Diario

Prodi contro il TAR, anche perché difende lo studio in italiano.

Romano Prodi
Romano Prodi

Oggi leggendo Prodi, su Il Mattino, si rimane quantomeno perplessi di fronte a questo duro attacco ai Tribunali Amministrativi Regionali. Si proprio a quelli più vicini alla gente, alla democrazia, i più veloci ed efficienti, alla fin fine.

Come Radicali siamo ben consapevoli dell’informazione di regime che domina la società italiana e, tuttavia, stupisce che perfino Romano Prodi ne sia vittima.
Il suo testo polemico contro i numerosi ricorsi al Tar – via facile, secondo lui, – per arrestare ogni segno di progresso (sic!)- indica fra i perniciosi ricorsi anche quello, vinto, dai 100 professori del Politecnico di Milano contro la delibera del Senato accademico dello stesso Politecnico attraverso la quale si era stabilita, a decorrere dell’anno 2014, l’attivazione “esclusivamente in inglese” delle lauree magistrali e dei dottorati di ricerca.
Peraltro che la colonizzazione inglese dei nostri atenei possa chiamarsi progresso equivale a sostenere che è meglio suicidarsi perché così andiamo prima nel regno dei cieli. Certamente Gandhi, che affermava quanto l’inglese insegnato a milioni di cittadini equivalesse a schiavizzarli, aveva idee diverse in proposito e io come lui.
Ora, ricordando che alcuni ricorsi come quelli contro norme della legge sulla “fecondazione assistita” hanno permesso di arginare gli aspetti più negativi di quella legge, nel caso del Politecnico l’attenzione va posta sull’avverbio che il professor Prodi sembra ignorare: “esclusivamente”.
Non si tratta cioè di impedire l’insegnamento di alcuni corsi in inglese, ma di scegliere l’esilio della lingua italiana da una universita della Repubblica italiana a favore dell’obbligatorio ed esclusivo insegnamento in lingua inglese.
Si tratta, insomma, di resa incondizionata della millennaria cultura italiana alla colonizzazione inglese.
Ed è paradossale che questa scelta avvenga quando paesi europei che già l’avevano adottata, come la Germania, stanno ritornando sui propri passi e quando la lingua italiana, resistendo alla distruzione attuata in patria dalla gran parte della classe politica, accademica, intellettuale, continua ad essere la quarta lingua più studiata al mondo dalle élites.
La follia sfascista si è oramai impadronita di certa classe dirigente, peggiore di quella fascista, che ritiene che in Italia gli italiani non debbano più vendere l’italiano che hanno, bensì l’inglese.
Con la Bonino preferiamo pensare che “l’Italia è una grande potenza culturale inconsapevole. La nostra lingua e cultura costituiscono un forte strumento di attrazione, dialogo e diplomazia culturale. Se saremo capaci di sinergia potremo farne un vero perno di diplomazia della crescita.”

Nota di Giorgio Pagano, Segretario dell’Associazione Radicale Esperanto.

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