Minoranze, popoli tradizionali, indigeni e Colonialismo

Il mondo non ci aiuta. Allora trivelliamo il Parco in Amazzonia!

L'Amazzonia paragonata all'Europa
L’Amazzonia paragonata all’Europa

La storia. I fondi promessi non sono mai arrivati 

Il mondo non ci aiuta. E allora trivelliamo il Parco in Amazzonia!
Il voltafaccia del governo dell’Ecuador
di Tomaso Clavarino

L’Ecuador fa marcia indietro e, dopo aver approvato nel 2007 un progetto rivoluzionario per la tutela della foresta amazzonica, decide di aprire le porte di una delle aree del Paese con la più vasta biodiversità, il Parco Nazionale dello Yasuni, alle trivellazioni. Sei anni fa Quito aveva deciso di sospendere le attività petrolifere nel campo di Ishpingo -Tambococha-Tiputini (ITT), che possiede riserve equivalenti a circa 920 milioni di barili di petrolio, per un valore di 7,2 miliardi di dollari, in cambio di un indennizzo di circa 3,6 miliardi da parte della comunità internazionale entro il 2023. Un piano accolto con entusiasmo da molti Paesi occidentali, e patrocinato dall’Onu, che avrebbe permesso al governo del presidente Rafael Correa di lasciare sotto terra il greggio e di evitare così l’immissione nell’atmosfera di oltre 400 milioni di tonnellate di diossido di carbonio preservando un’area che, secondo alcuni recenti studi, in un ettaro quadrato accoglie più specie animali di tutta la fauna selvatica nordamericana.
All’iniziativa hanno partecipato sia numerosi Stati nel settembre dell’anno scorso, a margine dell’Assemblea generale dell’Onu, l’Italia ha firmato un accordo con l’Ecuador per una conversione di una tranche del debito del paese sudamericano, pari a 35 milioni di euro, come contributo all’iniziativa per la salvaguardia dello Yasuni – che alcuni volti noti di Hollywood. Attori come Leonardo Di Caprio ed Edward Norton si sono spesi in prima persona per il progetto, contribuendo, così come altri personaggi noti come Bo Derek e Al Gore, in maniera sostanziosa alla raccolta fondi. Proprio Di Caprio, appresa la notizia della marcia indietro da parte del governo di Rafael Correa, non ha esitato a manifestare la propria delusione su Twitter: «E un giorno triste, ma la battaglia non è ancora finita. Correa ha deciso di abbandonare lo Yasuni, ma la popolazione dell’Ecuador no». E proprio la popolazione ecuadoriana, in particolar modo quella indigena che vive nell’area equatoriale, ora chiede a gran voce una consultazione popolare per far decidere al popolo le sorti dell’area dello Yasuni.
Humberto Cholango, presidente della Confederazione delle nazionalità indigene dell’Equatore (Conaie), ha affermato che in Ecuador «si consulta la popolazione sulle corride (nel 2011 ndr) per cui non si capisce perché non si possa consultare su una questione di enorme importanza che potrebbe mettere in pericolo la vita degli indigeni e della biodiversità dell’area». Il fallimento della rivoluzionaria, e forse utopistica, iniziativa di Quito sembra derivare dal mancato arrivo nel paese di quei finanziamenti internazionali promessi. Non tanto dai privati, quanto piuttosto dai Paesi, in primis quelli occidentali, che solo sei anni fa avevano accolto con entusiasmo il piano ecuadoriano. «Disgraziatamente il mondo ci ha deluso – ha detto senza mezzi termini il presidente Correa -.¬ Il fattore fondamentale è che nel mondo esiste una grande ipocrisia su queste questioni e la logica che prevale non è quella della giustizia, ma piuttosto quella del potere, perché i Paesi che inquinano sono anche i più ricchi e i più forti». Il fondo creato per finanziare il progetto ha finora raccolto solo 13,3 milioni di dollari già versati e impegni per altri 116 milioni, cifra che rappresenta appena lo 0,37% di quanto il governo di Quito si attendeva. Se le responsabilità della comunità internazionale nel fallimento del progetto sembrano essere palesi, non poche sembrano essere anche le colpe del governo Correa che non ha mai abbandonato del tutto l’opzione delle trivellazioni.
Le compagnie petrolifere intanto esultano, pronte a mettere le mani su quest’area incontaminata dello Yasuni.
(Dal Corriere della Sera, 18/8/2013).

 

 

 

0:00
0:00