Il mio Gaber in inglese

Barbareschi, lei stasera debutta a Londra con “Il caso di Alessandra e Maria” di Giorgio Gaber e Sandro Luporini. La tradurrà anche in inglese?

«L’ho già fatto. Questo è il passo intermedio ma l’hanno prossimo mi ripresenterò all’estero con la versione tradotta. È una sfida ma ho già fatto “Chicago” e mi è andata bene».

Per “Chicago” cosa è successo?

«Sei anni fa ero stato il protagonista del musical, Billy Flynn, nella messinscena italiana. I miei amici produttori inglesi mi hanno chiesto: perché non lo reciti anche da noi? E nel 2006 mi sono trovato nel West End, su un palco. Da quel momento la possibilità di fare teatro in Inghilterra è diventata reale».

Le ricorda quando Zeffirelli portò “Filomena Marturano” di Eduardo De Filippo a Londra con Joan Plowright?

«Sicuramente, il problema vero è un altro: da noi non esiste una struttura che costruisca la macchina spettacolare. Gli agenti teatrali inglesi, per farle un esempio, sono straordinari. Lavorano su autori contemporanei come io ho fatto in Italia con gli americani».

Cos’è? Polemico?

«Veda lei, da noi gli Stabili non fanno drammaturgia contemporanea italiana, che invece dovrebbe essere la loro missione. Ogni teatro stabile dovrebbero curare un certo numero di autori residenti, sviluppando i prodotti importanti della comunità. Invece il nostro teatro è alla rovescia da vent’anni».

Mi sembra che lo abbia già detto.

«Certo, mi hanno dato del fascista e del reazionario perché prevedevo certe cose. Mica solo nel teatro, anche nel cinema. Andavo all’Agis e li avvertivo che sarebbero arrivate le multinazionali americane. Ma il Minculpop culturale sinistrese non ci sentiva».

Poi cos’è successo?

«Avevo ragione. Mi chiamò il produttore di “Cats”, fu implacabile: abbiamo visto c’è una possibilità entrare sul mercato italiano perché come prodotto siete davvero scarsi, noi invece faremo grandi investimenti. È stato di parola. Non trova ridicolo che a Roma non esistano spettacoli stanziali da “Rugantino” a lavori più recenti?».

Ci abbiamo provato?

«No, ma ci siamo fatti superare da Las Vegas: Cirque du Soleil nasce in Nevada, no? Comunque, in Italia è arrivata “La bella e la bestia” e ha incassato più di tutto il teatro italiano in una intera stagione. Voglio dire: ci si autocompiace troppo di quello che si fa invece di pensare a un prodotto da vendere. E così si muore».

Non è un po’ troppo severo?

«Crede? Senta questa: una volta un famoso regista racconta di aver trionfato a New York. In realtà il pubblico è stato di di cento studenti all’università. Quel regista era Giorgio Strehler. Ora mi chiedo: lo fai perché non esisti fuori dal tuo Paese ? Perché non ti vengono più a vedere? La verità è che siamo obsoleti. È un paradosso, ma quando giravano le compagnie di Lucio Ardenzi il teatro italiano faceva giro del mondo. Alberto Lionello conquistava gli stranieri con i “Gemelli veneziani” ma senza tutte le sovvenzioni che abbiamo noi».

È per i tagli alla cultura?

«No, ma non accetto che non ci sia un modello alternativo. Margaret Thatcher tagliò tutto ma creò un meccanismo fiscale e una serie di organizzazioni produttive che hanno fatto rinascere da anni il teatro inglese».

Noi invece siamo al palo?

«Esatto, prenda Toni Servillo che grazie al Piccolo e al favore della critica per il suo genio incommensurabile è andato a recitare a New York. Sono contento per lui, però c’è andato con una trilogia di Goldoni. Capisce? Si porta in giro ancora Goldoni. È ridicolo».

Gli altri invece che fanno?

«In America, un anno dopo il caso Enron hanno messo in scena un musical. Se lo immagina che meraviglia se avessimo fatto lo stesso con Parmalat?».

E lei come si permette di fare teatro?

«Perché lavoro tanto e produco dieci, quindici film all’anno. Posso anche investire 300 mila euro all’anno in questa passione. Del resto dopo trentacinque anni di mestiere…».

Con Gaber pensa di fare innovazione?

«Certo, è un testo universale, trascinante, un musical da camera divertente. Vedrà l’impatto sugli stranieri l’anno prossimo, sono molto più aperti nell’accettare le novità. Noi, invece, pensiamo solo in termini di pigrizia».

Cosa le fa pensare di avere ragione?

«I numeri: il National Theatre inglese un quinto del personale del Piccolo. Al Royal Court Theatre lavorano in otto. Noi spendiamo il 90 per cento in struttura, solo il dieci in prodotto. Le pare possibile?».

tortarolo@ilsecoloxix.it
http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/p/cu … aber.shtml

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