+ INGLESE = + POVERTÀ
+ ITALIANO = + RICCHEZZA

Conseguenze politiche, economiche e sociali delle 11 discriminazioni esercitate dall’Anglosfera:
DECOLONIZZARE PERCHÉ, ORA, COME.

Mai come negli ultimi decenni è cresciuto lo sforzo per nazionalizzare in inglese l’Italia a scapito degli italiani, della loro lingua e cultura. Risultato di questo colonialismo delle menti?

LA RICCHEZZA DEGLI ITALIANI SI È DIMEZZATA: da quarta potenza industriale nel 1991, oggi l’Italia è all’ottavo posto.

Senza sovranità e indipendenza linguistica e culturale l’Italia non potrà mai avere una indipendenza politica in quanto è l’asservimento agli Anglo che ha fatto dell’Italia una loro colonia:
pensare inglese equivale a pensare Biden piuttosto che van der Leyen o Boris Johnson. Emblematiche, da memorizzare, ciò che ha detto il più grande indipendentista e sovranista della storia moderna M. K. Gandhi:

  1. Dare a milioni di persone la conoscenza dell’inglese significa renderli schiavi.
  2. Ricevendo un’istruzione inglese, abbiamo ridotto la nazione in schiavitù.
  3. L’ipocrisia, la tirannia ecc. sono aumentate.
  4. Gli indiani che conoscono la lingua inglese non hanno esitato ad imbrogliare e a terrorizzare la gente.
  5. Siamo noi, gli indiani che conoscono l’inglese, ad aver ridotto l’India in schiavitù. La maledizione della nazione non ricadrà sugli inglesi, ma su di noi.
India, 1900, donna scalza che trasporta un inglese: in questa foto c’è tutto il colonialismo Anglosassone. Ecco sulle spalle di chi hanno costruito il loro impero gli Anglo. Oggi continuano a costruirlo sulle vostre teste: obbligandovi alla loro lingua. Persino illegale oltre che antidemocratica in Ue dopo la Brexit.
Per conseguire i più alti profitti alcune nazioni anglosassoni hanno posto in essere lo sfruttamento economico e commerciale di essere umani ( Transatlantic Slave Trade ) e/o l’occupazione di territori appartenenti ad altri popoli e il loro asservimento (il Colonialismo). Delle nazioni Anglo che maggiormente hanno “influenzato” altri Paesi, popoli e persone per accaparrarsene ricchezze e favori, sono proprio alcuni studiosi inglesi e americani che ci forniscono cifre e motivazioni:
  • Stuart Laycock in All the Countries We’ve Ever Invaded: “Dei 193 paesi che sono attualmente stati membri delle Nazioni Unite, i britannici hanno invaso, combattuto conflitti o esercitato un controllo nei territori di 171 di essi”, quasi l’89% dei Paesi del mondo;
  • Christopher Kelly in All the Countries the Americans Have Ever Invaded, “Gli Stati Uniti, dalla loro creazione, hanno invaso, combattuto conflitti o esercitato un controllo in 190 su 193 stati membri delle Nazioni Unite”, quasi il 99 % dei Paesi del pianeta.
  • Frances Stonor Saunders in Gli intellettuali e la CIA (I ed. 1996) ci descrive l’opera di colonizzazione culturale europea svolta attraverso il Congress for Cultural Freedom dagli USA tra il 1950 e il 1967, allorché la considera conclusa perché ormai «il soggetto opera nella direzione richiesta per motivi che ritiene essere propri».
    La Saunders fa un resoconto ampio e dettagliato della potente rete di finanziamenti di illustri esponenti e organi della cultura europea messa in piedi dalla CIA dopo la seconda guerra mondiale e spiega come nel Congress for Cultural Freedom confluirono l’OSS Office of Strategic Services (13 giugno 1942) addestrati dalla British Security Coordination (BSC), la Divisione per la Guerra Psicologica (Psychological Warfare Division), l’Ufficio servizi informativi militari (Office of War Information). La CIA non risparmiò né uomini né risorse finanziarie per colonizzare le menti europee: quel che riguarda la musica e la composizione musicale spiccarono il festival Capolavori del Ventesimo Secolo, tenuto a Parigi nel 1952, a cui furono invitati una infinità di musicisti e compositori, da Igor Stravinsky a Claude Debussy, i tour costosi e trionfali della Boston Symphony Orchestra nelle capitali europee, la Conferenza Internazionale della Musica del Ventesimo Secolo a Roma nell’aprile del 1954. L’avanguardia fu promossa, in collaborazione con il Museum of Modern Art di New York, anche nella pittura con una serie di mostre sull’espressionismo astratto americano – l’ arte della libera impresa, come la chiamava Nelson Rockefeller – che fecero diventare per un decennio i vari Pollock, Gorky, Motherwell le star delle gallerie europee.

Negli ultimi 90 anni quindi il colonialismo e le forme di asservimento si sono fatte più sofisticate ed aggressive tanto da prefigurare una nuova forma di genocidio, quello linguistico-culturale, nonché una nuova forma di schiavismo: quella delle menti e che non fa differenze di razza, religione o sesso ma di lingua.

Le stesse nazioni protagoniste di quanto denunciato dagli storici Laycock e Kelly, hanno compreso che, con molto meno rischio e impiego di risorse, si poteva ottenere un bottino ben maggiore attraverso la dominazione linguistica e culturale degli altri popoli. Sono soprattutto gli Stati Uniti, più che la Gran Bretagna, ad incentivare e strutturare a proprio vantaggio la globalizzazione neoliberista e finanziaria, non contando solo su fattori materiali quali le capacità militari e scientifiche, la produzione di beni e servizi, il dominio di internet, il controllo dei flussi energetici e monetari… bensì propagandando come “internazionalizzazione” ciò che in realtà è un processo di assimilazione. Insomma internazionalizzazione come nazionalizzazione linguistica inglese del resto del mondo.

Questo nuovo modo di concepire la colonizzazione consiste nella costruzione dei nuovi Imperi della Mente come li definisce Churchill – in dialogo con Roosevelt – il 6.09.1943 spiegandolo ad Harvard che: «Dominare la lingua di un popolo offre bottini di gran lunga superiori che non portargli via le terre o schiacciarli nello sfruttamento. Gli imperi del futuro sono gli Imperi della Mente»

La lingua inglese si pone così al centro di un sistema globale, nel quale svolge un ruolo simile ma ben più deleterio a quello del dollaro nel sistema monetario internazionale: così come il dollaro col duplice status di mezzo di pagamento e valuta di riserva internazionale consente agli USA di vivere con il contributo enorme del resto del pianeta, la detenzione del monopolio linguistico internazionale conferisce un’ulteriore formidabile rendita di posizione ed una discriminazione per tutti i popoli non anglofoni in quanto:

1. si concede ai cittadini dei paesi anglofoni un mercato notevole in termini di materiale pedagogico, di corsi di lingua, di traduzione e interpretazione verso l’inglese, di competenza linguistica nella redazione e la revisione di testi, eccetera;

2. i madrelingua inglese non devono mai investire tempo e/o danaro per tradurre i messaggi che trasmettono o desiderano comprendere;

3. i madrelingua inglese non hanno un reale bisogno d’imparare altre lingue e ciò si traduce, per i paesi anglofoni, in un risparmio enorme, a cominciare dalle spese d’istruzione. Tale gettito procurato annualmente al Regno Unito è stimato in circa 18 miliardi di Euro (Françoise Grin).

4. Per contro, i Paesi non anglofoni devono investire sempre più risorse economiche e umane nell’apprendimento dell’inglese. Solo nell’UE i costi della discriminazione linguistica per i 445 milioni di europei non lingua madre inglese sono stimate, per difetto, in 487.408.500.000,00 Euro l’anno (Áron Lukács) per essere, sempre e comunque, eterni secondi rispetto ad un anglofono dalla nascita. Considerato che la popolazione mondiale è di 7,7 miliardi di persone delle quali 380 milioni sono madre lingua inglese se le restanti 7.320.000.000 persone avessero un grado di sviluppo/benessere pari a quei cittadini europei, la cifra annuale stimata per apprendere l’inglese sarebbe di 8.015.400.000.000,00 di Euro!
4.1. Ma attenzione, perché il processo di colonizzazione linguistica inglese e di collaborazionismo di intere classi dirigenti asservite, eleva tale cifra a livelli ancora maggiori:
si pensi a corsi di laurea quando non ad intere università dove viene vietato studiare nella madre lingua e viene imposto l’inglese. In tal caso viene distrutta l’intera filiera dell’Alta formazione, dai libri alle case editrici. Un esempio italiano è quello del Politecnico di Milano dove dal 2013 è iniziata la distruzione del sapere in italiano per sostituirlo con quello inglese, ebbene tenendo conto dei 12.800 iscritti alle magistrali e che un corso di laurea tipo conta 26 esami distribuiti nel biennio, ipotizzando anche un solo libro di testo per esame e un costo medio di 25 euro, si ottiene una perdita economica per l’editoria in lingua italiana di circa € 8.320.000 all’anno. Ma ciò ha anche significato che il PoliMi dal 2014, in 8 anni accademici, ha laureato 32mila ingegneri, 7344 architetti, 4416 disegnatori industriali: inglesi e non italiani, sanno operare professionalmente solo pensando in inglese.

 5. Perdita di sovranità territoriale. Per comprenderne il senso bisogna rifarsi alla seconda motivazione delineata dal “piano” Churchill-Roosevelt. Spiega Churchill che colonizzando linguisticamente gli altri popoli in tal modo i cittadini inglesi e americani ovunque nel mondo si troveranno come a casa propria. Rifacendoci al precedente esempio del Politecnico di Milano è come se a Milano si insediasse una sorta di “Gibilterra meneghina” che disporrà dello spazio sconfinato del quale di fatto il Politecnico dispone sul suolo italiano, con una non trascurabile differenza: Gibilterra ha 27.000 abitanti, gli studenti del Politecnico sono in media 35.000 per ogni ciclo quinquennale. E se i 6,5 kmq di superficie coperta dall’enclave britannica in territorio spagnolo sembrano molti, si tenga conto che solo le sedi periferiche del Politecnico a Piacenza e Lecco occupano, rispettivamente 7.000 e 40.000 mq. Briciole rispetto agli enormi agglomerati di Bovisa, interi quartieri, o della sede centrale del PoliMi che si estende per l’intera zona metropolitana originaria della città degli studi.

6. tutte le risorse finanziarie e temporali che non vengono dedicate all’apprendimento delle lingue straniere, possono essere investite nello sviluppo, nella ricerca e nell’insegnamento/apprendimento di altre discipline. Ad esempio, gli Stati Uniti, con i 16 miliardi di dollari risparmiati sull’insegnamento delle lingue straniere, nel 2004 hanno finanziato 1/3 della loro ricerca pubblica;

 7. anche se i non-anglofoni compiono un considerevole sforzo per imparare l’inglese, non riescono mai, salvo eccezioni, ad avere un grado tale di padronanza che possa loro garantire l’uguaglianza di fronte ai madrelingua:
7.1. uguaglianza nella comprensione,
7.2. uguaglianza nei casi di presa di parola in un dibattito pubblico,
7.3. uguaglianza nelle negoziazioni e nei conflitti;

8. discriminazione tra cittadini anglofoni dalla nascita, e non, nelle assunzioni: sono innumerevoli gli annunci economici nei Paesi non anglofoni nei quali si offre lavoro solo a persone di madrelingua inglese (English mother tongue, English native speakers), con la conseguenza che dei cittadini pur con un’ottima conoscenza dell’inglese e magari superiori capacità professionali vengono discriminati e non vengono assunti.

9. In ogni caso, che ci piaccia o no, sono gli anglofoni di lingua madre a detenere il monopolio legittimo della correzione linguistica, tanto quanto lo Stato detiene il monopolio legittimo della forza, solo essi hanno il diritto di stabilire ciò che è corretto o scorretto nella loro lingua.

10. Esiste poi un ulteriore fenomeno discriminatorio interno ai Paesi non anglofoni derivante dal ceto di appartenenza e dalla capacità economica familiare: infatti, nei Paesi non anglofoni, sono sempre di più le famiglie che mandano i propri figli direttamente in scuole angloamericane parificate presenti nel loro Stato e, successivamente, direttamente in scuole ed università americane o inglesi.

11. Discriminazione dei diversamente abili linguistici: trattasi di tutte quelle persone che sono refrattarie all’apprendimento delle lingue straniere e, in modo particolare dell’inglese che, ad esempio, è particolarmente difficile perché ha migliaia di eccezioni e per apprenderlo bisogna in realtà apprendere due lingue, una scritta e l’altra parlata, fatto che complica la vita particolarmente a quei bambini che hanno qualche problema di dislessia.

Certo si rimane piuttosto amareggiati, increduli, scioccati, pensando alla completa cecità mentale degli europei e dei loro più politici, intellettuali ed artisti là dove Gandhi aveva scritto nero su bianco, in Hind Swaraj già nel 1909, gli effetti del colonialismo linguistico inglese:  “Dare a milioni di persone la conoscenza dell’inglese significa renderli schiavi. Ricevendo un’istruzione inglese, abbiamo ridotto la nazione in schiavitù. L’ipocrisia, la tirannia ecc. sono aumentate. Gli indiani che conoscono la lingua inglese non hanno esitato ad imbrogliare e a terrorizzare la gente. Siamo noi, gli indiani che conoscono l’inglese, ad aver ridotto l’India in schiavitù. La maledizione della nazione non ricadrà sugli inglesi, ma su di noi”. Gandhi, Hind Swaraj Cap. 18.

Dobbiamo quindi esercitare un epocale cambio di paradigma culturale:

  • da una parte ribellarci all’imperialismo linguistico inglese (che dopo la Brexit ci viene imposto da questa UE illegalmente in quanto lingua non rivendicata da alcun stato membro, cfr. Danuta Hübner, Presidente del Comitato per gli Affari Costituzionali del Parlamento europeo (AFCO), ha avvertito il 27 giugno 2016 che l’inglese non sarà una delle lingue ufficiali dell’Unione europea dopo che la Gran Bretagna lascerà l’UE <youtu.be/JqNC7YK0y1w> e lo stesso Presidente della Commissione europea Juncker al European Pillar of Social Rights il 23 gennaio 2017:«sono molto impressionato dal fatto che sì, l’inglese è una lingua in uscita dall’Unione europea» <youtu.be/5wvWFH0Pp7Q>) ed esaltare le lingue madri di ciascun popolo: a maggior ragione l’italiano che, con Dante, diviene fondamento di tutto l’umanesimo linguistico che pervaderà successivamente l’Europa;
  • dall’altra dare gambe, tutti insieme, ad un innovativo obiettivo per la libertà, la democrazia e i diritti umani nel mondo, condurre una battaglia nonviolenta di fondamentale e concreta importanza per lo sviluppo sostenibile, la pace, la biodiversità culturale sul pianeta: quella per il diritto alla lingua comune della specie umana (LIA – Lingua Internazionale Ausiliaria. Cfr. Umberto ECO La ricerca della lingua perfetta, 1993).
0:00
0:00