Inno americano in spagnolo

Bush contro i cantanti “latinos”

“Inno nazionale, solo in inglese”

di Alberto Flores D’Arcais

“The Star Spangled Banner va cantato in inglese”. “Star Spangled Banner” (il vessillo con le stelle che brillano) è l’inno nazionale, una canzone che ogni americano impara a conoscere fin da piccolo e che viene suonata e cantata in ogni avvenimento sportivo, anche locale. “Va cantato in inglese”, e visto che a dirlo è il presidente George W. Bush la sua potrebbe essere una parola definitiva su un argomento che ha creato non poche polemiche.

Non la pensano così gli autori di “Nuestro Himno”, versione in lingua spagnola dell’inno americano che da ieri, nel giorno stesso che è entrato in commercio, impazza in centinaia di radio ispaniche da est a ovest degli States. Il disco ha buone, ottime, probabilità di essere un “hit”, un grande successo. Un po’ perché a cantare “Nuestro Himno” si sono messe insieme una schiera di star della musica latina non da poco, da Gloria Trevi al “re del reggaeton” Tito el Bambino, da Carlos Ponce a Olga Tanon, da Ivy Queen a Carlos Reyes. Un po’ perché c’è la generale convinzione che la versione spagnola diventerà da subito l’inno degli immigrati, quei dieci e passa milioni di clandestini che ormai da due mesi sono i protagonisti del più grande movimento di massa che ci sia stato in America dagli anni di Martin Luther King.

Mentre al Congresso è ancora aperto il dibattito su che legge varare per regolarizzare o meno gli “illegal”, costoro lunedì primo maggio a centinaia scenderanno di nuovo nelle piazze, con la duplice sfida di scioperare (anche se tecnicamente non è uno sciopero) il giorno della festa dei lavoratori – che contrariamente a quanto avviene in Europa negli Stati Uniti è un giorno come tutti gli altri (anche per la sinistra) – e di unire milioni di voci nell’ “Himno”, per dimostrare che anche l’ultimo clandestino chiede e vuole essere un buon americano, un sincero patriota.

Con i ricavi di “Nuestro Himno” (il titolo completo è bilingue, Nuestro Himno, Our Anthem) verranno finanziati i gruppi in difesa dei “latinos” che hanno organizzato le manifestazioni delle settimane passate e che adesso rischiano espulsione e carcere. Ma oltre che a Bush l’idea che l’inno americano sia cantato in spagnolo non sembra piacere alla maggioranza degli americani.

Proteste sono arrivate da tutte le parti, le pagine delle lettere dei giornali sono piene di missive contro i clandestini “che sfilano con le bandiere messicane”, una protesta bipartisan anche se in prima fila ci sono i gruppi conservatori che contestano lo stesso Bush; per quel progetto di legge sull’immigrazione lanciato dal presidente più di un anno fa che trasformerebbe in pochi anni milioni di clandestini in cittadini americani a pieno titolo.

Anche i più favorevoli alla legalizzazione dei clandestini sull’inno si mantengono cauti. Negli Stati Uniti inno e bandiera sono sacri per tutti gli schieramenti politici e quando li si contesta – come nella famosa (e orribile) esecuzione di “Star Spangled Banner” di Jimi Hendrix al festival di Woodstock – si apre uno scandalo e le polemiche non finiscono più. Ne fanno le spese star della musica come José Feliciano (una versino blues) o come Roseanne Barr – famosa attrice della televisione – che nello studio di San Diego diede vita nel 1990 a una versione dell’inno fatto di versacci e sputi.

“Forse che i francesi potrebbero accettare una Marsigliese in inglese come segno di patriottismo?”, si domanda ironicamente Mark Krikorian, capo del “Centre for Immigration Studios”; contrario è anche un popolare conduttore radiofonico ispanico Pedro Biaggi per il quale “non è da noi andare in giro a cantare l’inno nazionale in spagnolo, non vogliamo imporci. Vogliamo soltanto essere accettati”. E nella polemica è intervenuto anche il nipote di Charles Key, l’uomo che l’inno americano l’ ha scritto: “Penso che il fatto che qualcuno entri nella nostra società da un altro paese e cambi l’inno sia da condannare”.

(Da La Repubblica, 29/4/2006).

[addsig]

2 commenti

  • Bush contro i cantanti “latinos”

    “Inno nazionale, solo in inglese”

    di Alberto Flores D’Arcais

    “The Star Spangled Banner va cantato in inglese”. “Star Spangled Banner” (il vessillo con le stelle che brillano) è l’inno nazionale, una canzone che ogni americano impara a conoscere fin da piccolo e che viene suonata e cantata in ogni avvenimento sportivo, anche locale. “Va cantato in inglese”, e visto che a dirlo è il presidente George W. Bush la sua potrebbe essere una parola definitiva su un argomento che ha creato non poche polemiche.

    Non la pensano così gli autori di “Nuestro Himno”, versione in lingua spagnola dell’inno americano che da ieri, nel giorno stesso che è entrato in commercio, impazza in centinaia di radio ispaniche da est a ovest degli States. Il disco ha buone, ottime, probabilità di essere un “hit”, un grande successo. Un po’ perché a cantare “Nuestro Himno” si sono messe insieme una schiera di star della musica latina non da poco, da Gloria Trevi al “re del reggaeton” Tito el Bambino, da Carlos Ponce a Olga Tanon, da Ivy Queen a Carlos Reyes. Un po’ perché c’è la generale convinzione che la versione spagnola diventerà da subito l’inno degli immigrati, quei dieci e passa milioni di clandestini che ormai da due mesi sono i protagonisti del più grande movimento di massa che ci sia stato in America dagli anni di Martin Luther King.

    Mentre al Congresso è ancora aperto il dibattito su che legge varare per regolarizzare o meno gli “illegal”, costoro lunedì primo maggio a centinaia scenderanno di nuovo nelle piazze, con la duplice sfida di scioperare (anche se tecnicamente non è uno sciopero) il giorno della festa dei lavoratori – che contrariamente a quanto avviene in Europa negli Stati Uniti è un giorno come tutti gli altri (anche per la sinistra) – e di unire milioni di voci nell’ “Himno”, per dimostrare che anche l’ultimo clandestino chiede e vuole essere un buon americano, un sincero patriota.

    Con i ricavi di “Nuestro Himno” (il titolo completo è bilingue, Nuestro Himno, Our Anthem) verranno finanziati i gruppi in difesa dei “latinos” che hanno organizzato le manifestazioni delle settimane passate e che adesso rischiano espulsione e carcere. Ma oltre che a Bush l’idea che l’inno americano sia cantato in spagnolo non sembra piacere alla maggioranza degli americani.

    Proteste sono arrivate da tutte le parti, le pagine delle lettere dei giornali sono piene di missive contro i clandestini “che sfilano con le bandiere messicane”, una protesta bipartisan anche se in prima fila ci sono i gruppi conservatori che contestano lo stesso Bush; per quel progetto di legge sull’immigrazione lanciato dal presidente più di un anno fa che trasformerebbe in pochi anni milioni di clandestini in cittadini americani a pieno titolo.

    Anche i più favorevoli alla legalizzazione dei clandestini sull’inno si mantengono cauti. Negli Stati Uniti inno e bandiera sono sacri per tutti gli schieramenti politici e quando li si contesta – come nella famosa (e orribile) esecuzione di “Star Spangled Banner” di Jimi Hendrix al festival di Woodstock – si apre uno scandalo e le polemiche non finiscono più. Ne fanno le spese star della musica come José Feliciano (una versino blues) o come Roseanne Barr – famosa attrice della televisione – che nello studio di San Diego diede vita nel 1990 a una versione dell’inno fatto di versacci e sputi.

    “Forse che i francesi potrebbero accettare una Marsigliese in inglese come segno di patriottismo?”, si domanda ironicamente Mark Krikorian, capo del “Centre for Immigration Studios”; contrario è anche un popolare conduttore radiofonico ispanico Pedro Biaggi per il quale “non è da noi andare in giro a cantare l’inno nazionale in spagnolo, non vogliamo imporci. Vogliamo soltanto essere accettati”. E nella polemica è intervenuto anche il nipote di Charles Key, l’uomo che l’inno americano l’ ha scritto: “Penso che il fatto che qualcuno entri nella nostra società da un altro paese e cambi l’inno sia da condannare”.

    (Da La Repubblica, 29/4/2006).

    [addsig]

  • Bush contro i cantanti “latinos”

    “Inno nazionale, solo in inglese”

    di Alberto Flores D’Arcais

    “The Star Spangled Banner va cantato in inglese”. “Star Spangled Banner” (il vessillo con le stelle che brillano) è l’inno nazionale, una canzone che ogni americano impara a conoscere fin da piccolo e che viene suonata e cantata in ogni avvenimento sportivo, anche locale. “Va cantato in inglese”, e visto che a dirlo è il presidente George W. Bush la sua potrebbe essere una parola definitiva su un argomento che ha creato non poche polemiche.

    Non la pensano così gli autori di “Nuestro Himno”, versione in lingua spagnola dell’inno americano che da ieri, nel giorno stesso che è entrato in commercio, impazza in centinaia di radio ispaniche da est a ovest degli States. Il disco ha buone, ottime, probabilità di essere un “hit”, un grande successo. Un po’ perché a cantare “Nuestro Himno” si sono messe insieme una schiera di star della musica latina non da poco, da Gloria Trevi al “re del reggaeton” Tito el Bambino, da Carlos Ponce a Olga Tanon, da Ivy Queen a Carlos Reyes. Un po’ perché c’è la generale convinzione che la versione spagnola diventerà da subito l’inno degli immigrati, quei dieci e passa milioni di clandestini che ormai da due mesi sono i protagonisti del più grande movimento di massa che ci sia stato in America dagli anni di Martin Luther King.

    Mentre al Congresso è ancora aperto il dibattito su che legge varare per regolarizzare o meno gli “illegal”, costoro lunedì primo maggio a centinaia scenderanno di nuovo nelle piazze, con la duplice sfida di scioperare (anche se tecnicamente non è uno sciopero) il giorno della festa dei lavoratori – che contrariamente a quanto avviene in Europa negli Stati Uniti è un giorno come tutti gli altri (anche per la sinistra) – e di unire milioni di voci nell’ “Himno”, per dimostrare che anche l’ultimo clandestino chiede e vuole essere un buon americano, un sincero patriota.

    Con i ricavi di “Nuestro Himno” (il titolo completo è bilingue, Nuestro Himno, Our Anthem) verranno finanziati i gruppi in difesa dei “latinos” che hanno organizzato le manifestazioni delle settimane passate e che adesso rischiano espulsione e carcere. Ma oltre che a Bush l’idea che l’inno americano sia cantato in spagnolo non sembra piacere alla maggioranza degli americani.

    Proteste sono arrivate da tutte le parti, le pagine delle lettere dei giornali sono piene di missive contro i clandestini “che sfilano con le bandiere messicane”, una protesta bipartisan anche se in prima fila ci sono i gruppi conservatori che contestano lo stesso Bush; per quel progetto di legge sull’immigrazione lanciato dal presidente più di un anno fa che trasformerebbe in pochi anni milioni di clandestini in cittadini americani a pieno titolo.

    Anche i più favorevoli alla legalizzazione dei clandestini sull’inno si mantengono cauti. Negli Stati Uniti inno e bandiera sono sacri per tutti gli schieramenti politici e quando li si contesta – come nella famosa (e orribile) esecuzione di “Star Spangled Banner” di Jimi Hendrix al festival di Woodstock – si apre uno scandalo e le polemiche non finiscono più. Ne fanno le spese star della musica come José Feliciano (una versino blues) o come Roseanne Barr – famosa attrice della televisione – che nello studio di San Diego diede vita nel 1990 a una versione dell’inno fatto di versacci e sputi.

    “Forse che i francesi potrebbero accettare una Marsigliese in inglese come segno di patriottismo?”, si domanda ironicamente Mark Krikorian, capo del “Centre for Immigration Studios”; contrario è anche un popolare conduttore radiofonico ispanico Pedro Biaggi per il quale “non è da noi andare in giro a cantare l’inno nazionale in spagnolo, non vogliamo imporci. Vogliamo soltanto essere accettati”. E nella polemica è intervenuto anche il nipote di Charles Key, l’uomo che l’inno americano l’ ha scritto: “Penso che il fatto che qualcuno entri nella nostra società da un altro paese e cambi l’inno sia da condannare”.

    (Da La Repubblica, 29/4/2006).

    [addsig]

Lascia un commento

0:00
0:00