Diario

Il mio ricordo di Edoardo esperantista, nel 30ennale della morte.

Giorgio Pagano: Il mio ricordo di Edoardo esperantista, nel 30ennale della morte.

Pochi sanno che Edoardo De Filippo, ma lui si firmava “di Filippo”, era esperantista.
Io lo avevo sempre intuito, trapelava dal suo teatro e glielo scrissi e, Lui, mi rispose da Montalcino il 12 luglio del 1983 che, anche se aveva appena iniziato una traduzione che lo teneva molto occupato, sì, «vorrei davvero scrivere un qualcosa su l’esperanto».

Mi chiese di ricordarglielo, a settembre, mandadogli semplicemente un biglietto a casa, allora abitava in Via Aquileia a Roma, cosa che feci. Purtroppo, passate anche le festività  e iniziato il nuovo anno, non aveva ancora trovato il tempo ma, forse anche un po’ per scusarsi di persona, mi chiese di incontrarci per fare due chiacchiere e, visto che lui doveva andare al Sistina, avremmo potuto vederci al Bar all’angolo su Piazza Barberini.

Ci vedemmo, parlammo qualche minuto e, prima di andarsene, mi diede in mano una busta spiegandomi che, anche se ancora non aveva trovato il tempo di scrivere sull’esperanto, intanto qualche riga augurale per noi esperantisti aveva trovato il modo di buttarla giù. Mi emozionò molto quel “per noi esperantisti” e, con rammarico, ne piansi la morte fisica di lì a qualche mese pensando a cosa avrebbe potuto scrivere sull’Esperanto l’uomo di “Natale in casa Cupiello”.

Con cura, però, tengo quella sua foto affettuosa «con l’augurio che l’Esperanto, simbolo di pace e fratellanza tra i Popoli, possa affermarsi al più presto come lingua Europea».
La penso tra le sue mani, al momento in cui la penna c’incide quelle frasi e, già questo, allieva un po’ il dolore per un’odierna Italia in cui la classe politica, intellettuale e confindustriale si sta spendendo, e sta spendendo, per distruggere la grande lingua italiana con tutti i suoi grandi affluenti, come il napoletano; immolando secoli di cultura eccellente allo straniero e alla sua lingua inglese, incapaci, tutte, di ri-novare quelle altezze e, perciò stesso falliti e fallimentari.

 

 

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