Diario

Giornata della memoria: l’ERA ricorda Zamenhof, ebreo creatore dell’Esperanto.

Nella giornata della memoria, di questo 27 gennaio 2014, l’ERA vuole ricordare tutti gli esperantici perseguitati non solo perché ebrei ma, anche, solo perché esperantici e le cui persecuzioni sotto Hitler sono state mirabilmente narrate da Ulrich Lins nel suo libro “la Lingua Pericolosa” ma, ancor più, vuole farlo ricordando colui che, ebreo, fu anche il creatore della Lingua Internazionale, il Dottor Esperanto.

Ludovico Zamenhof, ebreo polacco, lo vogliamo ricordare citando le sue stesse parole, da ebreo, fiero di essere ebreo, con le quali afferma che la diversità e l’odio che venivano corrisposte alla sua gente sono state le motivazioni per il lavoro della sua vita: la Lingua Internazionale.
Lo vogliamo fare iniziando dalle parole che Zamenhof usa per spiegare come gli è balenata l’idea della sua vita, e raccontando come “
L’idea alla cui realizzazione ho dedicato tutta la mia vita mi è venuta – è ridicolo dirlo – nella mia prima infanzia e da allora non mi ha mai più abbandonato; ho vissuto con lei e non posso nemmeno immaginare me senza di lei.”

E ancora: Sono nato a Bjałystok, governatorato di Grodno. Questo mio luogo di nascita e dei miei anni infantili ha orientato tutti i miei scopi successivi. A Bjałystok la popolazione consiste di quattro elementi diversi: russi, polacchi, tedeschi ed ebrei; ognuno di questi elementi parla una lingua diversa e ha rapporti poco amichevoli con gli altri. In una tale città più che altrove uno spirito sensibile sente il tragico peso della diversità delle lingue e si convince ad ogni passo che questa diversità è l’unica causa, o almeno la principale, che divide la famiglia umana e la frammenta in parti tra loro nemiche. Mi hanno educato come un idealista; mi hanno insegnato che tutti gli uomini sono fratelli, e intanto, sulla strada e nei cortili tutto ad ogni passo mi fa sentire che non esistono gli uomini: esistono solo russi, polacchi, tedeschi, ebrei, ecc. Ciò ha sempre tormentato il mio animo di fanciullo, benché molti forse sorriderebbero di questo “dolore del mondo” in un fanciullo. Poiché allora mi pareva che gli “adulti”avessero una forza onnipotente, ripetevo a me stesso che, quando fossi stato grande, avrei assolutamente eliminato questa sciagura.”

Una parte certamente importante, in questa giornata commemorativa, è proprio quella in cui Zamenhof spiega il rapporto tra il suo essere ebreo e la lingua universale, e scrive: “Sono ebreo e tutti i miei ideali, la loro nascita, maturazione e ostinazione, tutta la storia delle mie continue battaglie interne ed esterne – tutto ciò è indissolubilmente legato a questo mio essere ebreo. Non nascondo mai il mio essere ebreo e tutti gli esperantisti lo sanno; e io con fierezza mi ascrivo a questo popolo così antico, che così tanto ha sofferto e combattuto, la cui intera missione storica consiste, secondo me, nell’unire le nazioni nella tendenza verso “un solo dio”, cioè una sola serie di ideali per tutta l’umanità. Ma oggi in un tempo di sciovinismi nazionali e di un antisemitismo molto diffuso, fare del mio essere ebreo un tema per un discorso pubblico sarebbe inopportuno [……] e parlare in dettaglio della mia vita e della storia delle mie idee senza una ripetizione continua del mio essere ebreo sarebbe quasi impossibile.
Se non fossi un ebreo del ghetto l’idea di unire l’umanità o non mi sarebbe neanche venuta in mente, o comunque non mi avrebbe posseduto così ostinatamente durante tutta la mia vita – scrive imparreggiabilmente il medico polacco – L’infelicità della divisione tra gli uomini nessuno la può sentire così forte quanto un ebreo del ghetto. La necessità di una lingua non nazionale e su un piede di parità tra gli uomini nessuno la può sentire così tanto quanto un ebreo, che è obbligato a pregare dio in una lingua morta da tanto tempo, che riceve la sua educazione e la sua istruzione nella lingua di un popolo che lo respinge, che ha compagni di sofferenza in tutto il mondo e non si può capire con loro. [……] il mio essere ebreo è stato il motivo principale per cui io fin dalla più tenera infanzia mi sono dedicato tutto ad una sola idea e a un solo sogno – al sogno dell’unione dell’umanità.”

Infine vogliamo citare Zamenhof  nella parte che dedica al russo e che, oggi, potremmo ri-contestualizzare in diversi altri contesti geografici: “Quando ero bambino – scrive il Dott. Esperanto – ho amato molto appassionatamente la lingua russa e tutto lo stato russo; ma presto mi sono convinto che il mio amore veniva ripagato con l’odio, e che chiamano se stessi padroni di questa lingua e di questo stato persone che vedono in me soltanto uno straniero senza diritti (per quanto io e i miei avi e i miei antenati siano nati e abbiano lavorato in questo paese), e che tutti odiano, disprezzano e schiacciano i miei fratelli; ho visto che anche tutte le altre razze che abitano nella mia città tutte si odiano e si perseguitano [……] e io ho sofferto molto di tutto ciò, e ho cominciato a sognare quel tempo felice quando spariranno tutti gli odi tra le nazioni, quando esisterà una lingua e un paese che appartengano a pieno diritto a tutti coloro che ci abitano o che la usano, quando gli uomini si capiranno e si ameranno l’un l’altro.”

Ecco, in questa Giornata, chiamare alla Memoria degli uomini anche l’ebreo Zamenhof e la sua, nostra, Lingua Internazionale insieme all’afflato nonviolento e di pace che s’espande nei cuori e nelle menti liberate dall’oppressione linguistica perpetrata da alcuni popoli, è importante.

E’ importante perché, con la nascita e la prepotente affermazione delle “armi di convinzione di massa” – i media -, la volontà di dominio degli altri, dell’asservimento, il genocidio dell’altro, ha spostato l’obiettivo del dominio dai corpi alle menti. Non più sterminio di corpi ma schiavitù delle menti. Gli stessi diversi Paesi, le case di ciascuno, come campo di concentramento dove, anziché propaganda dagli altoparlanti dei campi, si spandono le immagini e le voci e i volti del’Impero della Mente.
Non più occupazione di territori e dominio dei mari ma dominazione finale delle lingue. Certo è diverso colpire i corpi dal colpire le menti e nessun paragone può essere fatto ma, le “menti morte” sono sicuro possa suonare come una incredile suggestione per un nuovo Nikolaj Gogol che volessse raccontare i misfatti operati da un nuovo imprinting sociale che passa attraverso i media.
Oggi, sempre di più, siamo tutti ebrei qui in Europa e, insieme, siamo chiamati a resistere al nuovo Impero, quello che Churchill ad Harvard nel 1943 teorizzò come The Empire of the Mind, il cui obiettivo è imporre al mondo la lingua inglese. Il motivo del genocidio linguistico culturale degli altri popoli sta nel fatto che “offre – dice Churchill – guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento“. 
Quale preveggenza in Gandhi, il Padre della Nonviolenza e dell’indipendenza indiana dall’asservimento britannico che, ben 35 anni prima aveva sentenziato “Far imparare l’inglese a milioni di persone equivale a schiavizzarli”.

Quando implorammo la Chiesa, scrivendo al Papa Polacco per la Pasqua del 1994, di formulare per la prima volta gli auguri e impartire la benedizione Urbi et Orbi in Esperanto lo facemmo nella consapevolezza che quel patrimonio universalista, di nonviolenza, pace e fratellanza, dovesse essere condiviso dai cattolici. Il connazionale di Zamenhof, Karol Wojtyla, aderì subito alla nostra prima e unica richiesta e, in Piazza San Pietro, echeggiarono per la prima volta le parole “Feliĉan Paskon en Kristo resurektinta“.
Oggi i sacerdoti, nel senso dei combattenti, dei cavalieri dei diritti umani, della libertà e della giustizia linguistica, hanno il dovere non solo di denunciare e noncollaborare all’anglofono dominio delle menti ma, nel contempo, portare la lingua di tutti e ciascuno ai popoli d’Europa e della terra, liberare le loro lingue madri dal giogo anglofono e farli sentire tutti a casa, tutti fratelli e sorelle della stessa razza umana. Che si affermi, dunque, ovunque, la Giustizia linguistica. In ricordo dei quel ch’è accaduto, nella constatazione di quel che sta accadendo.

Dichiarazione di Giorgio Pagano
in occasione della Giornata della Memoria 2014

 

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