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Politica e lingue

Inglese nuovo latino, ma l’ Italia resta indietro

Inglese "nuovo latino", ma l’ Italia resta indietro
Leggiamo soltanto libri tradotti e studiamo poco altri idiomi.
di Bucci Stefano, Corsera 8 maggio 2001

DISCUSSIONI
Dopo gli interventi di Schneider e di Sabatini: un quadro sulle lingue nel nostro Paese Inglese "nuovo latino", ma l’ Italia resta indietro.
C’ è chi parla e scrive l’ inglese con tutte le regole giuste al postogiusto, dal genitivo sassone alla progressive form. C’ è chi lo conosce inmodo scolastico o poco più, legge con difficoltà di comprensione, ha scarsa o nessuna pratica di conversazione e compie spesso errori di pronuncia (mŠnager per manager e losèngeles per Los Angeles). C’ è chi non l’ha mai studiato ma ne ha comunque una conoscenza elementare perchè‚ (per motivi dilavoro) si trova spesso davanti ad espressioni e a brevi testi in lingua.
C’è infine chi di inglese non ne sa proprio niente e che di mood, di trend, di american beauty o di that’ s amore ha sentito parlare dai manifesti, dalle insegne dei negozi, dalla radio o dal cinema. Quasi mai senza capirli o almassimo riuscendo a comprenderli vagamente dal contesto.
La classificazione arriva da Tèlema e riguarda gli italiani e una lingua, l’inglese, che (come ha ipotizzato sul Corriere della Sera di sabato scorso lo scrittore Peter Schneider e in qualche modo confermato ieri, sempre sul Corriere, il presidente dell’ Accademia della Crusca, Franscesco Sabatini) rappresenta il "nuovo latino" d’Europa. Un rapporto interessante, articolato e talvolta sorprendente. Ad esempio, per quello che riguarda Internet. Con l’Italia che si affianca al resto d’ Europa nel decretare il declino della lingua inglese nel mondo di Internet. In base ad un sondaggio compiuto su un campione dei siti Web italiani d’impresa risulterebbe così che il 42% diquesti siti sono in italiano, il 25% bilingui (italiano più inglese) e solo l’ 11% in inglese.
Secondo il ministero della Pubblica istruzione sette giovani italiani su dieci parlano oggi una o più lingue straniere mentre trai venticinque e i cinquanta anni la percentuale scenderebbe al 50%. Inpratica, il 90% degli studenti avrebbe oggi una buona conoscenza di almenouna lingua straniera contro il 73% degli imprenditori e il 72% deifunzionari.
Per il British Council sarebbero poi 120 mila gli italiani che ogni anno varcherebbero La Manica per studiare inglese. I dati parlano peròdi un livello di conoscenza complessivamente modesto e di quarantenni chesembrano comunque preferire il francese mentre l’ inglese fa la parte del leone tra i più giovani. In tutto questo la scuola italiana dedica comunquesolo tre ore settimanali all’ insegnamento degli a ìltri idiomi rispetto alle sette europee. Anche per questo i libri in Italia si finiscono per leggeresoltanto tradotti: nel 1997 sono stati pubblicati 12.524 libri intraduzione, il 73,7% dei quali dall’ inglese seguiti dal 12,8% di libri inoriginal e francese e quindi in tedesco (7,4%) e in spagnolo (4,9%). Ma ilvero problema del futuro per noi europei "non sarà diventare bilingui ma restare bilingui cioè continuare a parlare e leggere anche in francese, intedesco e in italiano".
Almeno secondo Fabrizio Polacco, coordinatorenazionale del Prisma, il Progetto per la rivalutazione dell’ insegnamento edello studio del Mondo Antico. Dice Goethe: chi non conosce le lingue straniere "non può sapere nulla della propria". E la strada per mantenere viva la nostra lingua madre (una lingua che si regge ancora per l’ 80% sui fonemi di Dante, Petrarca e Boccaccio) sembra così necessariamente passare ancora una volta attraverso il metissage linguistico.
Tra le raccomandazioni ipotizzate da Bad Homburg (con la collaborazione della Società dilinguistica italiana e dell’ Accademia della Crusca) per una "Carta dellelingue europee"  troviamo infatti due principi all’ insegna proprio dell’ibridazione: "alla conservazione della molteplicità linguisticacontribuisce l’ insegnamento delle lingue straniere"  e "l’ offerta dellelingue straniere deve essere determinata dal loro valore culturale". Insomma: più studieremo le altre lingue, più probabilità avremo di mantenere viva la nostra.

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