Inglese nuovo latino anche per la Crusca

Paolo Gambi, Rinascimento poetico

Inglese "nuovo latino" anche per la Crusca
di Stefano Bucci

Corriere della sera, 7 maggio 2001.

Quando la lingua si corrompe la gente perde fiducia in quello che sente. Parola del grande poeta inglese W. H. Auden. Dunque, non è importante soltanto ciò che si dice ma come si dice. Forse anche per questo, aspettando l’Europa, cresce sempre di più la voglia di una lingua unica, una lingua che sembra ormai destinata ad avere sempre più la forma e la sintassi dell’inglese: un idioma forte che (quasi adattandosi a quanto enunciato nel 1525 nel Dialogo intorno alla nostra lingua attribuito a Niccolò Machiavelli) è in grado di accogliere quante parole desidera perchè sono le parole ad adattarsi alle sue strutture e non viceversa. In attesa della lingua unica e quasi per una sorta di legge del contrappasso di dantesca memoria, il 2001 è stato intanto consacrato da tutte le organizzazioni della Ue al ruolo di "anno europeo delle lingue" (viste come strumento strategico per la costituzione dell’Europa. Ma intanto l’inglese novello latino come ha scritto ieri sul Corriere Peter Schneider convince anche il professor Francesco Sabatini, presidente di quell’Accademia della Crusca fondata nel 1583 e che (dal 1965) si sta dedicando a rifondare il vocabolario italiano, sempre con metodo storico e filologico ma con criteri comunque moderni e dedicando cure particolari al mantenimento e al rinnovamento delle sue antiche tradizioni di lessicografia.  Quella di un inglese idioma europeo non è per Sabatini certamente una novità. E’chiaro che una lingua di comunicazione internazionale è necessaria, che è utile, che va imparata e che questa lingua è quasi certamente l’inglese. Ma c’è una condizione afferma ancora Sabatini che molti di noi dimenticano: sono pochi quelli di noi che riescono a padroneggiare l’inglese come l’italiano. Nell’uso quotidiano, spiega sempre Sabatini, l’inglese sta diventando sempre più indispensabile per le aree del sapere scientifico o del sapere organizzato ma, quando si parla di funzione creativa, è importante ricollegarsi al nostro patrimonio linguistico originario. Perchè proprio in questa nostra lingua madre si possono ritrovare le matrici migliori della nostra inventiva. Allora, lingue madri per creare e inglese (meglio se ben parlato) per comunicare con gli altri.  Tanto più la società diventerà complessa tanto più saranno necessarie diverse lingue, con diversi livelli d’usi. Ma, assicura Sabatini, se pensiamo al fatto che l’evoluzione della lingua sono comunque secolari ci accorgiamo che l’arrivo dell’inglese come lingua unica non potrà avvenire prima di cinquecento anni: insomma ci vorranno almeno dieci generazioni perchè questo metissage lingusitico possa avvenire realmente. Allora, tempi lunghi ma intanto è necessario evitare l’impoverimento: puntando (ad esempio) su nuove terminologie che possono addirittura sostituire i termini anglofoni. Proprio in questi giorni conclude Sabatini abbiamo discusso di due parole come performance e devolution che presentano un ventaglio di significati ampi e spesso sconosciuti e per i quali stiamo pensando a nuove parole italiane, parole che all’inizio potranno sembrare strane (come devoluzione ) ma alle quali poi finiremo per abituarci.  Secondo i più recenti Modelli culturali di diffusione delle lingue straniere in Europa ci troviamo oggi davanti a una molteplicità di lingue che tende sempre ad arricchirsi per effetto delle autonomie in ambito nazionale (il caso più evidente è quello della Spagna dove il catalano, il basco, il galiziano sembrano godere ormai di parità giuridica con il castigliano) o per il frazionamento di alcuni Stati multilingui (come la Cecoslovacchia). Ma d’altra parte crescono in parallelo l’idea e la voglia di unificazione, anche linguistica.  L’inglese sembra far paura soprattutto a chi crede in un impoverimento dovuto all’assimilazione. Contro quest’idea sembra muoversi (ad esempio) l’interessante proposta messa in piedi dalla studiosa francese Claire-Blanche Benviste e che fa da corollario al programma in favore delle lingue regionali recentemente varato dal ministro dell’Educazione, Jacques Lang. La Benviste, puntando su una miscellanea di teorie linguistiche e psicolinguistiche, ha infatti realizzato un progetto che si basa sulla somiglianze a livello lessicale e di struttura delle lingue romanze (pur escludendo il romeno al quale si rivolge invece l’impegno dell’Associazione rumena di terminologia). E che si propone di assicurare a tutti quelli che parlano francese, italiano, portoghese e spagnolo la possibilità di leggere e di comprendere i testi nelle reciproche lingue anche senza dover passare all’inglese. E un progetto simile esiste anche presso l’università di Aarhus in Danimarca e riguarda le lingue scandinave (danese, svedese, norvegese, islandese). Come dire: viva l’inglese ma non dimentichiamoci delle nostre lingue madri.

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