Diario

Merkel, a sorpresa meglio di Hollande, per l’indipendenza europea.

Angela Merkel
Angela Merkel

È indubbio che sia difficile intravedere all’orizzonte degli statisti europei capaci davvero di attuare le linee programmatiche di uno Spinelli, di un Denis de Rougement, di un Chiti Batelli o del comune buon senso che rendono l’Europa federale una necessità improcrastinabile. In questo senso nessun leader europeo sembra all’altezza. Eppure è una retorica vuota quella che vuole un Nord Europa terra di falchi nazionalisti, che succhiano il sangue dei paesi più a Sud senza alcun pensiero costruttivo di tipo europeo. Diciamolo chiaramente, questi ultimi paesi in generale hanno proposto ricette che di autenticamente vitale per l’Europa hanno poco. Si è parlato e si parla di eurobond, di “fantafinanza”, di futuro europeo affidato a bassi tassi di interesse. Si dice anche sempre che il rigore è necessario (ma si procede poco e soprattutto male) ma bisogna puntare alla crescita. Peccato che poi non si analizzi mai in che cosa dovrebbe davvero consistere la ricetta per la crescita, cioè il salto qualitativo necessario a riportare il nostro continente al posto che gli spetta nel panorama produttivo globale. 

Ebbene, proprio la teutonica Cancelliera Angela Merkel, per giunta nel momento culminante della campagna elettorale che, così si dice sempre, non consente di parlare di Europa ma solo dei “panni sporchi (o puliti) di famiglia”, prende una direzione che è fra le più interessanti della sua recente carriera. In una intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, infatti, troviamo non solo la fermissima affermazione che “l’Euro è molto più di una valuta. È simbolo dell’unificazione europea, ed è un progetto per il futuro nell’éra della globalizzazione”, ma anche la ancora più importante presa di posizione sulla necessità di rendere il nostro continente indipendente dal punto di vista informatico e digitale. Dice infatti la Merkel: “siamo amici e stretti partner degli USA. Ma anche la Cina può molto. Quanto ai “router” per esempio, ci sono due grossi provider mondiali: uno cinese e uno americano. Nessuno europeo. Per questo noi europei dobbiamo lavorare insieme per superare la nostra dipendenza da America e Cina, così da offrire noi stessi forti, moderne tecnologie”.
Esattamente quanto sostenuto da mesi anche dall’Associazione Radicale Esperanto e, ovviamante, non limitandosi solo al piano informatico.
Nell’intervista traspare tutto il pragmatismo di una leader che sa benissimo che finché non ci sarà indipendenza sarà inutile indignarsi per gli scandali PRISM o quant’altro. Nemmeno a farlo apposta, è di poche ore fa la notizia che la Corte Marziale di Fort Meade ha condannato al 35 anni di carcere Bradley Manning, il soldato che ha passato 700mila documenti diplomatici e militari a Julian Assange, fondatore di Wikileaks. Quasi in contemporanea un articolo apparso sul Wall Street Journal ha svelato che l’ agenzia di intelligence americana Nsa è in grado di controllare circa il 75% di tutte le comunicazioni via internet statunitensi in entrata o in uscita con l’estero, comprese le telefonate. Finché saremo dominati saremo controllati, e in momenti di tensione la logica porterà naturalmente i diritti degli europei ad essere calpestati. Per questo dobbiamo finalmente mandare via il non più amico dai nostri confini e farlo rientrare dalla dogana quando avrà le carte in regola per essere un amico autentico. Al momento questo amico non è fidato, ma nemmeno affidabile. Il 16 agosto scorso è bastato un danno di natura imprecisata a Google, i cui servizi si sono bloccati per 5 minuti, e il 40% del traffico internet mondiale è svanito istantaneamente.
Noi europei abbiamo inventato il Web, internet, la base dei sistemi operativi di nuova generazione ma anche dato il via all’età dell’informazione e a quella dei diritti del cittadino. Sarebbe bene che ce ne ricordassimo.
Finalmente Angela Merkel sembra rendersene conto, e un passaggio di una sua intervista diventa più importante e incoraggiante del pomposo discorso di Hollande di alcuni mesi fa, che voleva dire troppo e niente e a cui per ora colui che lo aveva pronunciato non ha fatto seguire alcuna precisazione pragmatica.

Nota di Giorgio Pagano, Segretario dell’Associazione Radicale Esperanto

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