I COLLETTI BIANCHI
Considerata uno strumento indispensabile nel mondo del lavoro, la lingua
anglosassone rimane per molti uomini del mondo aziendale e imprenditoriale
un terreno ostico. A creare disagio, secondo l’inchiesta Swg per il Wall
Street Institute, è il parlare al telefono o in riunioni. E in caso di
difficoltà il 45% degli intervistati ammette di essere ricorso all’«inglese
maccheronico»
L’inglese in azienda? Vince «il fai da te»
Lo si studia per anni a scuola, ma lo si parla poco e male E in diverse
occasioni si corre ai ripari arrangiandosi
di Enrico Lenzi
Lo chiamano «inglese maccheronico», in una sintesi perfetta dell’approccio
che l’italiano medio ha con la lingua anglosassone. Ma «questo approccio
approssimativo è diffuso molto più di quanto si pensi anche nel mondo del
lavoro». E così si scopre che per il 67,6% dei cosiddetti «colletti bianchi»
(impiegati, quadri e manager) in diverse occasioni l’uso della lingua
inglese «è fonte di disagio», mentre soltanto «il 22,6% risponde che non lo
è mai stato». Ed è nel momento della difficoltà, secondo il campione
selezionato dalla Swg, che scatta il ricorso all’inglese «maccheronico»,
frutto «dell’attitudine italiana all’improvvisazione per uscire da una
situazione di crisi» sottolinea Vincenzo Infantino, general manager di Wall
Street Institute Italia, che ha commissionato la ricerca.
In fondo, sembra evidenziare la ricerca condotta sia tra i «colletti
bianchi» sia tra un campione rappresentativo della popolazione italiana,
siamo tutti un po’ dei Nando Moriconi, il celebre personaggio interpretato
dall’indimenticabile Alberto Sordi nel film di Steno «Un americano a Roma»,
divenuto famoso per la sua battuta, rivolta a un piatto di pasta fumante:
«Maccarone tu m’hai provocato e io me te magno». Non a caso il Wall Street
Institute ha chiamato «Maccheronic day» la giornata d’apertura dei suoi
centri sparsi per tutta Italia. «Vogliamo principalmente suscitare una
riflessione sulla conoscenza dell’inglese da parte degli italiani»
sottolinea Infantino. E la ricerca della Swg dimostra che di strada c’è ne
tanta ancora da fare. «Eppure il 70% degli italiani ha studiato almeno a
scuola l’inglese – ricorda Massimo Sumberesi dell’istituto di ricerca –, ma
solo una piccola percentuale lo utilizza nel lavoro e nella vita». A dire il
vero la ricerca evidenzia come l’approccio con l’inglese scritto «spaventi
meno gli italiani» di quanto non sia l’inglese parlato. Ben il 40% dei
«colletti bianchi» intervistati afferma di usare con una cerca frequenza l’
inglese per scrivere messaggi di posta elettronica, ma la «percentuale
scende al 28,8% se si tratta di fare una conversazione al telefono, al 13,9%
se si affronta un incontro di gruppo, e al 9,5% se si deve sostenere un
colloquio di lavoro». Percentuali che non si discostano di molto dall’
andamento generale della popolazione. Insomma è l’approccio con l’inglese
parlato «e soprattutto in pubblico» a creare disagio e preoccupazione,
cadendo così nell’uso maccheronico della lingua.
«C’è una percezione diffusa di questa situazione, visto che 2 intervistati
su 3 ritengono che gli italiani vi fanno ricorso – spiega il ricercatore
della Swg –, anche se soltanto il 45,8% ammette di aver sentito direttamente
parlare l’inglese maccheronico». Non solo, il 45,5% dei «colletti bianchi»
ammette di aver fatto ricorso qualche volta essi stessi a un inglese «fai da
te». Eppure esiste la convinzione largamente diffusa che conoscere l’inglese
sia fondamentale nell’ambito del turismo, dell’informatica, della ricerca e
delle telecomunicazioni, ma quando si pone la domanda se lo sia anche nell’
ambito del lavoro resiste uno zoccolo duro di chi sostiene che non sia
necessario (il 23%) contro il 15% che lo ritiene fondamentale. E quando
servirà, «si continuerà a improvvisare. In perfetto stile maccheronico».
(Da Avvenire, 21/9/2006).
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