Europa e oltre

Se i Guerrafondai fanno la Guerra delle lingue, i Pacifondai devono fare la Pace delle lingue: il pizzo linguistico inglese

Dal 31 gennaio 2020 il Regno Unito è fuori dall’Unione europea. Il monopolio linguistico inglese si rafforza alla spalle dei popoli europei con un costo sempre più alto.

Il 31 gennaio 2020 il Regno Unito ha lasciato formalmente l’Unione europea. Eppure la sua lingua continua a occupare una posizione dominante nelle istituzioni, nell’economia, nella ricerca, nella formazione e nella comunicazione europea. Un privilegio che non è soltanto culturale: produce costi economici, trasferimenti di risorse e vantaggi competitivi a favore dell’area anglofona.

Kadmo Giorgio Pagano, Segretario della più antica ONG di area radicale, ne calcola da anni il costo economico. La stima utilizzata in questo contatore è deliberatamente per difetto: almeno 1.021 euro l’anno per cittadino europeo. Da qui nasce il nostro “contatore del pizzo linguistico inglese”: non soltanto da quanto tempo dura il privilegio, ma quanto ci è già costato e quanto continua a costarci, giorno dopo giorno e minuto dopo minuto.

Orologio del pizzo linguistico inglese – il costo della guerra delle lingue nell'Unione europea


Il numero individuale cresce lentamente: circa 2,80 euro al giorno per persona. Quelli collettivi, invece, mostrano immediatamente la dimensione del fenomeno: centinaia di migliaia di euro al minuto per l’Italia e quasi un milione di euro al minuto su scala europea.

Perché è una stima per difetto

La cifra monetaria non comprende tutto. Non misura integralmente la perdita di dominio dell’italiano e delle altre lingue europee nella scienza e nell’alta formazione; l’impoverimento terminologico; la dipendenza da editoria, certificazioni e industrie culturali anglofone; il vantaggio competitivo dei madrelingua; la fuga di capitale umano; la subordinazione simbolica; soprattutto, non misura il costo della perdita di sovranità cognitiva.

Il problema non è quindi soltanto quanto spendiamo per imparare l’inglese. Il problema è ciò che accade quando una società arriva a pensare che il proprio sapere, per essere autorevole, debba essere formulato nella lingua di un’altra area geopolitica. A quel punto la disuguaglianza economica si trasforma in dipendenza culturale e istituzionale.

Macaulay: creare élite locali mentalmente inglesizzate

La genealogia è più antica dell’Europa contemporanea. Nella politica coloniale britannica in India, Thomas Babington Macaulay indicò nel 1835 l’obiettivo di formare una classe locale che fosse indiana «nel colore e nel sangue», ma inglese nel gusto, nelle opinioni, nella morale e nell’intelletto. Il dominio più efficace non è quello che deve amministrare direttamente ogni territorio: è quello che forma élite locali capaci di riprodurne spontaneamente categorie, valori e lingua.

È questo il punto che rende il parallelo europeo attuale così rilevante. Le élite restano italiane, francesi, tedesche o spagnole per cittadinanza, ma vengono sempre più formate a pubblicare, valutare, selezionare e dirigere attraverso l’inglese. Quando il modello è interiorizzato, l’occupante esterno diventa quasi superfluo.

Gandhi: la diagnosi della schiavitù linguistica

Gandhi aveva individuato il meccanismo dalla parte del colonizzato prima che l’Impero lo formulasse apertamente come strategia. Nella riflessione raccolta in Hind Swaraj, l’educazione inglese non è un semplice strumento neutrale: può diventare il mezzo attraverso cui il colonizzato impara a guardare se stesso con le categorie del colonizzatore. Nella prefazione «Liberi dai padroni della libertà» del 2012 avevo sintetizzato questo nodo ricordando la sua denuncia: insegnare l’inglese a milioni di persone equivale a schiavizzarli.

Il centro della questione è il rapporto fra lingua e pensiero. La lingua non è soltanto un codice per trasmettere informazioni: è il luogo nel quale una comunità costruisce concetti, memoria, identità, gerarchie di valore e capacità di interpretare il mondo. Se si conquista quella soglia, si conquista una parte decisiva della libertà del soggetto.

Harvard, 6 settembre 1943: il cavallo di Troia

Il 6 settembre 1943 Winston Churchill, a Harvard, espone con straordinaria chiarezza la nuova frontiera della potenza angloamericana. L’occasione è legata alla promozione del Basic English, il progetto di inglese semplificato sostenuto anche negli Stati Uniti. Nella lettura che propongo da anni, quel Basic English rappresenta un cavallo di Troia mondiale: una forma apparentemente pratica, limitata e accessibile con cui far accettare il principio che la comunicazione internazionale debba passare attraverso l’inglese.

«The power to control language offers far better prizes than taking away people’s provinces or lands or grinding them down in exploitation. The empires of the future are the empires of the mind».

Il punto non è marginale: Churchill lega esplicitamente controllo della lingua, vantaggio materiale e impero della mente. E nello stesso discorso immagina un mondo nel quale britannici e americani possano muoversi trovando ovunque una lingua comune: in sostanza, ovunque vadano, essere come a casa propria.

Il paradosso storico è che il Basic English non fu nemmeno necessario fino in fondo. Il cavallo di Troia aveva già aperto la porta: nel dopoguerra si impose sempre più l’inglese tout court, con un vantaggio ancora maggiore per i suoi madrelingua. La promessa era una lingua semplificata per comunicare; il risultato è stato un sistema nel quale gli altri devono imparare, tradurre, certificarsi e adattarsi alla lingua naturale del centro angloamericano.

Phillipson: il cuculo nel nido europeo

Robert Phillipson ha descritto l’inglese come un cuculo nel nido dell’istruzione superiore europea. La metafora è precisa: l’inglese entra in domini tradizionalmente occupati dalle lingue nazionali, li espande a proprio favore e può produrre perdita o espropriazione di dominio. Phillipson insiste inoltre sul fatto che non si tratta di un processo naturale e senza agenti: dietro l’avanzata dell’inglese operano pressioni economiche, istituzioni, politiche, mercati e ideologie.

Nel suo lessico, il problema è anche l’interiorizzazione delle forme e dei simboli egemonici dell’inglese. È qui che il cuculo diventa ancora più interessante: non c’è più bisogno che qualcuno deponga sempre dall’esterno l’uovo nel nido. Gli stessi sistemi europei iniziano a riprodurre il modello.

Dal cavallo di Troia al cuculo autogenerato

Il cavallo di Troia spiega l’ingresso. Il Basic English offre il varco: praticità, internazionalizzazione, neutralità apparente.

Il cuculo spiega l’occupazione. L’inglese entra nei domini del sapere, della ricerca, dell’economia e dell’amministrazione e restringe lo spazio delle altre lingue.

L’autocolonialismo spiega la riproduzione. Gli stessi europei diventano produttori dell’inglesizzazione nei propri sistemi.

La metafora può dunque essere aggiornata: il cuculo non ha più bisogno di deporre personalmente l’uovo nei nidi europei; ha insegnato agli altri uccelli a deporre uova di cuculo nei propri nidi. Ogni specie di uccello-popolo europeo rischia così di trasformarsi in un clone funzionale del cuculo.

Prima le menti, poi i territori

Quando la mente è linguisticamente colonizzata, anche il territorio può esserlo. L’autocolonialismo non rimane confinato alle parole: diventa organizzazione dello spazio, delle istituzioni, dell’università e della ricerca. Il primo territorio strategico è proprio l’università, perché è lì che si formano le élite, si produce sapere e si decide quale lingua abbia diritto di nominare il mondo.

Se un’università pubblica italiana espelle l’italiano dall’alta formazione, non sta semplicemente cambiando codice didattico. Sta creando un territorio funzionalmente anglofono dentro il territorio nazionale. Nella prefazione del 2012 avevo definito il caso del Politecnico di Milano una forma di «extraterritorialità» linguistica dalla Repubblica italiana: prima si occupano le menti; poi, attraverso quelle menti, si occupano i territori.

Paolo Grossi: incidere sulla lingua significa incidere sull’identità

In una mia intervista sul caso del Politecnico di Milano, Paolo Grossi, allora giudice della Corte costituzionale e poi Presidente della stessa Corte, formulò con estrema chiarezza il nesso tra lingua, pensiero e identità:

«Il linguaggio e il pensiero sono intimamente connessi, inscindibilmente connessi, e incidere sul linguaggio significa incidere sul pensiero e quindi sul soggetto pensante. Significa incidere su quella che io chiamavo identità, per esempio, del cittadino italiano. Cioè, noi faremmo una sorta di violenza e di snaturazione, un’operazione nazista, a cui sottoporremmo il povero cittadino italiano».

Questa dichiarazione dà un fondamento istituzionale molto forte a ciò che stiamo sostenendo: se si altera sistematicamente la lingua dell’alta formazione, non si modifica soltanto il mezzo di comunicazione; si interviene sul soggetto che pensa, sulla sua identità e sulla sua capacità di produrre sapere nella propria lingua. Video dell’intervista a Paolo Grossi:
https://youtu.be/I00wz02rFnM

Il Politecnico di Milano: il laboratorio italiano

Il Politecnico è il caso emblematico perché mostra come una scelta linguistica possa produrre conseguenze economiche, sociali e territoriali. Nel 2023, in un mio video dedicato soprattutto alle lauree magistrali, stimavo in circa 54.000 gli ingegneri formati in un sistema sempre più inglesizzato e quindi più facilmente assorbibili dal mercato internazionale anglofono. Quella cifra va letta come stima politica e prudenziale, non come dato amministrativo ufficiale.

Oggi il processo non riguarda più soltanto il secondo ciclo: l’offerta in inglese si è estesa anche a nuove lauree triennali. Questo significa che la vecchia stima basata soprattutto sulle magistrali è, a maggior ragione, destinata a risultare per difetto. La questione non è soltanto dove lavoreranno quei laureati, ma chi incassa il valore di un capitale umano formato in Italia e reso linguisticamente più funzionale a ecosistemi produttivi, universitari e professionali dominati dall’inglese.

Video breve (circa 6 minuti): https://youtu.be/zhoBQcCjVCM

Versione lunga: https://youtu.be/Olretf45M1Q

Il paradosso dell’«identità culturale»

Qui emerge anche una contraddizione politica europea. Si può rivendicare identità nazionale, sovranità e difesa dei confini, ma se non si rivendica anzitutto il diritto di studiare, insegnare e produrre alta cultura nelle lingue dei popoli europei, l’«identità culturale» rischia di ridursi a folklore.
Senza università in italiano, l’identità culturale italiana perde il luogo in cui deve continuamente rigenerarsi.
Difendere il confine geografico e lasciare aperto quello cognitivo significa proteggere la nazione come superficie, ma non come soggetto pensante. La sovranità non è soltanto controllo del territorio: è anche capacità di produrre sapere, diritto, scienza, tecnica e immaginario nella propria lingua.

Una via d’uscita europea: lingue nazionali forti e LIA

La risposta non può essere sostituire un nazionalismo linguistico a un altro, né chiudere l’Europa nelle sue frontiere nazionali. Occorre fare esattamente il contrario: rafforzare le lingue nazionali nei loro domini strategici e dotare l’Europa di una Lingua Internazionale Ausiliaria (LIA) neutrale, che permetta ai popoli di cooperare senza trasformare la lingua nazionale di uno di essi in lingua imperiale comune.

Una LIA non toglie sovranità alle lingue europee: la restituisce. Consente di separare la funzione della comunicazione internazionale dal privilegio economico, culturale e cognitivo di una comunità madrelingua. È la condizione perché l’Europa possa diventare più unita senza diventare più anglofona.

Il conto economico è soltanto l’inizio

Il nostro contatore mostra il tempo trascorso e una stima del costo economico. Ma la vera posta in gioco è più profonda. Se il dominio linguistico modifica il modo in cui una società forma le proprie élite, seleziona il sapere e organizza i propri territori istituzionali, allora il pizzo economico è soltanto la parte contabilizzabile di una più vasta perdita di autonomia.

Gandhi aveva visto la catena. Macaulay aveva indicato come formare l’élite intermediaria. Churchill ha formulato l’Impero della Mente. Il Basic English è stato il cavallo di Troia. Phillipson ha descritto il cuculo. L’Europa contemporanea rischia di completare il processo trasformando il colonialismo linguistico in autocolonialismo.

Non è quindi soltanto una questione di lingua. È una questione di diritti, concorrenza, sovranità cognitiva e trasferimento permanente di risorse. Ogni  giorno che passa il privilegio continua; ogni giorno che passa il conto aumenta.

Vinceranno i Diritti fondamentali o la Forza che li piega?

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