Dopo l’ok del CDA all’offerta di KKR, ieri la firma
Tim giù in Borsa frenata da Vivendi
Il titolo perde il 3% schiacciato dalla speculazione. Giorgetti: «Ma il progetto è quello»
E l’alba del giorno dopo la cessione della rete Tim a Kkr è una centrifuga di reazioni. Tra i primi a prendere la parola il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che da un evento a Varese, a proposito delle rimostranze dei soci francesi, ha detto: «Vivendi ha i suoi diritti e li eserciterà, però il progetto è quello». Tradotto: il governo tira dritto, ma lascia aperta la porta del dialogo. Su Vivendi anche il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, esprime una posizione analoga precisando che «il progetto del governo è stato chiaro sin dall’inizio, al fine di consentire la piena connettività del territorio italiano». Gli stessi Bollorè e soci, dopo l’ira di domenica, sembrano virare su una posizione di attesa (hanno tempo per impugnare la decisione del cda fino al closing dell’operazione, quindi l’estate 2024). Possibile, quindi, che si apra una finestra di trattativa.
Intanto ieri il titolo in Borsa, dopo aver faticato a fare prezzo per eccesso di rialzo, è sprofondato per chiudere a -3,3% a 0,25 euro. Pesa il rischio legale. Ma, visti i contrasti in campo, è difficile immaginare che nel primo giorno post annuncio non abbia agito una forte componente speculativa da parte di chi ha un qualche interesse a tenere basso il titolo. Una spirale negativa non certo alimentata dagli analisti che, da Intermonte a Oddo, da Imi a Equita hanno promosso la decisione assunta dal cda. L’agenzia di rating Moody’s, inoltre, ha messo sotto osservazione Tim per alzarne l’affidabilità creditizia visto che la «riduzione di 14 miliardi del debito porterà un significativo miglioramento del profilo finanziario». E ieri Tim ha annunciato di aver firmato l’accordo di transazione con Kkr.
Quanto alla partecipazione pubblica, va precisato che fino a cessione della rete, l’unico attore in campo sarà Kkr che acquisterà l’infrastruttura e tratterà per rilevare la società dei cavi Sparkle, per cui dovrà migliorare l’offerta entro il 5 dicembre. A closing avvenuto entrerà in pista il Tesoro che rileverà fino al 20% della NetCo (la società della rete) a cui si affiancherà il fondo italiano F2i (con il 10-15%). Sparkle sarà poi trasferita da Kkr al Mef. «Nessuno ritiene che questa operazione segnerà un freno» allo sviluppo della rete, ha spiegato in una lettera l’ad di Tim, Pietro Labriola, «né qualcuno può pensare che l’ingresso di un fondo d’investimento possa rendere meno italiana questa infrastruttura». Già perché pur essendo Kkr in maggioranza, la gestione strategica sarà del governo. A cose fatte, il blocco Mef-F2i peserà per un 30-35% e sul mercato si è già fatto il nome di Cassa depositi e prestiti, Poste o Terna per rafforzare il nocciolo italiano. Su questo si vedrà. Già ora però la rete, in quanto strategica, è sotto il cappello del golden power che garantisce il bastone del comando anche senza avere una quota di maggioranza. Se possibile, quindi, NetCo sarà più italiana di quanto non sia Tim ora.
E ieri è intervenuto anche il presidente di Tim, Salvatore Rossi: «Rischio contenziosi? Non so. Noi si va avanti con la certezza di aver fatto il bene dell`azienda». E riguardo le preoccupazioni dei sindacati per i posti di lavoro Rossi ha precisato che «non sono previsti licenziamenti o cassa integrazione» e che saranno circa 20mila i dipendenti che passeranno alla società della rete. Giovedì la conferenza per spiegare l`operazione.
Marcello Astorri | Il Giornale | 7.11.2023
















