Politica e lingue

In dialetto si parla con Dio, non di Dio

PALANTIR. LA QUESTIONE NON È SÌ O NO, LA QUESTIONE VERA È COME SIA POSSIBILE CHE CENTRI DI RICERCA ITALIANI E DELL’UE (CIRCA MEZ…

LE RIFORME LO SCONTRO CARROCCIO

I Pooh scrivono su «La Padania»: «Viva le lingue dei territori»

La Padania esulta: i Pooh inneggiano al dialetto. In una pagina dedicata dal quotidiano leghista alla storica pop band, il chitarrista Dody Battaglia scrive che «assistiamo agli stereotipi dei festeggiamenti dell’Unità d’Italia. Nelle tv di Stato sembra che temano il dialetto perché divide, ma non è così». Secondo il musicista, «bisogna prendere il lato positivo ed esaltare la nostra cultura popolare».
(Dal Corriere della Sera, 26/1/2011).

20 commenti

  • L’intervento

    La lingua statale cancella le culture

    di GILBERTO ONETO

    Fra le 20 mila "disposizioni" e "note di servizio" (le cosiddette "veline") emesse dal Fascismo, almeno un migliaio riguardava questioni linguistiche, contro l’impiego dei dialetti e di espressioni considerate "regionaliste". Alcune di queste "veline" erano autentiche perle: «Non pubblicare articoli, poesie, o titoli in dialetto. L’incoraggiamento alla letteratura dialettale è in contrasto con le direttive spirituali e politiche del Regime, rigidamente unitarie. Il regionalismo, e i dialetti che ne costituiscono la principale espressione, sono residui dei secoli di divisione e di servitù della vecchia Italia» (1933). Su questa prodigiosa produzione di "disposizioni" si è sempre ironizzato pensando
    che il loro impatto fosse limitato o nullo. Invece si stupirebbero oggi Starace e gli altri camerati "velinatori" nel constatare che più di 70 anni dopo quei loro "consigli" sono ancora rispettati e gongolerebbero nel vedere che ad allinearsi alle loro stravaganze sono soprattutto gli eredi dei loro più feroci avversari.
    Pochi giorni fa, Linda Lanzillotta, vicepresidente del Senato, ha tolto la parola ad Alessandra Mussolini perché stava ripetendo le espressioni in vernacolo napoletano del giudice Antonio Esposito. Qualche giorno prima il presidente di turno della Camera, il pd Roberto Giachetti, ha impedito al deputato leghista Gianluca Buonanno di pronunciare alcune frasi in valsesiano sostenendo che in Parlamento ci si possa esprimere solo in italiano.
    Ci sono alcune stranezze. La Costituzione non prevede alcuna ufficialità o esclusività dell’italiano: una modifica dell’Articolo 12 approvata dalla Camera nel 2007 («L’italiano è la lingua ufficiale della Repubblica nel rispetto delle garanzie previste dalla Costituzione e dalle leggi costituzionali») non era passata al Senato e così oggi il Sacro Feticcio è muto in proposito. Tacciono anche i Regolamenti Parlamentari. Il solo riferimento si può trovare nell’Articolo 1 («La lingua ufficiale della Repubblica é l’italiano») della legge 482 del 1999, titolata- la cosa non è priva di ironia – "Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche". Lo Statuto Albertino era più preciso. Il suo Articolo 62 diceva: «La lingua italiana è la lingua officiale delle Camere. È però facoltativo di servirsi
    della francese ai membri, che appartengono ai paesi, in cui questa è in uso, od in risposta ai medesimi». Siccome il francese era di uso corrente in Piemonte e fra tutte le classi colte, in pratica il Parlamento è stato ufficialmente bilingue almeno per tutto il XIX secolo.
    È anche interessante prendere atto che gli esponenti di sinistra che oggi presiedono le Camere impongono le loro opinioni come legge: si veda la "innominabilità" di re Giorgio.
    Quello che però più stupisce è la metamorfosi della Sinistra che si è scordata di Gramsci e delle sue lezioni sulla cultura popolare, che ha cancellato Pasolini e il suo elogio dei dialetti, e dimentica che il principale studioso di lingue locali, Sergio Salvi, era dei suoi, e che ha essa stessa sostenuto per decenni ogni espressione di cultura marginale. Giachetti è stato Radicale, come Guido Aghina che negli anni Novanta fondava la rivista Etnie.
    Oggi è più nazionalista e patriottica dei "velinisti" staraciani, difende la sacralità della lingua di Dante (salvo, magari, maltrattarla nell’uso quotidiano), usa metodi direttamente mutuati dall’esecrato Regime.
    Ci dobbiamo perciò aspettare che, fra le tante inutilità del governo Letta, ci sia prossimamente anche una legge che proibisca l’uso del "lei"?
    (Da Libero Quotidiano, 13/8/2013).

  • L’intervento

    La lingua statale cancella le culture

    di GILBERTO ONETO

    Fra le 20 mila "disposizioni" e "note di servizio" (le cosiddette "veline") emesse dal Fascismo, almeno un migliaio riguardava questioni linguistiche, contro l’impiego dei dialetti e di espressioni considerate "regionaliste". Alcune di queste "veline" erano autentiche perle: «Non pubblicare articoli, poesie, o titoli in dialetto. L’incoraggiamento alla letteratura dialettale è in contrasto con le direttive spirituali e politiche del Regime, rigidamente unitarie. Il regionalismo, e i dialetti che ne costituiscono la principale espressione, sono residui dei secoli di divisione e di servitù della vecchia Italia» (1933). Su questa prodigiosa produzione di "disposizioni" si è sempre ironizzato pensando
    che il loro impatto fosse limitato o nullo. Invece si stupirebbero oggi Starace e gli altri camerati "velinatori" nel constatare che più di 70 anni dopo quei loro "consigli" sono ancora rispettati e gongolerebbero nel vedere che ad allinearsi alle loro stravaganze sono soprattutto gli eredi dei loro più feroci avversari.
    Pochi giorni fa, Linda Lanzillotta, vicepresidente del Senato, ha tolto la parola ad Alessandra Mussolini perché stava ripetendo le espressioni in vernacolo napoletano del giudice Antonio Esposito. Qualche giorno prima il presidente di turno della Camera, il pd Roberto Giachetti, ha impedito al deputato leghista Gianluca Buonanno di pronunciare alcune frasi in valsesiano sostenendo che in Parlamento ci si possa esprimere solo in italiano.
    Ci sono alcune stranezze. La Costituzione non prevede alcuna ufficialità o esclusività dell’italiano: una modifica dell’Articolo 12 approvata dalla Camera nel 2007 («L’italiano è la lingua ufficiale della Repubblica nel rispetto delle garanzie previste dalla Costituzione e dalle leggi costituzionali») non era passata al Senato e così oggi il Sacro Feticcio è muto in proposito. Tacciono anche i Regolamenti Parlamentari. Il solo riferimento si può trovare nell’Articolo 1 («La lingua ufficiale della Repubblica é l’italiano») della legge 482 del 1999, titolata- la cosa non è priva di ironia – "Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche". Lo Statuto Albertino era più preciso. Il suo Articolo 62 diceva: «La lingua italiana è la lingua officiale delle Camere. È però facoltativo di servirsi
    della francese ai membri, che appartengono ai paesi, in cui questa è in uso, od in risposta ai medesimi». Siccome il francese era di uso corrente in Piemonte e fra tutte le classi colte, in pratica il Parlamento è stato ufficialmente bilingue almeno per tutto il XIX secolo.
    È anche interessante prendere atto che gli esponenti di sinistra che oggi presiedono le Camere impongono le loro opinioni come legge: si veda la "innominabilità" di re Giorgio.
    Quello che però più stupisce è la metamorfosi della Sinistra che si è scordata di Gramsci e delle sue lezioni sulla cultura popolare, che ha cancellato Pasolini e il suo elogio dei dialetti, e dimentica che il principale studioso di lingue locali, Sergio Salvi, era dei suoi, e che ha essa stessa sostenuto per decenni ogni espressione di cultura marginale. Giachetti è stato Radicale, come Guido Aghina che negli anni Novanta fondava la rivista Etnie.
    Oggi è più nazionalista e patriottica dei "velinisti" staraciani, difende la sacralità della lingua di Dante (salvo, magari, maltrattarla nell’uso quotidiano), usa metodi direttamente mutuati dall’esecrato Regime.
    Ci dobbiamo perciò aspettare che, fra le tante inutilità del governo Letta, ci sia prossimamente anche una legge che proibisca l’uso del "lei"?
    (Da Libero Quotidiano, 13/8/2013).

  • L’OPINIONE DELL’ACCADEMIA DELLA CRUSCA

    Il linguista Beccaria sul caso Esposito

    «Nelle forme ufficiali va usato l’italiano»

    Gli attacchi al dialetto del giudice della sentenza Mediaset

    di Angelo Agrippa

    «Nelle forme ufficiali di comunicazione bisogna usare sempre l’unica nostra lingua: l’italiano. Certo, il giudice Esposito parlava al telefono, in maniera informale, e quindi ha usato il dialetto napoletano. Ma occorre sempre distinguere i due registri. Poi, il napoletano è così: una lingua con forti radici identitarie ed è difficile rinunciare ad esso quando ci si trova tra conterranei». Parola di Gian Luigi Beccaria, tra i più famosi linguisti italiani, professore emerito dell’Università di Torino, membro dell’Accademia dei Lincei, dell’Accademia della Crusca e dell’Accademia delle Scienze di Torino, noto al grande pubblico per aver partecipato in qualità di giudice-arbitro, al programma cult televisivo sulla lingua italiana Parola mia, condotto da Luciano Rispoli.
    Tuttavia, quella intervista con il giornalista Manzo del «Mattino» è diventata una sorta di refrain per dileggiare il dialetto partenopeo. Perché?
    «Non ne farei un problema di napoletanità: tutti i dialetti offrono venature grottesche e comiche. Io, da piemontese, amo il Sud: diceva Einaudi che l’Italia senza il Sud non esisterebbe».
    Cosa pensa della solita disputa sul dialetto che dovrebbe avere la dignità di lingua?
    «Il dialetto ha già la sua dignità. Non esiste il piemontese, ma un fascio ampio di varianti. Così per il siciliano, il romanesco e lo stesso napoletano. Raffaele La Capria scrive capolavori in italiano, ma dice che Napoli, benché caotica, ha anche un modo di esprimersi che è come un flauto suadente che ti seduce».
    Professor Beccaria, c’è chi dice che l’Italia si è napoletanizzata, nel senso che è diventata più volgare. Solito pregiudizio anti-partenopeo?
    «Mi creda: la volgarità va al di là dei dialetti».
    Converrà che quando un napoletano si esprime in italiano sembra quasi compiere uno sforzo, avverte il pudore di mostrare la sua inflessione dialettale. Perché questo non avviene con voi piemontesi o con i toscani?
    «Forse è vero, ma i napoletani colti parlano uno straordinario italiano e non credo abbia più ragione di esistere questo pudore, retaggio di una sudditanza linguistica ottocentesca».
    (Dal corrieredelmezzogiorno.corriere.it, 9/8/2013).

  • Identità Orgoglio meneghino è anche coltivare e difendere una lingua con illustri tradizioni, che a dispetto di tutto resiste

    Mi parli el Milanes

    Si studia anche in Internet, ma attenti agli «storpiatori»

    di Franco Manzoni

    Dicono che il dialetto milanese sia morto da anni. Che quello scritto non sia praticamente esistito a partire dalla seconda metà del Novecento. Invece, dal 1950 a oggi, non si è mai registrato un periodo così fecondo di autori e opere (dalla poesia al cabaret, dalla canzone al teatro) in meneghino. E in ogni caso non si dovrebbe parlare di dialetto, ma di lingua.
    Non è un dialetto
    Pier Luigi Amietta, consigliere dell’associazione culturale Biblioteca della Famiglia Meneghina e noto dantista, lo spiega bene: «Quando esiste una tradizione secolare di poesia, teatro, letteratura fin dal Duecento, con dizionari, grammatiche e repertori lessicali, regole ortografiche e fonetiche, si parla di lingua, a prescindere dal numero dei parlanti». E coloro che parlano la «lengua» si organizzano, si attivano, anche con internet: tra gli indirizzi utili http://www.scireau.it (pron. scirö) che significa «cuore di cavolo o lattuga», cioè «il meglio»; http://www.elmilanes.it, http://www.canzon.milan.it, http://www.milanesiabella.it, http://www.la scighera.it, che vuol dire «bruma, nebbia, alone».
    Gli autori della tradizione
    Come tutte le lingue il milanese è cambiato nel corso dei secoli con l’introduzione di nuovi vocaboli assunti spesso dalle numerose dominazioni. Tra gli autori della tradizione Bonvesin de la Riva, Lomazzo, Maggi, Tanzi, Balestrieri, Parini, Porta, Grossi, Rajberti, De Marchi, Bertolazzi. Segue un fecondo Novecento, che non si ferma solo a Delio Tessa.
    Dove si impara?
    Edoardo Bossi, che si è formato al Circolo Filologico, amico di esperti della lingua milanese come Claudio Beretta e Cesare Comoletti, sottolinea: «Molte le associazioni dove ancora oggi si scrive, si poeta e si parla la lingua milanese: l’Accademia del dialetto milanese con sede itinerante; il circolo Volta in via Giusti 16; la Biblioteca della Famiglia Meneghina, ospitata dalla Società del Giardino in via San Paolo lo, che ogni anno organizza il premio "La mia vita per Milano"; il Circolo Filologico Milanese in via Clerici 10; l’Antica Credenza di Sant’Ambrogio in via Rivoli 4. Poi c’è il Cal (Cenobi avocatt lombard), che esiste dal 1931 e ogni anno pubblica un volume di poesie di autori della tradizione e contemporanei, oltre a motti, proverbi, ricette: con un enorme bavaglino-grembiule, gli avvocati si danno appuntamento una volta al mese per mangiare assieme e parlare solo in meneghino».
    Non va dimenticata, poi, Radio Meneghina su Fin 91.95, nata più di trent’anni fa.
    Dal 1950 ad oggi
    Tra i poeti più significativi dell’ultimo mezzo secolo ricordiamo Emilio Guicciardi, Cesare Mainardi, Luigi Cazzetta, Carletto Pierotti, Dino Gabiazzi. E ancora Giovanni Luzzi, Mario Comolli, Paolo Sambo, Franco Bettinelli. Mentre, tra i viventi, Giorgio Caprotti, Lucio Calenzani, Pier Luigi Amietta,
    Marco Candiani, Ada Lauzi. Si sono sviluppate la canzone e il cabaret, esempi Walter Valdi, i Gufi, Jannacci, Fo, Gaber, Cochi e Renato„ Svampa, Brivio, il teatro di Piero Mazzarella con i testi del fratello Rino Silveri, Liliana Feldmann, Gino Bramieri, Anna Priori, Aleardo Caliari e il suo Teatro della Memoria, Enrico Beruschi e Roberto Marelli.
    Contro gli orecchianti
    A chi dobbiamo l’imbarbarimento della lingua milanese? Non solo alla globalizzazione. Hanno colpe anche scrittori e poeti che lo utilizzano storpiandolo. Dice Pier Luigi Amietta: «Stiamo per lanciare un documento contro gli orecchianti come Franco Loi, di cui non si discute la grandezza poetica, ma l’uso disinvolto, nel suo personale pastiche, della lingua milanese. Chi pretende di scrivere e pubblicare in una lingua, deve come minimo non tradirla. Giusto tenerla viva, giusto aiutarla ad evolvere. Ingiusto stravolgerla».
    (Dal Corriere della Sera – ed Milano, 4/5/2013).

  • LIBRO SILVIA MORGANA PRESENTA IL SUO SAGGIO: DA BONVESIN DE LA RIVA ALL’IDIOMA METICCIO DI OGGI

    L’evoluzione della «lingua» milanese

    Radici «Molte parole del mondo dell’industria hanno origine nella nostra città: propulsori, fresatrici, calzaturificio…»

    di Severino Colombo

    Maryam e Sami sono due bambini egiziani che parlano italiano con accento meneghino. Il libro «Storia linguistica di Milano» (Carocci) di Silvia Morgana, 66enne docente di Storia della lingua italiana all’Università Statale, è dedicato a loro. «Piccoli nuovi milanesi che quando imparano una parola in dialetto sono felici, si sentono più milanesi», spiega l’autrice. Il volume, per studiosi ma anche per lettori non specialisti, viene presentato martedì alla Sormani; con Morgana saranno presenti i linguisti Emanuele Banfi e Pietro Trifone. Il saggio ripercorre con taglio cronologico «l’evoluzione linguistica e insieme sociale e culturale della città» attraverso testi letterari, documenti commerciali, atti ufficiali, lettere di mercanti. Parte dal volgare milanese del Duecento di Bonvesin de la Riva e tocca periodi come l’Illuminismo in cui «Milano è stata la capitale del rinnovamento culturale linguistico». Con l’Esposizione universale del 1906, poi, «la città divenne un laboratorio anche per la lingua, lo stesso – avverte Silvia Morgana – accadrà con l’Expo del 2015». A chi, come i puristi del dialetto, lamenta che il milanese di oggi non è più quello del Porta, la studiosa ricorda che lo stesso Porta, a suoi tempi «usava un dialetto letterario che non era quello parlato. E se, nel tempo, vocaboli del dialetto milanese come «bigatto» (baco da seta), «schirpa» (dote della sposa) o «sidella» (secchio) si sono persi; altri, invece, sono entrati nell’italiano: «Sono milanesi molte parole legate al mondo dell’industria come "propulsori", "fresatrici", "calzaturificio"». L’ultima tappa del libro è il «multilinguismo urbano» degli anni Novanta del XX secolo. Ma non è un punto d’arrivo, perché, conclude la docente universitaria, «il lessico cambia velocemente, oggi più che mai». Come dire, il milanes di domani è ancora tutto da scrivere.
    (Dal Corriere della Sera, 27/1/2013).

  • L’INTERVENTO

    Quel dialetto milanese che non tornerà

    di Luigi Rancati

    Cari amici del Corriere di Milano, podaria rispond in milanés al bèl articol dell’Italo Vaglienti, inscì faria contenta la mia nonna Pina, nassuuda in cors Lorett al 13, in faccia al Lazarett, propi quand el Bava Beccaris el sparava i sò cannonàd, brütt demòni! Potrei continuare, ma nessuno mi capirebbe. Proprio la mia nonnetta ci esortava a parlare bene l’italiano e anche a imparare le lingue. Così, nel secondo dopoguerra, zigzagando tra le macerie, ho imparato le lingue e ho fatto la mia parte di boom, girando il mondo, facendo cose, vedendo gente. Toh, che bella idea il patinoire al Rockefeller Center, visto dall’ufficio del Chief executive officer al 37esimo piano. Noi milanesi siamo orgogliosi che la nostra città, crocevia di attività, sia quella in cui tutti parlano italiano, più che in qualsiasi altra città italiana. E il dialetto, e le nostre belle espressioni così terragne e colorite, impossibili da tradurre? Tutto cambia, tutto si trasforma, inevitabilmente. In corso Loreto scorreva una roggetta, poi gli sferraglianti tram in corso Buenos Aires, adesso stanno riducendo i trottoir per fare posto alle signore macchine. Dov’è la latteria in «buonesaires» dove la mia mamma mi portava sotto Natale per una cioccolata bella calda-sbrojenta e una montagna di lattemiele e cannella, in cui ci pucciavo i savoiardi, con tutta la gente piena di pacchetti e pacchettini che si affrettava verso casa con il bavero alzato e le luci dei lampioni avvolti nella nostra bella nèbbia, che la và giò per i polmon? Da tempo ci hanno messo l’ennesimo negozio di scarpe, gambe in spalla e pedalare. Dunque? È una battaglia persa, possiamo soltanto sperare che da qualche parte si conservi il nostro bel dialetto, così, tanto per fare contento il caro ingegner Gadda, e non solo. Un angolino il nostro Corriere di Milano potrebbe dedicarglielo, tipo la rubrica del Tettamanti. Ah, podè andà in del fondeghee a comprà un scartozzèl de zuccher in della sua bèlla carta de zuccher, appunto, bleu come el noster ciél, così bello quando è bello. Invece, tutti all’iper, la differenza c’è e si vede, ciumbia. La gioventù la passa, la mamma muore. Resta solo il ricordo del primo amore.
    (Dal Corriere della Sera, 23/8/2012).

  • L’INTERVENTO

    Storia del milanese. Perché scompare un dialetto

    ITALO VAGLIENTI

    Un tempo era la lingua di tutti Anche nelle case delle famiglie agiate si parlava il milanese. Ora è rimasto solo qualche proverbio La Milano bene fra le due guerre Mio nonno materno era un milanese di famiglia agiata ed in casa sua si parlava sempre in dialetto milanese, solamente fra i due coniugi e gli altri adulti, mentre i medesimi si rivolgevano ai loro due figli unicamente in italiano e gli stessi replicavano in italiano. Questo, sia perché il parlare italiano era considerato un modo di essere più moderno e di maggiore apertura verso il mondo esterno, sia perché, da parte dalle classi abbienti, si riteneva l’uso quotidiano del dialetto un atteggiamento eccessivamente popolare. Mia madre e mio zio, pur avendolo solo sentito, conoscevano comunque bene il dialetto milanese. Ma in casa mia non è mai più stato usato. Sono rimasti nel lessico quotidiano solo alcuni proverbi in milanese. I quartieri popolari del dopoguerra Nel 1960, la mia famiglia si è trasferita da Porta Vittoria a Porta Ticinese. La zona, un po’ periferica, pullulava di vecchietti e di fabbrichette e dovunque si sentiva piacevolmente parlare in dialetto milanese. Nell’arco di pochi anni la popolazione, venendo a morire le numerose persone anziane, è profondamente mutata, sopraffatta dall’immigrazione, prima dal Meridione, poi degli extracomunitari. Inoltre vi è da considerare che la situazione immobiliare della zona Ticinese, in cui abitavo, era alquanto scadente. Questo ha caratterizzato il tipo di immigrazione, estremamente popolare, ma con propri usi e costumi particolarmente radicati e quindi gente totalmente impermeabile all’eloquio locale. Caratteristiche del milanese autoctono La zona del Milanese, terra di ampio passaggio, ottima per lo stanziamento umano era, nel primo Novecento, popolata da uomini aperti all’ospitalità e disponibili all’accoglimento, uomini che non avevano eretto alcuna difesa a tutela dei propri usi e costumi, caratterizzati questi da una spiccata apertura verso l’universo che transita e poi si mescola. Questo, ovviamente in sintonia con la natura e l’indole dei soggetti che risiedevano nel territorio milanese. Morale Con le premesse di cui sopra, il milanese, come dialetto, è oggi praticamente scomparso come lingua parlata. Come lingua scritta, non è praticamente mai esistito nella seconda metà del Novecento. Così, molto velocemente, negli scorsi anni, è morto il dialetto milanese. Peccato.
    (Dal Corriere della Sera, 21/8/2012).

  • TERZA PAGINA ELZEVIRO IL SAGGIO LETTERARIO DI NINO BORSELLINO

    IL DIALETTO POETICO CANCELLATO DALLA TV

    La nostra lingua si avvale della germinazione di più linguaggi

    di Giovanni Russo

    «Lo scrigno del dialetto» di Nino Borsellino, edito da Fermenti (pp. 104, 14), racchiude in un saggio magistrale i quattro principali poeti dialettali, Giovanni Meli, Carlo Porta, Gioacchino Belli e Salvatore Di Giacomo: un contributo prezioso alla comprensione del rapporto tra lingua e dialetti. Nella nota introduttiva, l’autore sottolinea la singolarità dell’italiano che come osserva Gianfranco Contini si avvale di una pluralità di linguaggi parlati non per inserimenti esterni ma per germinazione spontanea. Secondo Borsellino, la poesia dialettale ha lo stesso valore di quella italiana perché, quando il dialetto si formalizza in lingua scritta, «è un atto di scrittura che si riflette in poesia». Questi poeti hanno il pregio di non aver «contaminato» le loro produzioni con linguaggi misti come i prosatori Gadda o Meneghello, ma hanno conservato purezza e autenticità. Il libro si apre con il ritratto di Meli. Quando nella «farsetta siciliana», i palermitani in festa per l’arrivo a Palermo nel 1798 di re Ferdinando IV scacciato da Napoli dalle armate rivoluzionarie francesi, il poeta rappresenta popolani, borghesi e nobili dissestati, mostra sensibilità per le condizioni sociali e politiche della Sicilia. In polemica con Leonardo Sciascia il quale nel Consiglio d’Egitto considerava Meli un intellettuale che cercava di rendersi gradito al potere, Borsellino sostiene che il poeta aveva uno spirito indipendente: egli si era espresso in dialetto, pur padroneggiando l’italiano, perché lo considerava la lingua di un popolo erede di un’antica civiltà e non un rozzo vernacolo popolaresco. La poesia per lui, medico condotto, non era evasione, ma la sua vera vocazione e il dialetto lo strumento migliore per cantare, nella tradizione dell’Arcadia, la bellezza della Natura e i valori della pace. Borsellino passa poi ad esaminare le opere del milanese Porta, a cui Dante Isella ha dedicato nei Meridiani di Mondadori la raccolta completa delle poesie. In Porta, diversamente da Meli, non c’ è la finzione del mondo dell’Arcadia, ma un rapporto diretto con la realtà. L’uso del dialetto è essenziale per rappresentare con spontaneità i soggetti delle sue satire, oppressi dalla prepotenza dei soldati napoleonici e dalla loro condizione di sudditi. Le vicende di Giovannin Bongee, «eroe comico della sopportazione», o di Marchionne, altra vittima esposta alla beffa, servono per delineare personaggi teatrali che Porta sa descrivere con grande verve comica, cosicché la sua poesia ci dà il ritratto vivo della società milanese del tempo. Al Porta, Borsellino assegna la posizione di poeta europeo che ha dato a Milano «la prima lingua moderna del racconto del teatro». Quanto al Belli, nei suoi 2.279 sonetti si riflette lo sguardo «del popolano della Roma del primo Ottocento» che non si fa prendere dalla retorica della romanità ma sa esprimersi con istintiva ironia. Borsellino non solo sa cogliere il rapporto tra la Roma dei Papi e la plebe, che non ha speranza di riscatto sociale ed è incurante di tabù morali, religiosi e sessuali, ma collega l’immaginazione del Belli alle descrizioni dissacranti di Pietro Aretino: vedi il sonetto «Li Beati», dove il Papa è costretto a rinviare la loro promozione in paradiso a causa del costo delle funzioni: «li santi della Chiesa nun se ponno creà senza quattrini». Di Salvatore Di Giacomo, fa il ritratto oltre che del maggiore dei lirici in dialetto di fine Ottocento, anche della sua umanità, delle sue timidezze, dei suoi problemi nervosi. Dalla lettura di questo saggio viene spontaneo chiedersi quale effetto abbia avuto la «lingua televisiva» sulla persistenza dei dialetti. Ci sarà ancora una poesia dialettale non artificiosa o l’evoluzione dei dialetti finirà per essere cancellata dal consumismo del parlato televisivo? Sono molte le domande che nascono dalla lettura dei testi di coloro che Borsellino considera i quattro maggiori poeti dialettali. Avendoli collegati alle correnti culturali e filosofiche del loro tempo, Borsellino ha fatto emergere non solo un tratto significativo del loro modo di esprimersi, ma anche il rapporto tra la grande tradizione culturale e l’espressione dialettale che definisce «la vena aurea che dalle origini scorre, continua a scorrere nel corpo della letteratura italiana in poesia e in prosa».
    (Dal Corriere della Sera, 12/7/2012).

  • ALL’ ARGENTINA

    Da Eduardo a Totò Toni Servillo legge la sua Napoli

    Parole I testi raccontano una delle città italiane più amate e controverse

    di Marco Andreetti

    Toni Servillo legge la sua Napoli attraverso una carrellata di autori che, dal Novecento a oggi, hanno raccontato l’universo di una delle città italiane più amate e controverse. «Per andare a scavare in un’enorme civiltà che fa da contrappeso a una città che invece, sul piano sociale, ha un’enorme problematicità» ha spiegato l’attore. Servillo da stasera fino al 26 febbraio sarà in scena al Teatro Argentina (ore 21, Largo di Torre Argentina 52, tel. 06.684000311) con «Servillo legge Napoli», spettacolo in cui presenta pagine che vanno da Eduardo De Filippo a Ferdinando Russo, da Raffaele Viviani a Mimmo Borrelli. «C’è un filo rosso che tiene insieme questo viaggio nella lingua napoletana – ha detto Servillo -. Oltre ad essere un percorso temporale dalla lingua di ieri a quella di oggi, è un viaggio nel rapporto con l’aldilà, con Dio e con i santi». Servillo darà voce nel suo dialetto («I dialetti sono una ricchezza che moltiplica le occasioni d’incontro e non un momento di separazione») alle parole e alle visioni di Salvatore Di Giacomo («Lassammo Fa’ Dio»), Eduardo («Vincenzo De Pretore»), Ferdinando Russo («A Madonna d’ e’ mandarine» e «E’ sfogliatelle»), Raffaele Viviani («Fravecature») e tanti altri, fino al conclusivo tributo a Totò con «’ A Livella». «Ho scelto questi testi – ha aggiunto Servillo – perché ne emerge una lingua viva nel tempo, materna ed esperienziale, che fa diventare le battute espressione, gesto, corpo. Una sorprendente ed emozionante partitura scenica delle voci e delle visioni di una città/universo».
    (Dal Corriere della Sera, 14/2/2012).

  • IL CASO I NODI DELL’«IDENTITÀ» PADANA

    L’«orazione» di Gobbo in dialetto veneto I lumbard non capiscono

    di Marco Cremonesi

    «A se l’è adree a dì?». Il militante di certissima origine bergamasca ascolta Gian Paolo Gobbo con la bocca aperta. Il sindaco di Treviso, nonché segretario della Liga veneta, ha iniziato il suo intervento – peraltro assai applaudito – in dialetto stretto della Marca, quasi una canzone. Di cui il leghista orobico ha capito nulla («Ma cosa sta dicendo?»). Allo stesso modo, il sindaco ex rugbista certo non comprende (come nessun altro in Italia) la forte parlata delle «valli». Se la lingua è una delle caratteristiche fondamentali di un popolo, per la Padania non c’è speranza. Nel dibattito sulla terra promessa leghista questo è un problema che Umberto Bossi, abilissimo creatore di miti, ha sempre avuto assai presente. Già nel 1989, durante l’ ultimo congresso della Lega lombarda prima della svolta federale del 1991, il gran capo dimostrava di esserne ben consapevole. Al punto da spiegare esplicitamente che l’allora Repubblica del Nord non era entità basata sull’etnia, ma su ragioni «politiche ed economiche». Mentre la discesa del Po da Monviso a Venezia è la festa «dei» popoli padani. La recentemente ribadita scomunica all’associazione Terra Insubre, attivissima e meritoria nella riscoperta della storia e dell’archeologia varesina e ticinese, secondo chi la sa lunga nasce soprattutto da inimicizie antiche dentro il mondo leghista. Ma è anche vero che il neo celtismo è per nulla adatto a fungere da fondamento ancestrale della Padania. Esclude vastissime porzioni di Veneto, tutta la Liguria e persino ampie zone della Lombardia: i Comuni vivevano nell’arcileghista provincia di Brescia. E comunque, basta andare a una festa padana in Veneto. Prima della fine della serata arriverà immancabile la discussione sul fatto che i veneti sono popolo mentre i lombardi sono poco più che un patchwork: «Che c’entra un bergamasco con un mantovano?». Per tacer delle ironie sul «ventilatore», il soprannome che i veneti danno al Sole delle Alpi caro al sindaco di Adro. Ed ecco che la Padania, soprattutto nei discorsi di molti dirigenti, viene sostituita da un termine assai meno evocativo, e anzi decisamente amministrativo, come «macroregione». Ieri, a Vicenza, per l’omaggio appassionato rivolto alla memoria di Gianfranco Miglio dal suo erede e nuovo ideologo del Carroccio, il professor Stefano Bruno Galli. Tra l’altro, l’analisi di Miglio sul tramonto degli Stati nazionali è ancora oggi musica alle orecchie leghiste. Come, del resto, la sua ostilità all alleanza con Silvio Berlusconi nel 1993. Insomma: più facile ripartire da Miglio che dalla Padania.
    (Dal Corriere della Sera, 5/12/2011).

  • IL SAGGIO «IL SENSO DI APPARTENENZA PASSA ANCHE ATTRAVERSO UN VOCABOLARIO COMUNE»

    La forza antica del dialetto

    di Maria Egizia Fiaschetti

    «Consijo de gorpe, stermigno de galline»: proverbio di Allumiere. «Chi tè ‘ a sanità è riccu e no’ ‘ o sa. Dóppu ‘ a quarantina ‘ n malannu pe’ mmatina»: saggezza di Guidonia Montecelio. E ancora: «Co’ ‘ o poco ce se campa e co’ ‘ o gnente ce se more»: Velletri dixit. Sono solo alcune delle frasi idiomatiche raccolte nel libro «Dialetto e poesia nei 121 comuni della provincia di Roma» (Edizioni Cofine), di Vincenzo Luciani: direttore del mensile «Abitare A» (distribuito nei municipi V , VI e VII) e del Centro di documentazione della poesia dialettale «Vincenzo Scarpellino». Pugliese, classe 1946, Luciani è un grande appassionato di rime in vernacolo: nel 2005, inizia a censire le zone di Civitavecchia e della Tuscia romana. Con il secondo volume, fresco di stampa, la ricerca può dirsi compiuta: «In totale, abbiamo individuato 287 poeti, amatoriali o di professione – racconta l’autore – con punte di eccellenza». Tra gli altri, Ettore Pierrettori di Tolfa e Alessandro Moreschini di Castel Madama. La mappatura descrive un tessuto vivace: «Oltre alla tipica esaltazione del luogo – spiega l’esperto – si spazia nei sentimenti, nei grandi temi esistenziali, al pari della poesia in lingua». Complice l’alta densità di versificatori: «Legati alla tradizione, ma dalla mentalità aperta – assicura Luciani – tanto che a parlare meglio il dialetto, spesso, sono gli immigrati». Badanti, operai, braccianti, se non fosse che le più abili ad assimilare gergo e cadenza sono le seconde generazioni: «Mi è rimasto impresso un piccolo africano – ricorda lo scrittore – che a una recita scolastica rimproverava il compagno italiano per aver pronunciato male la battuta in rignanese». Potenza della lingua, venata di folclore: già, perché il senso di appartenenza passa anche per la condivisione di un vocabolario comune. Meglio se la solidarietà, tra un motto e uno sguardo d’intesa, aiuta a vincere i pregiudizi. Al supporto cartaceo si affianca il sito Web (www.poetidelparco.it), con agili schedature dei 121 comuni. Dal compendio emerge un mosaico multi sfaccettato e in continua evoluzione. Lo confermano le numerose campagne per la salvaguardia e la promozione degli idiomi locali: dalle sfide a braccio per talenti dell’improvvisazione alla commedia dialettale «In questa casa sostò Garibaldi», di Alfonso Gianola, messa in scena a Guidonia Montecelio. La Rete, a sua volta, pullula di iniziative tra il faceto e il nostalgico. Vedi la parodia di Benedetto XVI su YouTube, nella quale il Papa tedesco si esprime in larianese, ai gruppi su Facebook in difesa del vernacolo: da «Marinesi dialetto» per gli abitanti di Marino a «Il rocchegiano!» (806 iscritti), dedicato ai cittadini di Rocca di Papa. «Uno stimolo per i comuni – suggerisce Luciani – che dovrebbero incoraggiare la raccolta di termini dialettali su Internet, coinvolgendo la popolazione».
    (Dal Corriere della Sera, 19/10/2011).

  • IL PICCOLO FRATELLO

    Italiano e dialetto questione aperta

    Le vecchie interviste di Enzo Golino ci parlano dei problemi di oggi

    di Paolo Di Stefano

    Non si sa se rallegrarsene o no, ma i temi affrontati dagli scrittori sono sempre gli stessi. Così, leggere le belle interviste che Enzo Golino fece ai grandi narratori e poeti italiani tra il 1972 e il 1974 per Il Giorno (ora raccolte in Dentro la letteratura , Bompiani) fa un effetto strano: si parla di problemi d’oggi, ma a rispondere sono intellettuali che in massima parte non hanno più la possibilità di parlare. Questo accade leggendo i grandi: è come se le loro voci arrivassero dall’aldilà per parlarci di scuola, di natura, di industria, di storia. Una specie di miracolo. Prendiamo la questione della lingua, che riesplode alla fine del ’73, quando si ripropone un ritorno del dialetto nelle scuole. È un argomento attualissimo. Ecco cosa ne pensa Pier Paolo Pasolini: «È una piccola trovata che non ha riscontro nella realtà. Il dialetto e il mondo che lo esprimeva non esistono più, la gente non parla, non vuole e non può parlare in dialetto». Inutile insistere: «È stato spazzato via, e dall’età dell’innocenza siamo passati all’età della corruzione». L’età della corruzione è la civiltà dei consumi, che Pasolini non ama: il suo mondo «antico e barbarico» è scomparso con il dialetto. E che le classi subalterne abbiano conquistato la lingua italiana è per lui un fatto negativo, «perché è avvenuto a prezzo della distruzione di una cultura originaria». Dunque, gli chiede Golino, Pasolini sarebbe contento se il mondo tornasse al medioevo? Risposta: «Certo che sarei contento, disposto a rinunciare a qualunque cosa per il rimbarbarimento del mondo: un mondo in cui valga la pena di lottare». Il dialogo a distanza è con Carlo Cassola, che invece, intervistato sullo stesso argomento, dichiara senza mezzi termini la sua avversione per il dialetto, specie in letteratura. Vi avverte subito «il fastidio e il pericolo del colore locale»: anzi, proprio perché l’italiano è una lingua «mortificata nell’uso, ridotta a puro strumento di comunicazione», lo scrittore deve impegnarsi a rinnovarla, a «ridarle colore, tono, verginità». Impresa impossibile per Pasolini. Cassola ama Verga perché «è riuscito a trasferire in lingua una realtà dialettale», ha cioè capito che «la rappresentazione letteraria non è la realtà ma un equivalente della realtà». E aggiunge: «Scrivere della realtà non vuol dire trascrivere la realtà (…), amo le parole che siano un velo trasparente disteso sulle cose». Diciamo la verità, basterebbe questo pensiero per spazzare via molta sedicente Grande Letteratura di oggi. Basterebbe ascoltare Paolo Volponi, quando risponde al sospetto di sociologismo che qualcuno insinua a proposito di un romanzo come il suo Memoriale , il cui protagonista è un operaio alienato, Albino Saluggia: per scrivere un romanzo, afferma Volponi, non devo ignorare gli strumenti sociologici, economici, psicologici, ma «devo farne una sintesi poetica». Cioè? «La poesia consiste nella restituzione di qualcosa che ha mutato essenza e posizione passando attraverso la sensibilità dello scrittore». Quanti premi Strega e Campiello andrebbero riconsegnati al mittente se si giudicasse la letteratura con questi criteri.
    (Dal Corriere della Sera, 20/9/2011).

  • TREVISO Follia xenofoba

    «Non parli il dialetto?» Giustiziere veneto massacra un senegalese

    di Marino Smiderle

    «No te me capise?». Domanda sparata con gli occhi fuori dalla testa in stretto dialetto trevigiano e con intenzioni assai poco amichevoli dal "indigeno" Roberto Zuliani, 45 anni, una sfilza di precedenti lunga così. Dall’altra parte uno sfortunato operaio senegalese 49enne che, a dispetto del colore della pelle, risulta essere molto più integrato dello spiritato attaccabrighe del posto. Siamo alla stazione dei pullman di Vittorio Veneto (Treviso) e il senegalese, che non vuole rogne, cerca di dribblare l’esagitato.
    «No te me capise?», insiste però Zuliani al termine di una sequela di affermazioni poco urbane. Non ricevendo risposta, e deducendo quindi l’ignoranza del dialetto da parte dell’operaio di colore, questo «lord» di Pieve di Soligo ha finito col rompergli una gamba a furia di calci e pugni.
    «No te me capise?»,per i molti italiani che non si destreggiano con facilità nei meandri
    dell’idioma della Marca, sta per «Non mi capisci?».
    Di sicuro il denegale se lo capiva benissimo perché, come potrebbe testimoniare il trevigiano doc Giancarlo Gentilini, qui gli extracomunitari regolari sono talmente integrati che parlano meglio il dialetto che l’italiano. L’operaio, però, intuendo che chi aveva di fronte era meno trevigiano di lui, almeno dal punto di vista della correttezza pretesa da Gentilini, ha cercato di evitare lo scontro. Non si aspettava, evidentemente, una reazione tanto sconsiderata quanto criminale da parte di un tipo senza fissa dimora, anche se ufficialmente residente a Pieve di Soligo.
    Ricapitolando, un pievigino senza fissa dimora aggredisce, prima verbalmente e poi fisicamente, un senegalese regolare. Sembra un mondo che va alla rovescia quello visto venerdì sera alla stazione delle corriere di Vittorio Veneto. Fortuna che un passante, dopo aver assistito incredula alla violenta aggressione, abbia avuto il senso civico di chiamare i carabinieri. Che, quando sono arrivati, hanno trovato l’immigrato accasciato su una panchina.
    Non c’è voluto molto, sulla base della descrizione fornita dalla vittima, a rintracciare poco distante l’autore del pestaggio. «Non capiva il dialetto e così gli ho dato una lezione», sarebbe stata la folle "giustificazione" fornita ai carabinieri da Zuliani, celibe, disoccupato e picchiatore recidivo, a giudicare dai precedenti.
    Per lui sono scattate le manette con l’accusa di lezioni aggravate nei confronti dell’operaio, che è sposato e vive a Vittorio Veneto.
    Portato al pronto soccorso, al senegalese è stata diagnosticata una frattura a una gamba e diverse altre contusioni. Se la caverà, si fa per dire, in un mesetto abbondante. Parlare di aggressione razzista, però, suona quasi banale. Il «giustiziere puro» non avrebbe neanche potuto essere a Vittorio Veneto, visto che la Questura di Treviso lo aveva bandito dalla città per tre anni dopo che nel 2010 aveva dato parecchio fastidio ai pazienti dell’ospedale.
    (Da Il Giornale, 1/8/2011).

  • SONDRIO È DEDICATA AI MINATORI CANTATI ANCHE DA VAN DE SFROOS

    Una via dal nome in dialetto Per la prefettura è illegale

    di Luigina Giliberti

    «Non ho incontrato gente ma solo fari accesi, non crescon girasoli qui dove il mondo è spento, son nato su a Frontale in Alta Valtellina». Fu così che nel 2008 Davide Van De Sfroos celebrò i minatori di Frontale, frazione di Sondalo. E dedicò a questo antico mestiere una bella canzone dal ritornello dialettale: «Pica», picchia nella roccia per scavarla e romperla. I sondalesi accolsero con orgoglio il capolavoro del cittadino onorario e l’anno scorso, in sua presenza, inaugurarono una strada in gergo locale: via dei Minör. Apriti cielo. «L’attuale normativa non consente il dialetto, perché in provincia non vige il bilinguismo» fa sapere in questi giorni la prefettura di Sondrio. «La via è in dialetto e resterà tale – ribatte Luigi Grassi, sindaco di Sondalo, che promette battaglia -. Contatterò tutti i sindaci della valle e presenteremo un’iniziativa al ministero dell’Interno, per superare una norma anacronistica, che annienta una tradizione e non riconosce il valore della gente». A Livigno, dove le vie sono solo in dialetto da ormai 25 anni, «abbiamo impiegato 15 anni per realizzare il primo dizionario in lingua livignasca. Come possono pretendere indicazioni in italiano?» si interroga il vicesindaco Narciso Zini. «Serve per agevolare i turisti» dichiara Carla Cioccarelli, sindaco di Aprica, località dove non c’è una sola strada scritta in dialetto. A far da paciere interviene Van De Sfroos: «I minatori restano quello che sono. Hanno scavato luoghi in tutte le lingue del mondo. Il segno nella storia l’hanno lasciato».
    (Dal Corriere della Sera, 19/6/2011).

  • I professori, le lingue e l’uso politico del dialetto

    Cara Europa, apprezzo le vostre pagine culturali e spesso ne condivido il contenuto. Oggi un po’ meno, leggendo l’articolo di Lorenzo Tomasin, dell’università Ca’ Foscari di Venezia, “Dialetti d’Italia”: quasi a fare il verso a “Fratelli d’Italia”. E poi il sommario: “Il paradosso di un paese unito da ciò che più lo differenzia al suo interno”. Appunto i dialetti. Non so quali e quanti siano i dialetti in altri paesi di grande storia, vedi Francia. Mi pare comunque che il professor Tomasin si dolga che la rivoluzione liberale (posso togliere le virgolette?) del Risorgimento si sia ispirata per i modelli unitari e di organizzazione statuale a quella rivoluzione: cominciando dalla lingua nazionale, che da noi sarebbe stata imposta «dalla dialettofobia» e anzi dal «dialetticidio» di Alessando Manzoni.
    Vi sembra opportuno, con tante quinte colonne pronte a sparare sull’unità nazionale?
    LUISA PADOVAN, UDINE

    Cara professoressa, forse possiamo convenire che una cosa è l’opportunità di certi discorsi, come quello sui dialetti, di fronte all’offensiva antinazionale della Lega (Liga, in Veneto), altra cosa è il dibattito sulla sostanza di quei discorsi. In quello del professor Tomasin, ci sono cose che condivido, altre che non condivido indipendentemente dall’opportunità di parlarne. Per esempio, dire che i dialetti sono «un patrimonio comune» e non vanno visti come «una bandiera da levare in favore di questa o quell’idea d’Italia». Patrimonio sì, ma vogliamo dire chi e perché li leva come bandiera “contro”? Quanto al patrimonio, visto che anche il professore fa richiami al Risorgimento, vorrei ricordare che il Canzoniere del Risorgimento, zibaldone di inni, marce e poesiole di modesti verseggiatori dialettali, ha avuto la sua funzione unificante, certo, ma affianco e a integrazione di quella dei poeti romantici e classici che scrivevano in italiano: Luigi Settembrini e altri giovani, nelle galere o no, passavano giorni a imparare a memoria le poesie in lingua italiana e poi le recitavano, anzi “rappresentavano” in piazza, nella cultura del teatro che sola poteva coinvolgere la gente: tirandola fuori dai vicoli, dove – aveva scritto Dante cinque secoli prima nel De Vulgari eloquentia – ogni vicolo ha un suo dialetto, a prova di quanto poco Italia e dialetto si assimilassero.
    La grande pittura ci ha fissato negli occhi Camillo Desmoulin che canta la Marsigliese, non l’eroe italiano che denuncia in piazza, con parole di Berchet o Manzoni, il volgo disperso che nome non ha. In ogni caso, quella sulla dignità dei dialetti a fianco alla lingua nazionale mi sembra una querelle inutile: pure chi è entrato nei licei prima di Pasolini e della tardiva scoperta di Gadda, ha trovato nelle antologie testi di Pascarella, Belli, Trilussa, Porta, Russo (per fermarci a romani, milanesi, napoletani, senza impegnare un Goldoni). Egualmente oggi ci dilettiamo di Camilleri, Niffoi, Saviano, e ci rendiamo conto che il dialetto dei giovani gomorristi ottiene effetti artistici incisivi nella narrazione e dà la distanza fra uno Stato incompiuto e una gioventù malavitosa che non ha incontrato la lingua nazionale né a scuola, né in parrocchia, né nel mitico luogo lavoro.
    Ecco la funzione nazional-sociale del dialetto, anche come riequilibrio della società dei letterati, degli intellettuali e dei grammatici.
    E nessuno può disconoscerla. Ma nemmeno proporla quasi in antidoto al “toscano” di Manzoni, perché col solo dialetto si resta a Scampia. O nei Serenissimi Dominii della Liga, che forse erano più sereni 500 anni fa. So benissimo che non è questo il pensiero del professor Tomasin e che anzi il suo sforzo sta nel dimostrare che anche il dialetto, con le sue molte, piccole opere, rientri nel «canone risorgimentale», come lo chiamano storici e linguisti alla Sapienza (Asperti), a Pisa (Banti), e noi chiamiamo “pensiero unico” della nazione. Ma siamo lontani 1200 anni dal Concilio di Tours (813) dove l’élite linguistica, culturale, politica carolingia prese atto dell’irriducibilità dei nuovi ”volgari” (lingue romanze) al latino. Altrettanto irriducibili all’italiano ci sembrano oggi i nostri dialetti, nonostante tutti gli sforzi di amministratori e politici delle valli di richiamarli in servizio nella segnaletica o in atti ufficiali di stato civile, o come lingua scolastica complementare. Niente a che vedere col «valore educativo del dialetto» (Gramsci), tanto meno con la trasfigurazione di vita borgatara in arte (Pasolini). Federico Orlando
    (Da europaquotidiano.it, 10/6/2011).

  • La Lega trevigiana

    "In nome del Pare…": la messa veneta fa infuriare la Curia

    di ALESSANDRO GONZATO

    «In nome del Pare, del Fiòl e del Spirito Santo». Volevano la messa in dialetto veneto e l’hanno ottenuta, nonostante il parere contrario della Diocesi di Treviso, secondo la quale il rito può essere celebrato solo in italiano o in latino oppure in altre lingue locali, purché approvate dall’apposita commissione romana, ma tra le quali non rientra quella veneta.
    Alla Lega trevigiana, però, poco importa: la messa in dialetto rifarà, ormai è deciso.
    Poco sembra importare anche ai cittadini, leghisti e non, i quali si dicono stupiti dalle polemiche innescate attorno alla funzione religiosa. «Chi di dovere pensi a cose più importanti anziché ad una messa in dialetto». La celebrazione è in programma per domenica prossima con inizio alle nove e trenta a Vedelago, in occasione della "festa delle origini venete". Il grande palco davanti al municipio è quasi pronto ma non è però ancora chiaro chi sarà il celebrante, se un prete del luogo o un "foresto", visto che, dopo il "no" del vescovo la questione si è fatta delicata.
    La "festa delle origini venete", voluta dall’assessore all’Identità Veneta, il leghista Renzo
    Franco, gode del patrocinio della Regione e della Provincia di Treviso, entrambe governate dal Carroccio. La messa in trevigiano rappresenterà il "clou" delle manifestazioni. Vi assisteranno le massime autorità cittadine che risponderanno ovviamente in dialetto alle invocazioni del sacerdote e che con lui reciteranno "El Pare Nostro" e che all’invito «Scambiève un segno de pace» si stringeranno la mano a vicenda girandosi sui banchi e dicendosi «Pace ànca a ti», «Pace anca a éla, siòra». In nome dell’orgoglio veneto verrà issato a un lato del palco il gonfalone della Repubblica Serenissima, col " leòn de San Marco". «È un’iniziativa culturale» dice l’assessore che l’ha promossa. «Da duemila anni la nostra identità è quella cristiana e di una lingua che ancora oggi qualcuno si ostina, sbagliando, a definire dialetto». La messa in dialetto non è quindi una provocazione politica. «Tanto più – aggiunge l’assessore – che già alcuni preti predicano in lingua veneta per farsi capire anche dai contadini».
    Il Comune leghista di Vedelago, nel giugno dello scorso anno, era già finito al centro dell’attenzione dei media per aver fatto suonare il "Va’ Pensiero" al posto dell’ "Inno di Mameli" in occasione dell’inaugurazione di una scuola elementare.
    Circostanza che, per smorzare le polemiche, il governatore veneto, Luca Zaia, invitato alla cerimonia, aveva tiepidamente smentito. Ora però si aspetta la messa in dialetto veneto. Alla gente non dispiace. C’è molta curiosità soprattutto perla predica. E alla fine quando il prete dirà «La Messa la xe fina, andè in pace», i fedeli risponderanno «Grassie» e forse ci sarà anche l’applauso.
    (Da Libero, 10/6/2011).

  • L’ ESPERIMENTO DOPO QUATTRO ANNI DI CAMMINO ACCIDENTATO, LA LEGGE REGIONALE SULLO STUDIO DEL DIALETTO RACCOGLIE I PRIMI RISULTATI IL SUCCESSO

    Non solo inglese. Il friulano a scuola diventa «glocal»

    di Marisa Fumagalli

    Il friulano sui banchi di scuola. Plausi, polemiche, ricorsi. E un cammino accidentato della legge regionale (varata nel 2007, durante la Giunta ulivista di Riccardo Illy e poi impugnata dal governo nazionale), che ora sta per essere «tradotta» in un regolamento attuativo, secondo i vincoli imposti dalla sentenza della Corte Costituzionale. «I punti controversi erano due – spiega l’assessore regionale alla Cultura del Friuli Venezia Giulia, Roberto Molinaro -: la salvaguardia della scelta delle famiglie degli alunni e l’impostazione metodologica. Il verdetto della Corte, in sostanza, ha eliminato il silenzio/assenso che comportava l’automatica partecipazione ai corsi di friulano e ha stabilito che la metodologia dell’insegnamento non è di competenza della Regione. Ora siamo pronti con una bozza tecnica – continua – che prevediamo di approvare entro maggio. Ragionevolmente, durante l’estate, il regolamento attuativo sarà varato». Fin qui, l’iter burocratico. Ma che cosa è successo nel frattempo? La lingua friulana è diventata materia di studio nelle scuole? Una premessa, innanzitutto: al netto delle spinte politiche locali, Illy, lavorando a quel progetto, s’ispirò alla legge nazionale n. 482 del 1999, che promuove la valorizzazione delle lingue minoritarie parlate nella Penisola. Di più: l’articolo 6 della Costituzione dice che «la Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche». Dunque, nella casistica ad hoc, il Friuli Venezia Giulia, dove molti cittadini parlano il friulano correntemente, ci sta tutto. «La legge, pur con i limiti dovuti all’assenza di regolamento, è stata applicata in 130 comuni su 218. Il consenso ai corsi viene dato, mediamente, da una famiglia su due – osserva l’assessore Molinaro -. L’area geografica interessata (cioè quella in cui il friulano è lingua quotidiana) comprende soprattutto Udine e provincia. A Gorizia, invece, la minoranza linguistica è insediata in alcuni quartieri della città. Di conseguenza, lo studio del friulano viene proposto soltanto negli istituti di riferimento». Ancora: l’esperienza di questi anni ha dimostrato che l’atteggiamento positivo o negativo dei genitori e degli alunni molto dipende dalla proposta formativa. «Il timore diffuso è che l’utilizzo della lingua friulana crei confusione nel bambino e incida sul corretto apprendimento dell’italiano – afferma Gloria Aita, dirigente scolastico dell’ Istituto Comprensivo di Tavagnacco (Udine), che conta 1.400 alunni e 10 scuole (una media, 5 elementari e 4 d’ infanzia) -. È importante illustrare la valenza culturale del progetto e l’incidenza dell’uso di vari linguaggi sulla flessibilità mentale e sulla predisposizione all’apprendimento. Così viene accettato con favore. È scientificamente dimostrato che, imparando varie lingue (nel mio istituto, per esempio, l’inglese si insegna fin dalla scuola d’infanzia) si acquisisce maggiore elasticità. Senza contare, l’utile conoscenza della cultura delle proprie origini. In definitiva, a Tavagnacco, registriamo l’80 per cento dei consensi. Un dato eccezionale, però. Va tenuto conto, inoltre, delle resistenze dei docenti – aggiunge la dottoressa Aita -. Anche qui, il ruolo propulsivo del dirigente scolastico è fondamentale». L’istituto di Tavagnacco, insomma, va considerato un modello di applicazione. (Non solo per il progetto che riguarda il friulano. Basti dire che è l’unica scuola d’Italia che ha una scuola media dello sport). Gloria Aita racconta di corsi di formazione degli insegnanti, di mediatori culturali e linguistici e di come, per il prossimo anno scolastico, ci si sta attivando per inserire in tutte le classi «30 ore di lingua e cultura friulana, trasversalmente a varie discipline, utilizzando le tecnologie informatiche». I docenti che non hanno competenza linguistica chiedono l’intervento in classe di colleghi che invece la possiedono. Nel corso degli anni, infine, sono stati invitati a Tavagnacco esperti esterni, come il poeta Giuseppe Cappello e la poetessa Novella Cantarutti. Anche il grande Pier Paolo Pasolini talvolta amava comporre versi in friulano.
    (Dal Corriere della Sera, 11/6/2011).

  • ELEZIONI E SLOGAN

    Quando si cambia il sesso di una città (colpa del dialetto)

    di Gian Antonio Stella

    Avendo giurato di cambiare «Milàn», Letizia Moratti gli ha intanto cambiato sesso. Avete presente lo slogan scelto per fare l’occhiolino ai leghisti? «Per ona Milàn semper pussee bèlla de viv». Per una Milano sempre più bella da vivere. Testo correttissimo, in italiano. Ma in dialetto no: in dialetto Milàn è maschile. Indiscutibilmente maschile. Uno strafalcione da matita blu. Dovuto, ahi ahi, alla consulenza proprio della Lega. Era orgogliosissima, sabato, La Padania. Il titolo delle due paginate dedicate alle prossime elezioni amministrative e alla squadra dei 48 padani candidati era proprio quello slogan: «Per ona Milàn semper pussee bèlla de viv». L’articolo spiegava che i candidati del Carroccio sono «gente talmente legata al territorio da urlare a gran voce il programma elettorale in dialetto milanese» e che dunque gli obiettivi dei prossimi anni erano stati tradotti in meneghino. Entusiasta la Moratti: «Siamo a Milano, è giusto mantenere queste tradizioni, una volta il dialetto lo parlavano tutti». Anche perché, rincarava il capogruppo a palazzo Marino del Carroccio Matteo Salvini, «c’è qualcun altro che stampa volantini elettorali in arabo o cinese: noi abbiamo pensato che, siccome non si vota per Islamabad o Pechino ma per Milano, fosse il caso di ritornare un po’ alla realtà e parlare una lingua che ci accomuna nell’identità e nella tradizione». Via dunque al programma in «milanés». Tradotto dall’originale italiano, spiega il Giornale, «da Pietro Dragan e Adriana Scagliola, esperti di milanese oltre che candidati del Carroccio nei consigli di zona». Come l’ha visto, il professor Vermondo Brugnatelli, docente alla Bicocca, massimo esperto italiano di letteratura berbera, milanese, linguista, autore di una novantina di pubblicazioni scientifiche nonché poeta dialettale («Voeuri propi cuntav ‘ se m’è success / l’altra nott che mì seri adree a tornà / perduu in mezz a on nebbion negher e spess / cont on fregg che faseva barbellà…») ha fatto un salto sulla sedia: «Ma Milàn non è femminile!!!». Lo scriveva ad esempio, polemizzando proprio con chi aveva svirilizzato la sua amatissima «heimat» maschia, anche un monumento lombardo come Gianni Brera. Che ne «L’Arcimatto 1960-1966», a pagina 272 strapazzava i critici: «Milan Milanon / chi te lassa l’è un cojon. Milano inabitabile, Milano cafona, Milano ricca (e nunc pover). Oh, basta! Intanto Milano è maschile. Come Parigi. El mè Milan. E lo trovo anche bello, brutti fregnoni». Ma il grande giornalista pavese fattosi milanese per amore è solo uno dei tanti. Prendiamo come punto di partenza Carlo Porta, il più grande dei poeti in milanese, morto nel 1821 dopo aver composto strofe che non lasciano il minimo dubbio. «Se no t’avesset faa el me car Milan / che mett al mond di basger come mì…»: «il mio caro» Milano, non la mia cara. Un’altra? «E lor che in sto Milan gh’ hin vegnuu gris / Gh’ han coragg de stampann chì in sul muson…»: «questo» Milàn, non questa. Un’ altra ancora? «Pover Milan, se la va innanz inscì, / Prest prest te restet / senza nobiltaa»: «povero» Milano, non povera. Andiamo avanti? «Prometti e giuri col vangeli in man / de amà prima de tutt chi m’ha creaa / e subet dopo stò me car Milan»: prometto e giuro col Vangelo in mano, prima di tutto di amare chi mi ha creato e subito dopo «questo mio caro» Milano. Qualche anno dopo la morte del massimo poeta ambrosiano, nel 1841, il «Vocabolario milanese-italiano» di Francesco Cherubini non riporta il genere dei sostantivi, ma due degli esempi che elenca chiariscono perfettamente il genere del capoluogo lombardo: «De Milan ghe n’è domà vun» (di Milano ce n’ è uno solo) e «Pover Milan!»: povero Milano! Mezzo secolo più tardi Carlo Righetti, che col «nom de plume» di Cletto Arrighi fu tra i massimi esponenti della Scapigliatura, nel suo dizionario milanese-italiano edito nel 1896 cita esempi uguali a quelli del Cherubini. In aggiunta, scrive che «Milan incoeu el fà quatercentquindes milla anim»: Milano oggi fa 415 mila anime. Dove Milano («el fà» e non «la fà») è di nuovo mas-chi-le. Poi, certo, le lingue vive cambiano e l’ortografia delle parole è spesso controversa. Ma il «sesso» di Milàn no, non cambia. E due note grammatiche di Franco Nicoli («Grammatica Milanese», 1983) e di Claudio Beretta («Contributo per una grammatica del milanese contemporaneo», 1984) confermano: «Milàn» è maschile. Esattamente come recitava oltre un secolo fa una delle più celebri commedie, quella di Carlo Bertolazzi uscita nel 1898: «El nost Milan». Il «nostro» Milano. Proprio come nella più celebre delle canzoni popolari, «O mia bela Madunina». Dove, verso la fine, la strofa dice: «Tutt el mond a l’ è paes e semm d’ accord / ma Milan, l’ è on gran Milan!». Milano è «un» grande Milano. La cosa buffa, che aggiunge un tocco surreale allo strafalcione, è che due anni fa Letizia Moratti, senza la consulenza dei filologi padani, l’aveva indovinata giusta. Il titolo di un opuscoletto pubblicato dal Comune alla fine di ottobre del 2009 per illustrare i risultati della giunta e inviato a decine di migliaia di famiglie milanesi era infatti in tre lingue. Milanese, italiano, inglese: «El nost Milan / La nostra Milano / Our Milan». Correttissimo. E chi poteva immaginare che proprio loro, i teorici del «celodurismo», svirilizzassero oggi il loro maschio capoluogo? Di scivoloni simili, d’altronde, in questi anni, ne abbiamo visti diversi. Tanto che il grande Luigi Meneghello, che conosceva il veneto e in particolare il dialetto vicentino come nessun altro (ricordate i suoi meravigliosi scioglilingua? «Aio / pèio sòio / òio / taio bóio / méio / saio sbròio / viaio / luio griio / giio biio») diceva di disapprovare «l’uso rozzamente polemico e strumentale che viene fatto dei dialetti». Proprio perché, spiegava, per difendere i dialetti occorre conoscerli, studiarli, rispettarli senza «spotaci». Cioè senza macchie. Una posizione elitaria? «Ah, certo. Inevitabile. Più si è fedeli alla verità del parlato popolare più la lingua è letterariamente perfetta».
    (Dal Corriere della Sera, 26/4/2011).

  • LA POLEMICA GLI ACCADEMICI CONFERENZA

    «Gabriella Ferri ha inquinato il romanesco»

    Quando Romoletto cantava gli stornelli

    di Maria Rosaria Spadaccino

    Chissà che avrebbe detto Gabriella Ferri, se l’avesse saputo. Chissà cosa penseranno ora i suoi (tanti) cultori. Ma i puristi della canzone romana, gli accademici dell’Accademia «Giuseppe Gioacchino Belli», i discendenti di Romolo Balzani pensano che la grande interprete di Testaccio abbia «inquinato» il dialetto romanesco, contaminandolo troppo con l’italiano. «Per esempio la notissima "Società dei magnaccioni" – spiega il professor Giuseppe Renzi, presidente dell’accademia – è un romano rimaneggiato, che non ha nulla a vedere con la tradizione storica della canzone romana». E così per essere chiari sul tenore della conferenza «La Canzone vernacolare romana a 150 dall’ Unità d’ Italia», e su cosa pensano i conferenzieri, riuniti ieri nella Casa della Memoria e della Storia di Trastevere, si parte con «Serenata», di Giuseppe Gioacchino Belli. La canzone è tratta da un video dell’ultimo premio dedicato al poeta romano, girato in Campidoglio, il cantore Amadei ha 91 anni, cammina a fatica, ma quando inizia ad intonare lo stornello la voce è limpida, come quella di una ragazzo, incanta la platea della Protomoteca. «Stiamo lavorando proprio per capire come è cambiata la lingua romana attraverso la canzone – dice il professor Giuseppe Renzi -perché i nostri stornelli hanno origine nel Medioevo, quando nasce la tarantella, quella romana e napoletana, con ritmi e melodie assolutamente diverse». Ma bisognerà aspettare l’Unità d’Italia, con Roma Capitale, «ovvero il 1871, mi raccomando», precisa Renzi, perché la canzone romana diventi espressione culturale forte, identità di un popolo. «Ma la vera canzone romana nasce con Romolo Balzani, detto "Romoletto" – continua – autore di 1500 pezzi, uno degli storici vincitori del "Festival della canzone romana di San Giovanni", un evento nato per caso, nel 1891, poi diventato il trampolino di lancio per grandi interpreti che hanno fatto la storia della melodia romanesca». L’evento nasce con la festa del Santo il 24 giugno, e si chiama «La festa delle streghe». Fu il parroco della basilica ad istituire il premio, c’era l’assoluzione dai peccati per il cantore più bravo. Nel 1894 vinse Leopoldo Fregoli. Si parla di stornelli e canzoni d’amore tra le stampe a colori di Bartolomeo Pinelli, esposte nella sala conferenze, l’amore per la Capitale trasuda dalle parole del relatore e dall’attenzione dei presenti. «Io non sapevo fare nulla, so’ fa’ il romano», diceva Petrolini. Spiegando così la sua arte.
    (Dal Corriere della Sera, 24/3/2011).

  • BRESCIA

    La Provincia leghista taglia i fondi al dialetto

    di Giuseppe Spatola

    Per anni è stato il «cavallo di battaglia» della Lega, che avrebbe voluto insegnarlo anche a scuola e sentirlo parlare correttamente in ogni piazza della Padania. Eppure a Brescia il dialetto non sembra piacere più tanto al Carroccio. Sì, perché la Provincia guidata dall’onorevole leghista Daniele Molgora, quest’anno ha deciso di tagliare i fondi destinati al premio biennale di poesia in dialetto «Cügianì Bresà» (di solito il Broletto stanziava 1.500 euro). Per 20 anni il premio, dedicato a Giovanni Scaramella, è sempre stato sostenuto dalle istituzioni. Ma l’edizione del ventennale dovrà essere organizzata soltanto con i fondi messi a disposizione dal Comune di Roncadelle (che ospiterà la finale) e dalla Fondazione Asm. Attacca Danilo Scaramella, figlio di Giovanni e organizzatore dell’evento: «Trovo davvero singolare che la lettera con cui ci è stato negato l’aiuto sia arrivata da un assessorato che, anche nel nome, dichiara di volersi occupare della valorizzazione delle identità, culture e lingue locali. Se il nostro premio non rappresenta l’identità bresciana mi chiedo cosa intendono i politici per cultura territoriale». In Broletto si difendono ricordando che il premio avrà comunque il «patrocinio gratuito» della Provincia.
    (Dal Corriere della Sera, 16/3/2011).

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