+3906689791 scrivici@era.ong
Politica e lingue

IMPERIALISMO O UNIFICAZIONE LINGUISTICA?

IMPERIALISMO O UNIFICAZIONE LINGUISTICA?
Tratto dalla rivista "Civiltà delle macchine", 1970, n.3 (maggio-giugno)                                      
di Giorgio Raimondo Cardona 

Esiste un imperialismo linguistico? si potrebbe forse credere che questo non sia che uno dei tanti slogan dell’attuale lotta mondiale contro l’imperialismo aperto o mascherato; eppure, se è vero che, come è stato esplicitamente affermato nel corso dell’ultimo congresso culturale panafricano tenuto ad Algeri nel luglio ’69 – i cui atti sono recentemente apparsi in italiano- l’arma più potente di violazione e di asservimento di cui dispongono il capitalismo e il neocolonialismo è proprio la loro cultura; implicitamente anche la lingua in cui tale cultura si esprime è un’arma. Le schematiche note che seguono hanno lo scopo di indicare in che senso si possa parlare di un vero e proprio imperialismo linguistico, quali siano le sue ramificazioni, quali le conseguenze nei riguardi di una unificazione mondiale e quali le reazioni ad esso.  
Colonizzazione e lingue europee L’esempio più caratteristico di una situazione di sottomissione linguistica è quello della ex colonia. Nel descriverlo si premetterà che un discorso in generale, quale è il nostro, non potrà che astrarre, metastoricamente, alcuni fasi salienti del rapporto colonizzato-colonizzatore. Ogni colonia ha avuto, quando si venga al singolo caso, sue proprie vicende (ad esempio, il colonialismo inglese ha adottato nei riguardi delle lingue locali una politica diversa da quello francese) e diverse sono le conseguenze e i risultati delle varie occupazioni, spagnola, tedesca, olandese, portoghese, italiana, francese, inglese (vien subito alla mente, nell’ambito di uno stesso colonialismo, quello francese, la diversa condizione attuale, dal punto di vista linguistico, dell’Indocina e dell’Africa settentrionale).
Ciò premesso, terremo dunque d’occhio, per il nostro modello, una situazione tipo che può essere quella della ex-colonia, francese o inglese, d’Africa.Durante il periodo di colonizzazione gli europei hanno stabilito nel paese colonizzato una completa rete amministrativa che usava, nella maggior parte dei casi, la lingua stessa dei colonizzatori. Ciò per l’ovvio motivo che i funzionari coloniali non avevano nessun particolare bisogno di apprendere la lingua dei locali, viste le limitatissime necessità di comunicazione in uno stato di occupazione armata che prevede con l’occupato contatti ridotti all’essenziale. Non si vuol negare con questo che molti funzionari fossero anche per proprio conto linguisti, spesso di ottimo livello e che non abbiano svolto una gran mole di lavoro nella descrizione e raccolta di materiali linguistici locali. Ma, data la posizione di quegli studiosi, non poteva trattarsi di molto più che pura curiosità scientifica, raccolta di un materiale alla stessa stregua di campioni geologici o zoologici, e non presupposto ad un contatto più profondo con i popoli locali e ad una comprensione delle loro culture. Per la penetrazione missionaria lo studio della lingua e il suo uso quotidiano erano l’unico mezzo di entrre nelle cominità, e ciò ha dato origine a tanti tentativi, spesso linguisticamente notevoli, di usare il nuovo mezzo linguistico in modo addirittura creativo.
Pensiamo a casi come il p. Costanzo G. Beschi (1680-1747) che si rese così padrone della lingua tamil da comporre in essa poemi considerati tra capolavori di questa letteratura , il p. De Avendano che scrisse prediche in quechua. Matteo Ricci, il p.Paolino da S.Bartolomeo, che fu tra i primi studiosi europei del sanscrito e delle lingue indiane moderne, e molti altri si potrebbero citare.
La penetrazione colonialista mirava invece ad obiettivi ben più immediati e brutali della conquista di anime e, sostenuta dalle armi, era forte a sufficienza per trascurare la conquista ideologica.Nella lingua dell’invasore si tenevano tutte le pratiche amministrative, la vita governativa, le relazioni con l’estero, perfino la giustizia per le cause tra bianchi e indigeni (per le cause interne era uso comune delegare dei tribunali locali che applicassero il diritto consuetudinario). Se viera insegnamento per gli indigeni, e ciò non sempre accadeva dato il disprezzo con cui sono sempre state trattate le masse colonizzate e la riluttanza a mettere un’arma preziosa come l’istruzione in mano a più che un piccolo gruppo, facilmente controllabile (verso il 1930, nell’Africa settentrionale francese, su una popolazione totle di più di 14 milioni di arabi  e con 1.400.000 francesi, erano solo 100.000 gli arabi che avevano avuto una educazione scolastica di tipo occidentale), la lingua insegnata nelle scuole era fondamentalmente o solamente quella dell’invasore. Ancora oggi nell’Angola e Mozambico e nel resto dell’Africa portoghese si insegna solo il portoghese, unica lingua ufficiale e di cultura.
Tale insegnamento non aveva alcun fine filantropico, ma tendeva solo a preparare un certo numero di persone fidate, per raccogliere l’eredità dei colonizzatori in una fase successiva. Probabilmente all’inizio non si pensava ad una vera e propria successione di quadri, quanto semplicemente alla preparazione di elementi ausiliari del paese, ma legati dalla loro nuova istruzione agli stranieri. E, puntualmente, quando alla colonia, in una fase più evoluta del colonialismo, è stata concessa benevolmente o per forza una certa forma di indipendenza, è stata proprio l’elite culturale, come previsto, a formare i nuovi quadri dirigenti. La concessione di borse di studio e di viaggi in Europa a contribuito a legare con legami indissolubili questa nuova ‚lite locale, ormai profondamente anglofona o francofona, al paese dei conquistatori. Quando la colonia acquista indipendenza, la lingua dei conquistatori è ormai saldamente impiantata, tanto che ormai si parla, per esempio, di "Africa di espressione francese" (Afrique d’exspression française) e di "Africa di espressione inglese".
Essa ha permeato ogni più remoto angolo della vita quotidiana, dalle indicazioni stradali ai moduli negli uffici, e questo senza essere tuttavia la lingua effettiva del paese, giacché all’atto pratico essa è posseduta solo da una minoranza: eppure questa è la lingua che bisogna conoscere per accedere ai posti statali o privati, per leggere la stampa, per sentirsi in qualche modo integrati nella vita del paese. E, per assurdo, là dove manca una lingua standard nazionale, questa lingua allotria è pur sempre l’unica forma possibile di comunicazione tra gruppi di lingua diversa. Come fa notare P.Alexandre, "Una cosa, ad ogni modo, è certa: il fatto di considerare una lingua europea (e quindi, in una certa misura, la cultura europea) ha creato un nuovo gruppo non tribale o supertribale, il quale, almeno nelle ex-colonie francesi, si è spesso tramutato in una specie di oligarchia o classe a sé, grazie al suo monopolio di questo particolarissimo e potente strumento intellettuale"(1) 
L’acquisizione di tale strumento è quindi lo scotto  da pagare per uscire dal tribalismo e conquistarsi un posto produttivo e una certa posizione sociale. Ma questa condizione, oltre ad essere un inevitabile elemento di discriminazione all’internno del paese, è uino dei legami più forti con la civiltà della madre.colonia. Attraverso il canale della lingua infatti si recepiscono con pari facilità il buono e il cattivo. Film, pubblicità, modelli di comportamento, necessità consumistiche, vengono assimilati senza controllo e anzi con voracità. Il processo di identificazione col modello europeo vuole che ad esso ci si conformi il più possibile. Una volta ammesso che sia l’inglese, o un’altra lingua, la lingua dominante, è facile attribuire importanza al modo stesso con cui questa lingua si usa: si dovrà quindi parlare un "buon" tipo di lingua, si ambirà ad avere un accento non identificabile ("parlare l’inglese come un inglese"), a sfoggiare un vocabolario vasto e perfino peregrino, in una parola ad accettare le stesse norme sociali che regolano l’uso di quella determinata lingua per i suoi parlanti nativi. Così si scava sempre più profondamente il solco, all’interno del paese stesso, tra l’endoglotto che parla la sua lingua nativa – o anche altre lingue finitime ma relative a culture dello stesso tipo della sua, o una sottovarietà o un creolo della lingua ufficiale – e l’acculturato, che tramite la lingua si sente in qualche modo partecipemdi una cultura che non è la sua e di fatto partecipe lo è realmente, nell’atto stesso in cui ne accetta il mezzo linguistico, giacché con la lingua egli è costretto anche ad usare modelli di pensiero che non sono i suoi. La situazione non ammette, evidentemente, solo i due estremi; tra l’uomo che non è mai uscito dal suo villaggio e il suo compatriota che ha una laurea ad Oxford o alla Sorbona, esistono vari gradi intermedi di conoscenza e possesso della lingua colonizzatrice; geofisicamente questi gradi intermedi si dispongono in anelli concentrici in ordine decrescente intorno ai centri metropolitani. 
Contatti e interferenze linguistiche 
Tra i diversi codici, il codice lingua coloniale e quello lingua locale, non esistono paratie stagne, ma si hanno interferenze continue. Nel parlato dei bilingui è comunissimo il code switching cioè il passaggio da un codice all’altro, anche nel corso di uno stesso discorso e davanti agli stessi interlocutori, non appena l’argomento lo richieda. Da interferenze di questo genere sono nate le lingue creole, i sabir, i pidgin, cioè le lingue cosiddette di contatto o miste, forme linguistiche del tutto nuove o autonome, formatesi al contatto tra la lingua dei conquistatori e le lingue locali, con il lessico dell’una e la sintassi delle altre (2).
Alcune di queste forme si sono affermate: ad Haiti è rimasto un creolo come unica lingua locale, lingue creole sono parlate nelle Antille, nella Guiana, nella Louisiana, nelle Isole Mascarene, nella Casamance; un creolo a base di portoghese è parlato in Guinea, a Sao Tomé, a Capo Verde. Solo che queste varietà non hanno mai piena dignità d’uso (spesso non sono nemmeno mai state scritte) e sono in posizione di inferiorità rispetto alle lingue ufficiali, rimanendo confinate al ruolo di strumento di comunicazione quotudiana. Ma non sempre la lingua europea subisce modificazioni talmente profonde da dare origine ad una nuova forma.
A volte si tratta di modificazioni solo superficiali, adattamenti fonetici e conseguente redistribuzione fonemica, spostamenti semantici (ad esempio in Ghana to chop  che in inglese vale "tritare, tagliuzzzare" è diventato il verbo normale per "mangiare") acquisizione di nuovi termini peculiari alla zona (usi, piante, oggetti, ecc.), semplificazioni sintattiche, che seppur notevoli, non autorizzano a parlare di una forma distinta, ma piuttosto di varietà, alla stessa stregua delle varietà dialettali. Si può parlare, ad esempio, di differenti variet… di inglese, del Ghana, d’India, ecc., per lo stesso processo per cui lo spagnolo di Castiglia ha dato origine, con la colonizzazione, ai vari spagnoli del Messico, dell’Argentina, ecc.; si è anzi proposto, soprattutto da parte inglese, di basarsi, nell’insegnamento dell’inglese, come seconda lingua (Teaching of English as a second language = TESL), proprio sulle varietà di inglese locali. (3)   
Infiltrazioni nelle lingue di cultura Un secondo aspetto della espansione linguistica è quello in cui non si ha vera e propria sostituzione della lingua dei conquistatori a quella dei conquistati, come nel caso precedente. Questo secondo aspetto è quello dell’imposizione di una lingua da parte di una nazione guida ai paesi della sua orbita, sulla scia dell’ascendente politico, culturale, economico, che tale nazione gode. Un’imposizione del genere non può naturalmente essere generalizzata a tutti i parlanti di un paese e allora – fatto che ricollega questa forma di espansione a quella prima vista – l’apprendimento di questa lingua ha riflessi sociologicamente importanti, serve cioè a conseguire un certo prestigio sociale o comunque una certa forma di gratificazione: si pensi al genere di prestigio che godeva nell’Europa del XIX secolo una lingua come il francese, parlata o compresa da tutte le classi socialmente elevate (perfino nella Russia zarista). Oggi tale prestigio può non essere più soltanto sociale, ma può essere ad esempio, la possibilità di leggere testi scientifici, necessari per il proprio lavoro.
Anche questo tipo di bilinguismo ha un riflesso interno sulla lingua del paese. Nelle lingue di cultura l’influsso esterno è in genere ridotto: esso consiste in elementi lessicali, più o meno adattati graficamente e/o fonemicamente alla lingua ricevente, in calchi sintattici (esempio il nostro "fa fino", sul tipo del francese ça fait distingué).
Tale influsso raggiunge in misura variabile le diverse sfere e i diversi livelli della lingua. Per prendere un esempio a noi vicino, si consideri l’influsso dell’inglese sull’italiano. Benchè l’inglese, almeno fino al 1960, fosse conosciuto solo dal 24,5% (=1.008.975) di quell’8,2% della popolazione italiana che conosce lingue straniere (statistica riportata da T.De Mauro nelle sua "Storia linguistica dell’Italia unita", Bari, Laterza, 1970), il prevalere netto dell’elemento inglese sul francese è innegabile e probabilmente va aumentando sempre più, di pari passo con la sempre maggiore importanza mondiale degli Stati Uniti (4).
Non si può dire che tale elemento sia massiccio nelle lingua familiare o letteraria e nemmeno in certi campi specializzati, come la lingua dela politica; ma è notevole invece che tutti basati sull’inglese e spesso nemmeno adattati siano i nomi delle professioni nuove, nei campi della pubblicità (layout man, advertising manager) dell’industrial design, delle ricerche di mercato, della televisione e del suono, del turismo internazionale, in breve in alcuni campi del tutto nuovi, in pieno sviluppo e di notevole importanza economica per il paese. Nella moda (che ha per sua natura una terminologia tra le più disposte ad arricchirsi di termini esotici sia pur di berve vita) voci nuove come midriff, nude-look, topless, zip,unisex, accanto ad altre ormai note e stabili come cardigan, jersey, pullover, trench, mostrano che anche in questo settore l’inglese sta guadagnato terreno a spese dello stesso francese che della moda è sempre stato la lingua tradizionale e che pure è tuttora largamente presente (si dovrà comunque distinguere la lingua delle riviste più sofisticate, molto più ricca di esotismi, da quella delle riviste femminili ad alta tiratura, perch‚ le prime si rivolgono ad un pubblico più elevato socialmente e che si presume quindi abbia più familiarità con le lingue straniere).
Le cronache dei lanci spaziali hanno immessso ed ora possono usare senza difficoltà termini come splash down, count down, e in genere tutta una terminologia tecnologica di origine americana. Il mondo dello spettacolo immette nuovi termini inglesi in modo sempre più massiccio, accanto agli usuali star, show, girl, e simili e si pensi alla importanza della musica leggera di fabbricazione inglese o americana che abitua i consumatori adolescenti a titoli e testi spesso di notevole difficoltà (slang, varietà colloquiali) oltre che a termini come sound, rithm and blues, talking blues, folk, ecc.E che si vada diffondendo anche una maggior conoscenza dell’inglese mi sembra evidente, oltre che dall’esame sommario dei campi indicati (non tutti ancora adeguatamente studiati) anche da altri indizi; ad esempio fino a qualche tempo fa la pubblicità si premurava di insegnare la retta pronuncia ("si scrive Colgate e si pronuncia Kolgeit, si scrive Andrew e si pronuncia AEdru:z") oppure adeguava la pronuncia alle abitudini italiane, mentre ora ciò non accade più, segno che tali precisazioni sono sentite inutili. Si comincia inoltre a lasciare non tradotti titoli di opere, anche di notevole diffusione (come easy rider) e si lasciano non doppiati film come Marat-Sade di P.Brook e Zabrieskie Point di M.Antonioni. Sono tutti segni se non di una maggior conoscenza attiva dell’inglese (sarebbero necessari dati statistici aggiornati), certi di una maggior familiarità.
Nel giro di una generazione, quella che era una lingua straniera e perciò ostica, incomprensibile, è diventata familiare ed accessibile. Un’analoga penetrazione anche della lingua quotidiana ha già portato in Francia alla creazione di un vero e proprio gergo, il franglais, cioè un francese estremamente fitto di parole inglesi non assimilate, limitato a certi gruppi sociali (giovani, snob) e a certa stampa (ma con infiltrazioni anche in pubblicazioni tra le più sorvegliate stilisticamente).
Ancora maggiore è l’impatto dell’inglese su certe terminologie specializzate nelle scienze: In fisica la terminologia italiana è in gran parte inglese o deriva dall’inglese (del resto è abituale, anche da parte di italiani, scrivere in inglese articoli scientifici); c’è comunque una certa tendenza all’adattamento italiano (ad esempio "diffrazione" da scattering) anche se non sempre felice ("targhetta" da target "bersaglio") (5)   
Autonomia linguistica ed unificazione mondiale  
Se questa è nelle grandi linee la situazione attuale, resta da dire qual è la reazione. Anche qui si dovrà distinguere. I paesi in via di sviluppo hanno ormai individuato con nettezza il peso dell’imperialismo linguistico, e tale presa di coscienza era indubbiamente necessaria per frenare la neocolonizzazione interna. Ma, e questa è una tragica contraddizione del Terzo Mondo, manca una alternativa valida. Gli stessi intellettuali africani sono costretti ad esprimere la loro protesta nello stampo formale di una lingua che non è la loro ma appartiene indissolubilmente alla cultura che li opprime, abbandonando con un processo irreversibile la propria lingua materna; e ben consapevoli della impossibilità di dar vita ad una letteratura africana se non con mezzi linguistici africani, si rassegnano ad un ruolo di "propagandisti", di portavoce davanti al mondo della protesta del proprio popolo.
Un esempio, portato di recente alla nostra attenzione dal Tavani, è quello dei poeti dell’Africa portoghese, Antonio Agostinho Neto, Rui de Noronha, Jos‚ Craveirinha, che esprimono la propria protesta contro l’oppressore nella sua lingua, anche se in questo modo si rendono materialmente incomprensibili al loro stesso popolo.
Non è un caso che la rivista "AfricAsia", uno dei pochissimi organi di informazione del Terzo Mondo (le journal du Tiers Monde; Asie; al-‘arabi; Afrique; las Americas; e questo è il sottotitilo della testata) sia in francese e che gli stessi uomini politici africani ricorrano quasi esclusivamente al francese o all’inglese anche nel loro stesso paese. E si citerà qui non tanto Léopold Sédar Senghor, i cui profondi legami con la cultura francese sono noti, ma Sekou Tour‚ e lo stesso Nkruma, che si è sempre servito dell’inglese (e del resto la sua madrelingua, lo nzema, parlata da nemmeno un settantesimo della popolazione del Ghana non gli avrebbe procurato un largo auditorio). Un po’ diversa è la situazione per lo swahili; comunque, l’estrema frammentazione linguistica dell’Africa e la mancanza di lingue nazionali, rende improbabile la comparsa di una lingua sopranazionale e panafricana (6) anche se internamente, a livello nazionale, Š stata segnalata l’espansione di alcune lingue dovuta a fattori sociologici, quali l’inurbamento, l’irradiazione dei centri urbani, ecc. (7). 
Un esempio della difficoltà con cui si afferma una lingua nazionale in Africa e delle resistenze che ad essa presenta la lingua coloniale ormai troppo saldamente radicata, è fornito dal Maghreb. Marocco, Algeria, Tunisia sono ufficialmente paesi di lingua araba, come sancisce la loro stessa costituzione. Tuttavia ancor oggi, come risultato di oltre 130 anni (dal 1830) di dominazione ininterrotta, il francese rimane di fatto la lingua dei pubblici uffici, della stampa (i quotidiani in francese sono di gran lunga i più diffusi), della vita di società; e persino i più rigidi nazionalisti usano esclusivamente o di preferenza il francese in tutte le occasioni, tranne che nell’ambito strettamente privato della vita familiare (qui l’uso dell’arabo, invece del francese, segna anche un differente tipo di condotta, improntato ai modelli tradizionali islamici, anzich‚ europei) o passano al francese, quandi l’argomento non si presti più ad essere convenientemente esposto in arabo, o intercalano frasi e parole francesi in un contesto arabo, dando origine ad una specie di sabir. Lo stesso re del Marocco, Hassan II, usa di preferenza il francese, anche nei discorsi ufficiali.
L’arabo, malgrado le sue tradizioni secolari di lingua scientifica e politica, oltre che letteraria, non è riuscito, appunto per questa condizione subalterna, a trasformarsi in modo conveniente alle nuove esigenze. Inoltre la forte differenziazione della lingua parlata rispetto all’arabo classico ha come effetto il bilinguismo già nell’ambito stesso dell’arabo, e solo pochi sono in grado di leggere correttamente un giornale o capire una trasmissione in arabo classico (nel 1964 erano 2 milioni sui 29 milioni di tutto il Maghreb, contro i 2 milioni e mezzo in grado di leggere il francese e i 12 milioni in grado di parlarlo). L’arabo rimane dunque in gran parte confinato a lingua della religione e dell’educazione tradizionale (giacché anche nelle scuole secondarie e soprattutto nelle università, l’insegnamento è prevalentemente in francese) e per ora la situazione di diglossia effettiva, anche se non de jure, rimane (9).
E’ solo possibile operare sul secondo piano, cioè potenziare le varie lingue nazionali eliminando gli elementi allotri.Tale lavoro di potenziamento non vuol dire semplicemente elminare il termine straniero e sostituirlo con un locale accontentandosi della ottenuta "purezza". Sarebbe questa un’operazione di nessun conto se si trattasse semplicemente di una operazione da pari a pari.
La presenza di termini stranieri non è di per sé un marchio d’infamia, e solo un atteggiamento stupidamente nazionalistico (tipo quello del regime fascista in Italia) può ordinare di mettere al bando una parola perché inglese o francese. Si tratta invece di dare alla lingua, anche artificialmente se è il caso, il lessico necessario per trattare di qualunque argomento, scientifico, politico, culturale, s da permattere traduzioni, insegnamento, ecc. nel veicolo linguistico del paese, senza dover passare per la trafila-sbarramento della seconda lingua.  Naturalmente una lingua non può modificarsi radicalmente nel giro di povhi anni. L’indiscussa superiorità delle lingue occidentali, per quanto riguarda la trattazione scientifica, dipende è bene ricordarlo, non certo da una intrinseca disposizione interna (il "genio della lingua")giacché tutte lie lingue sono presumibilmente equivalenti come mezzo di comunicazione, ma da un più lungo periodo di sviluppo in questo senso; se nelle lingue europee si ha da secoli una letteratura scientifica, non ci si può ragionevolmente aspettare che lingue che solo in questi anni si aprono alle stesse scienze, dopo aver espresso per secoli una cultura non tecnologica, possano colmare di un balzo la lacuna che le separa. Le difficoltà quindi sono spesso insormontabili, soprattutto per quel che riguarda appunto il linguaggio scientifico (9).
Il cinese, ad esempio, ha difficoltà nelle costruzione di una tecnologia scientifica; nella chimica non esiste una nomenclatura unificata per gli elementi; i nomi esistenti per il 90 per cento non hanno rapporto con l’uso internazionale e sono comprensibili solo se scritti nella notazione latina o russa; questo è uno dei casi in cui la grafia cinese tradizionale ha avuto effetti ritardanti sullo sviluppo della lingua. In molti paesi, tale adeguamento è compito di apposite commissioni nazionali: in Marocco, ad esempio esiste un Bureau d’Arabisation che per ora pubblica regolarmente liste di termini tecnici arabi, da sostituire ai corrispondenti francesi; nelle Repubbbliche socialiste sovietiche, tale compito spetta alle locali Accademie delle Scienze (anche se qui alla mancanza i terminologia specializzata si sopperisce con larghi prestiti dal russo, agevolati dalla comune grafia cirillica); in Ghana esiste un Bureau of Ghana Languages, che cerca di potenziare le numerose lingue locali (fante, ga, adanghe, ewe, twi, nzema, ecc.) pubblicando opuscoli, oltre che con storei e tradizioni locali, con trattazioni elementari di scienze naturali, e suggerendo i vari equivalenti per i nuovi termini delle scienze, della vita politica, dello sport, ecc.
Uno spoglio condotto sull’opuscolo "Nzema new concept", edito dal Bureau ad Accra nel 1968, per accertare la quantità dell’elemento inglese mi ha dato questi risultati:su un totale di 376 lemmi, 109 sono di origine prettamente inglese, mentre 37 sono in parte nzema e in parte inglesi; dei rimanenti lemmi, tutti nzema, solo 58 sono di una sola parola o di parole quante l’originale inglese, ad esempio menzolide "propaganda" (lo nzema permette la composizione nominale); i rimanenti 172 sono formati da locuzioni di almeno due parole. Ma spesso gli equivalenti proposti sono  o troppo lunghi o non abbastanza fedeli o linguisticamente assurdi e così si finisce per tornare al termine occidentale. Qualcosa di simile è successo anche da noi, dove a più riprese sono stati proposti termini italiani, sia neologismi, sia voci antiquate, per sostituire termini esotici o per rendere idee nuove e puntualmente, tranne qualche caso più fortunato, tali termini sono miseramente naufragati lasciando libero il campo ai più pratici foresterismi.
Così l’indonesiano preferisce koperasi invece del locale gotongrojong, per dire "cooperazione", e lo hindi e il malese preferiscono sains per "scienza" alla voce di origine sanscrita vigya^n e al malese ilmu pengetahuan (10).  
Bilinguismo o diglossia? 
Queste difficoltà puramente linguistiche, sarebbero forse il minor male, ma l’impasse è un’altra. Se da un lato l’esigenza di autonomia nazionale vorrebbe che tale autonomia si estendesse anche sul piano linguistico (e dunque creazione di strumenti linguistici autosufficienti), essa porta dall’altro un grave inconveniente: l’isolamento. Rifiutando infatti l’uso di un secondo mezzo linguistico di grande diffusione, il paese si mette in disparte dal movimento mondiale di unificazione tecnologica e culturale che è oggi in corso (favorito dalle possibilità sempre più ampie dei massmedia, dalla facilità degli spostamenti, dall’interscambio di personale specializzato, ecc.) ed anche dal movimento di collegamento tra i vari paesi del Terzo Mondo. E ambedue le cose hanno un alto prezzo.L’unico espediente sembrerebbe perciò ancora il bilinguismo, purché di un tipo diverso: cioè no più diglossia all’interno di un paese, ma lingua standard nazionale (il che, come si è detto, per moltissimi paesi è ancora un obiettivo e non di più) e lingua ausiliaria internazionale, ambedue su un piede di parità e di pari dignità. In questo senso si è espressa la I  Conferenza dei paesi parzialmente o totalmente francofoni (sono oltre venticinque) tenutasi a Niamey nel febbraio ’70. E leggendo le dichiarazioni del segretario della Conferenza, Jean-Marc Léger (di cui citiamo qualche passo significativo), non si può dire che questa vera e propria operazione di rilancio su scala mondiale del francese non sia stata accortamente preparata e indorata:"Si tratta insomma di creare un organismo originale di cooperazione multilaterale, nell’ambito culturale e tecnico, tra tutti i popoli che, per un verso o per l’altro, si servono del francese.
La Prima Conferenza ha sottolineato in modo molto netto la sua preoccupazione di contribuire  prima cosa alla valorizzazione e alla diffusione di tutte le lingue e di tutte le culture rappresentate in questo insieme di popoli, in primo luogo delle lingue e delle culture africane. Lo stesso motto scelto, "uguaglianza, solidarietà complementarità, esprime chiaramente lo spirito di questo progetto che dovrebbe, nel giro di poche settimane, divenire realtà L’obiettivo essenziale èquello di servire la causa della cooperazione internazionale non soltanto sviluppando un nuovo tipo di collaborazione multiraterale ma, ancor più dando vita a un vero dialogo permanente tra tutte le grandi civiltà(….)
In questa prospettiva la lingua francese èconsiderata come un mezzo naturale per l’efficace cooperazione tra tutti questi paesi, come lo strumento della loro conoscenza reciproca, come mezzo di progresso comune e di solidarietà
E’ nell’illimitato rispetto per tutti quei volti dell’uomo che sono  le culture asiatiche, e nella viva preoccupazione di vederle affermarsi e distinguersi sempre più che risiede il vero spirito di questa impresa, di questo organismo di cooperazione dei paesi francofoni" (11).
Non si può negare che tale progetto sembri mosso dalle migliori intenzioni. Rimane per• che queste proposte hanno il difetto di venire dalla parte di chi è nato sotto la latitudine giusta.Cioè questa o altre soluzioni del genere sono, e dispiace dirlo, un ennesimo tentativo dell’Occidente di riprendere con una mano quello che con l’altra ha lasciato andare. Cambiano bene o male  i tempi e cambiano anche le forme di ingerenza e di espansione coloniale.
Non è più il caso di entrare in un paese con la forza e allora le forme di penetrazione si fanno più sottili e psicologicamente più accattivanti.
Si presenta la francofonia (o i suoi equivalenti, es.l’anglofonia) ai paesi sottosviluppati non per quello che essa è realmente, una comoda etichetta per la condizione di effettiva dipendenza  dell’Africa dalle grandi potenze, ma come un mezzo col quale "le correnti culturali d’Africa e d’Oriente, e non solo nella loro espressione contemporanea, saranno assai più presenti all’opinione occidentale, e particolarmente ai giovani dei paesi d’Occidente".
Dove si noterà come anche nella formulazione più ispirata sono i paesi d’Africa che devono andare all’Europa parlandone la lingua, per esserle presenti e non viceversa; ed è chiaro che le due parti sono troppo diseguali perch‚ le transazioni possano avvvenire diversamente che in un unico senso. A tali lusinghe non si può reagire che col rifiuto: e questa è effettivamente la risposta di Daniel Ewandé, un redattore di "Afric-Asia"." 
Quanto a noi, abbiamo gustato a sazietà tante varianti dello stesso piatto riscaldato, sempre sperando di cambiare una buona volta regime, che, se ora ci lasciassimo conquistare dalle dolcezze ambigue della vostra francofonia, avremmo l’impressione di rallegrarci delle catene dorate che oggi ci vengono offerte solo per sostituirle a miserabili catene coperte di ruggine, ben sapendo che, oggi come ieri, non potrebbe risultarne che la miseria morale e materiale dei nostri popoli".
Purtroppo non si può fare molto di più; la situazione generale del Terzo Mondo è tale che le forze colonialiste posssono trovare sempre nuovi motivi, pretesti, possibilità di intervento (e gli avvenimenti di ogni giorno non fanno che confermarlo).
E le coraggiose dichiarazioni di indipendenza culturale hanno per ora solo il valore di un consolante sintomo di risveglio. Ma scrollate di dosso quelle catene, in che direzione dovranno indirizzarsi i movimenti di cultura nazionale?
Ritornare al passato, rimettere in piedi antiche unità non è che un’operazione sterile, un voler dare parvenza di vita a quelle forme che ormai sono proprio i colonialisti a voler difendere: "Noi pensiamo- scriveva Fanon, quasi a rispondere a questa domanda, ancor oggi attuale, a dieci anni dal suo "I dannati della terra"- che la lotta organizzata e cosciente intrapresa da un popolo colonizzato per ristabilire la sovranità della nazione costituisca la manifestazione più pienemente culturale che esista. Non è unicamente il successo della lotta a dare in seguito validità e vigore alla cultura, non c’è messa in ibernazione della cultura durante il combattimento. La lotta stessa, nel suo svolgimento, nel suo processo interno, sviluppa le diverse direzioni della cultura e ne abbozza altre nuove. La lotta di liberazione non restituisce alla cultura nazionale il suo valore e i suoi antichi contorni. Quella lotta che mira a una redistribuzione fondamentale dei rapporti fra gli uomini, non può lasciare intatti né forme né i contenuti di quel popolo. Dopo la lotta non c’è soltanto scomparsa del colonialismo, ma anche scomparsa del colonizzato".

 ——————————
(1) P.Alexandre, Some linguistic problems nation-building in Negro Africa, in J.Fishma?Ch. Ferguson, J.Das Gupta ed.,Language problems of developping nations, New York, 1968 
(2) Si vedano. per una trattazione sintetica, nel volume Le language, Encyclopedie de la Pl‚iade, Parigi 1968, i capitoli Les sabir e Les cr‚oles di P.Perego, pp.597-619 e Unilinguisme et multilinguisme di U.Weinreich, pp.647-683. Un volume d’insieme (non citato in quest’opera) è R.A. Ha?? jr., Pidgin and Creole languages, Cornell University, Ithaca N.Y., 1966 
(3) Contro questa tesi vedi C.H.Prator, The British Heresy in TESL, in Language problems, cit.pp.459-476. 
(4) Un rilevamento di De Mauro nella prima edizione della sua Storia (1965), pp.247-248, mostrava già questa schiacciante preponderanza; nella seconda ed. p.202, n.49, il De Mauro pu• introdurre un campionario basato su M.Medici, Nuovi mestieri e nuove professioni, Roma, 1967, da cui risulta che su 379 lemmi, 43 sono prestiti e tutti inglesi, e dei 20 calchi 18 sono adattamenti dall’inglese. 
(5) Sulla terminologia della fisica, cfr G.Toraldo di Francia, L’influenza dell’inglese sul vocabolario della fisica in Italia, in Il nuovo cimento, s.IX, 8 (1951), suppl. pp.198-204, e il Dizionario tecnico nucleare a cura della Commissione di studio per l’Energia nucleare della Sezione Tecnica ANIDEL e del CISE, Roma 1962. 
(6) A questo proposito si veda anche, di chi scrive Sviluppo e linguaggio: problemi e prospettive, in Fututribili, n. 20-21, 1970. pp.85-92 (7) Per osservazioni sull’irradiamento del wolof (Senegal) vedi A.Tabouret-Keller. Sociological factors of language maintenance and language shift, in Language problems, pp.111-112 
(8) Ch. F.Gallagher, North African problems and prospects: language and identity, in Language problems,129-150. Vedi anche gli atti del convegno su "Culture nationale e bilinguisme", tenuto il 27 febbraio 1970 a Paigi, a cura dell’Association des ‚tudiants musulmans north-africains. 
(9) Cfr. le osservazioni dello scienziato russo M.A.Klochko, in Soviet scientist in Red China, New York 1964. Sulle possibilità di sviluppo dello swuahili anche come lingua specializzata si esprime favorevolmente M.Hyder, Swuahili in the thecnical age, in East African Journal, 9 febbraio 1966, p.6. 
(10) Traggo questi ultimi esempi da A. Bausani, Lingua e cultura nei nuovi paesi asiatici, Quaderni del "Centro studi per i popoli extra-europei", Edizioni di Comunit…, 1966. (11) "AfricAsia", n.11, marzo 1970, p.5

—————————————————————– 
Giorgio Raimondo Cardona è nato a Roma nel 1943, attualmente è assistente ordinario di glottologia all’Università di Roma e professore incaricato all’Istituto  Universitario Orientale di Napoli. Nel campo della linguistica generale ha curato un "Glossario di linguistica generale" (Roma 1969) e varie traduzioni, e si occupa di etnolinguistica. 

Lascia un commento

0:00
0:00