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L’autocolonizzazione

L’autocolonizzazione.

Intervento di Giorgio Pagano alle Giornate dei Diritti linguistici di Teramo, 20-21 maggio 2008

Rispetto a quella guerra di religione globale scatenata dal peggior integralismo islamico oggi una realtà ben più concreta e temibile si va affermando nel silenzio generale è quella che possiamo chiamare senza falsi pudori “Guerra delle lingue”. Ben più concreta e terribile non solo perché il patrimonio in gioco è più pesante in termini numerici rispetto a quello religioso ma, soprattutto, perché a differenza di quelle di religione, la Guerra delle Lingue non ha per obiettivo il mutamento della morale e/o costumi di ciascuno: bensì quello del pensiero di ognuno, dello strumento attraverso il quale pensiamo. Alla guerra delle lingua non interessano i territori geografici bensì la cattura dei territori della mente dei popoli. E’ in tal modo che lo stesso assetto geopolitico è definitivamente sconvolto e sconfitto. Per capirci: se in Italia non si parla più italiano l’Italia geopolitica non esiste più.

Le lingue non sono solo dei mezzi di comunicazione, sono anche dei depositi di culture e identità. Ed in molti paesi l’avanzata dell’inglese “cannibale” minaccia di distruggere buona parte delle culture locali.

In relazioni a questa sorta di squalo delle lingue rappresentato dall’inglese l’Economist del 20 dicembre 2001 dedicava un lungo articolo dal titolo “Il trionfo dell’inglese: un impero con altri mezzi”, il 10 Marzo 2002 l’Indipendent denunciava: “Linguicidio: la morte delle lingue. Ogni 2 settimane ne muore una”, mentre il linguista britannico David Crystal d’accordo con il linguista canadese Krauss prevedeva un destino apocalittico per la diversità linguistica entro questo secolo, con oltre il 90% di lingue in estinzione. L’UNESCO nel suo Atlante delle lingue del mondo a rischio estinzione, che nella versione italiana è edito dalla mia associazione, è più cauto, stimando tale percentuale al 50%, delle quali, circa 160 lingue a rischio sono nel continente europeo.
L’aspetto più paradossale è che la denuncia nasce in ambiente anglosassone. Dando la cifra della totale inconsapevolezza, dell’annichilimento ed assoggettamento mentale dei nostri studiosi, indotto o meno che sia.
La Tove Skutnabb-Kangas ha ben individuato le dinamiche costitutive di questo processo di assoggettamento:
Un presupposto per persuadere gli individui affinché sostituiscano la loro lingua madre con un’altra lingua, – spiega in Genocidio linguistico nell’educazione – sta nel progressivo annichilimento delle lingue e culture d’origine: attraverso un discorso ideologico si presentano lingue e culture dominate come minoritarie, inadeguate o svantaggiate, rendendole in tal modo come dire “invisibili”.
Tre sono le fasi che la studiosa individua nella colonizzazione delle coscienze dei dominati:
1. ESALTAZIONE del gruppo dominante/di maggioranza: esaltazione della sua lingua, cultura, leggi, tradizioni, istituzioni, grado di sviluppo, attenzione ai diritti umani, etc.
2. STIGMATIZZAZIONE e svalutazione dei gruppi minoritari/ subordinati: le loro lingue, culture, leggi, tradizioni, istituzioni, grado di sviluppo, attenzione ai diritti umani, etc.., in modo tale da essere considerati non-civilizzati, primitivi, non-moderni, tradizionali, arretrati, incapaci d’adattarsi all’informazione tecnologica, “democratica” e post-moderna.
3. RAZIONALIZZAZIONE delle relazioni tra i due gruppi: in senso economico, politico, psicologico, educativo, sociologico, linguistico, eccetera. In modo tale da considerare i gruppi di tipo A, dominanti, funzionali ed utili per i gruppi dominati di tipo B: il gruppo dominante “aiuta”, “sostiene”, “civilizza”, “modernizza”, “insegna la democrazia”, “garantisce i diritti”, “evita i conflitti”, “preserva la pace nel mondo”, e così via.
Non è un mistero per nessuno che il processo di anglofonizzazione del mondo intero sia un processo politicamente ed economicamente perseguito: basti pensare al fatto che la Gran Bretagna finanzia a fondo perduto con milioni di euro il British Council, 275 nell’anno 2005-06 e ben di più ora che Gordon Brown vuole formare solo in India un esercito di 750.000 docenti di lingua inglese; basti ricordare le affermazioni del 1997 di David RUTHKOPF su Foreign Policy “è negli interessi economici e politici degli Stati Uniti assicurarsi che se il mondo si sta muovendo verso una lingua comune, questa deve essere l’inglese; che se il mondo si sta muovendo verso telecomunicazioni, sicurezza, standard di qualità comuni, essi devono essere Americani; che se il mondo sta diventando sempre più unito dalla televisione, dalla radio e dalla musica, la programmazione deve essere quella Americana; e che se si cominciano ad affermare valori comuni, essi devono essere valori con cui gli Americani si trovano a proprio agio.

Ma gli americani hanno sempre avuto chiara quale politica linguistica adottare di fronte alle tante lingue di nativi americani e le tante di immigrati europei, Theodor Roosvelt nel 1918 ebbe a dichiarare: “Abbiamo spazio per un’unica lingua in questo paese e quella è l’inglese, perché vogliamo che il crogiolo faccia della nostra gente degli Americani, di nazionalità americana, e non dei clienti di una pensione poliglotta”.
L’egemonia attuale della lingua inglese non è che il riflesso dell’egemonia politica, economica e massmediologica dei paesi anglofoni, Stati Uniti d’America in testa, ed è evidente che la lotta per l’egemonia linguistica altro non è se non la frontiera isomorfa del conflitto per l’egemonia politica.
Qualcuno, sputando in faccia alla verità, sostiene che l’inglese è una “lingua franca” di proprietà di nessuno, ma alla prova dei fatti questa opinione non regge: primo, perché se anche esistesse qualcosa come “l’inglese di comunicazione internazionale”, gli anglofoni non dovrebbero comunque spendere un centesimo per impararlo, il che non cambia di una virgola dell’enorme trasferimento di risorse che i paesi non anglofoni fanno ai paesi anglofoni come, anche, delle discriminazioni derivanti; secondo, che ci piaccia o no, dobbiamo il fatto che sono gli anglofoni di lingua madre a detenere il monopolio legittimo della correzione linguistica, tanto quanto lo Stato detiene il monopolio legittimo della forza.
Sono gli anglofoni gli unici ad avere il diritto di stabilire ciò che è corretto o scorretto nella loro lingua. Non dobbiamo illuderci e tanto meno dobbiamo illudere nessuno: l’inglese non è un bene condiviso!
Non avremo mai l’autorità di farne la “nostra” lingua, a meno di non rinunciare fin dalla nascita alla nostra lingua materna anglofonizzandoci completamente e facendo morire la nostra identità tradizionale: la fine della biodiversità linguistica! Politicamente, il genocidio culturale di migliaia di popoli non per massacro dei corpi, bensì per annichilimento delle menti.
La colonizzazione anglofona postmoderna attua dunque la conquista dei popoli non attraverso la conquista dei loro territori geografici bensì attraverso la conquista dei territori della loro mente, essa, per quanto ad esempio concerne l’Europa, si serve del primato in settori strategici, di legami di controllo obsoleti, tipo la NATO, di “truppe da sbarco” rappresentate dai media e dai giornalisti in essi impiegati.
Il risultato ottenuto da queste grandi democrazie anglofone è quello dell’asservimento di tutti i popoli non anglofoni e l’affermazione di una casta di potere mondiale dove al primo posto ci sono i madrelingua inglese e, via via, a scendere, coloro che la parlano più o meno bene.
In Europa il mix di bastone e carota condito con salsa di disinformazione e informazione negata produce il massimo dei risultati: far fare ai popoli europei scelte assolutamente contrarie a propri interessi.
Volete un esempio politico lampante? Partiamo dalla questione dello scudo spaziale che Bush è venuto recentemente a vendere a noi europei. Qualsiasi patriota europeo, conscio di rappresentare oltre mezzo miliardo di concittadini, per inciso, il doppio degli abitanti degli Stati Uniti, avrebbe pensato: ma avendo noi già due nostri Paesi (Francia e Gran Bretagna) in possesso di testate e tecnologia nucleari perché dare soldi agli americani per un sistema di difesa da mettere nei nostri Paesi, ma da loro controllato, e non investire invece quel denaro per affinare la ricerca europea nel campo della difesa atomica sì da dare lavoro a tanti ricercatori e scienziati europei ma, anche, costruire un sistema di difesa autonomo e conseguente agli interessi dell’Unione?

Ma, a proposito di Difesa, mondo anglofono e lingue, a fronte di un esercito europeo ben al di là da venire, pochi sanno che per circa venti anni, da metà degli anni ’40 a metà degli anni ’60, il più potente esercito del mondo, quello statunitense, ha adottato per le proprie esercitazioni militari l’Esperanto in qualità di lingua dell’Aggressore. Con il nome “Aggressore” si distingueva il gruppo di nemici nell’esercitazione. Parte dei soldati americani impersonavano la squadra di una nazione immaginaria, l’Aggressore, e per rendere tutto più verosimile, veniva elaborata per essa una sua vita dettagliata. Il manuale di campo – che, peraltro, la nostra associazione sta per ripubblicare – avverte che questa nazione, la sua storia e il suo governo sono del tutto immaginari, che qualunque somiglianza a qualsiasi nazione è del tutto casuale. Nelle esercitazioni militari c’erano, in pratica, delle divise distinte, un sistema complesso di convenzioni, simboli e una lingua ufficiale, l’Esperanto, appunto.
Ma andiamo avanti…

Volete un altro esempio di come l’Europa continentale stia divenendo sempre più colonia d’oltreoceano e d’oltremanica di Stati Uniti e Gran Bretagna?
Pensate alle adesioni all’Unione europea. Finora i patti con gli Stati Uniti ci hanno impedito e ci impediscono di muoverci liberamente secondo i nostri propri interessi. Per fare un esempio eclatante si pensi all’allargamento ad est dell’Unione e persino all’allargamento alla Turchia, anche di tradizione religiosa diversa dal resto d’Europa, ebbene dall’Unione europea non è mai partita una sola voce di possibile, auspicabile adesione della Russia all’Unione. Eppure i vantaggi che ne trarrebbero entrambi e la stessa democrazia sarebbero enormi:
il primo, proprio la democrazia: i passaggi per l’adesione piena all’Unione implicherebbero un notevole cambiamento in senso democratico della Russia;
il secondo, l’Europa ha necessità delle risorse naturali ed energetiche della Russia così relativamente vicine;
il terzo, la Russia ha necessità di avere a disposizione per le proprie risorse di un ricco e vicino mercato come, appunto, quello dell’Unione.
Il moderno e originario crogiolo culturale di questa Europa che andrebbe dall’Atlantico al Pacifico potrebbe essere identificato in quelle avanguardie storiche dei primi anni del novecento. Avanguardie storiche europee che senza l’apporto russo risulterebbero certamente menomate.
Ma, ahinoi, l’indipendenza del pensiero europeo è ancora lontana e, tornando alla questione diritti e democrazia, siamo giunti ad una situazione di discriminazione linguistica che, benché condannata dall’Art. 2 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, viene palesemente e sempre più esercitata.
Discriminazione linguistica a favore dei popoli anglofoni che, come ha scritto Grin in “L’insegnamento delle lingue straniere come politica pubblica”, la cui versione in italiano è d’imminente pubblicazione da parte della mia associazione, costa ai popoli non anglofoni 18 miliardi di euro l’anno: praticamente un punto percentuale del PIL della Gran Bretagna.
Quasi nessuno cerca d’approfondire quanto ci costa la tassa “inglese”, quanto e cosa rende agli anglofoni.
Mentre per legge assicuriamo la discriminazione linguistica dei nostri giovani favorendo quelli lingua madre inglese. Sempre di più neghiamo ai nostri giovani il diritto a studiare nella loro lingua madre. E ciò sta accadendo sempre di più in relazione all’alfabetizzazione e all’acculturazione alta.
La mia organizzazione da tempo si occupa di discriminazione linguistica e genocidio culturale e, negli ultimi due anni, ha concentrato i suoi sforzi in seno al Forum delle Nazioni Unite per i popoli indigeni. L’anno scorso ha proposto, avendone l’entusiastica accettazione, di organizzare la prima Conferenza mondiale sulle lingue che, nelle nostre intenzioni dovrebbe costituire per l’ecosistema linguistico-culturale, ciò che fu la Conferenza di Rio per l’ambiente.
Ebbene, di norma, i locutori di una lingua indigena o minore operano per non subire discriminazioni, affinché sia possibile l’alfabetizzazione e l’acculturazione nella propria lingua madre e lottano contro i fenomeni di colonizzazione.
Quello che sta accadendo in Europa segna un’inversione di tendenza assolutamente fuori dal normale, perversa e autodistruttiva: il fenomeno discriminatorio è messo in atto da istituzioni di istruzione pubblica della comunità in oggetto e non riguarda lingue indigene o minori, bensì lingue nazionali e, nel caso italiano, una lingua di tradizione millenaria, parlata da decine e decine di milioni di persone e con un bacino di utenza nel mondo di circa 200 milioni di unità.
Emblematico è il caso del Politecnico di Torino. Una Università, sottolineamolo subito, pubblica che quest’anno ha attivato diverse lauree triennali, ossia di primo livello, parzialmente o interamente in lingua inglese e ha deciso d’accompagnare questa politica con un’azione di discriminazione linguistica e d’ineguaglianza fiscale a danno dei cittadini che scelgono i corsi in lingua italiana: a pagina 4 della Guida allo studente si legge: “il Politecnico intende incentivare gli studenti italiani che sceglieranno di frequentare corsi della laurea triennale offerti parzialmente o totalmente in lingua inglese non prevedendo per essi il pagamento delle tasse per il primo anno”stiamo parlando, in media, di circa 1.500 euro per studente.
Risulta sbaragliato uno dei pilastri della democrazia, quello delle pari opportunità, avvalorando legalmente una divisione per caste linguistiche della società dove si è “ariani” per lingua madre inglese.
Tale negazione di pari opportunità e pari diritti tra gli eurocittadini si traduce, dal punto di vista economico, in enormi vantaggi e passaggi di risorse che noi, Paesi non anglofoni, concediamo a quelli di madrelingua inglese e che potremmo riassumere in sei punti:
1. si concede ai cittadini dei paesi anglofoni un mercato notevole in termini di materiale pedagogico, di corsi di lingua, di traduzione e interpretazione verso l’inglese, di competenza linguistica nella redazione e la revisione di testi. Di occupazione nel senso eccetera;
2. i madrelingua inglese non devono mai investire tempo o danaro per tradurre i messaggi che trasmettono o desiderano comprendere;
3. i madrelingua inglese non hanno un reale bisogno d’imparare altre lingue e ciò si traduce, per i paesi anglofoni, in un risparmio enorme, a cominciare dalle spese d’istruzione;
4. tutte le risorse finanziarie e temporali che non vengono dedicate all’apprendimento delle lingue straniere, possono essere investite nello sviluppo, nella ricerca e nell’insegnamento/apprendimento di altre discipline;
5. anche se i non-anglofoni compiono un considerevole sforzo per imparare l’inglese, non riescono mai, salvo eccezioni, ad avere un grado tale di padronanza che possa loro garantire l’uguaglianza di fronte ai madrelingua: a) uguaglianza nella comprensione, b) uguaglianza nei casi di presa di parola in un dibattito pubblico, c) uguaglianza nelle negoziazioni e nei conflitti.
6. A ciò va aggiunta la discriminazione tra cittadini europei anglofoni dalla nascita e non nelle assunzioni. Infatti sono centinaia e centinaia gli annunci economici che, a livello europeo, offrono lavoro con il requisito English mother tongue (di madre lingua inglese) o English native speakers (di lingua inglese dalla nascita). Con la conseguenza che cittadini europei pur con un’ottima conoscenza dell’inglese vengono comunque discriminati e non vengono assunti. Ciò accade persino, in barba ai Trattati europei, da parte di organismi europei finanziati, in tutto o in parte dalla Commissione, e/o imprese private che hanno rapporti di lavoro con la stessa.
Insomma siamo in presenza di una politica “anglobàna” distruttiva dei diritti linguistici e delle pari opportunità tra i cittadini europei il cui centro motore può senz’altro essere considerato la Commissione europea la cui discrasia tra affermazioni di principio sul multilinguismo e pratiche politiche opposte tese a favorire il monopolio linguistico anglofono è sotto gli occhi d’ognuno.
Descrivo alcuni emblematici episodi: il primo della Divisione difesa consumatori che nel 2004 così scriveva a tutti gli uffici europei nazionali:
«Al fine di evitare ritardi mediante la traduzione delle notifiche e in preparazione dell’allargamento del sistema con 10 nuovi Stati Membri e 20, probabilmente 21 nuove lingue, gli Stati Membri sono pregati di notificare il più possibile in lingua inglese. Al fine di mettere in grado la Commissione d’inoltrare correttamente queste notifiche nel sistema, si prega gentilmente il personale di riferimento d’aggiungere una traduzione in inglese della notifica nel caso in cui la notifica fosse spedita in un’altra lingua. La Commissione comprende che ciò richiede agli Stati Membri di predisporre le necessarie sistemazioni e quindi chiede loro di approntare i preparativi al fine di adempiere a tale richiesta entro il 1 Maggio 2004».
Il secondo della costituzione da parte della Commissione di un gruppo di alto livello sul multilinguismo che, benché presentato come composto da “membri politicamente indipendenti ed estranei a interessi particolari di tipo nazionale o linguistico” nella quasi totalità parla inglese e, per chi avesse voglia d’andare a vedere le pagine web dell’unico componente italofono, Rita Franceschini, noterà subito che il suo curriculum, è disponibile oltre che in tedesco solo in lingua inglese.
Il terzo, recentissimo, con la costituzione di un altro “Gruppo di intellettuali per il dialogo interculturale” presieduto dallo scrittore Amin Maalouf che nel rapporto finale “Una sfida salutare. Come la molteplicità delle lingue potrebbe rafforzare l’europa” da per acquisito che ci sia l’inglese come lingua si comunicazione internazionale e azzera qualsiasi status di lingua ufficiale dell’Unione inserendo il concetto di “lingua adottiva”, una lingua qualsivoglia che, nei fatti, porterà in Europa al definitivo sbaragliamento di qualsiasi concorrente linguistico all’inglese.

A tali politiche neocoloniali e autocolonizzanti se si risponde attraverso politiche linguistiche innovative improntate a valori di pari opportunità, democrazia, rispetto e garanzia delle diversità, è possibile recuperare non solo una propria stima linguistica ma, ancor più importante, costruire un’auto-rivalutazione funzionale ad un progresso comune, non solo culturale ma anche economico e politico in senso federale dell’Unione europea.
Guy Heraud, tra i massimi esperti di federalismo europeo, nella sua relazione al 36° Congresso del Partito radicale, spiegò come, per quanto concernesse gli Stati Uniti d’Europa, fosse di gran lunga più opportuno perseguirli attraverso il federalismo linguistico che non attraverso la classica concezione del federalismo tra Stati i quali, in Europa, sono entità politiche alquanto eterogenee dal punto di vista della lingua e della cultura.
In un Federalismo linguistico il ruolo di lingua federale, veniva assegnato anche da Heraud, alla Lingua Internazionale (comunemente detta Esperanto) in forza della sua neutralità. “Infatti – continuava l’Emerito Professore di Diritto – se tutti gli europei adottano come seconda lingua comune una lingua come l’inglese, si pongono ipso facto in una situazione di semi-colonizzazione linguistica e culturale. Quando un popolo intero addotta la stessa lingua straniera, ha già fatto la metà del cammino verso l’imbastardimento e l’assimilazione.”
La Lingua Internazionale (questo il vero nome di ciò che comunemente conosciamo come Esperanto) in qualità di lingua non etnica, invece, da vita al federalismo linguistico, inaugurando un livello, quello federale appunto, che si situa su un piano diverso alle lingue etniche permettendone però, sussidiariamente, la vita, senza scontri finali nei quali necessariamente devono esservi vincitori e vinti, lingue che vivono e altre che muoiono. Ma il potere salvifico per le nostre lingue l’Esperanto lo esercita non solo per la sua non etnicità, per la sua equità, bensì anche in virtù della sua semplicità e, quindi, facilità di apprendimento.
L’inglese rispetto all’esperanto, per quanto riguarda i tempi di apprendimento, ne esce malissimo, perché i rapporti sono di 20 a 1: ossia, se gli esperti indicano in oltre 10.000 ore il tempo medio d’apprendimento dell’inglese per l’esperanto ce ne vogliono 500 per saperlo benissimo.
Questo della facilità d’apprendimento non è un dato trascurabile per la cittadinanza europea perché ciò non solo ne consente un pieno apprendimento nella scuola dell’obbligo a tutti i cittadini senza alcuna distinzione di ceto e capacità linguistiche ma, soprattutto, è essenziale per poter lasciare tutto il posto per uno studio libero e liberato delle lingue straniere. E dico liberato, poiché non ci sarà più bisogno di fare una scala di lingue imponendone o imponendosene la scelta in base alla potenza dei popoli che la parlano bensì, finalmente, la scelta potrà farsi in base alla volontà di conoscere più a fondo usi e costumi di quel popolo piuttosto di un’altro.
Questa è la differenza abissale tra il sistema linguistico federalista e quello multilinguista tanto caro alla Commisione europea e non solo: il primo garantisce le pari opportunità tra i cittadini appartenenti a tutti i ceppi linguistici europei il secondo proprio perché obbliga a fare una scelta di merito in termini di vantaggi maggiori o minori agevola l’inglese e solo l’inglese.
Ma dirò di più. Qui ormai il rischio è che nei paesi non anglofoni gli unici insegnanti a vedersi garantita la piena occupazione saranno gl’insegnati anglofoni e non quelli italiani.
Per comprenderlo basta interrogarsi su come sta andando il processo dell’insegnamento della lingua straniera in Italia: Siamo partiti con la lingua straniera a cominciare dalle scuole medie, ci si è accorti che alla fine del liceo il francese gl’italiani lo sapevano ma l’inglese no, allora abbiamo messo la lingua straniera a partire dalla terza elementare ma anche così l’inglese gli studenti non riuscivano ad impararlo.
Allora l’abbiamo messa fin dalla prima elementare ed, obbligatoriamente, l’inglese e solo inglese, ma pare che anche così l’inglese gli italiani non l’apprendano, si stanno quindi già sperimentando forme d’apprendimento dell’inglese alle materne.
Non solo, ci si sta rendendo conto che gl’insegnanti di lingua madre inglese sarebbero meglio, ma anche questo pare non basterà e c’è già qualcuno che ritiene sia necessario insegnare alcune materie in inglese, ad esempio matematica, filosofia, economia e, ovviamente, da matematici, filosofi ed economisti lingua madre inglese… ma a ciò si è già arrivati quest’anno a Torino con interi Corsi di laurea in lingua inglese e il cui Rettore, da noi intervistato, ci ha detto che c’è un impegno secondo il quale presto il 30% dei docenti sarà madrelingua inglese.
In Italia il tentativo dell’iniqua, e sostanzialmente fascista, soluzione anglofona imposta dal Regime, dopo 50anni, è chiaro costituire non la soluzione bensì IL problema: un problema di discriminazione ed imposizione, di marginalizzazione e progressiva scomparsa di tutte le lingue diverse dall’inglese, di lavoro sempre più solamente per i madrelingua inglese: nuova casta mondiale del XXI secolo.
L’Esperanto non ha e non ha bisogno d’insegnati lingua madre è una sorta di lingua pubblica internazionale, di lingua di comunicazione sociale. Di essa Umberto Eco ebbe a dire …Mi sono studiato la grammatica dell’Esperanto e la sua storia; sono stato affascinato dal personaggio di Zamenhof. Mi sono accorto che l’esperanto è un capolavoro.”
Oggi ci vuole oltre 1 dollaro e mezzo per fare 1 Euro, una moneta che fino a soli sei anni fa non esisteva nemmeno a dimostrare che quando si vara qualcosa d’innovativo e anzitutto non iniquo il mondo ascolta e premia.
Dopo la moneta europea gli europei, se non vogliono condannarsi alla marginalizzazione economica e politica, devono farsi artefici di una nuova rivoluzione, stavolta negli interessi anche di tutti i popoli del mondo, quella della lingua federale. Questa è la via per far nascere quella macroeconomia continentale senza la quale essi sono destinati a perdere nel processo di globalizzazione in atto. Questa è la via per tornare ad essere produttori e innovatori nella cultura, nelle arti, nelle scienze e non esserne sostanzialmente solo consumatori. Questa è la via per una Europa locomotiva e non vagone della globalizzazione. Questa la missione delle nuove generazioni.
Dopo il positivo ma disatteso Rapporto di 44 pagine sull’esperanto del Ministero della Pubblica istruzione di 13 anni fa, oggi la proposta di una lingua federale europea, quantomeno di un multilinguismo democratico che consideri la scelta dell’esperanto, trova nell’iniziativa del sistema elimina code di tutti uffici italiani delle Agenzie delle Entrate un concreto strumento attivo per coloro che si battono per la democrazia linguistica europea infatti, da quasi due mesi, nelle centinaia di uffici delle Agenzia delle Entrate di tutta Italia l’Esperanto figura tra le lingue di sistema e, la stessa ditta vincitrice dell’appalto ne sta curando l’inserimento a breve in tutti gli sportelli bancomat.
La mia, nostra, speranza è che dopo aver per primi cominciato a tenere pubbliche manifestazioni d’indipendenza dalla lingua inglese, presto si arrivino a tenere le prime manifestazioni di risorgimento europeo e per il federalismo linguistico: in tempo perché ai nativi europei non venga riservata la stessa sorte del genocidio linguistico-culturale assicurata dagli anglofoni ai nativi americani. 

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