Il primo film italiano sottotitolato in cinese

INTEGRAZIONE DOMENICA LA PROIEZIONE A FIRENZE, IN UN QUARTIERE PER METÀ ASIATICO

La Vespa e Pisa, il primo film italiano sottotitolato con gli ideogrammi cinesi

di Marco Gasperetti

Gli attori parlano in toscano, con tanto di vocali aspirate e cadenze tipiche pisano-fiorentine, e probabilmente gli ideogrammi nei sottotitoli non rendono l’atmosfera. Una cosa però è certa: i cinesi che domenica prossima a San Donnino, il quartiere più orientale di Firenze (il 50% degli abitanti sono asiatici), guarderanno «La marea silenziosa (Quelli della Vespa)» del regista Tommaso Cavallini, capiranno ogni parola. Perché per la prima volta in Italia il film è stato sottotitolato in cinese. L’idea l’ hanno avuta il produttore Lorenzo Minoli, fratello del giornalista Giovanni e don Giovanni Momigli, da vent’anni prete di frontiera, parroco di San Donnino e presidente della Fondazione Spazio Reale. I motivi sono stati spiegati ieri mattina durante una conferenza stampa. «Contribuire a costruire una vera intercultura e intercettare le esigenze di un pubblico di immigrati, come lo è la comunità cinese in Italia – hanno sottolineato gli autori -. Allo stesso tempo abbiamo voluto dare vita a una nuova filosofia di distribuzione dei prodotti fuori dai classici circuiti nazionali». Il film, costato appena 320 mila euro e girato interamente in alta definizione, è ambientato a Pontedera, in provincia di Pisa, la città della Piaggio e dunque della Vespa. Ed è proprio lo scooter più al famoso al mondo ad essere al centro della storia. Il protagonista è Francesco, un ragazzo sfaccendato pontederese che vive negli Stati Uniti con la madre, costretto controvoglia a tornare nella sua città natale. E qui, nella provincia a lui ormai aliena, tesse avventure con il nonno Alceste e l’ ex sindacalista Beppino, entrambi legati da amicizia nata ai tempi della catena di montaggio dove hanno costruito la mitica Vespa. Un’avventura che toccherà anche a Francesco (che troverà anche l’amore) e lo cambierà radicalmente. La prima del film sarà proiettata domenica prossima alle 17.30 nello Spazio Reale, luogo culturale dell’omonima associazione dove da più di vent’anni don Giovanni Momigli lavora per l’integrazione della comunità cinese con gli italiani. «Sarà un evento importante – dice il sacerdote – anche per costruire un vero tessuto relazionale tra le nostre comunità». Dopo la proiezione a Firenze il film volerà poi negli Stati Uniti, in Argentina per poi tornare in Europa. La pellicola realizzata dalla Flying Dutchman con il sostegno della Regione Toscana, ha ottenuto un riconoscimento speciale del ministero dei Beni culturali. Infine, dopo la versione con sottotitoli in cinese, saranno distribuite copie con scritte in francese, inglese, spagnolo, tedesco, arabo e hindi.
(Dal Corriere della Sera, 5/1/2011).

1 commento

  • Il caso

    Sottotitoli in cinese al cinema? Addio integrazione

    Si fa presto a dire integrazione. Tutti si riempiono la bocca con questa parola e poi tutti la
    smentiscono molto in fretta. Prendete il caso di San Donnino, nell’hinterland
    fiorentino, dove è stata proiettata per la prima volta in Italia un film con i sottotitoli in cinese. È «La marea silenziosa», film italianissimo eppure tradotto in ideogrammi per garantire alla numerosa comunità cinese della periferia di Firenze.
    Una scelta legittima, certo. Legittima perché può essere vincente dal punto di vista commerciale. In
    quella zona, infatti, c’è un’immigrazione anche di vecchia data – molti sono giunti qui a San Donnino
    negli anni Settanta -, oggi sono circa 700-800 i cittadini dalla Repubblica cinese, la metà della popolazione di stranieri. Non è un caso che in quell’area, esattamente a Capi Bisenzio, dal 2008 c’è il primo assessore cinese in un’amministrazione italiana, Hongyu Lin, 42 anni, originaria di Shenyang.
    Il problema non è questo, allora. Non è cioè la voglia di coinvolgere e anche di utilizzare la comunità
    cinese come mercato. Anzi. Il problema semmai è la celebre integrazione.
    Perché iniziative come questa sono esattamente il contrario. Fino a quando gli stranieri, cinesi o di altre nazionalità, non saranno «costretti» a conoscere nei dettagli la nostra cultura e la nostra lingua, non avremo mai una vera forma di integrazione. La lingua, già. In molti Paesi è elemento essenziale per l’ottenimento addirittura del permesso di soggiorno.
    Senza arrivare a questi che qualcuno può considerare degli eccessi, è però giusto ricordare che l’Italia ha già cominciato a richiedere conoscenza della nostra cultura e della nostra lingua a quegli stranieri che vogliono ottenere il permesso di soggiorno illimitato.
    Seppur con maldestre domande e con maldestre considerazioni, questo è un punto di non ritorno:
    come fa a integrarsi uno che non decide di conoscere alla perfezione la lingua del Paese che lo ospita? Questo vale a maggior ragione con la comunità cinese, la quale non ha alcun problema di integrazione economica: da sempre i cinesi lavorano tanto e spesso riescono anche a creare occupazione per altri cinesi. Ciò che invece rappresenta una enorme difficoltà è l’integrazione sociale: i cinesi sono un gruppo chiuso, isolato, che come si vede nelle più grandi metropoli del mondo, ricrea delle Chinatown molto ristrette, dalle quali la comunità raramente esce.
    Ricordate gli scontri di Chinatown a Milano di qualche anno fa? Tutti, ma proprio tutti si scagliarono
    contro il modello fallito di integrazione con la comunità cinese: non volevano più i quartieri monoetnici, criticavano la scelta di creare quelli che chiamavano tutti «ghetti». Ecco, adesso evidentemente hanno cambiato idea. O semplicemente non si pongono più il problema perché non ci sono stati altri casi e perché la cronaca non offre spunti sui quali piombare per sentirsi il centro del mondo. Quindi i cinesi restano confinati nelle loro strade, con la loro cultura, la loro lingua, il loro lavoro. Questo è il contrario dell’integrazione, ma ha un effetto contenuto se nel resto della città che li ospita sono costretti a interagire in lingua italiana e cercando di sforzarsi di comprendere le logiche e la cultura italiana. Se anche in quelle circostanze, non gli si offre l’obbligo di italianizzarsi, allora la partita è persa. I sottotitoli in cinese per un film italiano sono una sconfitta, altro che vittoria. Significano che abbiamo abdicato e che abbiamo rinunciato a voler integrare davvero gli stranieri.
    (Da Il Giornale, 11/1/2011).

Lascia un commento

0:00
0:00