La Nonviolenza e la sua Biblioteca

Il libro “Tra amici” di Amos Oz e il racconto “Esperanto”

"Tra amici" di Amos Oz

Ecco il testo del racconto "Esperanto"

Il libro Tra amici di Amos Oz da cui l’autore ha letto il racconto Esperanto al Festival delle Letterature è già disponibile alla Biblioteca della Nonviolenza.
Questo il testo del racconto:

Esperanto

Tornata nella sua stanza, Osnat si è versata un bicchiere d’acqua con succo di limone e si è tolta i sandali. È andata scalza alla finestra aperta e ha pensato che quasi tutti hanno bisogno di più calore e più affetto di quanto gli altri sono capaci di dare, e che questo scarto fra richiesta e offerta non ci sarà mai nessun comitato del kibbutz che riuscirà a colmarlo.
Il kibbutz, pensava, cambia forse un po’ le regole sociali, ma la natura umana non la cambia, e questa natura non è affatto semplice. Invidia, meschinità e cattiveria non c’è modo di estirparle con una votazione all’assemblea del kibbutz. Ha lavato il bicchiere con cui aveva bevuto e l’ha posato capovolto ad asciugare, si è spogliata ed è andata a dormire. Fra il suo letto e quello di Martin c’era solo una sottile parete, sapeva che se nella notte lui avesse tossito o ansimato si sarebbe svegliata immediatamente, si sarebbe messa la vestaglia e sarebbe corsa ad aiutarlo. Aveva il sonno molto leggero, le orecchie captavano ogni ululato di cane nel buio, ogni verso di uccello notturno, e anche il fruscio del vento fra le siepi più folte. Ma la notte è passata tranquilla e solo una brezza gentile soffiava tra le fronde del ficus. Verso mattina è arrivata la rugiada sui prati, e il chiaro di luna si è diffuso su ogni cosa, facendo luccicare le gocce di un pallore argenteo.
Verso le sei i piccioni hanno svegliato Osnat, lei si è lavata e vestita, è andata a bussare alla porta di Martin, ha controllato come stava, ha preso il vassoio del giorno prima ed è andata al lavoro in lavanderia. Martin si è alzato con fatica, si è vestito adagio, ansimando per lo sforzo mentre si chinava per infilarsi le scarpe, ha bevuto un po’ d’acqua ed è andato alla calzoleria spingendo la bomboletta di ossigeno dentro un vecchio passeggino assegnatogli dal comitato sanitario. Camminava piano, strascicando i piedi, perché aveva il fiato corto.
Soprattutto sulla salita. Vicino all’officina dell’elettricista ha incontrato Nahum Asherov, i due hanno scambiato quattro parole di politica e sul governo di Ben Gurion. Nahum ha detto a Martin che questo governo stava sfidando il mondo intero con le azioni di rappresaglia, Martin ha replicato che tutti i governi senza alcuna eccezione sono superflui e che il nostro lo era doppiamente, perché gli ebrei avevano già mostrato al mondo che un popolo può sopravvivere e financo fiorire per millenni sul piano spirituale e culturale senza avere nessun governo. Mentre parlava, Martin si è acceso mezza sigaretta ma non ha tirato più di due boccate, perché non riusciva a respirare. Allora l’ha spenta e ha nascosto il mozzicone in tasca. Nahum Asherov ha detto:
«Non fumare, Martin. Ti è proibito».
«Ci è proibito dire al prossimo cosa gli è permesso e cosa gli è proibito,» ha risposto Martin, «tutti noi nasciamo liberi ma poi ci creiamo dei vincoli a vicenda.»
«Dobbiamo pur badare l’uno all’altro,» ha commentato tristemente Nahum.
Martin ha sorriso a denti stretti:
«Va tutto bene, Nahum. Tu non puoi fare a meno di farmi osservazioni e io non posso fare a meno di fumare. Ognuno di noi fa quello che deve fare. È tutto a posto».
Nella baracca del calzolaio, seduto sullo sgabello di vimini intrecciato e circondato dagli intensi odori di cuoio, lacca e colla, Martin ha posato la bombola dell’ossigeno su una cassetta accanto a sé e si è tirato la maschera sul viso. Così, a viso coperto, ha impugnato il coltellino affilato da calzolaio e ha ricavato con precisione una suola sinistra da un foglio di cuoio, seguendo la sagoma che vi aveva disegnato a matita.
Una bottiglietta di acqua tiepida lo aspettava per terra, ai suoi piedi, ogni tanto abbassava un po’ la mascherina e beveva due o tre sorsi. Il lavoro, diceva a se stesso, riporta ognuno di noi alla semplicità e alla purezza della nostra remota infanzia. Una antica melodia spagnola, un inno trasognato della repubblica ai tempi della Guerra civile, è tornata in mente a Martin, che si è messo a canticchiare sottovoce.
Un po’ dopo le otto è arrivato Yoav Carni, il segretario del kibbutz, e ha detto:
«Sono venuto a disturbarti per qualche minuto. Dobbiamo parlare, noi due».
Martin ha detto: «Siediti, ragazzo». Ha tolto la bombola di ossigeno dalla cassetta, l’ha messa per terra accanto a sé e ha aggiunto: «Non ho posto da sedersi. Accomodati qui».
Yoav si è seduto e Martin si è scusato di non avere del caffè da offrirgli. Yoav l’ha ringraziato e ha detto che non c’era bisogno di caffè. Martin considerava Yoav un giovane a modo, devoto e modesto, ma al pari di tutti quelli della sua generazione, privo di una visione globale. Sono bravi ragazzi, pensava Martin, ragionevoli e disposti a fare i lavori più duri, ma nessuno di loro è impetuoso, nessuno di loro è indignato per le storture della società. Adesso che la dirigenza del kibbutz era passata dalle mani dei pionieri fondatori a quelle di Yoav e dei suoi compagni, il kibbutz era condannato a scivolare lentamente verso l’imborghesimento. E le ragazze erano ovviamente il catalizzatore di questo processo. Fra venti, trent’anni, i kibbutz sarebbero diventati niente più di graziosi quartieri residenziali, i loro abitanti dei pasciuti padroni di casa.
«È così. Ultimamente alcuni compagni si sono rivolti a me per qualcosa che ti riguarda. Anche Leah Shindlin è venuta a parlarmi a nome del comitato sanitario. Il medico le ha detto esplicitamente che non puoi più continuare a lavorare in calzoleria, e noi siamo d’accordo. L’aria in questa baracca è soffocante, gli odori di cuoio e colla ti fanno sicuramente male.
Tutto il kibbutz ritiene che hai già lavorato abbastanza. È arrivato il momento di prendere un po’ di riposo.»
«E chi lavorerà qui in calzoleria? Tu, magari?»
Martin si è tolto la maschera per l’ossigeno, ha preso dalla tasca il mozzicone spiegazzato di sigaretta, l’ha acceso con la mano tremula, ha aspirato il fumo e tossito.
«Per il momento abbiamo trovato un lavoratore provvisorio che ti sostituisca. È un nuovo immigrato dalla Romania, calzolaio di mestiere, che vive qui vicino, nel campo di transito.
È disoccupato. Dal punto di vista morale, Martin, è davvero giusto assumerlo qui da noi e con ciò dare di che vivere a un’intera famiglia.»
«Un altro a salario? Un altro chiodo conficcato sul coperchio della bara dei princìpi del lavoro autonomo?»
«Solo finché non si troverà un membro del kibbutz adatto a sostituirti in questo lavoro.»
Martin ha schiacciato prudentemente la sigaretta contro il piano del suo tavolo da lavoro, ha scrollato via la cenere nera e ha infilato il mozzicone nel taschino della camicia, ha tossito e ronfato, ma non si è rimesso la maschera d’ossigeno sulla faccia. Il viso ricoperto di peluria bianca aveva un’espressione di tagliente ironia.
«E io?» ha detto con un mezzo sorriso, «finito? Kaputt? Spazzatura?»
«Tu,» ha detto Yoav posando una mano sulla spalla di Martin. «Tu potresti venire da me in segreteria, e aiutarmi un’ora o due ogni mattina a sistemare le scartoffie. Abbiamo deciso di tenere d’ora in poi in un armadio apposito tutti i documenti della segreteria. Non proprio un archivio, magari, ma qualcosa di simile. Diciamo, il nucleo di un futuro archivio.
Potresti venire da me a ordinare il materiale. Lontano dall’aria soffocante della calzoleria.»
Martin Wandberg ha tirato su da terra uno scarpone impolverato e senza la punta, l’ha posato cautamente capovolto sulla forma, ha spalmato la suola di una densa colla dall’odore intenso, inebriante, ha scelto nella scatola sopra il tavolo alcuni chiodini e ha fissato la suola alla tomaia con cinque, sei, rapidi e precisi colpi di martello.
«Ma come si fa a prendere una persona e da un giorno all’altro toglierle il lavoro contro la sua volontà solo perché la sua salute lascia a desiderare,» ha pensato a voce bassa, come rivolto a se stesso e non a Yoav, «a noi un tale crimine darwinista non sarebbe mai venuto in mente.»
«Siamo solo preoccupati per te, Martin. Tutti noi vogliamo il tuo bene. E la decisione è del medico, non nostra.»
A questo Martin Wandberg non ha risposto. Alla sua sinistra c’era una piccola macchina da cucire, a pedale, che ora ha usato per ricucire un sandalo rotto. Ha fatto una doppia cucitura, l’ha assicurata con un piccolo fermaglio di metallo e ha posato il sandalo sullo scaffale alle sue spalle. Yoav Carni si è alzato, ha spostato con prudenza la bombola di ossigeno dal pavimento alla cassetta su cui si era seduto, e ha detto timidamente:
«Non c’è nessuna fretta. Però pensaci, Martin. Noi ti preghiamo di valutare la nostra proposta. Per meglio dire, la nostra richiesta. Ricordati che qui tutti vogliamo solo il tuo bene.
E il lavoro d’archivio in segreteria, un’ora o due la mattina, è pur sempre un lavoro. Non dimenticarti che in fondo è nel pieno diritto delle istituzioni di questo kibbutz trasferire un membro da una mansione a un’altra, sulla base di una valutazione del caso».
Uscendo, Yoav ha ripetuto timidamente:
«Non avere fretta di rispondermi. Pensaci un giorno o due. Ragionevolmente».
Martin Wandberg non ha riflettuto sulla proposta di Yoav e non gli ha dato nessuna risposta dopo un giorno o due, e neanche dopo un mese. Il respiro andava sempre peggio ma alle mezze sigarette non ha mai rinunciato. A Osnat, che ogni sera gli portava dal refettorio un piatto coperto e una tazza coperta, diceva:
«L’uomo è buono e generoso e ragionevole per natura, è l’ambiente che lo degenera».
Osnat diceva:
«Ma che cosa è l’ambiente? In fondo sono altre persone».
Martin diceva:
«Durante la guerra mi sono nascosto dai nazisti, Osnat, ma ogni tanto mi veniva voglia di vederli da vicino. Erano ragazzi normali, mica dei mostri, un po’ infantili e dispettosi, amavano scherzare, suonavano il pianoforte, davano da mangiare ai gattini. Però gli avevano fatto il lavaggio del cervello.
E solo perché gli avevano fatto il lavaggio del cervello hanno fatto cose tremende, ma non erano tremendi, solo guasti. Erano state le idee nefaste a guastarli».
Osnat taceva. In cuor suo pensava che al mondo la crudeltà era molto più diffusa della compassione, e che talvolta la compassione stessa aveva la forma della crudeltà. Poi ha suonato al flauto tre o quattro melodie, ha salutato Martin e ha preso con sé il vassoio con la cena che lui non aveva quasi toccato.
Intanto pensava che la crudeltà è davvero insita nel profondo di tutti noi, anche in Martin c’era una buona dose di crudeltà, quantomeno verso se stesso. Comunque, credeva che non avesse senso discutere con lui, perché stava bene con la sua fede e perché era una persona che non faceva del male a nessuno e presumibilmente non l’aveva mai fatto in passato, quantomeno apposta. Osnat aveva capito che Martin stava sempre peggio. È andata a parlare con il dottore, il quale le ha detto che non c’era da aspettarsi nessun miglioramento e che prima o poi non sarebbe più riuscito a respirare e allora si sarebbe dovuto ricoverare in ospedale. Leah Shindlin del comitato sanitario aveva proposto di togliere a Osnat quattro ore settimanali dal turno di lavoro, perché le dedicasse a Martin, ma Osnat ha risposto che lei lo faceva per amicizia e non c’era bisogno di levarle delle ore di lavoro. Le serate in compagnia di quell’uomo malato, le sue conversazioni, la sua gratitudine, il mondo di ideali e pensieri che lui le dispiegava davanti, tutto ciò le era assai prezioso, e tremava al pensiero che quel rapporto potesse finire in tempi non lunghi.
Un giorno Osnat ha appeso sulla bacheca degli annunci all’ingresso del refettorio un cartello scritto con la grafia appuntita di Martin:
Annuncio per gli interessati: ogni mercoledì fra le sei e le sette di sera si svolgerà alla sede del circolo sociale una lezione di esperanto per principianti sotto la guida di Martin W.
L’esperanto è una lingua nuova e facile il cui obiettivo è di unire tutta l’umanità e di diventare quantomeno una seconda lingua per tutti. È una lingua dalla grammatica semplice e logica, senza eccezioni alle regole, che si può cominciare a parlare e leggere dopo poche lezioni. Gli interessati possono scrivere il loro nome in fondo a questo messaggio.
Si sono iscritti in tre: per prima Osnat, poi Zvi Provizor e per ultimo il giovane Moshe Yashar dell’undicesima classe del liceo. Il mercoledì successivo, spingendo il vecchio e cigolante passeggino con dentro la sua bombola d’ossigeno, Martin Wandberg si è faticosamente incamminato verso la sede del circolo sociale per cominciare il suo corso di esperanto.
Osnat lo accompagnava sorreggendolo discretamente per il braccio, ma lui sfuggiva la presa e si ostinava ad andare avanti con le sue forze. Camminava strascicando i piedi, si è fermato più volte sulla salita perché aveva il fiato corto, ma era ben deciso, tanto che è arrivato al circolo con dieci minuti di anticipo e si è seduto ad aspettare i suoi allievi.
Nell’attesa ha fumato mezza sigaretta, ha aspirato aria attraverso la mascherina dell’ossigeno, ha sfogliato i giornali della sera e vi ha trovato solo crudeltà e bruttura nonché una buona dose di lavaggio del cervello. Osnat gli ha servito una tazza di tè presa dal bollitore in un angolo, Martin ha posato la sua mano grossa e rugosa sulla sinistra di lei. Che era delicata e affusolata, e vi si riconosceva ancora il segno chiaro della fede nuziale che si era levata quando Boaz l’aveva lasciata.
Poi lei ha tolto la mano da sotto quella di lui e l’ha posata sopra, sul dorso. Sono rimasti in silenzio, le dita di lei che coprivano quelle di lui con le unghie bluastre per mancanza d’ossigeno, finché la porta non si è aperta ed è arrivato Zvi Provizor, che ha mormorato un buonasera e si è seduto in un angolo, vicino alla radio, la schiena curva e il viso abbronzato e rugoso chino verso le gambe, ad aspettare in silenzio. Martin ha detto a Zvi qualche parola in lode del giardino del kibbutz e Osnat ha aggiunto:
«Mi piacciono soprattutto i pergolati di vite e la fontana con i pesci che hai fatto davanti al refettorio. Hai reso il kibbutz Yekhat un posto dove fa piacere andare in giro».
Zvi ha ringraziato i due e ha detto che era spiacevole che da noi alcuni ragazzi per fare più in fretta attraversassero i prati appena bagnati, perché così li rovinavano. Mentre lo stava dicendo è arrivato Moshe Yashar, ha chiesto educatamente se la lezione era aperta solo ai membri del kibbutz o anche agli studenti della scuola interna. Martin Wandberg ha risposto:
«Noi non abbiamo confini e limitazioni. Per principio siamo contro i confini».
Martin ha tossito e cominciato la lezione con una breve spiegazione: quando tutta l’umanità parlerà una lingua comune, non ci saranno più guerre perché la lingua comune impedirà le incomprensioni fra gli individui e anche fra i popoli.
Zvi Provizor ha commentato che tedeschi ed ebrei tedeschi parlavano anche loro la stessa lingua, il che non ha impedito la persecuzione e lo sterminio. Moshe Yashar ha alzato timidamente la mano e quando Martin gli ha dato il permesso di parlare ha fatto presente che anche Caino e Abele parlavano presumibilmente la stessa lingua. Martin gli ha chiesto come mai, allora, lui era venuto qui a studiare l’esperanto.
Il ragazzo sembrava non sapere cosa rispondere, dopo un po’ è riuscito a mormorare a voce bassa che forse lo studio dell’esperanto lo avrebbe aiutato in seguito a imparare altre lingue.
Martin ha fumato mezza sigaretta, ha sbuffato, tossito profondamente e spiegato che in esperanto c’erano circa ottomila radici, non di più, e che da quelle radici si formava tutto il lessico necessario. Le radici erano prese dal greco e dalle lingue latine. Le regole grammaticali erano sedici in tutto, senza eccezioni. Alla fine della prima lezione, che è durata venticinque minuti, Martin ha insegnato ai suoi allievi come si dice in esperanto il primo versetto del libro della Genesi:
En la komenco Dio kreis la ĉielon kaj la teron. In principio Dio creò il cielo e la terra.
Zvi Provizor, che nelle ore libere traduceva in ebraico le opere dello scrittore polacco Iwaszkiewicz, ci ha pensato un po’ su e poi ha detto che in effetti l’esperanto sembrava facile e logico, perché gli suonava un po’ simile allo spagnolo.
Moshe Yashar segnava tutto sul quaderno. Martin ha detto che le parole torbide avvelenano ovunque il rapporto fra gli uomini e per questo quando sono precise e nitide possono sanare questo rapporto, a condizione che siano giuste, le parole, e si esprimano in un linguaggio comprensibile a tutti. Il ragazzo Moshe Yashar non ha detto nulla, ma dentro di sé ha pensato che la tristezza viene prima delle parole. Quando Martin ha usato l’espressione «senza compromessi», a Moshe è venuto in mente che anche la decisone di Martin di fumare mezze sigarette invece di sigarette intere era in fondo una specie di compromesso.
Dopo la lezione Osnat ha accompagnato a casa Martin con il suo passeggino che ospitava l’ossigeno. Era molto stanco, aveva male dappertutto e il respiro talmente corto che ha deciso di rinunciare alla mezza sigaretta della sera. Con molta fatica si è convinto a mangiare qualche cucchiaio di yogurt, poi Osnat l’ha aiutato a togliersi le scarpe e sedersi sul letto, appoggiato ai cuscini, ad aspettare che arrivasse il sonno. Gli ha suonato al flauto la canzone del fiume e della vacca e quella sui sogni con cui giocare. Poi l’ha salutato prendendo con sé il vassoio della cena, che ha posato su un gradino del balcone prima di andare a fare la sua passeggiata serale lungo il viale di cipressi. La notte l’ha sentito tossire dietro la sottile parete che separava il suo letto da quello di lui, ma quando si è alzata e messa la vestaglia la tosse ha smesso e non si è più sentita fino al mattino.
Il secondo incontro dei partecipanti al corso di esperanto è stato rimandato perché il giorno prima le condizioni di salute di Martin Wandberg erano peggiorate, è arrivata l’ambulanza e l’ha portato all’ospedale dove l’hanno messo nella tenda a ossigeno in terapia intensiva. Ogni mattina stava con lui Leah Shindlin per conto del comitato sanitario, mentre nel pomeriggio le dava il cambio Osnat. Martin teneva perlopiù gli occhi chiusi. Ogni tanto mormorava qualcosa, ogni tanto sogghignava. Gli occhi erano sprofondati nelle orbite e i capelli ispidi erano più arruffati che mai. Se gli parlavano, annuiva. Ogni tanto riusciva a dire un grazie alle compagne che facevano il turno al suo capezzale. Verso sera si lamentava che non aveva più la forza di concentrarsi e pensare. Una volta che due energiche infermiere erano venute a cambiargli il pigiama, ha improvvisamente sogghignato e detto loro che la morte è anche lei un’anarchica, in fondo: non ha nessun rispetto per il ceto, gli averi, il grado di istruzione e il potere, per lei siamo tutti assolutamente uguali. Queste parole gli sono uscite spezzate e poco chiare, ma Osnat, che era seduta vicino a lui, le ha capite, ha sentito di volergli bene e che doveva trovare in fretta il modo per farglielo sapere. Non avendo trovato le parole per dirlo, gli ha preso la mano calda fra le sue, che erano piccole e fredde.
Dopo cinque giorni i suoi polmoni hanno smesso di inspirare l’ossigeno che veniva somministrato e Martin è morto per una crisi respiratoria. Osnat, che era seduta vicino a lui, gli ha accarezzato dolcemente la fronte e gli ha chiuso gli occhi prima di andare al telefono in corridoio e comunicare il decesso a Yoav Carni, il segretario. Yoav ha mandato un furgone con l’autista per prendere Osnat e riportarla a casa e per ricondurre la salma al kibbutz. Lì, nella sede del circolo, dentro la bara coperta da un lenzuolo nero, il corpo è rimasto tutta la notte e l’indomani mattina fino alle dieci, ora fissata per il funerale. Sulla bacheca degli annunci davanti all’ingresso del refettorio Yoav ha appeso un piccolo messaggio che aveva scritto a macchina, con un dito solo:
Il nostro compagno Martin Wandberg è deceduto stasera.
Il funerale si svolgerà domani mattina alle dieci.
Se qualcuno ha notizia di parenti di Martin è pregato di comunicarlo con urgenza a Yoav.
Nessun parente è stato rintracciato, al funerale erano presenti solo membri del kibbutz Yekhat. Era una mattinata tersa, non faceva troppo caldo perché c’era un venticello che soffiava da ovest e rinfrescava l’aria. Le cime dei cipressi tutt’intorno al cimitero stormivano nella brezza. Nell’aria c’erano un’infinità di farfalle, accompagnate dai profumi dei campi e dei frutteti, e c’era anche un vago sentore di fumo. Cinquanta, forse sessanta compagni e compagne si sono radunati per l’estremo omaggio, tutti in tenuta da lavoro perché il funerale era in orario di lavoro. Ci si è stretti intorno alla fossa aperta, ad aspettare. L’attesa è stata un po’ lunga. Nessuna cerimonia religiosa, perché Martin aveva lasciato al comitato sociale un biglietto con cui chiedeva di essere sepolto senza rabbino e senza preghiere.
David Dagan, l’insegnante, ha pronunciato qualche frase a nome di tutti noi. Ha descritto Martin Wandberg come un irriducibile idealista che aveva sempre vissuto all’insegna della propria fede. Quasi sino all’ultimo giorno, ha detto David Dagan, il nostro compagno Martin ha lavorato in calzoleria, quasi avesse avuto lui la responsabilità simbolica di ogni nostro passo.
Dopo di lui ha parlato Yoav Carni a nome della segreteria.
Ha ricordato che Martin era sempre stato una persona sola, un sopravvissuto che durante la Shoah in Olanda era stato nascosto. Aveva visto con i suoi occhi di quali bassezze è capace l’uomo, e tuttavia era arrivato da noi armato di un’incrollabile fede nell’umanità e nel futuro, pieno di ardore per la giustizia. Non di rado, ha detto Yoav, la sua coerenza e la sua fedeltà agli ideali ci avevano lasciati a bocca aperta. Era un uomo tanto di ideali quanto di operosa quotidianità, un uomo di princìpi e di lavoro, senza compromessi. Alla fine del suo discorso Yoav ha menzionato la nostra compagna Osnat che si era devotamente presa cura di Martin durante la sua malattia. E ha concluso manifestando la speranza che la figura del nostro compagno Martin continuasse a essere fonte di ispirazione per tutti noi.

Dopo la cerimonia, su richiesta di Yoav, davanti alla fossa aperta Osnat ha suonato la canzone sui sogni che Martin amava tanto. Alcuni l’hanno accompagnata canticchiando sommessamente, altri muovendo le labbra.

Zvi Provizor, Nahum Asherov e Roni Shindlin hanno preso la pala insieme ad altri compagni e cominciato a coprire la bara con la terra. La terra sollevava polvere e il legno della bara faceva un rumore sordo e secco quando incontrava le zolle. Roni Shindlin a momenti cascava sulla montagnola di terra, David Dagan ha dovuto tenerlo e dargli una mano per aiutarlo a reggersi in piedi. Osnat stava ripensando alle parole un po’ retoriche che Yoav Carni aveva usato per descrivere il defunto e ha deciso che non le piacevano. E tuttavia voleva bene a tutti i presenti lì al funerale, nutriva un sentimento che non sapeva da dove venisse, donde fosse scaturito, eppure sapeva che l’avrebbe accompagnata ancora per molti giorni.
La fossa è stata riempita e sulla tomba è rimasta ancora per un po’ una nuvoletta di polvere. Roni Shindlin ha detto:
«Ecco». E poi ha aggiunto:
«Mi dispiace. Non ce ne sono quasi più, di persone così».
Ha raccolto le cinque vanghe usate per coprire la bara, le ha caricate su una piccola carriola e se n’è andato. Dopo di lui anche gli altri si sono dispersi a gruppetti, ognuno di ritorno al proprio lavoro. David Dagan ha ricordato a Moshe che la prossima ora di scuola sarebbe cominciata dopo un quarto d’ora. E se n’è andato. Moshe ha aspettato ancora un po’ e poi se n’è andato anche lui. Osnat è rimasta sola davanti alla montagnola di terra ad ascoltare il canto degli uccelli e il ronzio di un trattore in lontananza. Si sentiva calma e serena come se non ci fosse appena stato un funerale, bensì una bella chiacchierata di quelle che fanno bene. Poi tutt’a un tratto le è venuta voglia di dire due o tre parole in esperanto, ma non era riuscita a imparare niente, e non sapeva cosa dire.

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AMOS OZ , pseudonimo per Amos Klausner, è nato a Gerusalemme nel 1939. Scrittore legato alla propria terra e alla sua storia ha ambientato più della metà dei suoi scritti in questa città e nelle zone circostanti. I suoi genitori erano immigrati sionisti dell’Europa orientale. Il padre aveva studiato a Vilnius in Lituania e a Gerusalemme lavorava come bibliotecario e scrittore. La famiglia Klausner non era religiosa ma ciononostante Amos frequenta la scuola religiosa Tachkemoni, unica alternativa alla scuola socialista scartata dai genitori per la diversità dei loro valori politici. Amos compie poi gli studi secondari presso la scuola ebraica di Rehavia. La madre si suicida quando Amos ha ancora dodici anni. A 15 anni si ribella alla famiglia e lascia Gerusalemme per lavorare nel Kibbutz Hulda, dove rimane per trent’anni allontanandosene solo a periodi, per gli studi universitari e come riservista dell’esercito, quando partecipa alla Guerra dei Sei Giorni del 1967 e a quella del Yom Kippur dell’ottobre 1973. Nel 1986 lascia il kibbutz per la cittadina di Arad, dove continua a scrivere e a insegnare Letteratura all’Università Ben Gurion del Negev, dove vive tuttora. Unanimemente riconosciuto come una delle voci più importanti della letteratura mondiale, è diventato una figura di primo piano del movimento israeliano per la pace. Ha scritto libri per bambini, romanzi e saggi. È tradotto in più di trenta lingue. Tra i premi vinti per la sua opera, i più recenti sono il Premio Grinzane Cavour (2007), il premio Principe de Asturias de las Letras (2007), il Premio Primo Levi (2008), il Premio Heinrich Heine (2008) e il Premio Salone Internazionale del libro di Torino (2010).

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