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L’Esperanto come scelta federalista

Lotta Federalista N. 1-4, Gennaio-Dicembre 1981

L’ESPERANTO COME SCELTA FEDERALISTA

Colui che non vuole prepararsi, per­ché questo interromperebbe il suo piacere, si vedrà ben presto togliere questo stesso piacere per conservare il quale non voleva prepararsi.
Tucidide

Mentre sto scrivendo, in Europa, il dollaro sta creando profonde crepe nello SME oltrepassando in Italia le 1200 lire, un aumento rispetto ad ap­pena due anni fa, spaventoso, oltre il 50%. L’Europa sembra completamente bloccata, perfettamente a suo agio nel­l’anno dell’handicappato.

In tali frangenti capisco sempre di più l’importanza di un rilancio del­l’Europa attraverso una politica inter­na ed estera totalmente nuova, dove il motore trainante non sia più quello degli espedienti e degli accordi tecnici, per quanto importanti, ma quello della cultura, là dove la parola cultura più somiglia alla parola Civiltà. Ciò che auspico nel più breve tempo pos­sibile è una rifondazione, un ri-Sorgi­mento europeo su base principalmente culturale, criticando sia la civiltà tec­nica occidentale (USA) che quella ideo­logica orientale (URSS).

In tale prospettiva credo rivesti un certo interesse la mozione della GFE romana sul problema dell’eurolingua, la cui giusta soluzione credo costi­tuirà da una parte la fine della crisi della civiltà europea e dall’altra porrà le basi di quella ri-fondazione, di quel ri-Sorgimento Europeo di cui intuisco.

Bisogna prendere posizione per un indirizzo del processo di unificazione che non chiuda le porte ai popoli del­l’Europa orientale, e che sappia svi­luppare nel suo seno un rinnovamento della democrazia tale da far cadere le dittature europee… (1) In questa vec­chia proposizione di Albertini forse c’è tutto lo spirito seguito dalla GFE a proposito della sua risoluzione finale in aiuto dell’esperanto, che ritengo dovrebbe essere sottoscritta da tutte le forze veramente europeiste; infatti se si dovesse affermare come lingua ufficiale europea l’inglese, l’Europa non apparirà ancora una volta caudataria degli USA? Bloccando così in secula seculorum la possibile unione con l’al­tra sua meta orientale? Tra l’altro vo­glio qui ricordare che proprio nel paese dell’Est più travagliato in questo mo­mento, la Polonia, gli studenti hanno chiesto l’abolizione dell’obbligatorietà del russo nelle loro scuole (anche Za­menhof era polacco).

I poteri che devono essere dati al Parlamento europeo devono ora essere costituenti, bene, io sono sicuro che ciò sarà molto improbabile senza la pressione di una forza popolare eu­ropea; ma è impossibile che ci sia tale forza popolare se non esiste un popolo con coscienza e sentimenti «eu­ropei», e non esiste un tale popolo in quanto finora non gli si è dato un solo elemento potente in cui ricono­scersi come tale. Persino la bandiera con quelle stelle in campo azzurro non appartiene all’Europa ma e di stampo americano, mentre noi avremmo quel­la stupenda bandiera con la E verde che su campo bianco delinea una U ­Europa Unita appunto, Eŭropa Unuiĝo in esperanto – che, non solo è d’un eccezionale valore simbolico e grafico, ma costituirebbe anche la prima ban­diera «linguistica» del mondo.

Bene! Anche ora, non volendo pren­dere posizione, si vuol fare in modo che alla fine anche la lingua sia la stessa degli Stati Uniti. Ma l’inglese, cosa c’entra con l’Europa? La Gran Bretagna è una parte dell’Europa, né la più grande, né tantomeno con le maggiori tradizioni di cultura (ad esem­pio una sola città come Roma è stata capitale di due civiltà: quella romana e quella cristiana poi, quasi 3.000 anni di storia da protagonista).

Mi si dice poi degli altri paesi che hanno adottato come seconda lingua l’inglese: come seconda, appunto! Guardate l’esempio dell’India che subito dopo la sua indipendenza ha sostituito all’inglese, come sua lingua ufficiale, l’hindi.

In ogni caso: l’adozione dell’inglese come seconda lingua ufficiale, nasce dal fatto che gli USA costituiscono la più grande e potente organizzazione commerciale del mondo; così come nel periodo di egemonia della Francia, (anche) non meno di 20 anni fa, tutti da noi a scuola hanno studiato il francese (da qui nasce la stupida teo­ria del bilinguismo), cosi come nel pe­riodo della rivoluzione culturale cinese io incontravo numerosissime persone che stavano imparando il cinese.

Ed è importante chiarire che esso costituirebbe, non solo una «forma d’imperialismo linguistico», come af­ferma semplicisticamente l’On. Patter­son nell’unico documento ufficiale del Parlamento europeo sulla questione linguistica, del 18 luglio 1980; ma ov­viamente anche un elemento d’incre­dibile discriminazione sociale, con ef­fetti economici, inflazionistici e di per­dita d’identità spaventosi. Infatti, lo sviluppo dei termini del linguaggio (quindi della vita) sarebbe completa­mente in mano di coloro che lo usano fin prima della nascita, mentre in Eu­ropa noi dovremmo prima distruggere le nostre lingue, cosa che comporte­rebbe circa un secolo ancora di dipen­denza creativa, solo che insieme ad esse avremo anche distrutto le nostre tradizioni e la nostra identità senza averle potute usare con un minimo di potenza.

Per capire meglio ciò Basta pen­sare al fatto che oggi quasi 1’80% della musica che ci viene trasmessa è an­gloamericana, e invece la percentuale di coloro che la ascoltano capendone i testi è bassissima (anche perché non si è angloamericani), essi vivono quei testi non come linguaggio, ma come suoni, cosi mentre l’America va avanti creativamente col suo linguaggio, gli altri sono costretti o ad imparare l’inglese, capendo almeno ciò che dicono, o considerarsi «animali» e percepire solo suoni e ritmi in totale passività.

* * *

Il linguaggio inteso nella sua vera essenza… non è un’opera (ergon), ma un’attività (energeia) (2).

Noi dobbiamo impiegare le energie creative e di vita di Tutti coloro che entrano nell’Europa, cosa che l’inglese non permetterebbe affatto, anzi ci farebbe ancor maggiormente oggetto americano.

L’esperanto invece, oltre a rappresentare anche simbolicamente quell’Unita nella diversità tipica dell’Europa, si presta ottimamente alla re-immissione creativa, alla ri-nascita delle culture dei singoli Paesi europei, apportando incredibili energie a quell’Europa finalmente, veramente Una: nuovi sensi e parole nasceranno all’esperanto, Eurolingua.

Quindi l’artificialità che si rimprovera all’esperanto, non solo è assolutamente positiva, ma è addirittura il mezzo necessario che ci consentirà di preservare e soprattutto continuare le nostre nature culturali, senza doverle sacrificare in favore di una sola parte, che tra l’altro alla stragrande maggioranza degli europei non appartiene.

Un incredibile esempio di «simile», artificiale ci è fornito dalla antica lingua sacra inda, il sanscrito: samskrta(m) – la cui trascrizione «sanscrutan» rendeva meglio la pronuncia – significherebbe «artificiale» senza il valore peggiorativo che si attribuisce a questa parola… si costituisce il sanscrito, cioè la lingua «ben rifinita», «perfezionata» o «consacrata» lingua tanto lontana da pracriti o «parlate naturali» quanto questi ultimi dai gridi degli animali (3).

Rispetto alla costruzione intellettuale voglio anche ricordare l’autorevole Noam Chomsky che insieme ai suoi collaboratori, sulla base di ampi studi linguistici, è giunto alla conclusione che determinate strutture fondamentali della lingua e del pensiero siano comuni nella stessa forma e innate in tutte le culture umane. La loro idea è che queste prestazioni universalmente umane e caratteristiche della nostra specie non sono sorte sotto la pressione selettiva esercitata dalla necessità di intendersi, ma sotto quella del pensiero logico.

Ma anche Gerhar Hőpp nel suo libro “Evolution der Sprache and Vernunft”: «II linguaggio non è soltanto un mezzo per comunicare, bensì una componente costitutiva della ragione stessa».

Insomma, non ci si devono confon­dere le idee: l’EuroNATO non vuol dire che finalmente e veramente nata l’Europa; quindi io propongo, e trovo giusto, che solo l’esperanto sia la lin­gua ufficiale europea e che oggi (ma­gari domani sarà il cinese o l’arabo o…) la seconda lingua ufficiale sia, come in altri paesi l’inglese.

Sì. In effetti l’ultimo grandioso av­venimento sulla terra è stato la rivo­luzione culturale cinese e io sono si­curo che un avvenimento ancor più difficile e straordinario, quale l’Unita Europea, non possa che partire dalla rivoluzione linguistica europea.

Giorgio Pagano

 

NOTE

1) «La Gran Bretagna e le dimen­sioni dell’Europa», questo il titolo del­l’articolo di Mario Albertini pubbli­cato nel numero gennaio-febbraio di “Federalismo europeo” e raccolto in «Trent’anni di vita del movimento fe­deralista europeo» F. Angeli editore.

2) Dal trattato di Wilhelm von Hum­boldt «Uber die Verschiedenheit des menschlichen Sprachbaues» (1827).

3) R. Daumal “I poteri della parola” Adelphi.

 

La Mozione della G.F.E.

La G.F.E. di Roma, in conside­razione della risoluzione del pro­blema linguistico europeo (ve­dasi parere Patterson al Parla­mento Europeo del 18 luglio 1980), ha analizzato tutta la bi­bliografia disponibile su tale pro­blema. Osserva, però, che tale problematica non è stata affatto analizzata in tutta la sua com­plessità, rispetto alla quale, forse, la componente linguistica in sé e la meno importante. Nessuno, ad esempio, ha studiato e si e pronunciato sui risvolti economi­ci (specie ora in epoca post­industriale), psicologi, politici (sia interni all’Europa e in par­ticolare all’Est che a livello mon­diale), culturali, sociali, come an­che sulla componente storica, della propria identità, di svilup­po, di rispetto degli ideali fede­ralisti e democratici, strategica-­temporale, connessi e/o derivan­ti dall’una o dall’altra scelta.

Ora, auspicando che tale gra­ve lacuna venga al più presto colmata in modo serio e meto­dico, la G.F.E. non può, che au­spicare scelte che vadano a costi­tuire veramente il bene dell’Eu­ropa intera; pertanto, laddove altre organizzazioni europeiste hanno già adottato come loro unica lingua ufficiale l’Esperan­to, la G.F.E. di Roma decide al­l’unanimità di allinearsi alla po­sizione della Chiesa Cattolica e dell’Ungheria, equiparando cioè l’Esperanto alle altre lingue na­zionali e che quindi esso possa e debba essere insegnato ed im­parato, sia nelle scuole italiane che nel resto d’Europa, senza discriminazione alcuna.

 

 

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