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Per un’arte europea

Anoir, Eblanc, lronge, Uvert, Obleu, Periodico trimestrale diretto da Bruno Corà, Anno IV, numero 7, marzo 1983, Roma.

Anoir, Eblanc, lronge, Uvert, Obleu

Giorgio Pagano

Per un’arte europea

Anoir, Eblanc, lronge, Uvert, Obleu, Periodico trimestrale diretto da Bruno Corà, Anno IV, numero 7, marzo 1983, Roma.

È un po’ difficile rendere conto al mondo dell’arte, in questo momento denso di segnali reazionari, della grandezza oggi possibile necessariamente, nella creatività artistica e culturale in Europa.

La visione delle cose, pragmaticamente, eppure in riflesso delle ‘defunte’ ideologie egalitarie, può oggi essere completamente mutata. Ciò in rapporto ad un sociale di nuovo percorribile perché in dimensione molto più ampia e diversificata pluralmente.

È dal ‘79 che pratico e dico tale vario e immenso territorio, e man mano che il tempo corre, esso mi appare sempre più sconfinato, affascinante e aperto a sempre nuova creatività ed invenzione. Tale è la mole di Cultura e di uomini che smuove. Al confronto le avanguardie artistiche del ‘900 appaiono minimali, così come minime sono – perseverando nella metafora militare – le avanguardie e le loro capacità di fuoco rispetto al grosso dell’esercito che finalmente incede.

“Ma nell’artista il pensiero si è trasformato, s’è fatto intuizione dello scopo. Di uno scopo non predeterminato, ma che si determina da sé nel momento della scoperta, dell’invenzione. …Oggi forse servirebbe scoprire l’artista nel politico e il politico nell’artista” (1).

L’occasione politica concerne la formazione effettiva, reale, dell’identità europea. Di un popolo europeo. Di un’Europa in quanto tale, in quanto Stato.

Gli espedienti e gli accordi tecnici – per quanto importanti – della Comunità Europea hanno ormai esaurito la loro funzione coagulante primaria ed ora, la prima carta dell’Europa è quella della Cultura e in primis naturalmente è in ballo la questione della lingua unica europea. Ho già scritto in proposito tre lunghi e circostanziati articoli su “Lotta Federalista” e su “Comuni d’Europa” (2) pronunciandomi inequivocabilmente ed ovviamente, in favore di una lingua neutra, internazionale e fatta ad arte come l’Esperanto. Dichiarando ormai chiusa l’epopea culturale americana colonizzante l’internazionalità e l’imperialismo linguistico dell’inglese.

Le parole di Borges del ‘77: “Mi aspetto tutto dall’Europa. Cosa ci si può aspettare dalla periferia? Periferia sono anche America e Russia. …Tocca a voi salvarvi e salvarci anche” (3). Insieme alle testimonianze su una lingua internazionale espresse dal grande Peano ben 74 anni fa e riportate in nota’’, hanno così trovato giusta accoglienza e rilancio. All’alta insegna del Pensiero. Del PENSIERO CHE VA!

L’Europa, Cuore del mondo, comincia nuovamente a battere, a pompare nuovo sangue vitale: EURitmia! Come afferma Nietzsche “La storia del linguaggio è la storia di un processo d’abbreviazione. …Più la situazione è pericolosa e più grande è il bisogno di mettersi rapidamente e agevolmente d’accordo su quel che occorre fare.” La bellica nucleare dei due imperialismi vede Zarathustra e Zamenhof incontrarsi. Nella cifra del nome.

E se arrivando negli USA dall’Europa noi troviamo a New York la Statua della Libertà, gli americani e i sovietici entrando in Europa dovrebbero trovare come nostro simbolo la Statua della Viva Saggezza, la Viva Saĝo Statuo, della Sapienza, della Giovane Saggezza, della ‘Saggezza Eutimica’.

La transazione è finita. Speriamo d’essere innumerevoli. Gli accorti. E dalla vista lunga.

 

Note e piccola Bibliografia

1) “Dopo il Cristianesimo”, conversazione di A. Todisco con F. Ferrarotti in “Il sacro oggi. Una mutazione antropologica”. Milano 1980.

2) “L’esperanto una lingua che unisca” sul n. 1-4, 1981, e “Alla mia patria Europa” sul n. 1, 1983, di Lotta Federalista. “Questo matrimonio s’à da fare” su Comuni d’Europa, marzo 1983.1983

3) Da un’intervista di A. Arbasino a J.L. Borges nel maggio 1977 a Roma.

4) Peano fu uno tra i più influenti matematici italiani vissuti alla fine del XIX secolo, anzi uno dei maggiori scienziati di quel secolo. Egli fu anche creatore di una lingua artificiale – che non ha avuto la fortuna dell’Esperanto – l’Interlingua: “nell’intento di trovare il modo di comprendere e farsi comprendere con il minimo sforzo e dunque con il maggior vantaggio ed abbracciando il più vasto numero di studiosi (si ricordino i philosophos leibniziani), Peano creò questa lingua artificiale, derivandola da una lingua naturale (il Latino), ben nota ai colti del periodo ma, per semplificarne la comprensione, pensò di evitare le coniugazioni e le declinazioni, giungendo cosi ad una lingua abbastanza immediata e potente. Lui stesso ed i suoi allievi arrivarono a pubblicare un vocabolario in Interlingua, sicuri del successo che essa avrebbe avuto nel mondo scientifico. Occorre dire che parecchi furono i denigratori di questa iniziativa, che venne bersagliata da critiche poco fondate ma che ebbero l’effetto di far desistere gli allievi dall’uso di essa”. B. D’Amore, “L’attuazione peaniana del ‘sogno’ di Leibniz”, in “La sfida di Peano”, AA.VV., Nominazione 1, Milano 1980.

“Oggigiorno i lavori scientifici sono scritti nelle varie lingue neolatine, nelle differenti lingue germaniche, in piú lingue slave, ecc. I giapponesi, che fino agli ultimi anni scrivevano in inglese, ora stampano in giapponese. Cosi ricevo in questa lingua un lavoro del sig. Kaba sulle funzioni ellittiche (Atti dell’Accademia di Tokio, 17 gennaio 1903). Questo stato di cose, che fu detto la nuova torre di Babele, non interessa molto i dilettanti di scienza. Essi possono limitarsi a leggere i libri nelle lingue che conoscono, aspettando la versione degli altri. Ma chi lavora al progresso della scienza si trova nell’alternativa odi dover studiare continuamente nuove lingue, ovvero di pubblicare ricerche già note… furono proposti vari rimedi…

  1. Quello dell’adozione, nei lavori scientifici, d’una sola lingua vivente. Ma non c’è probabilità d’accordo sulla scelta.
  2. Quello dell’adozione contemporanea di più lingue viventi. Fu proposto che nelle scuole francesi si rendesse obbligatorio l’inglese, e viceversa; lasciando ad ogni popolo di optare per l’una o l’altra delle vie (Ch. André, sousbi-bliothécaire de l’Universté de Lyon; “Le latin et le probléme de la langue international”, Paris 1903, pag. 2). Ma i tedeschi optarono pel tedesco, gli italiani per l’italiano, e la questione non fece un passo verso la soluzione. — Su il Tempo del 23 ottobre 1982 c’è un articolo su quattro colonne: Alleanza linguistica franco-italiana per contrastare l’egemonia dell’inglese. Il sottotitolo: Allarme per il ‘monolinguismo’ in un convegno parigino. n.d.s. —. Fu proposto di estendere il numero delle lingue principali, a tre, a quattro, a sei (opinione di Max Muller), e a sette, comprendendovi il russo. Ho sentito questa proposta al Congrès International des Mathématiciens de Paris, a. 1900; ma ebbe contraria quelli che parlavano le lingue principali in senso stretto, e vivamente contrarli i rappresentanti dei popoli esclusi, i quali maggiormente sono attaccati alla propria lingua, vessillo della nazionalità. Fu proposto il ritorno al latino; e questa proposta ebbe molti fautori; …Ma se alcuni letterati possono ancora scrivere qualche opuscolo nel latino di Cicerone, nessuno, da secoli, scrive un libro in quella lingua… L’altra corrente di fautori della lingua universale parte dal fatto che già un insieme notevole di parole sono comuni alle varie lingue europee…
    Ora la ricerca delle parole già internazionali ha rilevato che esse sono quasi completamente latine, cosa evidente data la storia della nostra civilizzazione. Quindi i progetti basati su vocaboli internazionali collimano con quelli basati sulla riduzione del latino. Inoltre siccome la riduzione che si vuol fare del latino è quella stessa che storicamente sub( il latino per dar origine alle lingue neolatine, ne avviene che queste lingue internazionali rassomigliano molto all’italiano, pure essendo immensamente piu semplici di ogni lingua naturale….Causa l’affinità dell’italiano moderno coll’antico latino, il prof. Branwoll propose (17 settembre 1902) alla British Association l’adozione dell’italiano come lingua internazionale”. Da: “Il latino quale lingua ausiliare internazionale”, di G. Peano, Atti della Reale Accademia delle Scienze di Torino, vol. XXXIX, 1903-1904, pag. 273-283.

 

Bibliografia
Ho creduto opportuno aggiungere delle notazioni – specie bibliografiche (1) – utili a chi voglia approfondire la questione della lingua europea e indirettamente mondiale:

Volumi ed opuscoli:
AA.VV., Scientific and technical translating and other aspects of the language problem, Parigi/Ginevra, Unesco, 1957.
AA.VV., Atti del 52z Congresso della Federazione esperantista italiana: Esperanto, una lingua per l’Europa. A cura del Comitato organizzatore, v. Monte Bianco 38, 00141 Roma, Roma 1981.
AA.VV., A pian for Obtaining Agreement on an Auxiliary World-Language preceded by a Brief History of the I.A.L.A., Bruxelles, 1936.
AA.VV., Contro l’aggressione culturale dell’Imperialismo per una cultura internazionale. Sviluppi linguistici dell’internazionalismo. Milano, Sapere, 1971.
Agapoff, Unilingua, Paris 1965.
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