Immigrati in letteratura italiana

Immigrati in letteratura

di Ermanno Paccagnini

Per lungo tempo si è trattato d’un fenomeno carsico, sostenuto da piccole case editrici, e che solo saltuariamente faceva capolino tra quelle grandi sigle editoriali che oggi al contrario li cercano e accolgono. È il fenomeno dei cosiddetti "scrittori migranti", definizione ancor oggi dibattuta, ma che riassume comunque in sé la
caratteristica propria di chi vive la condizione del dispatrio che l’ha portato talora ad assumere la doppia, se non addirittura plurima, identità di patria e di lingua.
Con una immediata chiarificazione: che quell’aggettivo, "migranti", ha da fungere solo da indicazione di ciò di cui ci si occupa, essendo chiaro che, là ove si raggiungono esiti letterari, solo di "scrittori" si tratta: e scrittori pienamente appartenenti alla letteratura italiana, proprio in quanto esprimentisi nella nuova lingua acquisita e
assunta a livello espressivo.
E quello degli scrittori di madrelingua non italiana che hanno scelto di
esprimersi nella loro nuova lingua è ormai un fenomeno quanto mai esteso se, al 18 gennaio 2010, BASILI, la Banca dati degli scrittori immigrati di lingua italiana creata da Armando Gnisci, docente di Letteratura comparata alla Sapienza di Roma, e tra i precursori nello studio di questa nuova e arricchente realtà, cataloga 438 autori (248 di sesso femminile e 190 maschile) a rappresentare 92 nazionalità: 157 europei (pari al 35,8%: con forte prevalenza albanese, seguiti a distanza da rumeni e croati; né manca chi, il Nicolai Lilin di Educazione siberiana, del 2009, viene dalla Transnistria, regione dell’ex Urss autoproclamatasi indipendente, ma non internazionalmente riconosciuta); 127 africani (28,8%: soprattutto da Marocco, Nigeria, Senegal); 90 dalle Americhe (20,5%: prevalgono brasiliani e argentini); 62 asiatici (14,2%: in particolare iraniani e, a distanza, cinesi e iracheni); 3 dall’Oceania (0,7%).
E se a essere privilegiate sono ovviamente la poesia e la narrativa, non mancano altre forme, dal teatro al saggio al giornalismo (lo ricordano nomi noti quali l’egiziano Magdi Allam e l’algerino Khaled Fouad Allam).
Un fenomeno in costante crescita a partire dal 1990, quando assume visibilità quanto negli anni precedenti s’è fatto percepire narrativamente da autori italiani, che nelle proprie opere inseriscono con certa continuità le prime figure di immigrati (dal polacco lavatore di vetri di Albinati, ai filippini di Veronesi, ai vari vu cumprà e così via), e che dai 21 autori registrati nel 1994 porta al grande salto tra
2005 (121) e 2006 (201). Sono opere in cui il racconto delle proprie difficoltà e del comportamento degli italiani si intreccia con varie tematiche, tra cui la fedeltà o meno alle proprie tradizioni; la volontà di adattarsi a una nuova realtà culturale vivendo internamente il conflitto sulle modalità della convivenza; la nostalgia, a sua volta spesso vissuta conflittualmente. Nostalgia o saudade che prende corpo in particolare nelle autrici brasiliane, siano poetesse, come la bilingue Marcia
Theofilo, assai cara a Mario Luzi, o Rosana Crispim Da Costa, nel cui Il mio corpo traduce molte lingue (1998), saudade e malinconia divengono nel ritmo lento da epigramma dei suoi testi «il risvolto di una dimensione vitalistica»; o narratrici, come Christiana De Caldas Brito, che cala e concretizza il racconto d’una difficile integrazione nella parlata stessa d’una protagonista in un misto di portoghese e italiano (Amanda Olinda Azzurra e altri racconti, 1998). Esperienze narrative in qualche caso rimaste confinate a quella produzione; in altri (nel caso di Salah Methnani) che privilegiano situazioni differenti (saggi, racconti, giornalismo); in altri ancora (Pap Khouma) il successo di quel primo testo ha riportato l’autore al romanzo con Nonno Dio e gli spiriti danzanti (2005), racconto del ritorno in Africa del protagonista e del suo mancato rispecchiamento nella cultura della propria terra; in altri infine (Christiana De Caldas Brito, diplomatasi anche alla Scuola di Arte Drammatica e autrice di vari testi teatrali messi in scena), a quel volume sono seguiti altri racconti (Qui e là, 2004) e un romanzo (500 temporali, 2006), oltre che un impegno nel portare alla luce altre voci di migranti. E proprio i casi di Khouma e della Brito evidenziano il passaggio a una nuova fase scrittoria: non solo con l’abbandono della mediazione interculturale e la decisione dell’autore di affrontare in prima persona il problema della scrittura, ma di darsi una struttura narrativa affrontando non più nella forma della testimonialità diretta, ma obliquamente, il racconto delle proprie difficoltà, rileggendole nella mediazione narrativa di uno o più personaggi.
È il percorso inventivo quello che segna il nuovo tempo di tale narrativa. E penso all’egiziano Mohamed Ghonim (Il segreto di Barhume, 1997; La foglia di fico e altri racconti, 1998) ove il viaggio è quello non fisico, ma nella propria anima, tra tante piccole facce dello smarrimento interiore. Analogamente, sul versante dell’immaginario, oltre che del registro narrativo, un esempio può essere costituito dal palestinese Muin Mad Masri (2001), che in Sole d’inverno narra d’un
matrimonio combinato tra una bimba e un adulto nella Palestina degli anni Cinquanta nella forma di una quasi-favola, con false ingenuità da Mille e una notte e una sapienzialità orientale.
Un equilibrio dunque non sempre facile da conseguire. Anche perché ogni dialogo culturale si arricchisce solo nel segno non della abdicazione, ma dell’incrocio e dell’incontro. Ciò che nella scrittura significa arricchente ibridazione coinvolgente modelli letterari, linguistici, strutturali, di storie. È la ricchezza dello sguardo. Ma soprattutto di ciò che c’è dietro e dentro quello sguardo. E che fa sì che da quell’incontro esca riossigenata e rinvigorita anche la nostra odierna stanca e spesso sclerotizzata espressività letteraria.
(Da Il sole 24 Ore, 10/9/2010).

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