Il popolo che non voleva scrivere

Nell’Europa dei Celti, il popolo che non voleva scrivere

di Stefano Sieni

Per i Celti il regno del sacro era ineffabile. Un ferreo divieto impediva di mettere per iscritto tutto quanto lo riguardasse, dall’universo magico delle divinità fino alle credenze sull’origine del mondo, dalla dottrina religiosa in senso stretto fino alle conoscenze scientifiche ad essa collegate, come la matematica e l’astronomia. Un divieto pesante, dunque, che era destinato a provocare serie conseguenze sul futuro di numerose popolazioni, come sostiene Venceslas Kruta nel libro intitolato appunto “La grande storia dei Celti”.

Secondo l’autore, infatti, il rifiuto della scrittura su argomenti così essenziali di una civiltà (rifiuto rimasto in vigore, a quanto pare, perfino dopo la conquista romana) contribuì a emarginare con il tempo un’intera cultura, affidandola poi alle incerte paludi del mito e delle leggende, mentre la stessa tradizione orale si andava pian piano perdendo.

Ma chi erano davvero i Celti, spesso citati a sproposito nelle occasioni più improbabili o, addirittura, trattati come un frutto della fantasia da certi indomiti negazionisti? Ebbene, erano già gli antenati di un gran numero di popoli europei, antenati che per secoli esercitarono un dominio culturale, economico e militare su una vasta area, dall’Oceano Atlantico ai Carpazi, dalle brume del Nord fino alle rive del Mediterraneo.

Oltre alle memorie, alle cronache e ai reperti archeologici, ci parlano ancora di loro gli idiomi usati da circa due milioni di persone e sopravvissuti all’imperante dilagare delle lingue nazionali (il francese e l’inglese) in limitate regioni della costa atlantica: la Bretagna (l’antica Armorica), il Galles, una parte della Scozia e dell’Irlanda. Idiomi che portano in sé la fierezza di un’antica identità.

Gli autori greci (a partire dal VI secolo avanti Cristo) e quelli romani cantarono soprattutto le virtù militari di una stirpe guerriera, ma non tralasciarono curiosi riferimenti al fiorire di una civiltà “barbara” e misteriosa nelle terre d’Occidente e del Settentrione. Pausania chiamava i Celti con il nome “moderno” di Galati e scriveva: “Questi Galati abitano le parti più remote dell’Europa, presso un mare vasto, che non è navigabile fino ai suoi estremi confini, con maree e grandi flutti e una fauna che in nulla somiglia a quella degli altri mari…”. Sembra l’inizio di una favola.

(Da La Nazione, 30/3/2007).

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