo scientifico.
    Dovremo trovare rimedio ai due problemi sopra indicati: sarà più: sarà più difficile rimediare al secondo, perché i cittadini italiani sono stati così impegnati e così bravi, dopo l’Unità d’Italia (1861), a imparare l’italiano dal “Pinocchio” di Collodi (1881), dalla “Scienza in cucina” di Pellegrino Artusi (1891), DA “Lascia o raddoppia?” di Mike Bongiorno (1955), dai romanzi “rosa” di “Jolanda” (Maria Majocchi Plattis, 1864-1917) e di “Liala” (Amalia Cambiassi Negretti Odescalchi, 1897-1995) che non hanno avuto il tempo per imparare altre lingue.
    Se ne vedono le conseguenze. Chi assiste le conseguenze. Chi assiste a sedute di laurea in lingue e letterature straniere sente che i laureandi riassumono brevemente il contenuto delle loro tesi, usando la lingua straniera prescelta (cioè “recitano” un breve testo, preparato in precedenza e imparato a memoria); poi continuano l’esame in italiano: sintomo di un forte dislivello di competenza fra le due lingue, a svantaggio di quella straniera in cui pure si specializzano, e che molti di loro andranno a insegnare nella scuola. Non so quanto sia diffusa la situazione appena descritta; ma – a giudicare dagli scarsi risultati didattici dell’insegnamento di lingue straniere nella nostra scuola media, direi che è molto diffusa.
    In conclusione: è giusto che oggi si discuta nei vari Paesi su come generalizzare l’inglese a “esperanto” della Comunità europea (senza rinunciare all’enorme patrimonio culturale delle lingue nazionali). Ma la realizzazione di questo compito sul piano giuridico, economico, organizzativo, ecc spetterà all’intera Comunità. Penso per esempio alla possibilità di organizzare e favorire scambi di giovani diplomati che – soggiornando in vari Paesi europei e frequentando asili e scuole dell’infanzia – potrebbero essere efficaci diffusori di quel plurilinguismo che sarebbe soluzione ideale del problema.
    Il dato da cui non si potrà comunque prescindere è che il livello universitario non può essere quello iniziale, ma quello conclusivo del processo. La fase iniziale dovrebbe essere collocata al livello più “precoce” possibile, in modo da sfruttare al massimo la fase di assorbimento linguistico spontaneo del bambino: quella in cui il bambino “impara ascoltando i parlanti, senza che ciò richieda interventi didattici da parte di questi. La norma è che il bambino impara una lingua nei primi quattro anni di vita, avendo raggiunto importanti traguardi intermedi che già lo abilitano al rapporto dialogico. Il caso di bambini nati in famiglie bilingui, ci dice che nello stesso periodo (o in tempi leggermente più lunghi) essi possono imparare tutte e due le lingue, se i genitori hanno l’accortezza di usarle equilibratamente in loro presenza. E’ questo un traguardo ideale, non solo perché risolutivo del problema, ma anche perché il bambino viene a contatto con un fenomeno di fondamentale importanza che comprenderà in seguito: tutti gli uomini possiedono una capacità naturale di “Linguaggio” che può manifestarsi in “Lingue” diverse. Questa intuizione, prima ancora di diventare consapevolezza, dispone favorevolmente all’acquisto di una terza lingua e di altre lingue ancora, nella direzione di un progressivo plurilinguismo europeo.
    (Da La Nazione, 26/4/2012).

  • Al Politecnico e alla Bocconi

    Milano parla già inglese

    di Luca Salvi

    Mentre l’Accademia della Crusca si chiede se la lingua del “bel paese dove ‘l sì suona” sia più adatta o meno di quella di Her Majesty, in Lombardia alcuni atenei storici si sono già dati una risposta. In senso anglofono e internazionale.
    Il Politecnico di Milano per i suoi 150 di vita si regalerà un parco di corsi di laurea magistrali e di dottorato tutti in inglese. Nei prossimi due anni gli insegnamenti afferenti alla specializzazione verranno a poco a poco erogati nell’idioma d’Oltremanica. Al momento sono 17 su 34 i corsi biennali in inglese. “Nel 2014 avremo classi più internazionali, con studenti provenienti sempre più da tutto il mondo” afferma il rettore, Giovanni Azzone. Senonché la scelta approvata dal Senato accademico e appoggiata dal ministro dell’Università Francesco Profumo è stata contestata in una lettera al rettore da alcuni docenti che chiedono più gradualità nel cambiamento, pena la “discriminazione”. Punta sull’inglese anche la Bocconi, con i suoi 6 corsi magistrali su 10 nella lingua di sua maestà, più uno di primo livello. Tremila sono i bocconiani che ogni anno vanno all’estero per stage o programmi di studio. Percorsi di doppia o tripla laurea sono proposti da quasi tutti gli atenei lombardi. Ma l’appeal è bidirezionale. All’Università di Bergamo nell’ultimo anno sono raddoppiate le richieste di iscrizione alle lauree magistrali in lingua straniera da parte di studenti extraeuropei. E dal 2007-2008 al 2010-2011 sono passati da 2431 a 2745 gli studenti stranieri che si iscrivono nelle università lombarde, dati, dati Miur. Oggi rappresentano il 5,6% delle matricole. Si può concludere con Davide Beventore, psicologo sistematico esperto di università che “i corsi di laurea in inglese sono un’ottima opportunità di accesso al mondo del lavoro in molti Paesi all’estero. E attirano talenti da tutto il mondo”.
    (Da La Nazione, 26/4/2012).

  • Università al bivio

    Che lingua farà domani?

    L’Accademia della Crusca discute sui giovani d’Europa

    Quali lingue per l’insegnamento universitario? Il tema verrà sviscerato domani pomeriggio (a partire dalle 15,30 alla Villa Medicea di Castello) all’Accademia della Crusca nella tavola rotonda che riunirà a Firenze importanti personalità fra cui giuristi, scienziati e linguisti italiani e stranieri. Su tutti i giornali e sui social network si parla spesso dell’utilizzo esclusivo dell’inglese nei corsi universitari, magistrali e di dottorato. Un argomento di grande rilevanza a cui l’Accademia della Crusca, che considera centrali le attività legate alla scuola, alla ricerca e alla valorizzazione dell’italiano e del multilinguismo, ha deciso di dedicare questo incontro…
    (Da La Nazione, 26/4/2012).

  • TERZA PAGINA IL NUOVO ITALIANO

    La Crusca studia le «Bloggirls»

    Cambia la lingua italiana, anche nella narrativa: l’Accademia della Crusca dedica un volume a più voci, «Novità nella lingua dei romanzi», proprio alle trasformazioni che ne attestano la vitalità. Il testo, in gran parte ricavato dagli Atti di un incontro del 2009, utilizza fra l’altro l’intervento di Tina Matarrese, dell’Università di Ferrara, centrato sulla piena affermazione della lingua nazionale, la formazione e diffusione di una lingua media comune e la riduzione progressiva dello scarto fra «scritto» e «parlato». In un altro intervento, Stefania Stefanelli, dell’Università di Pisa, analizza il linguaggio di autori come Tondelli, Culicchia, Santacroce, Genna e le scrittrici di «Bloggirls».
    (Dal Corriere della Sera, 7/3/2012).

  • L’Accademia, custode della lingua, al lavoro con giudici e avvocati per rendere il diritto più comprensibile

    La giustizia non si fa capire, e va a lezione di italiano alla Crusca

    di Ilaria Ulivelli

    Anche un condannato all’ergastolo ha diritto di capire. Di comprendere le motivazioni per cui sarà privato per sempre (forse) della sua libertà. In un italiano che sia lingua del giudice, ma anche la sua. La lingua di tutti. E non un residuato di latinorum farcito di formule astruse. Ne è convinta Nicoletta Maraschio, fresca di riconferma (avvenuta ieri pomeriggio per acclamazione) alla guida dell’Accademia della Crusca, che prenderà parte alla giornata di studio e confronto sull’importanza di “Lingua e diritto – scritto e parlato nelle professioni legali”… Un momento di incontro e di dialogo tra avvocati, magistrati, linguisti, messo in piedi grazie all’impegno della Scuola superiore dell’avvocatura del Consiglio nazionale forense, dell’Accademia della Crusca e dell’Ordine degli avvocati di Firenze. “Vogliamo rimarcare l’importanza della nostra lingua a tutti i livelli sociali – spiega Maraschio -, per questo ci rivolgiamo anche al mondo delle professioni: con avvocati e giudici è il secondo incontro che facciamo sull’argomento, il primo nel 2003”. Per questo, sottolinea la presidente della Crusca, è molto importante che le figure e le competenze del giurista e del linguista collaborino per uscire dal formalismo della legge. Firenze vanta un’importante tradizione in materia, con l’istituto di teoria e tecnica giuridica, fondato dal giurista e accademico della Crusca Piero Fiorelli.
    “Vogliamo che Firenze diventi il centro propulsore per rottamare il vecchio linguaggio forense e renderlo comprensibile a tutti – dice Maraschio -. Un tema sul quale si insiste da tempo ma che arriverà a una svolta al momento in cui la semplificazione del linguaggio forense farà ingresso nella formazione e diventerà materia di studio curriculare, nella facoltà di giurisprudenza e nelle scuole di abilitazione alla professione forense. Se non cominciamo a pensare a figure chiave quali sono i giuristi linguisti, che uniscono le competenze, non ne usciremo”. Tra i protagonisti del convegno di domani anche il preside della facoltà di Giurisprudenza di Firenze Paolo Capellini, il presidente del Cnf Guido Alpa, il penalista Franco Coppi, i linguisti Francesco Sabatini, presidente emerito della Crusca e Patrizia Bellucci, il presidente del Tribunale di Torino, Luciano Panzani e il presidente dell’ordine degli avvocati di Firenze Sergio Paparo. “Ancora oggi l’uso adeguato ed efficace del linguaggio comune e di quello giuridico – dice Paparo – non si insegna ai giovani che aspirano alla pratica che sperimenta i tecnicismi del diritto”. Ma la svolta si avvicina.
    (Dalla Nazione, 8/3/2012).

  • Beni culturali Il ministro Ornaghi: razionalizzare i finanziamenti

    Soldi in arrivo per Lincei e Crusca

    Buone notizie dal decreto sulla manovra economica approvato ieri al Senato per due delle più prestigiose istituzioni culturali italiane. Tra le misure c’è infatti anche il finanziamento per 1,3 milioni di euro all’Accademia dei Lincei per il 2012 e di 700 mila euro all’Accademia della Crusca. Per la copertura finanziaria saranno utilizzate risorse aggiuntive stanziate per la manutenzione e la conservazione dei beni culturali, a valere sugli importi destinati alla spesa di parte corrente.
    Ma non bisogna abbassare la guardia, avverte il nuovo ministro dei Beni culturali, Lorenzo Ornaghi. Questo intervento, “pur positivo” – ha detto il ministro rispondendo alle domande dei senatori della Commissione Cultura del Senato – “non può considerarsi risolutivo, e, soprattutto, non può far diminuire l’attenzione sulla necessità di garantire, più in generale, a molti altri istituti culturali adeguata disponibilità di risorse economico – finanziarie”.
    Il ministro ha poi sottolineato la necessità di ridisegnare il sistema dei finanziamenti, evitando una dispersione “a pioggia” dei pochi soldi disponibili: “Credo che sia ineludibile il tema della necessità di definire criteri e modalità razionali di concentrazione delle risorse scarse su un numero adeguato di istituzioni culturali di sicuro rilievo nazionale”.
    “In quest’ottica – ha sollecitato i senatori – vorrei che la Commissione avviasse l’esame nel merito del disegno di legge di iniziativa governativa presentato nell’agosto 2010, che costituisce quanto meno un buon punto di partenza per la messa a fuoco di un nuovo sistema generale di finanziamento, grazie al quale di possano individuare nuovi criteri e nuove modalità di contribuzione statale per il sostegno delle istituzioni culturali”.
    (Da La Nazione, 23/12/2011).

  • Ecco i fondi Boccata d’ossigeno per l’Accademia della Crusca

    C’è una boccata d’ossigeno per la cultura italiana nel decreto Monti. Sono infatti previsti nuovi fondi nel 2012 all’Accademia della Crusca (700 mila euro) e all’Accademia dei Lincei (1 milione
    e 700 mila euro). Le risorse sono collocate tra le “esigenze indifferibili”.
    “E’ una decisione di grande valore, che configura una nuova stagione per la politica culturale nostro Paese. Crusca e Lincei sono patrimoni imprescindibili, finalmente il governo lo riconosce”. Così i senatori Vittoria Franco e Andrea Marcucci (Pd), firmatari di una proposta di legge sull’istituzione culturale fiorentina, commentano il finanziamenti ai due enti culturali.
    “Abbiamo condotto una lunga battaglia – dicono i parlamentari del Pd – in estate l’Accademia era stata inserita da Tremonti tra gli enti inutili, poi abbiamo assistito a una lunga serie di impegni non mantenuti. E’ importante che il governo Monti – proseguono i senatori – con il suo primo e più rilevante atto abbia deciso di sanare l’insostenibile situazione dei due enti. Ora chiederemo di programmare per tempo una legge che stabilisca un finanziamento ordinario”.
    (Da La Nazione, 7/12/2011).

  • Marcucci: “Niente più soldi, la Crusca è a rischio”

    “Senza un finanziamento ordinario, l’Accademia della Crusca rischia di chiudere in breve tempo”. Questo il grido di allarme lanciato dal senatore democratico Andrea Marcucci nel corso del suo intervento agli stati generali della cultura del Pd che si è tenuto ieri a Roma. “L’impegno che il precedente governo aveva preso durante l’estate non è stato mantenuto”, prosegue il parlamentare riferendosi al prestigioso Istituto nazionale per la salvaguardia e lo studio della lingua italiana, che ha sede a Firenze.
    “Ora la situazione si è fatta veramente pesante – conclude Marcucci -, se entro la fine dell’anno non verrà approvata una legge con dotazione stabile di 700 mila euro, l’Accademia della Crusca chiuderà. Faremo di tutto affinché sia chiaro al ministro Ornaghi l’urgenza di un atto troppo a lungo rinviato”.
    (Da La Nazione, 4/12/2011).

  • Via al nuovo statuto dell’Accademia mentre si inaugura una mostra sulla lingua

    La Crusca è (finalmente) un “ente pubblico”

    Una mostra che esalta la funzione della lingua nel percorso dell’unità d’Italia. Singolare coincidenza, si apre proprio nel giorno scelto dal ministro Galan per varare il nuovo statuto dell’Accademia della Crusca, che la definisce “ente pubblico non economico”, permette di allargare il corpo docente, impone la rotazione dei componenti del consiglio direttivo, e fissa a nove anni (tre mandati) il tetto massimo per la durata in carica del presidente.
    Giorno felice per l’Accademia fiorentina, “potremo cooptare tanti ottimi studiosi”, afferma la presidente Nicoletta Maraschio. Giorno ideale per proporre, con la Società Dante Alighieri e l’Asli – Associazione per la Storia della Lingua Italiana – la mostra “Una lingua. La lingua italiana negli anni dell’Italia unita”. L’esposizione, alla centralissima Biblioteca delle Oblate fino al 30 novembre, a ingresso libero, nasce per dare rappresentanza visiva a un tema importante per la formazione dell’identità nazionale: uno spunto di riflessione delineato ben prima del 1861, ma reso ancora più impellente al momento della raggiunta unità politica.
    Il titolo, che prende le mosse da due celebri decasillabi di “Marzo 1821” di Alessandro Manzoni, vuole sottolineare la presenza dell’elemento linguistico nell’ideale risorgimentale: l’unità di lingua si è dimostrata un fattore coesivo ben più attuale rispetto agli altri elementi evocati nei versi manzoniani e ha trovato grande spazio nel dibattito del secondo Ottocento. Si documenta la radicata presenza, anche in ambiti molto lontani dalla letteratura, di un italiano condiviso che rendeva possibile la comunicazione nelle varie aree del sapere, anche nella continua interazione con i dialetti.
    Il percorso, illustrato da immagini di documenti d’epoca, quadri, grafici e fotografie, è accompagnato da un campione esemplificativo dell’enorme produzione editoriale ottocentesca relativa ai diversi temi trattati e arricchito da filmati dedicati alla lingua italiana negli anni dell’Unità.
    (Da La Nazione, 12/10/2011).

  • Convegno Ricordato lo storico Presidente Giovanni Nencioni

    Crusca, una boccata d’ossigeno
    Ma la navigazione è ancora incerta

    di Maurizio Sessa

    La tempesta sembra passata, ma l’Accademia della Crusca ancora non naviga in acque tranquille. E’ quanto emerso ieri nel corso del convegno “Navigare tra le parole. Biblioteche, archivi digitali e corpora’ nella Villa Medicea di Castello. “Siamo stati salvati – ha esordito il presidente, Nicoletta Maraschio -, ma abbiamo bisogno di una legge che ci definisca in modo certo ente pubblico e ci dia una dotazione finanziaria sufficiente per vivere”. Prossimamente – ha proseguito – andrò a incontrare il ministro Galan e il sottosegretario Letta, per vedere come arrivare finalmente, in tempi brevi, a una definizione della questione”. Maraschio ha anche ribadito la richiesta di 800 mila euro per le esigenze principali. “Nel frattempo – ha detto ancora – il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, in un recente, in un recente incontro mi ha confermato che per l’anno prossimo la Regione stanzierà 200 mila euro, contributo analogo a quello per il 2011”. Maraschio ha inoltre annunciato che il rilancio della Crusca, d’intesa con l’Opera del Vocabolario, potrebbe partire dal lancio di una grande impresa lessicografica nazionale e istituzionale, il ‘Vocabolario storico post-unitario’, a coronamento dei 150 anni dell’Unità d’Italia.
    Alla giornata di studi ha partecipato il segretario generale del ministero dei Beni Culturali, Roberto Cecchi, che ha sottolineato come “sia il ministro Galan sia il sottosegretario Letta si sono impegnati moltissimo per tenere in vita la Crusca e non solo la Crusca. Si tratterà di vedere quello che accadrà nei prossimi mesi.
    Ma ‘Navigare tra le parole’ è stato anche e soprattutto un momento per ricordare uno studioso insigne come Giovanni Nencioni – ha sottolineato Maraschio, sua allieva – il ricordo di uno studioso dotato di curiosità e capacità intellettuali straordinarie, che ha sempre creduto con tenacia nell’apporto fondamentale delle giovani generazioni di ricercatori. E in questo solco da lui tracciato proseguiranno le attività della Crusca del futuro”.
    (Da La Nazione, 17/9/2011).

  • “Un fare i fichi… Ma mio figlio non lo capisce”

    Al mercato e nei quartieri storici: “I giovani non usano più queste parole, anche perché non gliele abbiamo insegnate”

    di Monica Pieraccini

    “Tomàe!”, pare dicessero i fiorentini in battaglia. Chi è nato all’ombra del Cupolone, d’altra parte, sa bene come l’offesa alla mamma sia da sempre uso comune in città. I fiorentini hanno un caratteraccio, sono polemici e “buboni”, se la prendono a volte anche con la chiesa, convinti che “preti e polli ‘un sian mai satolli”. Quando se la vedono brutta sono soliti esclamare “ell’è maiala!” e quando invece restano delusi, si avvicinano le mani al petto e dicono: “Tirati su le ciocce”.
    Sanno anche che “senza lilleri ‘un si lallera”, e che se di questi tempi s’arriva a fine mese “l’è grassa”. Tutte espressioni e modi di dire, questi, che si sentono dire in giro sempre meno, anche se un bel ripasso si può fare passeggiando tra i banchi dei mercati, dove ci sono parecchi fiorentini doc. “In effetti i miei figlioli non usano più queste parole, ma è anche colpa mia, che non mi sono messo lì ad insegnargliele”, commenta Massimo Benvenuti, ortolano del mercato di San Lorenzo, che, oltre a “brindello”, che significa un pezzetto, ci suggerisce “cantonata”, in sostituzione di angolo. Poi c’è l’acqua della “cannella”, al posto del rubinetto, la “mota”, che vuol dire fango, e il famoso “toni”, ovvero la tuta da ginnastica, che solo a Firenze si chiama così. Come mai? Si racconta che quando gli americani, alla fine della seconda guerra mondiale, se ne stavano andando da Firenze, lasciarono allo stadio Artemio Franchi degli scatoloni contenenti le tute ginniche militari, che sarebbero dovute essere rispedite negli Usa. L’indirizzo stampato sui cartoni era ‘T.O N.Y’, ovvero ‘a New York’. I fiorentini ne fecero però man bassa, passandosi la voce, dicendo che allo stadio c’erano i tony. Un’altra storia carina è quella che riguarda l’espressione “mangiare a ufo”, ovvero gratis. Gli alieni non c’entrano nulla, però. Sembra invece che l’origine sia da attribuire alla scritta A.U.F.O., ovvero, ad usum florentinae operae, o ad usum fabricae, secondo le versioni, presente sugli imballi dei materiali per costruire il Duomo di Firenze. I materiali non erano tassabili, perché utilizzati per erigere una chiesa e da lì il ‘mangiare a ufo’, poi trasformato in ‘a ufo’. Altri modi di dire sono legati ai bambini e alle loro marachelle. “Mi ricordo che mia nonna, quando cadevo – racconta Elisabetta Boni – per distogliermi mi diceva ‘ora ti nasce un pero’, oppure ‘attenta che se ne accorge le budella’. O ancora: ‘accidenti a chi ti legò il bellico’. Un modo, questo, per non offendere la mamma, ma la levatrice”. Proibito ai bambini, ma anche agli adulti, “fare i fichi”, cioè lamentarsi per nulla, o “avere le cheche”, cioè la luna storta. Se poi le nonne di tenere i nipoti non ne possono più, la classica frase da aspettarsi è “ulli ulli chi ce l’ha se li trastulli”. In pochi si ricordano, invece, il modo in cui i garzoni si rivolgevano ai datori di lavoro quando finiva l’inverno, il periodo in cui erano costretti a lavorare di più, perché gli orti non davano da mangiare. “Quando il merlo canta sulla quercia nera, ti vo in c…, è primavera”. Ancora diffuse, invece, offese pittoresche come tra “grulli” e “fave”, c’è anche “chi viene con la piena”, e chi fa “i’ michelone”, ovvero il tirchio, o “i’ lapo, furbo negli occhi e bischero nel capo”. Se poi non si centra il tema della discussione, non c’è da stupirsi se un fiorentino ti dice: “’icche c’entra il culo con le Quarantore?” e non c’è da offendersi se, per chiamarti a pranzo usa l’espressione: “Bucaioli, c’è le paste”, perché è un’espressione usata solo con chi si ha una certa confidenza (era la frase con cui l’oste chiamava a tavola gli operai delle cave di Maiano, che per l’appunto facevano i buchi). Infine, per concludere questa carrellata di espressioni dialettali, niente di meglio che “bona Ugo!” che i fiorentini utilizzano al posto del ben più formale arrivederci.
    (Da La Nazione, 17/9/2011).

  • Il chiasso necessario

    di Pier Francesco Listri

    Le parole, come gli uomini nascono e muoiono. Il che è in parte naturale, in parte no. E’ naturale che il progresso, le influenze dei paesi egemoni (le parole inglesi e americane da noi), il crescente multietnicismo, le novità tecnologiche (venti anni fa, il cellulare, internet non esistevano), cambino la lingua che parliamo (che per un comune parlante di non grande cultura assomma sì e no a 10.000
    Parole). L’innaturale è che per bruschi mutamenti e per traumi sociali, i parlanti di una certa lingua siano costretti a perdere le parole più care o a dover capire parole nuove, esotiche e quindi incomprensibili (un enorme problema è costituito oggi per esempio dalle sigle politiche, sindacali, tecnologiche). Ora per Firenze tutto questo ha un carattere speciale. Perché Firenze è la madre della lingua, avendo fondato fino dal Duecento Trecento, il ‘volgare’, sulla base del latino. Ma in più dall’epoca di quell’unità nazionale che quest’anno stiamo celebrando, grazie soprattutto al Manzoni, la lingua italiana unitaria fu stabilito fosse, il ‘fiorentino parlato’. Infatti il fiorentino ‘è’ la lingua, al massimo in certe sue più tipiche espressioni può cadere in un vernacolo, ma non è maai un dialetto (con ciò non si nega affatto il valore dei dialetti come grande tradizione affettiva e comunicativa, specie domestica).
    Dov’è finito il fiorentino, e dunque il buon italiano? Spesso con l’acqua sporca si è buttato via anche il bambino. Aggiriamoci un momento in casa nostra. L’antico e splendido ‘uscio’ è diventato solo ‘porta’. L’acquaio è diventato “lavello”; a letto non si mette più il ‘trabiccolo’ (parola rimasta in senso figurato); non si spazzano le stanze con la ‘granata’ ma con la ‘scopa’.
    Più in generale s’è perso parecchio anche nel parlar corrente. Si diceva ‘fa questo’ siamo tornati al più inamidato ‘faccio’ A Firenze si diceva ‘non mi piace punto , ora bisogna dire ‘per niente’. ‘Non c’è nulla’, si diceva ora ha vinto il ‘niente’. Il ridicolo buonismo degli eufemismi ha ucciso grandi parole; i ‘ciechi’ sono diventati ‘non vedenti’, gli ‘spazzini’ sono diventati ‘operatori ecologici’, i cari splendidi ‘vecchi’ sono diventati anonimi ‘anziani’. Solo in qualche vicolo d’Oltrarno credo i ragazzi fanno ‘chiasso’ per strada. Resistono qua e là termini negativi tutti nostri come ‘brindellone’ o ‘buzzurro’, e voglio sperare che in questi giorni torridi qualche grassoccia matrona fiorentina abbia esclamato, sventagliandosi: fa un caldo che si more!’
    Ho menato il discorso un po’ sul ridere; ma la questione è molto seria. Quando muoiono le antiche parole di una comunità di conviventi rischiano di morire anche la comunicazione degli affetti e i pensieri che si pensano. Va bene che lo ‘scaldino’ non esista più, ma i veri grandi amabili ‘vecchi’ non hanno bisogno di cambiare nome.
    (Da La Nazione, 16/9/2011).

  • La Novità In arrivo nel 2013 il vocabolario contemporaneo del parlare a Firenze

    E settemila parole ci diranno come sta il fiorentino di ora

    di Maurizio Sessa

    Primo comandamento: in fatti di lingua è l’uso che fa la norma. Visti e considerati i tempi di magra economica, di borse impazzite, di recessione dietro l’angolo, potrebbe tornare nell’uso comune un’espressione cara ai nostri nonni: “pagherò a babbo morto”. Come a dire – spiega opportunamente Renzo Raddi nel libro a ‘Firenze si parla così’, evergreen della bibliografia vernacolare – “ne riparleremo quando sarà entrato in possesso dell’eredità del babbo”. Attenzione, babbo e non papà, quest’ultima parola di derivazione francese che l’accademico della Crusca Giuseppe Rigantini, a suo tempo, consigliava di prendere “a nerbate nella schiena”.
    Ma a proposito di lingua in riva d’Arno, un’opera sistematica come il ‘Vocabolario del fiorentino contemporaneo’ arriverà in porto nel 2013, raccogliendo qualcosa come 7000 parole. All’opera collabora anche la dialettologa Matilde Paoli. Una studiosa, collaboratrice dell’Accademia della Crusca, che, come il professor Binazzi, tasta il polso della lingua fiorentina affinché non vada dispersa e valutarne lo stato di salute.
    “L’opera – spiega -, partita dallo spoglio del vocabolario Giorgini Broglio compilato negli anni di Firenze capitale, si è naturalmente avvalsa di informatori sul campo, soprattutto persone anziane”.
    Quali sono stati i luoghi privilegiati della ricerca?
    “Tre quartieri emblematici: Santa Croce, San Frediano e Rifredi”.
    Due in pieno centro storico, l’altro più periferico…
    Sì, ma da tutti e tre è emerso un forte senso di identità”.
    Già, perché a dispetto degli inevitabili distinguo, pur con qualche variante rionale, il ‘fiorentinaccio’ lo ritrovi radicato in tutta la città. E sempre, gelosamente, abbarbicato, e non solo a parole, a “uscio e bottega”.
    (Da La Nazione, 16/9/2011).

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