Intervista al Nobel Selten

INTERVISTA AL PREMIO NOBEL REINHARD SELTEN

Il prossimo 10 dicembre a Stoccolma verrà consegnato il Premio Nobel per le scienze economiche al matematico tedesco Reinhard Selten. Il Prof. Selten ha concesso un’intervista alla rivista "Esperanto", organo della Universala Esperanto Asocio. L’intervista verrà pubblicata nel numero di dicembre e apparirà successivamente, in traduzione italiana, anche in "l’esperanto", organo della Federazione Esperantista Italiana.

Ecco il testo dell’intervista.

Lei è almeno il quarto esperantista, nella storia, insignito del Premio Nobel. Sembra che gli esperantisti ricevano il premio Nobel relativamente spesso, in proporzione al loro numero. Forse la teoria dei giochi consiglierebbe di imparare l’esperanto per ricevere il premio Nobel?
RS – Imparare l’esperanto forse non serve per ottenere un premio Nobel, ma in generale sviluppa la vita intellettuale di una persona. L’esperanto, imparato in giovane età, da un grande vantaggio per impadronirsi di altre lingue.
La teoria dei giochi è una teoria matematica sul conflitto e la collaborazione, su situazioni nelle quali si può agire contemporaneamente, o gli uni contro gli altri oppure insieme gli uni con gli altri. Raccomandazioni dirette ne può dar poche; può solo fornirci una certa conoscenza di fondo. Tuttavia la teoria dei giochi da una migliore comprensione di situazioni complicate. Aiuta inoltre a capire più rapidamente nuove situazioni di tipo simile. E chi ha una migliore comprensione può agire meglio.
– Nel saggio Chu mi lernu Esperanton? (Debbo imparare l’esperanto?) (1982), che lei ha pubblicato con Johnatan Pool, lei ha dato una risposta incoraggiante alla domanda posta dal titolo, ma solamente nel quadro di un modello molto limitato, non abbastanza simile alla realtà.
RS: Pool ed io abbiamo generalizzato quel modello, sulle decisioni di imparare una lingua, a una lingua qualsiasi, non solo l’esperanto, in un articolo in inglese La distribuzione delle capacità in lingue straniere come equilibrio di gioco (1991). Se possedessimo sufficienti statistiche sui parlanti di diverse lingue, potremmo ulteriormente perfezionare il nostro modello. Questo dovrebbe considerare anche i diversi gradi di padronanza di una lingua, invece di calcolare solamente sulla base del dato "sapere" o "non sapere" una lingua. Ma è sempre mancato il tempo per tale perfezionamento.
Del resto, i modelli della teoria dei giochi non possono non essere limitati, perchè‚ le vere situazioni che noi vogliamo comprendere sono così complesse che non possiamo nemmeno sognarci di analizzarle.
Altri teorici dei giochi si sono mai occupati della teoria dello studio delle lingue?
RS: No, nessuno oltre me, sebbene esistano innumerevoli applicazioni della teoria dei giochi ai più diversi temi. Per esempio all’evoluzione biologica, che ha un fattore facilmente quantificabile. Cioè, la selezione naturale spinge gli esseri viventi a un comportamento che ottimizza il loro successo riproduttivo; contando le discendenze, si può misurare tale successo con cifre.
Si potrebbero similmente quantificare dei fattori relativi alla storia delle lingue, per esempio come il cambiamento del prestigio o dell’utilità di una lingua influenzi il suo "successo riproduttivo".
RS: Si. Per esempio il sociolinguista William Labov ha trovato che a volte i dialetti si evolvono molto rapidamente, sotto l’inflenza di fattori sociali. In un’isola davanti alla costa orientale degli Stati Uniti, Martha’s Vineyard, gli abitanti hanno sviluppato un dialetto speciale, quando hanno voluto differenziarsi dai benestanti nuovi arrivati che compravano case di villeggiatura. I dialetti sono utili per segnalare che si appartiene o non si appartiene a un certo gruppo.
Ma lei potrebbe inserire anche questo fattore di appartenenza nel suo modello? Tale modello infatti ha come premessa che le persone vogliono comunicare col maggior numero possibile di altre persone – mentre qui si tratta della volontà di non comunicare con taluni.
RS: La lingua non ha solo una funzione comunicativa, ma anche una funzione di distinzione sociale. Anche quest’ultima può essere utile al parlante: se lei comunica in dialetto con persone dello stesso dialetto, lei è vicino a loro, quindi essi sono più disposti ad aiutare lei piuttosto che persone che non parlano il dialetto.
Sembra che la teoria dei giochi abbia trovato finora la sua migliore applicazione nell’economia.
RS: Si, ma anche qui serve più a migliorare la comprensione che a fornire direttamente raccomandazioni. Uno può fare raccomandazioni se egli stesso ha elaborato la struttura alla quale la raccomandazione si applicherà. Per esempio, ora negli Stati Uniti hanno luogo vendite all’asta di frequenze radiofoniche e televisive, le cui regole sono state elaborate da teorici dei giochi e qui anche gli acquirenti cercano consigli dei teorici dei giochi.
E così ci si arricchisce con la teoria dei giochi?
RS: No, non ci si arricchisce… Il mio scopo non è mai stato questo. Io voglio capire come funziona l’econonia non per trarne una ricchezza, ma per la comprensione in se.
In un’altra intervista lei ha concluso che il suo interesse scientifico prioritario non è più la teoria dei giochi.
RS: Me ne occupo ancora, ma m’interesso soprattutto del campo chiamato "razionalità limitata", che è importante anche per la teoria dei giochi. Cioè, la teoria dei giochi in generale suppone che ciascuna persona sia capace di agire nel modo più razionale nel proprio interesse. Ma nella realtà la capacità umana di pensare e di calcolare è molto limitata. Nonostante tale limitatezza, noi tutti dobbiamo agire in un mondo estremamente complesso. Dunque il problema è: con quale teoria sarebbe possibile descrivere l’agire di persone con capacità limitate, che debbono operare in situazioni economiche estremamente complesse? Già da molti decenni credo che si debba sviluppare una teoria su questo. A tale scopo cominciai a fare esperimenti già alla fine degli anni 50.
Posso dare un esempio di razionalità limitata in relazione all’esperanto. Ognuno sa che è molto bene chiedere denaro per un corso di esperanto, perchè‚ se uno ha pagato per il corso, è più probabile che lo segua fino alla fine. Il fatto di aver pagato in effetti non dovrebbe influire sulla sua decisione, perchè‚ il suo denaro in ogni caso è già stato speso. L’utilità per l’iscritto al corso di continuare o di non continuare il corso non dipende affatto dall’aver pagato o no.
La razionalità limitata certamente ha un ruolo nelle decisioni sullo studio delle lingue! Umberto Eco in un’intervista ha detto che, se si decidesse a livello statale del tutto razionalmente sullo studio delle lingue, per esempio in Francia il 2% delle persone dovrebbe studiare il bulgaro, in proporzione alla sua importanza per i Francesi.
RS: Ma non si trascuri la considerazione che con l’inglese potete per• raggiungere quei Bulgari che parlano l’inglese. E proprio quelli v’interessa raggiungere, perchè‚ probabilmente sono quelli che hanno più dollari (ride)! Dato che l’inglese ha un ruolo internazionale, moltissimi lo scelgono come prima lingua straniera.
Lei stesso, a quanto pare, ha scritto più in inglese che in tedesco.
RS: In gioventù ho scritto molto anche in tedesco ma oggi persino per una pubblicazione edita in Germania è meglio scrivere in inglese. Altrimenti i Tedeschi penserebbero che non avete qualcosa d’importante da dire! Questo certamente non può piacere a un esperantista come me, ma penso che anche questo tipo d’internazionalità è meglio che nessuna internazionalità. Veramente preferirei che tutti i lavori scientifici fossero in esperanto, ma questo non si può raggiungere da un giorno all’altro.
L’internazionalizzazione dell’inglese ha già raggiunto il punto di non ritorno, la massa critica?
RS: No, e gli esperantisti certamente hanno una speranza: sembra che lo studio dell’esperanto faciliti il successivo studio di lingue straniere. L’esperanto dovrebbe aver successo anche solo per questo motivo. Ma per realizzare ciò è necessario un numero sufficiente di persone che già conoscano l’esperanto…
…e siano in grado d’insegnarlo.
Per tornare al corsista del suo esempio: le persone che già sono nel movimento esperantista non si comportano forse in modo simile a lui? Essi pensano: "Ho investito molto nell’esperanto, sarebbe un peccato abbandonarlo, anche se non diverrà una seconda lingua diffusa".
RS: Secondo il mio modo di vedere si deve essere esperantista non solamente per vedere la vittoria della propria idea; è importante sostenere anche quelle idee delle quali non si può attendere una facile vittoria. Se qualche cosa è moralmente buona, resta tale anche se non ha successo. Il fatto che la "vittoria finale" non sia in vista non è motivo per tradire l’ideale.
Inoltre, la comunità esperantista anche in se stessa ha molte caratteristiche attraenti.
RS: Certamente! Purtroppo, quanto più invecchio, tanto più difficilmente posso godere di tali attrattive, per mancanza di tempo. In gioventù potevo facilmente essere attivo.
Non posso non domandarle come è diventato esperantista…
RS: Cominciai a imparare l’esperanto a 17 anni, nel 1946-47, da autodidatta. In effetti avevo visto e un po’ letto un libro di esperanto già prima, a Breslavia (Breslau, oggi Wroclaw, in Polonia), dove ho vissuto fino al febbraio 1945. Mio padre era esperantista, abbastanza attivo nel movimento esperantista dei non vedenti. Tuttavia la lingua la imparai non per sua sollecitazione diretta, ma qualche tempo dopo la sua morte.
Verso il 1960 a Francoforte ero vice-presidente del club esperantista. Sostenni persino l’esame d’insegnante, anche se ora lei potrebbe pensare che il mio livello linguistico non meriti tale distinzione (ride). Nei primi anni 60 in effetti tenni un corso e il circolo di coloro che avevano frequentato il corso si riuniva ogni giovedì a casa mia. Conobbi mia moglie grazie all’esperanto. Quando mio fratello più giovane aveva 14 anni, lo spinsi a partecipare a un congresso a Francoforte e gl’insegnai col manuale Petro della SAT [un’associazione internazionale esperantista di sinistra].
I suoi colleghi – e ora i giornalisti – sanno che lei è esperantista? Come reagiscono?
RS: Non ho intenzione di diventare una figura pubblica. Voglio vivere la mia vita più o meno come prima. Ma il mio essere esperantista non l’ho mai nascosto e non lo nasconder•; cerco persino occasioni per parlare dell’esperanto in interviste. Per esempio in un talk show [nell’originale "babilprogramo", cioè "programma di chiacchiere"] televisivo mi chiesero di dire qualcosa in esperanto e io salutai tutti gli spettatori esperantisti. Ho già scritto all’ambasciatore tedesco in Svezia, che darà un ricevimento in mio onore, perchè‚ inviti certi esperantisti. Così avrò un po’ l’occasione di parlare in esperanto. Lo si noterà, perchè‚ sarò al centro dell’attenzione (ride).
Grazie per la conversazione. Non avrei mai sperato di intervistare un premio Nobel per la rivista Esperanto!
RS: E io non pensavo affatto che un giorno Esperanto mi avrebbe fatto un’intervista.
un esempio di razionalità limitata in relazione all’esperanto. Ognuno sa che è molto bene chiedere

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