In dialetto si parla con Dio, non di Dio: una cattedra di Napoletano?

 LA PRESIDE DI LETTERE DELL’ATENEO SUOR ORSOLA E LA PROPOSTA DI MAURIZIO DE GIOVANNI


Giammattei: una cattedra di Napoletano? È vivo, rischierebbe la sepoltura.

«L’Università di Venezia ha istituito l’insegnamento di Dialettologia Italiana finanziato dalla Regione Veneto, con il compito di insegnare la tradizione linguistica locale»

Storica della letteratura e critico letterario, Emma Giammattei è il preside della facoltà di Lettere dell’Università Suor Orsola Benincasa. Raffinata studiosa della cultura napoletana e meridionale (suo Il Romanzo di Napoli. Storia e geografia letteraria nei secoli XIX e XX) è stata ed è, con le sue lezioni e saggi, anche un po’ «untrice» della passione per lo studio della letteratura napoletana.
Lo scrittore Maurizio De Giovanni sostiene che sia necessario istituire una cattedra di Lingua e Letteratura napoletana. È giusto?
«Posso rispondere solo se mi è concessa un po’ di celia preventiva. Ciò che è vivo, se è vivo, non ha bisogno di essere salvato, ma può essere reso mortalmente noioso come materia di insegnamento. Una cattedra universitaria di identità napoletana, messa così, somiglia molto a una bella sepoltura. Quanto alla realizzazione, poi, è da prevedere, nella Napoli odierna, la complessa macchina delle procedure: bisognerà mettersi d’accordo, fra Università, Comune e Regione, sugli esperti eventualmente da utilizzare (scrittori? professori?), sul percorso formativo, sui crediti; magari nascerebbe l’idea di istituire una Commissione…».

Solo macchinoso o anche inutile?
«Tanti anni fa Ennio Flaiano – era il 1956 – scrisse un lungo articolo su come sconfiggere il marxismo (egli era un laico, fervente anticomunista). E immaginò che il modo fosse quello di imporlo come materia scolastica, oggetto di interrogazioni, appunti, ripetizioni etc.: insomma l’ora di marxismo avrebbe affossato il marxismo. Al di là dello scherzo, se parliamo del napoletano come lingua letteraria, ci sono già, da molto tempo attivate, le cattedre di letteratura italiana e di storia della lingua italiana; se ci riferiamo ai livelli della lingua parlata, quindi alla variazione linguistica, c’è la sociolinguistica e la dialettologia. Intanto immagino che il caro e bravo De Giovanni abbia presente l’istituzione all’Università di Venezia della cattedra permanente di Dialettologia Italiana voluta e finanziata qualche anno fa dalla Regione Veneto, con il compito di insegnare la tradizione linguistica veneta e, in particolare, la storia linguistica di Venezia. Ma ricordo che per quella cattedra fu scelto un filologo, Lorenzo Tomasin – anche ottimo studioso della prosa del Carducci. Venezia costituisce un esempio utile, inquesto discorso, proprio per la forza imponente della sua storia e della sua tradizione dialettale».

Proprio come Napoli.
«Come Napoli, infatti, nella precoce e reattiva, non subalterna, ricettività del toscano, ha avuto un ruolo decisivo nella elaborazione del modello linguistico unitario. Voglio dire che la difesa della cosiddetta identità è sempre stata commisurata, nei periodi di più viva coscienza linguistico-letteraria, alla costruzione di una lingua nazionale. Napoli è una delle capitali della lingua italiana. È sempre significativo che la cultura napoletana abbia espresso nell’Ottocento il purismo, che pur nella rilevata prescrittività, manifestava l’esigenza del ritorno ad un volgare netto ed autentico, prossimo a quello delle origini, quando era testimone dell’uso vivo di un popolo giovane e libero. Fu uno straordinario fenomeno culturale oggi bene studiato, qui da noi, da storici della lingua come Nicola De Blasi. Ed è significativa a Napoli l’adesione tempestiva al modello manzoniano (non già a quello rappresentato dal Leopardi, presente-assente in città). Ebbene, gli allievi del Puoti, redattori di vocabolari come Emmanuele Rocco, erano anche studiosi e difensori della lingua napoletana. Voglio dire: la normatività italiana convogliava anche la messa a norma del dialetto, che naturalmente non era quello della plebe, ma quello ‘‘dei portici di Chiaia’’. E veniva sottolineata, come accadeva nella questione della lingua italiana, la differenza fra scritto e parlato. Ecco, forse ci avviciniamo, credo, alla questione adombrata da De Giovanni. Mi capita spesso di leggere testi on-line prodotti da siti diciamo così ‘‘borbonici’’, o insegne di negozi e di trattorie, che hanno reintrodotto il napoletano, ma un napoletano sbagliato, scritto non correttamente e quindi con effetti di comica desolazione. Ignoranza e sciatteria nell’uso del napoletano sono connesse alla crescente ignoranza della lingua italiana… e di tutto il resto. Il dialetto, se mi si passa il facile gioco di parole, è dialettico rispetto alla lingua nazionale».

Il sistema culturale napoletano si fonda sulla sua lingua?
«L’identità napoletana è infatti italiana ed europea. Abbiamo avuto una grande tradizione letteraria, da Basile a Di Giacomo, che costituisce un valore essenziale ed operante della tradizione italiana. O ci riferiamo al ‘‘popolare’’? Io non credo al popolare come assoluto, semmai come uno dei molti livelli di un modello culturale che, quando è vivo, è sempre al suo interno composto di almeno due fattori diversi. Ma, nelle sue trasmutazioni entro la società di massa, quello che è in crisi o in disparizione è appunto il popolare. Il problema è questo e riguarda quindi, lo sottolineo all’amico De Giovanni, le cattedre di antropologia».

Come evitare l’operazione-nostalgia che s’annida dietro l’angolo di un’operazione del genere?
«Per fortuna la Storia non ha nostalgie, va avanti».
Natascia Festa
(Da corrieredelmezzogiorno.corriere.it, 27/1/2014).

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