Il pensiero di Luca Serianni sulla proposta di introduzione di segni grafici estranei all’italiano nel nostro alfabeto per cancellare la differenza di genere

Vessillo della lingua e della cultura italiana, Palazzo Sinibaldi, Roma 8 dicembre 2015. Misure 5 per 2,5 metri.

La lingua italiana non si cambia con l’asterisco

Lo schwa e gli altri segni grafici inclusivi entreranno nel vocabolario? Secondo Luca Serianni, che studia l’italiano da anni, no. Ecco perché

E se spostassimo la discussione? Non più la diatriba tra bianchi e neri, tra i paladini dell’asterisco transgender e i cultori della grammatica tradizionale, tra chi rivendica il politicamente corretto anche nelle desinenze e chi gli oppone una fiera allergia. Anche perché quello dello schwa, il simbolo inclusivo della “e” rovesciata per rendere neutro il genere, è un partito largamente trasversale, avversato da uno schieramento che da Maurizio Maggiani a Paolo Flores d’Arcais annovera fior di progressisti. Proviamo a prenderla da un altro punto di vista: se passasse la proposta grafica degli asterischi e dello schwa, saremmo davanti a un’innovazione alfabetica, e quindi a una rivoluzione culturale. Ma come cambia l’alfabeto d’una lingua? Chi lo decide? I segni senza suono possono avere un senso?
E cosa dice di noi, delle abitudini quotidiane, della nostra geografia mentale, un nuovo codice arricchito di grafemi estranei al nostro alfabeto come un asterisco e una “e” a testa in giù? Da circa mezzo secolo Luca Serianni studia i mutamenti dell’italiano. Storico della lingua, grammatico e lessicografo – è sua la curatela del dizionario Devoto Oli – i cambiamenti non s’è limitato ad analizzarli, ma qualche volta ha contribuito a determinarli: chi si vede costretto a scrivere “sé stesso” con l’accento acuto sulla “e”, dopo una vita vissuta astenendosi dall’accento, sappia che la responsabilità è proprio di Serianni. “Ma in questo caso si trattava di regolarizzare un’oscillazione, non di fare una rivoluzione alfabetica”, dice la studioso che ha dedicato la sua vita intellettuale a Il sentimento della lingua, dal titolo del recente libro-intervista del Mulino a cura di Giuseppe Antonelli.
Oggi siamo davanti a un vero sovvertimento alfabetico. Finora le proposte per una scrittura inclusiva, non più caratterizzata da un predominio maschile, si fermavano alle declinazioni, alle concordanze e ai neologismi. Il ricorso all’asterisco e allo schwa – per rendere neutro il genere – comporterebbe una modifica dell’alfabeto.
“Sì, ma nella storia della lingua italiana non è la prima volta che viene proposta una riforma grafica dell’alfabeto. È già accaduto nel Cinquecento, quando un letterato vicentino, Gian Giorgio Trissino, propose di aggiungere dei segni particolari per distinguere la “e” aperta da quella chiusa, e la “o” aperta dalla “o” chiusa. Ma questa riforma grafica non ebbe alcun successo. Le proposte fatte dall’alto, da singoli gruppi, hanno scarsa possibilità di affermarsi”.
Allora non c’era la rete digitale, che ha avuto un ruolo importante nella diffusione dello schwa. Il simbolo è stato già adottato da una casa editrice, la effequ. E dal comune Castelfranco Emiliano, nel Modenese.
“Non sopravvaluterei la forza della rete, dalla quale continua a essere esclusa una parte della popolazione. I cambiamenti linguistici sono determinati dall’uso comune della lingua. Non bastano l’iniziativa di una sigla editoriale e di un’amministrazione comunale per modificare abitudini radicate”.

Perché è così scettico?
“La proposta è destinata a non avere futuro anche per un’altra ragione: i segni grafici di cui parliamo non hanno un corrispettivo nel parlato. E qualunque lingua è in primo luogo una lingua parlata. Lo schwa che resa può avere? Nessuna. Indica una caratteristica vocale indistinta propria dei dialetti meridionali, quindi estranea alla maggior parte degli italiani. E l’asterisco indica un’amputazione: impronunciabile”.

Soltanto ciò che ha un suono, che è pronunciabile, ha un senso?
“Diciamo che ciò che non esiste nella lingua parlata ha cittadinanza solo nella lingua scritta. Resta circoscritta: da qui la scarsa possibilità di successo”.

La lingua è lo specchio d’una società, del suo stile di vita e di pensiero. Cosa raccontano di noi questi nuovi segni grafici?
“Raccontano il grande potere dello scritto sul parlato. L’asterisco nasce agli inizi della storia della tipografia italiana: serve a indicare una lacuna nel testo. Noi siamo una società largamente alfabetizzata, abituata a leggere le parole, a vederle, prima ancora che a pronunciarle. Ci sono delle espressioni dell’uso comune, non recenti, che indicano questa nostra familiarità con il codice scritto: mettere i puntini sulle i, non valere un’acca. La convinzione che solo lo scritto possa rappresentare la lingua nella sua interezza è comune a una gran parte delle civiltà non solo occidentali”.

Ma questa prevalenza della scrittura sul parlato non è singolare in un mondo sempre più orientato verso l’oralità?
“Io direi che siamo sempre più immersi nella scrittura, proprio grazie alla rete. Oggi anche i telefonini ci consentono il lusso di un’interpunzione più sofisticata: pensi che arrivo a scrivere gli sms con il punto e virgola”.

Scriviamo tanto, sì. Ma la nostra lingua s’impoverisce. Voi linguisti ci ricordate che anche i giornali, tradizionali fucine d’invenzione linguistica, non producono più neologismi. Non le pare un paradosso l’aggiunta di nuove lettere dell’alfabeto in un momento di appiattimento linguistico?
“Sì, saremmo davanti a un paradosso. Ma l’aggiunta di nuovi simboli all’alfabeto sarebbe una cosa talmente eversiva che mi sembra difficile che possa passare”.

Chi lo decide? Il Gran Consiglio della Crusca, ammesso che esista un organo così pomposo?
“I cambiamenti avvengono sempre attraverso lunghi processi. La legittimazione della lettera “acca” risale alla terza edizione del vocabolario della Crusca (1691), che all’epoca aveva una capacità di modellizzazione molto forte. Tra i suoi sostenitori era stato in precedenza anche Ludovico Ariosto, secondo il quale “chi leva la H all’huomo non si conosce huomo, e chi la leva all’honore non è degno di honore””.

Quindi un tempo incidevano le grandi opere e i grandi intellettuali. E oggi?
“Oggi intervengono tutte le fonti dell’italiano scritto, ossa i testi giuridici e amministrativi, gli usi delle case editrici, gli articoli di giornale. Se lo schwa fosse usato nei testi legislativi, sarebbe accolto nell’alfabeto. Ma la ritengo un’ipotesi inverosimile”.

Resta il fatto che parliamo una lingua al maschile. E ancora non è stata trovata una soluzione.
“L’evoluzione d’una lingua è molto più lenta dell’evoluzione della società. Le donne sono entrate in magistratura nel 1963, oggi rappresentano circa la metà della professione, ma è raro sentire la parola “magistrata”. Come è difficile sentire “avvocata”. Qualche passo avanti è stato fatto con “ministra” e “sindaca”: trent’anni fa sarebbe stato impensabile”.

L’italiano è una lingua più conservativa di altre?
“No, non direi. Sarebbe sbagliato sottovalutare le grandi trasformazioni dal secondo dopoguerra in poi, studiate soprattutto da Tullio De Mauro. La lingua parlata da un adolescente di oggi è molto diversa dall’italiano di mezzo secolo fa: i Promessi Sposi sono diventati una lettura difficile, non lo erano per un quindicenne della mia generazione”.

Le ideologie possono cambiare una lingua?
“Possono riuscirci nei regimi dittatoriali. Il fascismo ci ha provato: forse sarebbe riuscito a eliminare il “lei” se non fosse caduto pochi anni dopo il divieto. I cambiamenti imposti dall’alto sono più difficili in un assetto democratico e policentrico come il nostro. Anche per questa ragione la possibilità di intervenire in modo coattivo sul nostro alfabeto mi sembra destinata al fallimento”.

Simonetta Fiori | repubblica.it | 7.8.2021.

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