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Politica e lingue

IL GRANDE INGANNO DELLA SCUOLA RIFORMATA

19.07.2004 LA REPUBBLICA p.14

Il grande inganno della scuola riformata

Le cose scritte sulla scuola nelle ultime «Linee di confine» seguitano ad indignare i p edago-riformisti (di destra e di sinistra), veri e propri guastatori di ogni insegnamento serio, i quali mi rinfacciano di propagandare «stanchi luoghi comuni di una opinione pubblica non abituata a discutere del mutamento sociale con serenità». Ma quale serenità dovrei dimostrare di fronte alla follia della distruzione delle classi, perseguita al fine di imporre «programmi personalizzati» per ogni alunno, dalla prima alla quinta? Lo sgomento, anzi, aumenta ogni volta ricevo un fax, una e-mail, una telefonata che aggiunge altri particolari sulla devastazione in atto. La maestra Daniela Bonanni (33 anni d'insegnamento) di Pavia mi spiega: «L'estinguersi delle classi e l'introduzione di programmi diversificati segnerà un salto sociale all'indietro gravissimo. Fino ad oggi in una prima arrivava, poniamo, una trentina di bambini di sei anni fra cui quattro o cinque già abituati alla lettura e con capacità di apprendimento sviluppata, appartenenti in genere a famiglie agiate o comunque culturalmente avanzate, una quindicina più sprovveduti ma svegli, due o tre affetti da qualche forma di handicap, qualche extracomunitario. Nella classe imparavano a vivere assieme, ad integrarsi, ad aiutarsi, a mutuare reciproci valori culturali. Con i cosiddetti PSP (Piani di Studio personalizzati) i migliori verranno dislocati almeno per una parte dell'orario in qualche IUA (Unità di apprendimento) più qualificata, magari con scolari più grandicelli dei corsi successivi, gli altri finiranno con i meno dotati e così via. Il destino sociale comincerà da subito a predeterminarsi. Poi, quando avranno 13 anni, dovranno scegliere se seguire la scuola professionale o proseguire verso il liceo. Al posto delle vecchie classi, la precoce divisione di classe. “Evviva la modernità!”.
Passo ad un'altra chicca che concerne il 6 rosso che serviva a mascherare una insufficienza, del resto, inutile da infliggere, vista l'abolizione del rinvio ad ottobre. Ebbene, mi comunica una professoressa di un liceo scientifico romano: «Il 6 rosso non c'è più. I ragazzi potevano dispiacersi ed allora è venuto l'ordine di dare a tutti un sei nero, accompagnato, per quelli che sarebbero stati penalizzati dal rosso, da un quasi invisibile asterisco. Dopo di che la famiglia riceverà una lettera con la comunicazione che il ragazzo è stato “promosso con riserva” e che la scuola gli assicura, in coincidenza con il nuovo anno di studi, un breve corso supplementare di recupero (sempre che si trovino gli insegnanti disposti allo straordinario per qualche spicciolo). L'alunno, peraltro, non è obbligato a frequentarlo e così sovente si trascina per anni il debito formativo. Vi è poi un'altra innovazione – questa per rispetto della privacy – che riguarda i pochissimi bocciati, deficitari in almeno tre o quattro materie, così da non poter essere salvati neppure dall'agognato asterisco. Sui quadri vi sarà però scritto solo “non promosso” e verranno lasciate in bianco le caselle corrispondenti ai voti nelle varie materie. Anche in questo caso una lettera informerà la famiglia sulle gravi deficienze riscontrate». Concludo con l'Università cedendo la parola ad un eminente grecista, Luciano Canfora, che ha scritto sul «Corriere» (7 luglio) un veemente atto di accusa contro «la progressiva liquidazione dell'Università di Stato». Il discorso parte da lontano: «Quando alla fine degli anni Sessanta, un moto storico di vaste proporzioni investì le università e la scuola, la grande istanza che si diceva lo animasse, volta ad estendere a tutti (senza selezioni classiste) un così importante servizio fu presto svilita e banalizzata… Si produsse il più grande inganno e, insieme, il più grande scacco che il movimento democratico abbia mai subìto. L'apertura a tutti delle porte della cittadella del sapere ricevette come contropartita l'abbassamento pauroso del livello degli studi. Ai nuovi ceti…. veniva fornito, per malinteso democratismo misto a cinismo, un prodotto sempre più avariato. Dopo quasi un quarantennio… sta diventando senso comune che l'Università, essendo per tutti, non può che essere una “scoletta” e che la”vera” Università dovrà risorgere nei cosiddetti punti di `eccellenza' (all'arrembaggio dei quali già si mobilitano i più lesti)… L'egualitarismo sessantottesco alla fine ha prodotto – negando se stesso -il costituirsi ancora una volta di una élite… Un vero monumento alla disuguaglianza». Parola sante, tanto più che non vengono da un vecchio conservatore ma da un esponente di spicco del Partito dei Comunisti italiani.

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