Europa e oltre

La Cina sempre più leader nel peacekeeping dell’Onu

Il ritiro degli Usa dalla cooperazione internazionale apre spazi all'impegno cinese per il mantenimento della pace

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A partire dal 2013, la Cina è divenuta la potenza maggiormente coinvolta nel sostegno alle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite, fatto che contribuisce a rilanciare tanto l’influenza diplomatica quanto l’immagine dell’Impero di Mezzo in una fase che vede la nazione intenta a portare avanti una continua ascesa geopolitica.
Certificato dalle dichiarazioni di Xi Jinping all’Assemblea generale dell’Onu del 2015, il crescente impegno cinese al peacekeeping è misurabile sulla scia di iniziative concrete che hanno portato Pechino a stanziare un fondo quinquennale da un miliardo di dollari da destinare alle operazioni dei caschi blu, finanziate dalla Cina per il 10,25% contro il 3% del 2013, e addestrare 8.000 uomini dell’Esercito popolare di liberazione alle missioni di pacificazione e sicurezza.
Come riportato dal South China Morning Post, inoltre, Xi Jinping ha annunciato nel novembre scorso la volontà cinese di addestrare 2.000 caschi blu provenienti da altri Paesi, principalmente africani: Mali, Sud Sudan e Darfur sono infatti gli scenari di conflitto ove la Cina sta profondendo il massimo sforzo nel peacekeeping.

Il ritiro degli Usa dalla cooperazione internazionale apre spazi al peacekeeping cinese
L’attivismo di Pechino è antitetico rispetto alle mosse del principale partner, interlocutore e rivale della Cina, gli Stati Uniti, che negli ultimi anni stanno progressivamente riducendo gli spazi e i fondi destinati al sostegno delle missioni di pace.
L’ambasciatrice di Washington alle Nazioni Unite, Nikki Haley, ha dichiarato il 29 marzo scorso che gli Usa ridurranno dal 28,5 al 25% il loro contributo annuo al budget da 7,3 miliardi di dollari dei programmi di peacekeeping, recependo le direttive che il Congresso ha tracciato il 21 marzo decidendo di tagliare di 3,4 miliardi di dollari (circa il 6%) i fondi destinati al foreign aid.
Inserendosi nei varchi aperti da Washington, la Cina ottiene dividendi positivi su tre diversi fronti, come segnala Logan Pauley su The Diplomat.
In primo luogo, può dimostrare in un contesto “positivo” il valore del suo rinnovato apparato militare. In secondo luogo, “può rafforzare e modernizzare le sue forze armate attraverso la collaborazione e il trasferimento di conoscenza con gli altri Stati attivi nel peacekeeping“. Infine, fattore di importanza fondamentale, la Cina coltiva la sua immagine come nazione interessata “alla pacificazione e alla ricostruzione di Stati fragili, rafforzando in questo modo i rapporti sia con le nazioni beneficiarie dell’aiuto sia con i partner nelle missioni di peacekeeping”.
Un impegno, quindi, funzionale alle ambizioni politiche e strategiche cinesi che hanno nell’inclusività, nella connettività e nella “cooperazione win-to-win” tra le nazioni il loro perno. E che sino ad ora è stato riconosciuto come altamente proficuo.

I riconoscimenti dell’impegno cinese nel peacekeeping
Sui tre complicati fronti di Darfur, Mali e Sud Sudan, i caschi blu cinesi hanno, sino ad ora, ricevuto solo entusiastici complimenti per la professionalità del loro lavoro.
In Mali, truppe cinesi hanno preso in gestione tre basi nel settore orientale dello schieramento dei caschi blu, ricevendo gli encomi di Jean-Paul Deconinck, comandante della missione United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali (MINUSMA) per le “eccellenti qualità professionali”. In Sud Sudan il vice presidente Taban Deng Gai ha fatto i complimenti alla Cina per l’impegno nel Paese e unito le congratulazioni al riconoscimento contributo di Pechino nello sviluppo infrastrutturale del Paese: “in Sud Sudan sono i cinesi che costruiscono le strade, non gli americani”. Di tenore simile il riconoscimento alla diligenza dei cinesi in Darfur da parte del direttore di UNAMID, Yonas Araia.
In terre a lungo vittime di guerre brutali e dimenticate, la Cina gioca dunque un ruolo fondamentale nel contributo al peacekeeping. Ciò è destinato a influire positivamente sull’immagine di un Paese che proietta la sua potenza internazionale grazie al consolidamento dello smart power: influenza economica e politica, sviluppo della componente militare e potenziamento dell’immagine grazie a una diplomazia sottile si coniugano nel consolidare le prospettive di un Paese divenuto grande protagonista dell’era globalizzata.

Andrea Muratore | occhidellaguerra.it | 23.04.2018

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