Politica e lingue

Il mantra delle lingue scomparse

Il mantra delle lingue scomparse

di Diego Marani

Quando Arabanoo fu catturato dai coloni inglesi nel 1799, non sapeva che sarebbe diventato il primo interprete aborigeno, il primo del suo continente a imparare l’inglese e a diffondere così fra i suoi un contagio che avrebbe distrutto più della metà delle 250 lingue allora parlate in Australia. Oggi solo 110 sopravvivono, spesso parlate da pochi individui e di queste appena una decina sono abbastanza integre da poter essere insegnate. Lingua unica contro tante lingue diverse, l’inglese ha stravinto ma spesso non ha le parole per nominare le cose dell’ennesimo continente che ha conquistato.
Così non può descrivere il tipico rumore che fa la corteccia degli alberi quando si stacca dal tronco sotto le raffiche del vento. Walu si dice in lingua ngiyambaa, che significa anche malinconia, nostalgia di casa. Me lo racconta un calabrese emigrato da poco a Melbourne, che qui ha ritrovato intatto il grecanico dei suoi nonni, scomparso nella sua terra ma conservato gelosamente dalla tenace emigrazione italiana. Quando sarà morto anche l’ultimo locutore di ngiyambaa, la malinconia del vento che stacca la corteccia non scomparirà dal cuore degli aborigeni, ma non ci sarà più la parola per dirla.
Le lingue si aggrappano anche al vento e non hanno bisogno di un luogo per vivere. Ma di gente che le parla sì. In yiddish si chiamano Luftmensch, uomini d’aria, senza una vera patria, che appartengono a una cultura più che a un posto. Uno di questi è Arnold Zable, scrittore di origini polacche che a Melbourne anima uno dei tanti circoli yiddish della città. Se lo yiddish prospera così lontano dai luoghi dove è nato è anche merito degli ebrei ultraortodossi che lo parlano nella quotidianità per non sporcare l’ebraico, lingua esclusiva del culto, mi spiega Arnold. Così la lingua della diaspora ebraica mitteleuropea ora prospera lungo il Great Dividing Range e raccoglie altri transfughi del giudaismo perduto.
Ma è tutto il concetto di lingua che qui agli antipodi è diverso dal nostro. Per un aborigeno è normale parlarne tante. Quella dei popoli vicini o dei nomadi che passano, quella del mercato e il kriol dei mezzo sangue, ma solo le parole che servono per ognuna. In molte lingue aborigene non esiste il verbo essere, forse perché è ovvio che quel che si nomina c’è. Non esistono neanche i possessivi quando quel che s’intende è comunque un tutto. Il mio braccio è per forza mio, come la mia casa, la mia terra. E quando un aborigeno dice sì non è perché acconsente, è solo per interrompere gentilmente una conversazione che non gli interessa.
Tutte cose che gli australiani bianchi non hanno mai capito. Fino al 1970 hanno cercato di estirpare le lingue aborigene vietandone l’uso, hanno portato via i figli alle madri per spezzare la catena del racconto che passa da una generazione all’altra. Lionel Fogarty ne sa qualcosa. Lui è cresciuto nella Barambah Aboriginal Reserve, un campo fondato dall’Esercito della salvezza dove aborigeni di tutte le nazioni australiane venivano deportati, educati in inglese e addestrati a un mestiere. Fino al 1967 gli aborigeni di Barambah non erano neppure contati nel censimento nazionale. Deprivati della loro lingua e considerati dal governo esseri immaturi, una fase di transizione fra l’aborigeno e l’umano, finivano a lavorare sottopagati nelle fattorie dei bianchi.
Lionel ci viene incontro sul molo del Sebel One, sotto il ponte di Sidney in questa sera ventosa. È appena piovuto ma lui non scansa le pozzanghere. Torna da un incontro con i suoi lettori. «Di certe nostre lingue sono rimaste poche centinaia di parole con cui non si può dire più niente. Ma la gente le impara a memoria e le recita come preghiere», mi spiega con occhi carichi di rabbia. Sarà per questo che nelle sue poesie Lionel scortica senza remore il suo banjalang come l’inglese invasore. Nessuna lingua può rimanere immune alle incursioni di un poeta cui sono state strappate le parole di bocca.
Una lingua in festa sembra invece il maori, a quattro ore di volo da Sidney, nella felice Nuova Zelanda. Qui la lingua l’ha salvata un trattato internazionale, quello di Waitangi, che i maori hanno negoziato con gli inglesi nel 1840 e da cui uno dopo l’altro sono riusciti a ottenere tutti i loro diritti di minoranza. All’articolo 2 il trattato sancisce che il governo è tenuto a tutelare il taonga, che significa insieme cultura e spirito dei maori. Così col tempo la cultura maori è penetrata nel costume neozelandese fino a diventare un tratto distintivo e fondante della nuova identità del Paese da cui anche i paheka, i bianchi, sono attratti.
Le città neozelandesi sono disseminate di marae, le case sacre dove i maori si riuniscono per pregare. Qui pregare significa nominare i propri antenati in una genealogia che va fino alla divinità. Ogni tribù si chiama iwi e di trisavolo in trisavolo si ricongiunge immancabilmente a Ranginui e Papatu-a-nuku, il Cielo e la Terra delle origini. L’oratore che ci accoglie nel Waipapa Marae vicino all’Università comincia così la sua preghiera e ad ascoltarlo sembra di sentir parlare i totem di legno rosso dagli occhi di conchiglia che reggono la costruzione. La lingua maori si fonda sulla frase, non sulla parola. Ogni frase ha un nucleo di significato che le particelle periferiche perfezionano. Una lingua venuta dall’Oriente lasciando dietro di sé una scia di affinità nelle isole che vanno fino alla Polinesia francese.
Il sole si alza sulle spiagge vulcaniche di Auckland e mostra nel mare una via di nuvole cui le parole di Anahera sembrano tendere. Non si sta troppo a lungo in un marae però. Perché sennò vi si accumula troppo tipu, troppo sacro, che è poi difficile da smaltire. Bisogna ritrasformarlo in noa, il profano, e il miglior modo è mangiare qualcosa insieme. Così siamo presto tutti fuori sull’erba, dove un gruppo di bambini cantano ed eseguono una danza maori mentre noi ci versiamo il tè. Non c’è qui la rabbia aborigena di Lionel, la mutilazione di un popolo deportato e sradicato. Deve anche essere perché in Nuova Zelanda in fondo siamo tutti arrivati da poco, ci spiega Anahera. I maori sbarcarono qui solo nel 1300 e ancora oggi si definiscono gente venuta dal mare. Non è la loro casa qui, come non è la casa degli inglesi, tutti stranieri venuti da un altrove verso cui non possono più tornare, tutti Luftmensch la cui identità è nel vento e nella schiuma del mare.
(Da ilsole24ore.com, 28/7/2013).

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