India: chi difende dalit, popolazione indigena e contadini rischia grosso

2019 anno internazionale delle lingue indigene

India: chi difende dalit, popolazione indigena e contadini rischia grosso

Nell’India centrale chi alza la voce in favore di dalit (fuoricasta) o indigeni rischia persecuzioni o la prigione. Ne sa qualcosa padre Stan Swamy, gesuita 83enne da tempo sotto osservazione delle autorità. Così come tanti altri difensori dei diritti umani

Durante le prime ore del mattino, il 12 giugno scorso, una squadra di otto poliziotti ha fatto irruzione in casa di padre Stan Swamy alla periferia di Ranchi, capitale del Jharkhand, India centrale, perquisendola da cima fondo per oltre tre ore. Non è la prima volta che l’83enne gesuita finisce nel mirino delle forze dell’ordine: già lo scorso 18 agosto era stato oggetto – insieme con altri attivisti, scrittori e avvocati – di una serie di false accuse, tra cui quella di sedizione, in cui veniva evidenziato il suo presunto ruolo di primo piano nel «manipolare innocenti e incolti cittadini» istigandoli ad attività «anti-nazionali».

Un difensore di indigeni e dalit nel territorio dell’India centrale

Swamy è un attivista che è stato in prima linea per una serie di importanti battaglie sociali. È noto per essersi occupato di diritti di adivasi (popoli indigeni) e dalit (i fuoricasta della gerarchia sociale indiana) imprigionati, spesso senza processo, perché ritenuti sostenitori dei naxaliti, i guerriglieri maoisti nelle foreste dell’India centrale.

È inoltre il fondatore del Vistapan Virodhi Janvikash Andolan (Vvja), una piattaforma pan-indiana che riunisce diversi movimenti e organizzazioni che si occupano di diritti umani e combattono le violazioni legate allo sfollamento di adivasi e piccoli agricoltori dalle loro terre. La perquisizione della scorsa settimana aveva lo scopo di raccogliere «ulteriori prove» sul presunto coinvolgimento del gesuita nelle violenze in occasione dell’anniversario di Bhima Koregaon.

Elgaar Parishad: manifestazione dal valore simbolico per le caste al centro di scontri

Il 31 dicembre 2017 migliaia di dalit e adivasi erano riuniti a Pune, in Maharashtra, per l’Elgaar Parishad, le celebrazioni per il 200esimo anniversario della battaglia di Bhima Koregaon, quando sono stati attaccati da gruppi radicali della destra hinduista.

L’Elgaar Parishad, un evento dal forte valore simbolico per la comunità dalit del Maharashtra, celebra la vittoria dell’esercito inglese – composto in buona parte da mahar dalit (bassa casta) – sui Peshwa (di alta casta) che all’epoca governavano lo stato. Gli attacchi alla comunità dalit hanno scatenato violente proteste per tutto il mese successivo e sono finite con un morto, 30 poliziotti feriti e oltre 300 manifestanti arrestati.

India: difensori dei diritti umani sotto attacco

Gli inquirenti hanno indirizzato le indagini verso i presunti organizzatori della manifestazione: le accuse a carico degli attivisti, definiti “naxaliti urbani” dal governo in carica, vanno dalla sedizione alle attività illegali, dal terrorismo all’istigazione all’odio intercomunitario.
In una serie di perquisizioni e arresti coordinati in tutto il paese ad agosto del 2018 sono finiti in manette, o accusati (come Stan Swamy) di sostenere i maoisti, diversi difensori dei diritti umani: l’attivista per i diritti dei dalit Sudhir Dhawale, l’avvocato Surendra Gadling, l’attivista per i diritti dei carcerati Rona Wilson, l’attivista per i diritti dei popoli tribali Mahesh Raut, il professore Shoma Sen, l’attivista Arun Ferreira, l’accademico Vernon Gonsalves, il poeta Varavara Rao, Sudha Bharadwaj, noto attivista per i diritti civili.
La perquisizione della scorsa settimana in casa di padre Stan Swamy rientra nelle indagini relative al caso Bhima Koregaon/Elgaar Parishad: la polizia ha sequestrato il portatile del gesuita costringendolo a rivelare le password dei suoi account. Secondo la polizia, Swamy intratterrebbe legami con i naxaliti, esponenti del Partito Comunista Indiano(Marxista) – nato nel 2004 dalla fusione del Partito Comunista (marxista-leninista) e del Centro Comunista Maoista Indiano (Mcci) – considerato fuorilegge, che da oltre 50 anni porta avanti una guerriglia armata contro lo stato nelle foreste dell’India centro-orientale, con il sostegno delle popolazioni tribali.

Autorità indiane accusate di condurre campagne repressive

Swamy, nella sua attività pluridecennale, si è occupato di molti casi di adivasi rinchiusi in prigione accusati, ingiustamente, di essere fiancheggiatori dei naxaliti. L’attivista è finito sotto i radar delle autorità nel 2015, quando è stato pubblicato uno studio, da lui coordinato, che rivelava come tribali, dalit e altre caste svantaggiate costituissero il maggior numero di prigionieri nelle carceri del Jharkhand.

Lo studio accusava le autorità di fare un uso improprio delle procedure di giustizia penale in favore di ricchi e potenti, mettendo il governo locale in una posizione scomoda: il 97 per centro delle persone intervistate nel sondaggio, incarcerate perché accusate di sostenere i naxaliti, ha ribadito la propria innocenza, sostenendo che le accuse fossero costruite.

Un gran numero di casi di persone arrestate ai sensi della legge sulla prevenzione delle attività illegali e altre provvisioni del codice penale indiano si è dimostrato falso, le prove costruite. Il 98 per cento dei 3.000 incarcerati non aveva legami con i naxaliti.

La maggior parte degli intervistati ha dichiarato di aver guadagnato meno di 5.000 rupie (circa 35 euro), evidenziando così l’impossibilità di molti accusati di difendersi con un avvocato, mentre il gran numero di assoluzioni sembra confermare che molti adivasi siano vittime di una campagna repressiva finalizzata a schiacciare la lotta armata maoista (e più in generale il dissenso), ma che ha poco a che vedere con la realtà.

In India si può finire in prigione con troppa facilità

Uno studio sulle carceri in India condotto da Human Rights Watch aveva evidenziato molti anni fa come l’accusa di sostenere i maoisti sia spesso stata usata come minaccia per silenziare o intimidire i prigionieri o chiunque esprima dissenso. Durante gli anni ‘70, molte centinaia di presunti naxaliti morirono per mano della polizia in quelli che in India vengono definiti fake encounters, falsi scontri.
In alcuni casi, l’etichetta naxalita è stata applicata anche a movimenti non-violenti nel tentativo di giustificare la brutale repressione, con il ricorso a esecuzioni extragiudiziali e sparizioni forzate. Tutt’oggi, sono migliaia i prigionieri incarcerati da anni nelle prigioni dell’India centro-orientale, senza essere mai stati processati.
Come coordinatore del Ppsc (Persecuted Prisoners Solidarity Committee) – un comitato che ha denunciato il ritardo nelle sentenze a carico dei prigionieri – Stan Swamy ha messo in dubbio le basi legali per cui molti accusati in attesa di processo sono stati messi in isolamento. Si è inoltre battuto per denunciare la mancata implementazione del Panchayats Extensions to Scheduled Areas Act del 1996, una legge che garantisce alcuni diritti sulle terre alle popolazioni indigene e rappresenta un ostacolo al crescente sfruttamento delle foreste indiane e delle risorse minerarie da parte delle grandi multinazionali. Ha sempre sostenuto il movimento Pathalgadi, nato per la difesa dei diritti sulle terre dei tribali e contro l’invasione dello stato in quelle terre.
Un emendamento del 2013 alla legge sull’acquisizione dei terreni in Jharkhand – che ha abolito la valutazione di impatto sociale – ha annullato le tutele legali sulle terre degli adivasi aprendo le porte allo sfruttamento industriale di quelle terre ricche di risorse che costituiscono il sostentamento e l’habitat dei popoli tribali.
«Le autorità sostengono che gli attivisti accusati appoggiano l’ideologia maoista, ma una direttiva della Corte Suprema specifica che il sostegno ideologico non può essere considerato un crimine».
L’organizzazione Front Line Defenders ha espresso seria preoccupazione per le persecuzioni giudiziarie contro Stan Swamy, che considera una mera tattica di intimidazione impiegata dal governo del Jharkhand per impedire all’attivista di svolgere il suo lavoro pacifico e legittimo in difesa dei diritti umani.

Maria Tavernini | Osservatoriodiritti.it | 26.6.2019

Lascia un commento

0:00
0:00