In strada non si parla italiano

«Ma ormai in strada non si parla l’ italiano»

di Carlotta De Leo

Esquilino, prove di melting pot. Il rione a ridosso della stazione Termini è stato da sempre per gli immigrati il primo approdo nella Capitale. Nella zona che costituiva la V regione augustea (Esquiliae), il piano regolatore del 1873 collocò per primi gli impiegati borghesi del nuovo regno unitario. Poi i grandi appartamenti vennero suddivisi in stanze per ospitare studenti fuori sede. Quando gli universitari si spostarono verso San Lorenzo, l’Esquilino si svuotò dei dialetti italiani. «Ormai l’italiano non si parla più per strada, ma solo nei piani alti dei palazzi – spiega Enzo Capriolo, portavoce dell’ associazione Abitanti di via Giolitti -. Sui marciapiedi e dentro i negozi la nostra lingua non viene compresa». Come in ogni zona di frontiera, la mancanza di comunicazione rischia di generare insicurezza e diffondere sospetti. «Ma il messaggio razzista non ha mai fatto presa all’Esquilino – aggiunge Capriolo -. Noi non vogliamo che gli stranieri se ne vadano, ma che venda salvaguardata la vivibilità del quartiere. Un esempio? Per noi comprare il pane è praticamente impossibile perché di alimentari in zona non ce n’ è più uno. Spero davvero che, come ha annunciato Veltroni, potrò di nuovo comprarmi le rosette. Poco importa se dietro il bancone ci sarà un panettiere arabo o indiano». Ad essere tirata in ballo dai residenti è soprattutto la comunità cinese dell’Esquilino che conta più di 300 esercizi commerciali e circa duemila lavoratori. «Non si tratta di negozi al dettaglio ma di show-room – precisa Capriolo -. Chi entra ordina dal catalogo stock di merce e poi la ritira in periferia». La delibera comunale che ha vietato il commercio all’ingrosso nel centro storico, infatti, ha costretto i commercianti cinesi a servirsi di magazzini in zone periferiche. Nella Capitale, il provvedimento non ha creato sommosse. A Milano, invece, è bastata qualche multa per il trasporto delle merci fuori dagli orari canonici per innescare una vera e propria guerriglia nella Chinatown di via Sarpi. «La situazione è del tutto diversa – spiega Sarah Fang, direttrice del giornale “Tempo Europa Cina” -. A Milano i commercianti si sentono perseguitati. Qui a Roma è chiaro che i controlli fanno parte dei normale commercio, anche se gli abusi non mancano». All’Esquilino esiste una vera e propria associazione dei commercianti cinesi che sta portando avanti un buon lavoro di intermediazione per superare il problema linguistico. «La maggior parte dei cinesi all’inizio non conosceva le regole – aggiunge la Fang – e lasciava cartoni in mezzo alla strada. Oggi i negozianti hanno imparato a fare la raccolta differenziata. È il Comune ora che deve svuotare i cassonetti con più frequenza». «All’Esquilino non si può parlare di un problema sicurezza – concorda Nore Alam Bachcu, presidente associazione Dhumcatu che riunisce gli immigrati del Sud-Est asiatico – ma di cattiva amministrazione. Anche noi immigrati vorremo un quartiere più vivibile e per questo cerchiamo di conoscerci sfruttando ogni festività. Dal 21 al 30 aprile, per esempio, è in programma il Capodanno bengalese». Gli esempi di buona convivenza, dunque, non mancano a partire dall’ormai famosa Orchestra di Piazza Vittorio, vero simbolo dell’Esquilino, che raccoglie musicisti di 15 nazionalità differenti. «Quando si crea un quartiere multietnico come questo – spiega Agostino Ferrente, presidente dell’Associazione Apollo 11 che ha dato vita all’ Orchestra – chi amministra la città, al di là dei problemi, dovrebbe saperne sfruttare le enormi potenzialità. Proprio come abbiamo fatto noi in maniera autogestita».

(Dal Corriere della Sera, 15/4/2007).

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