Il linguaggio di Gigi e della sua corte

LA LINGUA DEL SORCIO

di FRANCESCO MERLO

E’ il linguaggio che il ricottaro deve al capocosca: «Proteggimi sempre». Ma è davvero
sorprendente che un ometto del generone romano sia rispettato come un criminale shakespeariano da un deputato ed ex magistrato. Ti prego, guidami e stammi vicino. Vedrai che non ti deluderò».
Neppure Luca Brasi di fronte a don Corleone Marlon Brando mostra la stessa imbarazzata
devozione di Alfonso Papa davanti a Gigi Bisgnani: «Aiutami a crescere e a non sbagliare. E ricorda
che ho solo te e il desiderio di diventare come te. Ti voglio bene, buona notte».
Sembra quasi di vederlo questo Gigi mentre parla al telefono come un Luciano Liggio del parastato romano. Il lessico autoritario e carismatico che si permette, nientemeno, con il patron dell’Eni Scaroni «devi», «si deve», «o… o…» – somiglia infatti alle sue piccole pupille ravvicinate, occhi sorcini ingranditi da lenti che ingigantiscono la prospettiva, l’orbita, l’orizzonte, insomma l’uscita dalla tana.
Eppure c’è nelle intercettazioni anche la veritas, che una volta stava in vino: «Sai chi fa le trattative riservate in questo momento? Tale Silvia Rossi, una che ha l’ottava misura!».
Sicuramente farebbe impazzire Heidegger, che cercava i sentieri interrotti del linguaggio, quel maresciallo dei carabinieri che chiede di entrare nei servizi segreti «così poi vi racconto tutti i segreti». E se c’è il disvelamento dell’essere nella confessione di Stefania a Gigi, «Silvio purtroppo non è intelligente», c’è il velamento dell’essere nel pizzino che gli lascia Simoni: «Il dottore ha letto la busta che gli ho fatto recapitare?», «no, è ancora sul suo tavolo». Ma poi il linguaggio, con i suoi tic, torna a svelare. E Marco Simeon, dirigente Rai, chiama Bisignani "coach", che non rimanda all’allenatore ma al gabelloto, al campiere. Non lo sa, ma è come se pronunziasse la parola "don". Il coach è sorcigno anche con le signore, ostenta una confidenza che evoca il formaggio: la Gelmini è «carina»; la Prestigiacomo gli confessa: «Ho cucinato tutta la giornata» ; alla Carfagna dà, anche lui, consigli di strategia; infine«un bacio» offre alla Biancofiore. E di nuovo è tutto un alludere al formaggio quel <te lo dico a voce>, e « ci vediamo e ti spiego al volo», e«questa poi te la racconto».
E forse fa un po’ la ruota per far capire che sa: "atiati sacciu", a te ti conosco, dicono i mafiosi. Ma soprattutto rinvia alle stanze segrete, agli incontri privati: è una sapiente reticenza che somiglia alle sue labbra serrate, labbra andreottiane che custodiscono segreti infami ed infamanti e rimangono appunto serrate persino quando si schiudono in questo chiacchiericcio che non riesce a dominare l’immaginario perché esprime un mondo alla deriva affidato appunto ad uno dei borghesi
piccoli piccoli di Cerami, figure della suburra romana che una volta frequentavano le parrocchie, le redazioni, gli ambienti dove si costruivano le carriere e si cercavano promozioni: è il vivaio di Gianni Letta, e bisognerebbe un giorno fame l’elenco in ordine alfabetico da Bertolaso a
Scelli, da Bisignani a Bruno Vespa.
Ed è il linguaggio "pettinato" di Letta che meglio spiega Bisignani, il quale non è famoso come Totti o Cementano di cui pochissimi hanno il numero di telefono, ma – precisa appunto Letta – è «il più conosciuto».
Ecco dunque, nel parlare controllato ed allusivo, l’ammissione che Gigi sta nel malaffare e perciò tutti hanno il suo numero di telefono. Insomma è "ntiso", è l’uomo di panza che di Minzolini dice «è un grande professionista» perché gli fa vedere le interviste prima di mandarle in onda. Qui il linguaggio è capovolto, sembra persino ironico, quasi un nonsense. Bisignani, che è un ex giomalista, ostenta il suo potere sul Tgl e sulla Rai, ma sa bene che non ha titoli per correggere un’intervista
rilasciata, nientemeno, al Corriere.
E però il codice dell’uomo di panza è appunto rovesciato: orientare, addomesticare e domare la realtà è «grande professionalità», mentre «Repubblica sta addosso a sta cosa» che sarebbe l’innominabile notizia, il fatto, l’informazione: «Che schifo». Nel codice rovesciato «il "Centro Nord Sud" è una cosa importantissima» ma solo «perché ha una marea, un mare di fondi…». E’ il lessico dei truffatori con la lingua di fuori. «Il mare di fondi» è la potenza soldifera della politica, il lucro, l’arraffo, lo sgraffignare dei forchettoni di Fortebraccio.
Quando poi parlano l’ex magistrato Papa e il maresciallo La Monica il linguaggio diventa cifrato: «Recuperiamo il polletto amburghese Vallespluga»; il giudice Miller è « l’inglese», c’è «il poeta». E c’è l’ironia verso gli avversari, ma anche la copertura degli amici: «i barbuti», «gli incappucciati». E’ il codice dell’epopea criminale, labirinti di identità, il ballo in maschera dei falsi nomi che esprimono lo spirito di combriccola, la viltà individuale, il sostenersi reciprocamente
nel buio della cosca.
Bisignani ha un linguaggio sorvegliato non solo perché sa di essere intercettato, ma perché «assumere
informazioni – dice – è il primo passo del potere» – Ma le informazioni sono un’arma a doppio taglio:
avvelenano l’avvelenatore. «Se mi intercettano mentre parlo con te, mi rovinano» gli dice la Prestigiacomo.
Ma Gigi, che usa il telefono per rovinare, sa come non farsi rovinare: «Io al telefono sto attentissimo» dice al telefono. Briatore invece, che pure coccola la Santanchè, con Gigi la scarica: «Come ha potuto Silvio farla sottosegretario?». La Santanchè, che è statala locandiera e la pasionaria di tutti, in queste intercettazioni è la sedotta, abbandonata della storia, coperta di disprezzo, trasformata in una megera: «Se ti fa un favore devi restituirglielo raddoppiato». Ancora: «Se Daniela è su una macchina e deve fare una roba, vede la mamma davanti, la mette sotto».
Il gossip, l’informazione formato Dagospia, tiene insieme persone che si azzannerebbero, è come il
partito di una volta, ricovero e supplizio.
Solo in famiglia, come nel parlatorio di un carcere, Gigi non si controlla più. Padre e figlio si chiamano «maschio» che è il linguaggio della virilità, la complicità di genere, l’intimità da caproni. E Fini diventa «la camerata»: per insultarlo lo degrada a femmina. E la Brambilla «un mostro orribile, un mignottone». Questo è il figlio che Montezemolo gli ha sistemato alla Ferrari sottraendolo alla Renault di Briatore. Nel codice rovesciato anche la concorrenza industriale diventa comparaggio: gareggiano a chi è più compare di Gigi.
E del figlio di Bisignani, Montezemolo dice: «L’ho fatto testare» che è come il «briffare» della Minetti
quando preparava le ragazze al bunga buoga. Ma Bisignani junior non è contento di stare alla Ferrari: «Tu aiuti tutti quanti a crescere, perché non aiuti me a fare cose significative, a farmi fare i business seri, soldi seri?».
Dove i soldi seri sono soldi molti e veloci, quelli che mai si possono fare con il lavoro.
In queste intercettazioni c’è poco uso dell’inglese e tutto sommato c’è poco turpiloquio, forse perché nel loro linguaggio sorvegliato Gigi e la sua corte cercano di evitare le gaffe di pronunzia, e sostituiscono «merda!» e «cazzo!» con le allusioni, le metafore e le allegorie, che manco la Divina Commedia: «sono arrabbiato come un pantera» dice Gigi senza pensare che la pantera arrabbiata è cauta ed elegante. Ma è l’azzimato Masi il più sboccato di tutti: «pippa, sborrone, so’ arrapato come un bestia…», è un flusso incontenibile di sconcezze da bettola forse perché il " coach" lo ha visto con Santoro e gli mente per pietà: «Sei stato bravissimo e lo sai che sono sincero». Bisignani sa ascoltare, è il pesce pilota che non parla la lingua ma il dialetto dello Stato, non ha una tecnica ma solo amici e amici di amici di amici, non vende neppure materassi, è solo una funzione. Professore di scorribande, è il nulla più potente del Paese.
(Da La Repubblica, 23/6/2011).

Lascia un commento

0:00
0:00