La città Babele

La città Babele

di Gabriele Romagnoli

Benvenuti a Brescia, la nuova capitale dell’Italia futura, dove un bambino su tre nasce da genitori immigrati

Parafrasando la Bibbia (Genesi 11, 1-9): “Tutta la città aveva una sola lingua e le stesse parole. Dissero: costruiamoci una torre e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra. Ma il Signore disse: ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà possibile. Confondiamo dunque la loro lingua, perché non si comprendano più l’uno con l’altro. Emigrando dall’oriente uomini capitarono nella città, che si chiamò Babele”. O Brescia.

Dalle targhette sui campanelli delle abitazioni di un edificio in Via delle Battaglie: Palaganas, Ajubaladi, Saharom, Rare Jewei (Bangladesh), Abdal Mohammed, Agal Ibrahim, Shafiquul, Topaktas.

A quel punto, fermo in mezzo alla strada, guardando il portone, ascoltando le voci di due egiziani fermi all’incrocio (“Essaiek?” “Amdulilleh”), di un cingalese al telefono di una residua cabina, di “Radio Padania Libera” (97mhz) che combatteva con la colonna sonora di un musical di Bollywood in dvd, il sibilo di una cinese alla collega barista, la preghiera in pijin english di un cameriere nigeriano yoruba e l’esclamazione di un’anziana autoctona entrando dall’ultima parrucchiera, afflitta dal caldo: “Se mùr! Se crepa!”, ho capito di essere davvero arrivato a Babele.

Il viaggio era cominciato a tavolino. La meta da individuare era il luogo d’Italia che oltre un decennio di immigrazione aveva maggiormente rivoluzionario. E frammentato. Non una Chinatown o un qualunque altro aggregato omogeneo. Un pianeta arcobaleno, la somma di tutte le origini, l’avvenuto incubo (o sogno, o destino, dipende dai punti di vista) multietnico, che prende il posto della realtà nazionale, spazza via la polvere dell’identità e lascia sulla strada… che cosa? Questo era da verificare. Dove? A Brescia, secondo le indicazioni dell’Istat.

Dai loro dati: l’88% della popolazione straniera risiede nel Centro-Nord, ben un quarto in Lombardia, con un’incidenza del 7% cento sul totale dei residenti. Nella provincia di Brescia questa quota sale al 9,4% e supera il 13% quando si considera il comune.

L’insediamento più antico è stato di comunità dal Senegal, Filippine, Ghana e Algeria. Ora i residenti stranieri nella provincia sono oltre centomila in rappresentanza di 151 Paesi, dagli oltre quindicimila marocchini al cambogiano triste e solitario, ma non “finàl”, giacché essi si riproducono e un nato su tre non è italiano. Con queste premesse sono entrato a Brescia in una mattina d’estate in cui “se mùr, se crepa” alla ricerca del microcosmo, del simbolo, del marchio di Babele.

(Da La Repubblica, 24/6/2007).

Tutte le lingue di Little Brescia

In questi vicoli – come certifica l’Istat – convivono 151 etnie, più di un abitante su otto è straniero, un neonato su tre viene da famiglie di immigrati. La città-babele, il melting pot dell’Italia futura sta proprio qui, all’ombra della storica, duecentesca Torre della Pallata

Ho attraversato periferie in tutto simili, anche per popolazione, al resto d’Italia, quartieri di un futuro mai avverato (Brescia Due) e sono arrivato al centro, dove mi è apparsa la traccia del traguardo. Se cerchi Babele, devi trovare la Torre. Ecco la Torre della Pallata…Sono ai confini della Contrada del Carmine, cuore del centro storico di Brescia, strade che portano i nomi di Garibaldi e dei Mille, o quelli più antichi di Rua Sovera e Rua Confettera, negozi che parlano un’altra lingua.

Dalle insegne di alcuni esercizi commerciali nelle vie del quartiere: Halal meat, World travels (we speak italian, english, urdu, punjabi, esperanto), Bangla Shop, Emporio Hua Li, Madina Trading, Desent Hair Studio, Nuovi arrivi (in tricolore) Negozio Italiano, Vendesi attività, Vendesi attività, Vendesi attività ….

Dalle scritte sui muri del Carmine: “Quieres cafe mi vida? Sirvetelo”, “Ika tangy”, “Palestina rossa”, “I shin den shin”, “Morte al fascio”… La babele del Carmine non è la somma di Little Senegal, Chinatown e Rabat Due. E’, piuttosto, Little Brescia, quel che resta del tempo in cui “tutta la città aveva una sola lingua e le stesse parole”. Poi ha cominciato a costruire la Torre, ma nessuno se ne è messo a guardia…

E’ una maledizione o una benedizione? Il testo della Genesi ha diverse interpretazioni.

Una sostiene che la “cittadella universale” che si stava erigendo, con al centro la torre, simboleggiava la cancellazione della diversità delle lingue, delle culture, della gente. Dio sarebbe intervenuto per impedire agli uomini di distruggere una parte essenziale dell’umanità: la diversità, che sarebbe addirittura sacra. Secondo questa teoria quello della torre di Babele è un racconto satirico, è una satira dell’impero, che condanna l’uniformità, esalta la diversità e ci dice che è voluta da Dio, appartiene al nostro patrimonio e non si può cancellare. Qui siamo, cittadini di una contrada globale, tra tonnellate di cipolle, carne halal, massaggi relax, scarpe da cinque euro, preghiere in tutte le lingue del mondo. E così sia.

(Da La Repubblica, 24/6/2007).

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