Diario

Prove (inconsapevoli) di colonizzazione linguistica. Lo strano caso del Politecnico di Milano.

Pubblichiamo volentieri un contributo del Prof. Giampietro Gobo dell’Università degli Studi di Milano. 
Chi ne condivide le tesi è caldamente invitato a firmare la Petizione al ministro Giannini cliccando QUI

Una lingua (l’italiano) che rischia di morire.
Un mandante (Winston Churchill) che teorizza la colonizzazione linguistica.
Un esecutore materiale (il Politecnico di Milano).
Un gruppo di docenti che caparbiamente si oppone.
Il TAR della Lombardia che dà loro ragione.
Un Lettera Aperta dell’Accademia della Crusca.
Un Consiglio di Stato che tergiversa.
Un militante radicale (Giorgio Pagano) che fa uno sciopero della fame per 41 giorni.
Una ministra (Stefania Giannini) chiamata a un’importante decisione.
E per finire, un blog (Roars) e un giornale (LINKIESTA) che decidono di NON pubblicare questo articolo…
Questi alcuni dei complici (e i loro strenui oppositori) di un genocidio linguistico.
La Lingua Italiana vi invita a leggere il testo in calce e vi ringrazia per l’attenzione.

G. Gobo

 

Prove (inconsapevoli) di colonizzazione linguistica.

Lo strano caso del Politecnico di Milano

Da tempo la lingua inglese è diventata la nuova koinè. Come il latino durante il periodo della dominazione romana o il francese tra Ottocento e Novecento. Allo stesso modo, fino al Settecento, scrivevano in latino quelli che poi avremmo chiamato scienziati, come Francis Bacon (inglese), Galileo Galilei (italiano), Carl Nilsson Linnaeus (svedese), Johannes von Kepler (tedesco), Mikolaj Kopernik (polacco) e molti altri.

Ora gli scienziati scrivono prevalentemente in inglese. Domani, forse, in cinese. Chissà. “Questa è l’internazionalizzazione, bellezza. E tu non ci puoi fare niente” verrebbe da dire, parafrasando Humphrey Bogart in L’Ultima Minaccia. Per cui, che c’è di strano?

 

La colonizzazione mediante la lingua

Non è proprio così. L’affermazione di una lingua su altre, oltre a portarsi dietro particolari modelli culturali e pragmatici, è una delle più efficaci strategie di egemonia culturale (e anche economica), di pauperamento delle culture locali. Come sta avvenendo (fortunatamente solo in parte, almeno per il momento) con la globalizzazione. La colonizzazione linguistica è una forma sottile di “omologazione” (direbbe Pasolini): lo fecero gli antichi romani quando assoggettavano i popoli; lo fece il Fascismo quando imponeva l’italianizzazione dei nomi in patois dei paesi della Valle d’Aosta oppure con la massiccia immigrazione di italiani nell’Alto Adige.

Lo spiegò molto bene Winston Churchill, il 6 settembre 1943, in un discorso agli studenti di Harvard: “Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente” (https://www.youtube.com/watch?v=ohe-6E2L3ks).

 

Anche in accademia

Da questo punto di vista l’università e la scienza non sono un’isola felice. Ad esempio nel campo della metodologia delle scienze sociali, la dominazione anglofona (iniziata con gli anni Cinquanta) ha comportato la progressiva sparizione di una riflessione metodologica originale, autonoma e locale, e l’importazione (mediante manuali, articoli ecc.) di un tipo particolare di approccio alla ricerca sociale: quello che poteva essere adatto agli USA è diventato lo standard per tutti i Paesi del mondo. Con gravi conseguente sull’attendibilità degli strumenti e la validità dei dati raccolti (Heath, Fisher e Smith 2005; Smith, Fisher e Heath 2011). Non a caso, a partire dagli anni Novanta, è nato un movimento di opposizione a questa tendenza, fautore di metodi di ricerca “indigeni”, nel senso di locali (Tuhiwai Smith 1999; Denzin, Lincoln e Tuhiwai Smith 2008).

Gli effetti di questa colonizzazione linguistica sono molto evidenti anche nella politica delle riviste scientifiche: ad esempio si possono pubblicare eccellenti articoli in riviste italiane, i cui autori (proprio per aver scritto in italiano) non ottengono il riconoscimento che meritano e rischiano di restare marginali. La lingua (e solo quella) può spiegare perché colleghi anglofoni mediocri abbiano una buona visibilità; anche se vivono e lavorano in Paesi più poveri o economicamente marginali dell’Italia (come il Galles, la Scozia, l’Irlanda, la Nuova Zelanda o l’Australia). La stessa Inghilterra, economicamente in declino rispetto alla Germania, gode tuttavia di un prestigio scientifico molto maggiore, pur essendo presenti in quest’ultima ottimi scienziati e istituti di ricerca. Ma si sa, il tedesco non è proprio parlato da tutti…

 

Che cosa significa ‘internazionale’?

Chi si oppone all’introduzione dell’inglese come forma dominante di comunicazione scientifica corre il rischio di essere frainteso. Rischia di esporsi al ridicolo, di essere considerato retrò, di passare per conservatore o (peggio) provinciale; accademicamente protezionista, culturalmente arretrato, nemico dell’internazionalizzazione. Fortunatamente (come vedremo) sono molti gli scienziati, con un profilo cosiddetto “internazionale”, a essere molto perplessi nei confronti di questa moda dilagante. Anche perché è poco chiaro che cosa significhi ‘internazionalizzazione’; allo stesso modo una grande ambiguità pervade anche il termine ‘internazionale’.

Alcuni pensano che ‘internazionale’ sia un evento, un libro, una rivista ecc. conosciuto in tutto il mondo. Tuttavia esistono riviste, conosciute in tutto il mondo, che però hanno board fatti interamente da americani (quindi membri appartenenti a una cultura locale); il cui titolo della loro rivista magari recita “American Journal of…”. Se una rivista in inglese si chiamasse “Italian Journal of…” pensereste mai che è una rivista internazionale?

Per cui non può essere la notorietà a fare di un evento locale un caso internazionale. Così come la morte di Lady Diana è stato un evento locale e i ristoranti cinesi sono un esempio di cucina “regionale”. Anche se noti e diffusi in tutto il mondo. Lo stesso dicasi per il G8 o il Fondo Monetario Internazionale (sic!) che hanno visioni politiche molto particolari e per niente internazionali, come i movimenti anti-globalizzazione ci hanno insegnato.

‘Internazionale’, invece, è chi ragiona come cittadino del mondo; chi permea la sua riflessione scientifica tenendo conto dell’alterità, dei diversi modi di pensare e di vedere. Chi cerca di includere altri punti di vista, magari marginali, non accodandosi al mainstream.

Le lingue si imparano per conoscere i popoli, per comprendere il loro modo di pensare, per capire meglio le loro visioni del mondo. Ci può anche stare che si usi una “lingua franca” per comunicare. Ma perché proprio l’inglese (per il cui uso ci sono alcuni popoli avvantaggiati rispetto ad altri) e non… l’esperanto?

 

Internazionalizzazione o inglesizzazione?

Robert Phillipson è un linguista inglese che da decenni sostiene che, attraverso la diffusione dell’inglese come lingua dominante nelle comunicazioni, stiamo assistendo a un “genocidio linguistico”. Sta avvenendo negli stessi Stati Uniti, paese estremamente multilingue (quelle dei nativi americani sopravvissuti, o delle popolazioni originarie del nordamerica, o dei moltissimi immigrati), dove si agisce per rendere il paese monolingue, e ovviamente utilizzare una sola lingua per tutti gli ambiti ufficiali. Phillipson ritiene che questo genocidio linguistico procede “secondo la menzognera equazione internazionalizzazione = inglesizzazione” (2013: 87).

Il quotidiano inglese The Independent, del 20 marzo 2003, è giunto a parlare di inglese “linguicida”, chiedendosi retoricamente: “Non è un genere ancora più sinistro del colonialismo che noi praticavamo cento anni fa? Non troppo tempo fa, noi prendevamo le loro materie prime. Ora noi invadiamo le menti, cambiando lo strumento primario col quale essi pensano: la ‘loro’ lingua”. Proprio il progetto di Churchill, comunicato agli studenti di Harvard sessant’anni prima.

Qualche mese fa il linguista britannico David Crystal, dopo numerosi anni di ricerche sul campo, ha lanciato una profezia inquietante: nel giro di due secoli, nel mondo, si parleranno soltanto tre lingue: cinese, inglese e spagnolo. Ogni anno scompaiono dal nostro pianeta 25 lingue. La cifra di quelle attualmente parlate si aggira attorno alle 7000; ma la previsione drammatica è che entro la fine del secolo la metà di queste sarà sparita. In Italia le cose paiono andar ancora più velocemente (e c’è poco di cui vantarsi): negli ultimi settant’anni abbiamo perso 200 dialetti, che si sono portati dietro altrettante identità locali.

 

Straniero = internazionale?

In una sua Bustina di Minerva di qualche anno fa, Umberto Eco se la prendeva con un difetto molto italiano: l’esterofilia. Egli diceva: “noi siamo disposti a prendere sul serio chiunque, purché il suo cognome non termini per vocale”. Pur dimentico che anche i cognomi veneti finiscono quasi tutti in consonante (beati loro), egli stigmatizzava un provincialismo (accademico e non) fortemente radicato nel nostro Paese. Come nel calcio italiano, così nell’accademia, si va alla ricerca dello straniero quasi sia una garanzia di serietà, professionalità e scientificità. Poi quando lo straniero è quasi sempre un inglese o un americano, allora il ragionamento si salda con quel concetto (perverso) di internazionalizzazione appena richiamato.

Come scrive Tridimonti “l’anglofilia è un fenomeno insidioso per l’equivoco di fondo che lo accompagna e che in qualche misura lo genera. Essa viene considerata quasi un sinonimo di modernità: un governo o un’amministrazione che si rinnovano non possono che esprimersi con termini inglesi, altrimenti danno la parvenza di non essere al passo con i tempi. E così si attinge in modo sempre più paranoico a costrutti ed elementi lessicali inglesi, non solo in ambiti settoriali e specialistici, ma anche quando si deve denominare unità amministrative, servizi, programmi di azione. Lo Stato pare snobbare le risorse offerte dalla propria lingua nazionale a tutto vantaggio dei global nicknames (…) L’orientamento che tende ad affermarsi potrebbe condurre, se non adeguatamente contrastato, alla sostituzione del vecchio “burocratese” con un nuovo linguaggio non meno opaco e ingannevole del precedente; e l’azzeccagarbugli di manzoniana memoria continuerà a perpetuare l’imbroglio allo sprovveduto di turno con magiche formule di importazione. Cos’altro se non questo complesso di provincialismo cronico può giustificare la sostituzione del tradizionale servizio clienti con l’astrusa formula customer care (…) Vi è veramente bisogno di un project manager? Non basterebbe un semplice capo progetto? E se le aziende, invece che account manager ricercassero responsabili commerciali, forse troverebbero un maggior numero di candidati da esaminare (…) Perché workshop anziché laboratorio, part-time job e non lavoro a tempo parziale, attachment invece di allegato, zippare invece di comprimere, resettare invece di reimpostare, scannerizzare invece di scandire, downloadizzare invece di prelevare o scaricare, shiftare invece di spostare e chi più ne ha più ne metta (2004: 104ss).

Guido Ceronetti (poeta, filosofo, scrittore, tradotto in tedesco, spagnolo, francese) parlando dell’autolesionismo italiano, dice che “in Francia almeno gli stranieri diventano francofoni; ma la Francia francesizza, l’Italia no” .

Invece ‘internazionale’ è un concetto relativo e, soprattutto, legato alla specifica disciplina. Ha cioè a che fare con la lingua franca di quella specifica disciplina; che può essere, di volta in volta, l’italiano, l’inglese, lo spagnolo, il francese, l’arabo, il cinese ecc. e che è collegato con i diversi e segmentati mercati della cultura e del lavoro (come vedremo più avanti).

 

Il caso del Politecnico di Milano

Il 15 dicembre 2011 il Politecnico di Milano (rettore Giovanni Azzone) delibera che, a partire a.a. 2014-2015, l’inglese sarà la lingua di insegnamento e di studio per i corsi di laurea magistrale e dottorale offerti dalle facoltà di Ingegneria, Architettura e Design.

Nonostante le proteste di diversi ricercatori e docenti di quel ateneo, il 21 maggio 2012 il Senato Accademico del Politecnico milanese ribadisce che l’attivazione di corsi di studio in inglese ha “l’obiettivo di migliorare la qualità della formazione degli architetti, dei designer e degli ingegneri del Politecnico assicurando, accanto allo sviluppo delle competenze tecniche e professionali, la capacità di operare in contesti professionali internazionalmente aperti. In questo ambito, in particolare per gli studenti italiani, il rafforzamento del bilinguismo attraverso l’adozione effettiva dell’inglese come lingua di lavoro, che rappresenta la lingua franca per la comunicazione internazionale, per i rapporti tra scienziati, progettisti e tecnici, per gli scambi economici, è diventata una realtà imprescindibile negli ambiti di espressione della cultura politecnica”.

Il 20 luglio 2012, cento docenti del Politecnico, rappresentati da Maria Agostina Cabiddu avvocato e docente dell’Ateneo milanese, decidono di ricorrere al TAR della Lombardia. Il quale accoglie il ricorso con sentenza del 23 maggio 2013[1], dichiara nulla la delibera dell’ateneo.

Contro la delibera del Politecnico, l’Accademia della Crusca, il 2 agosto 2013, presenta all’allora Ministro Profumo, una preoccupata “Lettera Aperta”, sottoscritta anche dalla prof.essa Stefania Giannini, linguista e glottologa, adesso ministra del MIUR. Che tuttavia ora sembra aver cambiato parere…

Nel frattempo il Senato Accademico del Politecnico non si arrende e, contro la sentenza del TAR, si appella al Consiglio di Stato. Il quale, anziché emettere sentenza come ci si aspettava, ha dato appuntamento alle parti in una nuova seduta pubblica, a fine novembre 2014, perché vuole acquisire gli atti che sembrano aver contravvenuto alla sentenza del TAR Lombardia. 

L’11 aprile 2014 il militante radicale e Segretario dell’ERA (Associazione Radicale Esperanto ─ cfr. www.eraonlus.org) inizia uno sciopero della fame davanti al Miur, sotto le finestre della ministra Stefania Giannini. Dopo 41 giorni di digiuno, egli ottiene di incontrare la ministra stessa. L’incontro avverrà il 2 luglio p.v. alle ore 12.00 e chiederà alla ministra di “non sostenere, come si era impegnata a fare il 2 agosto 2013 (mediante la “Lettera Aperta”), non ancora ministro, il sovvertimento dello Stato per via linguistica e come, invece, intende fare il Politecnico di Milano che vuole proibire l’insegnamento/apprendimento in lingua italiana in quella università” (chi vuole sostenere la sua protesta, può firmare questa petizione online

Pagano denuncia che “in quel Verbale d’Ateneo è delineata la via al genocidio linguistico italiano nell’alta formazione del PoliMi volto a favorire il dominio inglese sull’italiano e sugli italiani, cominciando dalle lauree magistrali, nelle quali tutte le materie verranno insegnate/apprese interamente e solamente in inglese” (2013: 75)

Secondo Pagano “gli studenti italiani subiscono almeno sette tipi di discriminazioni, a favore dei cittadini anglofoni:

  1. Si concede ai cittadini dei Paesi anglofoni un mercato notevole in termini di materiale pedagogico, corsi di lingua, traduzione e interpretazione della propria lingua, competenza linguistica nella redazione e nella revisione di testi, e via dicendo.
  2. I madrelingua inglese non devono mai investire tempo o danaro per tradurre i messaggi che trasmettono o desiderano comprendere.
  3. I madrelingua inglese non hanno un reale bisogno di imparare altre lingue e ciò si traduce, per i loro Paesi, in un risparmio enorme, a cominciare dalle spese per l’istruzione. Si stima che il gettito che ne deriva annualmente al Regno Unito è di circa 18 miliardi di Euro. Per contro, i Paesi non anglofoni devono investire sempre più risorse economiche e umane nell’apprendimento dell’inglese; costi che l’economista ungherese Áron Lukacs ha stimato in 350 miliardi di euro l’anno; secondo questa stima un italiano pagherebbe la propria discriminazione linguistica con, più o meno direttamente, circa 900 euro l’anno (http://www.corrierecaraibi.com/Athena/Aspetti_economici_della_disuguaglianza_linguistica.pdf).

François Grin, economista svizzero, ha tarato economicamente i sistemi linguistici pubblici da adottare: solo inglese, multilinguismo oppure lingua federale/interazionale (esperanto). L’adozione di quest’ultima soluzione farebbe risparmiare a tutti 25 miliardi di euro; mentre la prima soluzione fa risparmiare (come abbiamo appena visto) solo alla Gran Bretagna.

  1. Tutte le risorse che non vengono dedicate all’apprendimento delle lingue straniere, possono essere investite nello sviluppo, nella ricerca e nell’insegnamento/apprendimento di altre discipline. Ad esempio, gli Stati Uniti, con i 16 miliardi di dollari risparmiati sull’insegnamento delle lingue straniere, nel 2004 hanno finanziato un terzo della loro ricerca pubblica.
  2. Anche se i non-anglofoni compiono un considerevole sforzo per imparare l’inglese, non riescono mai, salvo eccezioni, ad avere un grado tale di padronanza della lingua che possa loro garantire una uguaglianza di competenze di fronte ad un madrelingua (e bisogna ricordare che a causa di tale situazione, numerose sono le discriminazioni nell’ambito delle assunzioni lavorative).
  3. Esiste poi un ulteriore fenomeno discriminatorio interno ai Paesi non anglofoni, derivante dal ceto di appartenenza e dalle capacità economiche familiari: nei Paesi non anglofoni sono sempre più numerose le famiglie che decidono di iscrivere i propri figli in scuole angloamericane, di ogni ordine e grado.
  4. Bisogna ricordarsi, infine, della discriminazione dei linguisti diversamente abili (persone refrattarie all’apprendimento delle lingue straniere (2013: 76-77).

Pagano cita lo studio del linguista coreana Jae Jung Song (2011) in cui si ricorda che “il Governo Militare dell’Esercito degli Stati Uniti in Corea (…) dal 1945 al 1948 introdusse l’inglese come materia obbligatoria nel curriculum della scuola secondaria e come materia chiave nei test d’ingresso all’università. (…)In appena tre anni si instaurò un processo autocolonizzativo anglofono per cui oggi si è arrivati, nella Corea del Sud, a volere l’inglese come lingua ufficiale, nonostante la Corea sia nella sua interezza un Paese quasi interamente monolingue coreano.

 

Qual è l’efficacia, dal punto di vista dell’apprendimento, insegnare in lingua inglese?

Come abbiamo visto la politica anglofila adottata dal Senato accademico del Politecnico è contestata da diversi docenti dell’Ateneo stesso, “i quali sostengono che inglesizzare totalmente l’offerta formativa sia sbagliato, anzitutto dal punto di vista dell’efficacia della trasmissione del sapere, oltre che contraria alla legge. È lecito chiedersi se obbligare i professori italofoni ad insegnare in lingua inglese ad un pubblico per lo più di studenti italiani sia appropriato da un punto di vista anzitutto cognitivo, ossia delle competenze. Noi tutti sappiamo che la lingua è inestricabilmente e intimamente connessa al pensiero, ne è lo strumento e non una pura veste, e che il pensiero si spinge tanto più in profondità quanto più si affida ad una lingua profondamente posseduta e quotidianamente vissuta” (Pagano 2013: 79).

Lo sostiene anche Dario Fo, premio Nobel per la letteratura nel 1997, in una dotta ricostruzione della funzione che la lingua italiana ha nell’architettura e nell’arte (http://www.youtube.com/watch?v=XNFvXUdavC0).

Per cui “al fine di migliorare le competenze linguistiche degli studenti, forse sarebbe meglio puntare su altri strumenti, quali i corsi di lingua e gli scambi con l’estero. Gli studenti italiani che studieranno solo in inglese non saranno bilingui: saranno monolingui inglesi, perché non conosceranno il vocabolario tecnico-scientifico in italiano! Non sarà più possibile parlare in italiano di scienza o tecnologia, ma solo di argomenti della vita quotidiana. L’inglese si sostituirà gradualmente all’italiano nella mente dei ragazzi, ovvero coloro che saranno poi anche i docenti di domani, e questo è un danno gravissimo per la creatività e la vitalità culturale del nostro paese e dell’intero sistema produttivo nazionale” (Pagano 2013: 79).

Inoltre, secondo l’opinione di diversi ricercatori del Politecnico, “ripiegano sulle università italiane soltanto quei giovani stranieri respinti da quelle di altri paesi europei, la loro prima scelta. Quando poi si trovano in aula, la loro preparazione spesso non è comparabile con quella degli italiani, tanto che, per correre ai ripari, si progettano già appositi ad hoc per portarli a un livello sufficiente, spendendo risorse che potrebbero essere invece impiegate per altri scopi” (Pagano 2013: 79).

Anche il Giudice della Corte Costituzionale italiana Paolo Grossi ha avuto parole molto dure “il linguaggio e il pensiero sono intimamente connessi, inscindibilmente connessi, e incidere sul linguaggio significa incidere sul pensiero e quindi sul soggetto pensante. Significa incidere sull’identità del cittadino italiano”. Perciò quella che si sta compiendo al Politecnico è “una sorta di violenza e di snaturazione, un’operazione nazista” (la videointervista integrale si trova su www.esperanto.tv).

Senza pensare che di questo passo si arriva a vere e proprie assurdità. Come quando in una facoltà qualcuno insisteva affinché si offrisse un corso di “Diritto pubblico” (cioè un corso sulla Costituzione italiana) in inglese. E come se, in un corso sull’opera lirica, si traducesse in inglese (per attrarre studenti stranieri) il libretto di Così fan tutte di Mozart!

 

La scusa del mercato del lavoro internazionale

Il Senato Accademico del Politecnico sostiene che la sua scelta accresce notevolmente le opportunità dei neolaureati nel “mercato del lavoro internazionale”, tanto più in un periodo di crisi occupazionale quale quello attuale. Pagano però sostiene che “questa è una tesi mai dimostrata. Studiare in italiano non è affatto un ostacolo nel ‘mercato del lavoro internazionale’. Lo dimostrano le migliaia di studiosi e professionisti italiani che lavorano o hanno lavorato all’estero” (2013: 79).

L’Italia, e Milano in particolare, è un centro di eccellenza del design (disciplina peraltro insegnata proprio al Politecnico) e di attrazione mondiale. Il design italiano è infatti noto in tutto il mondo. Ci sono decine di designer (inglesi, tedeschi ecc.) che sono venuti in Italia, a “lavorare a bottega” presso un “maestro”. E per fare (meglio) questo, hanno imparato l’italiano.

Esistono decine di sudcoreani, giapponesi ecc. venire in Italia a studiare canto e musica lirica. E per fare (meglio) questo, hanno imparano l’italiano.

Circolano decine di riviste di architettura e di scritte in italiano, eppure consultate e lette in tutto il mondo. Si vuole inglesizzare “un Paese, come il nostro, che possiede il 70% dei beni culturali del mondo e la cui lingua è la quarta più studiata nel mondo” (Pagano 2013: 87). Infatti, recentemente, ha superato la lingua francese per numero di corsi e di studenti (all’estero).

Sono migliaia le persone che quotidianamente imparano l’italiano perché interessate alla cultura, ai prodotti, ai centri ecc. italiani. Imparano l’italiano come uno impara l’inglese quando vuole andare a studiare negli Stati Uniti.

 

Autolesionismo e diseconomie

La politica del Politecnico finisce per diventare autolesionista nei confronti della lingua italiana e diseconomica per molti studenti italiani. Come saggiamente riconosce Pagano “sapere l’inglese è importante, ma inglesizzare tutta l’offerta formativa è irrazionale (…) La realtà è che l’obiettivo di lungo termine del Politecnico di Milano è l’inglesizzazione totale dell’offerta formativa universitaria in Italia e lo sradicamento graduale dell’italiano come lingua di comunicazione scientifica, a beneficio dell’inglese (…) Una ulteriore ragione per opporsi a questa dissennata scelta, la quale, peraltro, rende impossibile lo studio in una università pubblica italiana discriminando, in patria, i suoi stessi studenti che o accettano il giogo anglofono o sono costretti ad emigrare in altre città italiane se vogliono fare i disegnatori, gli architetti o gli  ingegneri italiani in Italia. E il Politecnico più vicino dove ancora esiste un qualche corso di laurea [magistrale] in italiano, è quello di Torino, a circa 130 km da Milano, il cui abbonamento ferroviario mensile in seconda classe è di 195 euro che, anche solo per 10 mesi fanno 1950 euro, il cui tragitto dura circa quattro ore andata/ritorno… Il PoliMi conta in totale circa 35mila studenti, dei quali circa 3.700 ogni anno si iscrivono alla Laurea Magistrale; se essi non volessero piegarsi nel 2014 alla lingua dello straniero imposta dai nostrani collaborazionisti, il costo annuale di questo esodo universitario consisterebbe in 7 milioni e 215mila euro con una perdita giornaliera di 14.800 ore per il tragitto” (2013: 85)

 

Post-colonialità e democrazia linguistica

All’apparenza la decisione del Politecnico di Milano può sembrare un atto di innovazione e ammodernamento dell’università italiana. Tuttavia gli studi post-coloniali, in moltissimi settori disciplinari (dall’antropologia alla linguistica, dalle scienze sociali all’economia, e perfino nella statistica – cfr. Bonilla-Silva e Zuberi 2008) dicono proprio il contrario e mostrano come i fondamenti culturali su cui si basa la scelta del Politecnico sono in realtà vecchi, superati e di sapore neo-coloniale.

E’ il contrario di quell’“Europa meticcia” che prefigurava Umberto Eco in un’intervista a Nello Ajello una quindicina d’anni fa: “penso al poli-linguismo. Abbiamo già un esempio di Stato multilingue, la Svizzera, in cui alla fine tutti si capiscono benissimo (…) una sorta di poli-linguismo diffuso, anche se imperfetto. Pensa che già oggi può accadere che a una stessa tavola uno spagnolo, un francese, un italiano parlino ciascuno la propria lingua e riescano ad intendersi. Un’Europa che ‘vivacchia’ di poli-linguismo imperfetto non è un’assurdità (…) E per il resto funzionerà ovviamente una lingua ‘veicolare’ come l’inglese. Ma in un’Europa a fatale prevalenza franco-tedesca, l’inglese avrà il ruolo che ha nel resto del mondo? (…) Abbiamo parlato della Svizzera, quattro lingue per un solo Stato; e pensiamo ora all’inglese: vari Stati con una sola lingua. Non c’è unità linguistica in Cina, in India, in Spagna. E tra l’altro non c’era unità linguistica in Francia fino alla rivoluzione. Le barriere linguistiche sono state fomite di odio e di incomprensione. Ma in futuro lo saranno un po’ meno, basti pensare a quante lingue tu puoi ascoltare in una sera facendo dello zapping al televisore. Così facendo, nordafricani e albanesi, quando arrivano in Italia, parlano già italiano” (La Repubblica, 22 dicembre 1998).

La Svizzera non ha una lingua nazionale. E pare non essere un gran problema. Così è anche per l’India, dove di lingue ufficiali (per Costituzione) ce ne sono ben 21. E alcuni paesi europei (come ricorda Phillipson) stanno formulando politiche linguistiche per garantire che l’inglese venga usato solo in modo “additivo”: in Danimarca, Norvegia, Svezia e Finlandia, i governi hanno ora piani linguistici per garantire che ci sia un sano equilibrio tra l’uso (in aumento) dell’inglese e la lingua nazionale, che continua a servire agli stessi scopi come ha fatto negli ultimi secoli. Quindi se l’inglese viene appreso “in aggiunta” alle competenze nella lingua nazionale (o nella lingua minoritaria), ciò è additivo al repertorio linguistico; se invece l’inglese viene appreso a spese delle altre lingue, questo è un processo “sottrattivo”, molto dannoso.

L’inglesizzazione non è quindi un destino segnato. Tant’è che, seppur ogni mese scompaiano due lingue, ci sono recenti iniziative di segno opposto: ad es. l’enciclopedia online Wikipedia, la cui missione è portare l’intera conoscenza umana a chiunque nel mondo, nella sua propria lingua. Un obiettivo ambizioso, che ha al suo attivo 30 milioni di articoli, 287 versioni linguistiche, mezzo miliardo di lettori, ed è scritta da decine di migliaia di persone comuni (volontari) in ogni parte del mondo.

Si tratta, quindi, di una questione di democrazia linguistica. Non meno importante della democrazia politica.

 

Brevissima bibliografia

Bonilla-Silva, E. e Zuberi, T. (a cura di) (2008), White logic, white methods, Racism and methodology, Lanham, Maryland, US: Rowman and Littlefield.
Denzin, N.K., Lincoln, Y.S., e Tuhiwai Smith, L. (a cura di) (2008) Handbook of critical and indigenous methodologies, Thousand Oaks, CA: Sage.
Phillipson, R. (1992), Linguistic imperialism, Oxford: Oxford University Press.
Phillipson, R. (2009), Linguistic imperialism continued, New York and London: Routledge, trad. it. L’imperialismo linguistico inglese continua, Roma: Esperanto Radikala Asocio, 2011.
Phillipson, R. (2013) Americanizzazione e inglesizzazione come processi di occupazione globale, Esperanto Radikala Asocio.
Heath, A, S. Fisher and S. Smith (2005), The Globalization of Public Opinion Research, in Annual Review of Political Science, 8: 297-334.

Giannini, S. e Scaglione, S. (a cura di) (2011), Lingue e diritti umani, Roma: Carocci, 2011

François Grin (2005), L’enseignement des langues étrangères comme politique publique, Rapport au Haut Conseil de l’évaluation de l’école (n° 19), Ministère de l’éducation nationale, Paris, trad. it. L’insegnamento delle lingue straniere come politica pubblica, Roma: Esperanto Radikala Asocio, 2009.

Gobo G. (2011), Glocalizing methodology? The encounter between local methodologies, in International Journal of Social Research Methodology, 14(6): 417-437.
Jae Jung Song (2011), English as an official language in South Korea: Global English or social malady? In Language Problems and Language Planning 35(1): 35-55.
Pagano, G. (2013), La secessione per via linguistica. Il Politecnico di Milano e l’imposizione dell’inglese, in Historia Magistra. Rivista di storia critica, 5, 12: pp. 75-87.

Smith, S., Fisher S. and A. Heath (2011), Opportunities and challenges in the expansion of cross-national survey research, in International Journal of Social Research Methods, 14(6): 485-502.
Tridimonti, A. (2004): L’industria delle lingue e i mestieri della traduzione. Il traduttore tecnico, ingegnere della comunicazione multilingue e multiculturale, in “Seminario sulla teoria della traduzione (2003/4)”, pp. 100-128.

Tuhiwai Smith, L. (1999), Decolonizing methodologies: Research and Indigenous peoples, New York, NY: St Martin’s Press.

 

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