Il miraggio dell’Europa poliglotta

Intervista/ Jan’ Figel – Commissario Ue all’Education

“L’Europa poliglotta è ancora un miraggio”

Nei Paesi del nord i cittadini più virtuosi

Il Commissario all’Education scommette sul “multilinguismo”, per rendere più competitiva l’economia dell’Unione Europea: “Possedere conoscenze in più di una lingua aumenta le opportunità sul mercato del lavoro e offre la possibilità di lavorare o studiare in un altro Stato membro”, sostiene. Classe 1960. Jan’ Figel, nato a Vranov Nad Toplou, nel nord della Slovacchia, ingegnere elettronico di formazione, membro del Consiglio Nazionale del suo Paese dal 1993 e viceministro degli Esteri dal 1998, non dimentica, a proposito del multilinguismo, un proverbio di casa sua: “Kol’ Ko jazykov vics, tol’ kokràt si èlovekom”, quante lingue conosci, tante persone sei. E anche: sei tante volte umano quante lingue conosci.

Commissario Figel, si può immaginare un’Europa realmente multilingue, dove i cittadini possano dialogare o comprendersi utilizzando una o più lingue di mediazione? E’ davvero un progetto realizzabile?

L’Europa è di fatto, e per definizione, un continente multilingue. Certamente meno che in altre aree del mondo, come l’India dove coabitano centinaia di lingue, ma è già un esempio di multilinguismo. E’ vero, però, che solo da pochi mesi, e per la prima volta nella storia d’Europa, il portafoglio di un commissario europeo include esplicitamente la responsabilità per il multilinguismo.

In quanto tempo si potrà realizzare?

In una comunicazione recente, la prima del genere, la Commissione ha ricordato agli Stati membri che avrebbero già dovuto impegnarsi dal 2002 in un programma per l’apprendimento delle lingue, previsto per ogni Paese, mettendo in condizione i cittadini di conoscere ovviamente la propria lingua madre più due lingue straniere, per una verifica che dovrà avvenire prima del 2010.

A che punto siamo?

Ancora lontani dall’obiettivo, per esempio attualmente solo la metà degli alunni della scuola primaria ha studiato una lingua straniera: si comincia solo adesso a rendersi conto che è necessario cominciare presto, nelle prime classi. Alla fine dell’anno scolastico 2004-2005, si è visto che anche in Italia e Francia i programmi d’insegnamento di una lingua straniera alle scuole elementari stanno diventando realtà.

Sembra che l’ Italia, la Francia e la Spagna siano più resistenti al multilinguismo: può trattarsi di un’equazione “lingua madre/identità culturale”?

Oppure qualcosa non ha funzionato nella politica culturale di questi Paesi?

E’ sotto gli occhi di tutti quanto è emerso anche dalla recente indagine dell’EuroBarometro: nei “grandi Paesi europei” dove ci sono diverse decine di milioni di persone che parlano una stessa lingua, ad eccezione della Germania, i cittadini che dichiarano di essere in grado di esprimersi in una lingua straniera sono al di sotto della media del 50 per cento. In particolare proprio in Italia, Francia e Spagna. Probabilmente tutto questo è legato a un’eredità storica, a una concezione del passato in cui ognuno pensava di dover parlare solo la propria lingua madre, e soprattutto a delle lacune gravi nell’istruzione in questi Paesi. Più che di errori nelle politiche culturali, parlerei di ritardi nelle politiche dell’istruzione, che non hanno considerato fra le priorità l’insegnamento delle lingue straniere. Diversamente da altri Paesi europei.

Chi sono i più virtuosi tra i cittadini europei multilingue?

Nei Paesi del Nord Europa oltre alla maggiore conoscenza dell’inglese, c’è la pratica di conoscere almeno “la lingua del vicino”. Così in Svezia conoscono il norvegese per comunicare con il Paese confinante. La stessa cosa avviene in Finlandia, che è tra i Paesi più multilingue, assieme all’Olanda. In questi Stati i cittadini iniziano giovanissimi ad apprendere una lingua straniera, trovandosi avvantaggiati rispetto agli altri. Guardano le televisioni straniere, i film in lingua originale. Nel Nord Europa inglese, tedesco, ma anche altre lingue diverse da quelle nazionali, sono molto diffuse.

Nella ricerca dell’EuroBarometro, il 50% della popolazione dichiara di potersi esprimere in una lingua straniera, in inglese o francese. Ma questo è sufficiente?

No, le nuove politiche che la Commissione renderà presto operative hanno l’obiettivo di arrivare all’ “1+2”. Tutte le iniziative saranno volte ad aiutare i cittadini europei a parlare oltre alla propria lingua madre due lingue straniere. Su questo c’è grande determinazione.

Il dialogo culturale tra Europa, Asia e Africa passa anche attraverso la conoscenza, tra gli europei, di lingue come il cinese o l’arabo?

L’inglese è certamente la lingua più utilizzata anche con queste culture. Certo per le imprese che aprono sedi in Asia diventa una priorità avere dei collaboratori che parlano la lingua del posto. Se il dialogo culturale può esser condizionato dalla mancata conoscenza di una lingua come il cinese lo vedremo presto, tra qualche anno: gli asiatici in media sanno l’inglese meglio che gli europei; hanno cominciato a imparare l’italiano, il francese, il tedesco, prima che noi cominciassimo a imparare il cinese. Ma ci stiamo attrezzando anche da questo punto di vista: con il programma Erasmus Mundus che finanzia con borse di studio quei master che formano manager internazionali, anche attraverso stage proprio in Asia, in Cina in particolare, dando la possibilità ai giovani professionisti di quei Paesi di venire a studiare in Europa.

Quante e quali lingue dovrebbe essere in grado di parlare un lavoratore dotato di “mobilità geografica”?

L’inglese è fondamentale, poi dipende da molte cose. Per esempio dal luogo del mondo dove si vuole vivere e lavorare, dal settore. Esistono le lingue veicolari: il tedesco è una lingua veicolare nei Balcani, il francese in molta parte dell’Africa. Chi ha in mente di trovare un lavoro in America Latina sa che oltre all’inglese deve apprendere lo spagnolo o il portoghese. Poi forse si potrebbe fare uno sforzo in più, e conoscere “la lingua del vicino”, parlata a qualche metro da casa nostra.

Conversazioni senza frontiere

La capacità di conversare in una lingua straniera nei Paesi dell’Europa a 25. Dati in percentuale.

Svezia 88

Finlandia 66

Regno Unito 30

Danimarca 88

Estonia 87

Lettonia 93

Lituania 90

Irlanda 41

Belgio 71

Olanda 91

Polonia 49

Germania 62

Rep. Ceca 60

Slovacchia 69

Lussemburgo 99

Francia 45

Austria 58

Slovenia 89

Ungheria 29

Spagna 36

Italia 36

Grecia 49

Portogallo 36

Malta 93

Cipro 72

1,5 Ore settimanali

E’ il tempo dedicato dagli italiani allo studio di una lingua

885 La più parlata del mondo

Numero di persone in milioni che usano il cinese-mandarino

64% Sola madrelingua

Spagnoli, portoghesi e italiani che conoscono solo la lingua materna

20 Euro Costo di una cartella

Tradotta dall’italiano all’inglese; 50 euro se dall’italiano al cinese

87% Paesi Bassi

Olandesi che dichiarano di comunicare in inglese più che nella loro lingua

(Da Il Sole – 24 Ore, 6/1/2006).

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1 commento

  • Intervista/ Jan’ Figel – Commissario Ue all’Education

    “L’Europa poliglotta è ancora un miraggio”

    Nei Paesi del nord i cittadini più virtuosi

    Il Commissario all’Education scommette sul “multilinguismo”, per rendere più competitiva l’economia dell’Unione Europea: “Possedere conoscenze in più di una lingua aumenta le opportunità sul mercato del lavoro e offre la possibilità di lavorare o studiare in un altro Stato membro”, sostiene. Classe 1960. Jan’ Figel, nato a Vranov Nad Toplou, nel nord della Slovacchia, ingegnere elettronico di formazione, membro del Consiglio Nazionale del suo Paese dal 1993 e viceministro degli Esteri dal 1998, non dimentica, a proposito del multilinguismo, un proverbio di casa sua: “Kol’ Ko jazykov vics, tol’ kokràt si èlovekom”, quante lingue conosci, tante persone sei. E anche: sei tante volte umano quante lingue conosci.

    Commissario Figel, si può immaginare un’Europa realmente multilingue, dove i cittadini possano dialogare o comprendersi utilizzando una o più lingue di mediazione? E’ davvero un progetto realizzabile?

    L’Europa è di fatto, e per definizione, un continente multilingue. Certamente meno che in altre aree del mondo, come l’India dove coabitano centinaia di lingue, ma è già un esempio di multilinguismo. E’ vero, però, che solo da pochi mesi, e per la prima volta nella storia d’Europa, il portafoglio di un commissario europeo include esplicitamente la responsabilità per il multilinguismo.

    In quanto tempo si potrà realizzare?

    In una comunicazione recente, la prima del genere, la Commissione ha ricordato agli Stati membri che avrebbero già dovuto impegnarsi dal 2002 in un programma per l’apprendimento delle lingue, previsto per ogni Paese, mettendo in condizione i cittadini di conoscere ovviamente la propria lingua madre più due lingue straniere, per una verifica che dovrà avvenire prima del 2010.

    A che punto siamo?

    Ancora lontani dall’obiettivo, per esempio attualmente solo la metà degli alunni della scuola primaria ha studiato una lingua straniera: si comincia solo adesso a rendersi conto che è necessario cominciare presto, nelle prime classi. Alla fine dell’anno scolastico 2004-2005, si è visto che anche in Italia e Francia i programmi d’insegnamento di una lingua straniera alle scuole elementari stanno diventando realtà.

    Sembra che l’ Italia, la Francia e la Spagna siano più resistenti al multilinguismo: può trattarsi di un’equazione “lingua madre/identità culturale”?

    Oppure qualcosa non ha funzionato nella politica culturale di questi Paesi?

    E’ sotto gli occhi di tutti quanto è emerso anche dalla recente indagine dell’EuroBarometro: nei “grandi Paesi europei” dove ci sono diverse decine di milioni di persone che parlano una stessa lingua, ad eccezione della Germania, i cittadini che dichiarano di essere in grado di esprimersi in una lingua straniera sono al di sotto della media del 50 per cento. In particolare proprio in Italia, Francia e Spagna. Probabilmente tutto questo è legato a un’eredità storica, a una concezione del passato in cui ognuno pensava di dover parlare solo la propria lingua madre, e soprattutto a delle lacune gravi nell’istruzione in questi Paesi. Più che di errori nelle politiche culturali, parlerei di ritardi nelle politiche dell’istruzione, che non hanno considerato fra le priorità l’insegnamento delle lingue straniere. Diversamente da altri Paesi europei.

    Chi sono i più virtuosi tra i cittadini europei multilingue?

    Nei Paesi del Nord Europa oltre alla maggiore conoscenza dell’inglese, c’è la pratica di conoscere almeno “la lingua del vicino”. Così in Svezia conoscono il norvegese per comunicare con il Paese confinante. La stessa cosa avviene in Finlandia, che è tra i Paesi più multilingue, assieme all’Olanda. In questi Stati i cittadini iniziano giovanissimi ad apprendere una lingua straniera, trovandosi avvantaggiati rispetto agli altri. Guardano le televisioni straniere, i film in lingua originale. Nel Nord Europa inglese, tedesco, ma anche altre lingue diverse da quelle nazionali, sono molto diffuse.

    Nella ricerca dell’EuroBarometro, il 50% della popolazione dichiara di potersi esprimere in una lingua straniera, in inglese o francese. Ma questo è sufficiente?

    No, le nuove politiche che la Commissione renderà presto operative hanno l’obiettivo di arrivare all’ “1+2”. Tutte le iniziative saranno volte ad aiutare i cittadini europei a parlare oltre alla propria lingua madre due lingue straniere. Su questo c’è grande determinazione.

    Il dialogo culturale tra Europa, Asia e Africa passa anche attraverso la conoscenza, tra gli europei, di lingue come il cinese o l’arabo?

    L’inglese è certamente la lingua più utilizzata anche con queste culture. Certo per le imprese che aprono sedi in Asia diventa una priorità avere dei collaboratori che parlano la lingua del posto. Se il dialogo culturale può esser condizionato dalla mancata conoscenza di una lingua come il cinese lo vedremo presto, tra qualche anno: gli asiatici in media sanno l’inglese meglio che gli europei; hanno cominciato a imparare l’italiano, il francese, il tedesco, prima che noi cominciassimo a imparare il cinese. Ma ci stiamo attrezzando anche da questo punto di vista: con il programma Erasmus Mundus che finanzia con borse di studio quei master che formano manager internazionali, anche attraverso stage proprio in Asia, in Cina in particolare, dando la possibilità ai giovani professionisti di quei Paesi di venire a studiare in Europa.

    Quante e quali lingue dovrebbe essere in grado di parlare un lavoratore dotato di “mobilità geografica”?

    L’inglese è fondamentale, poi dipende da molte cose. Per esempio dal luogo del mondo dove si vuole vivere e lavorare, dal settore. Esistono le lingue veicolari: il tedesco è una lingua veicolare nei Balcani, il francese in molta parte dell’Africa. Chi ha in mente di trovare un lavoro in America Latina sa che oltre all’inglese deve apprendere lo spagnolo o il portoghese. Poi forse si potrebbe fare uno sforzo in più, e conoscere “la lingua del vicino”, parlata a qualche metro da casa nostra.

    Conversazioni senza frontiere

    La capacità di conversare in una lingua straniera nei Paesi dell’Europa a 25. Dati in percentuale.

    Svezia 88

    Finlandia 66

    Regno Unito 30

    Danimarca 88

    Estonia 87

    Lettonia 93

    Lituania 90

    Irlanda 41

    Belgio 71

    Olanda 91

    Polonia 49

    Germania 62

    Rep. Ceca 60

    Slovacchia 69

    Lussemburgo 99

    Francia 45

    Austria 58

    Slovenia 89

    Ungheria 29

    Spagna 36

    Italia 36

    Grecia 49

    Portogallo 36

    Malta 93

    Cipro 72

    1,5 Ore settimanali

    E’ il tempo dedicato dagli italiani allo studio di una lingua

    885 La più parlata del mondo

    Numero di persone in milioni che usano il cinese-mandarino

    64% Sola madrelingua

    Spagnoli, portoghesi e italiani che conoscono solo la lingua materna

    20 Euro Costo di una cartella

    Tradotta dall’italiano all’inglese; 50 euro se dall’italiano al cinese

    87% Paesi Bassi

    Olandesi che dichiarano di comunicare in inglese più che nella loro lingua

    (Da Il Sole – 24 Ore, 6/1/2006).

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