Il giardiniere di lingue perdute

PASSIONI LO SCRITTORE SPIEGA LA SUA PRATICA QUOTIDIANA CON IDIOMI CHE CUSTODISCONO STORIA E POESIA

Io, «giardiniere» di lingue perdute Così ho imparato l’ ebraico antico

Erri De Luca

Studiare una lingua è come piantare un albero. All’inizio stenta, viene da un vivaio lui e da una grammatica lei. Poi lentamente si affrancano dal punto di partenza e lentamente attecchiscono nei giorni, diramandosi in basso e verso l’alto. Le lingue e gli alberi che ho piantato sono di lento accrescimento e di alto fusto: non li vedrò raggiungere la taglia adulta, resteranno piante giovani da poterle tenere tra le braccia. L’ebraico antico visse sulla sponda sud est del Mediterraneo, tra il fiume Giordano e il mare. Il suo tronco all’inizio era soltanto orale, alimentato dal vento e dal fiato delle generazioni. Poi si fissò in una scrittura e in un formato definitivo. Portava il peso e il frutto di una notizia prepotente: esiste una divinità, unica e sola. Di colpo tutte le innumerevoli altre, i loro culti, sacerdoti e altari sbiadirono dietro il suo passaggio. Erano idoli, bisognosi di immagini, di simulazioni di presenza. Furono sbaragliati dalla divinità che proibì qualunque raffigurazione di se stessa. Doveva bastare la sua parola. Perciò fece irruzione in ebraico dentro il mondo a forza di: «Vaiòmer», e disse. E disse e disse: voleva dire e dire, si concentrò in una voce, si ridusse a una grammatica per rivolgersi a un ascolto assorbente. L’udito era a quel tempo l’albero maestro della conoscenza. Con il mio magro studio quotidiano mi sono addestrato alla coltivazione dell’ebraico antico. L’ho trapiantato qualche volta in italiano con qualche traduzione, cercando la più ostinata fedeltà di giardiniere, conservando anche l’ordine della frase ebraica, che le traduzioni rimaneggiano per comodità dell’italiano. Negli anni quella lingua antica accoppiata ai miei risvegli si è fatta intima. Senza sfiorare la temperatura del credente, mi faccio accompagnare in ogni giorno dal verso ebraico che viaggia da destra a sinistra e così produce attrito con le mie pupille di lettore occidentale. È madrelingua di scrittura sacra, l’ebraica. Uno che può risalire a lei, attinge alla sorgente, prima che finisca nelle condutture delle religioni. Con le stesse lettere d’alfabeto e nello stesso verso da destra a sinistra leggo l’altra lingua ebraica, lo yiddish. Parlato da undici milioni di persone nell’Europa orientale, fu distrutto nelle fosse comuni e nei crematori. Dopo la guerra restò ammutolita in gola a chi era sopravvissuto. La leggo dall’aprile del ’93, rientrato da Varsavia dov’ero andato per i 50 anni dell’insurrezione del ghetto di Varsavia. Decisi che volevo imparare la lingua assassinata, anche cantarla. Era l’unico atto a disposizione di uno venuto al mondo tardi per reagire. Acquistai una grammatica di yiddish, in inglese. Oggi ne esiste una in italiano, della casa editrice La Giuntina. Nel giro di un anno lessi il mio primo libro in yiddish: «La famiglia Moshkat» di Isac Bashevis Singer. Da allora mi si è aperta la biblioteca di una letteratura sigillata. La frequento ogni giorno accanto e dopo l’ebraico antico. Per qualche ragione che non so, considero lo yiddish sacro almeno quanto il suo antenato. Il suo annientamento lo ha innalzato a reliquia di una civiltà. È per me come la città di Pompei distrutta dal Vesuvio e custodita sotto le sue ceneri. Dal ghetto di Varsavia i combattenti cercarono di salvare i poeti, gli scrittori. Come l’albero avvolto dalle fiamme getta lontano, al vento, i suoi ultimi semi, così quel rimasuglio di viventi lanciò oltre i recinti in fiamme le parole affidate a chi le avrebbe scritte, tramandate. A volte un poeta può essere il vice di Noè, caricare sulla sua scialuppa di carta vite e storie e sbarcarle all’asciutto, oltre un diluvio. Lo yiddish porta con sé il destino del rogo e del tizzone scampato dall’incendio. Un suo poeta, Avram Sutzkever di Vilna, detta la Gerusalemme del Baltico, andò nei boschi a combattere contro la morte e dopo la guerra lasciò le rovine di Europa per stabilirsi nella vera e sola Gerusalemme, quella che gli restava. Lì potè scrivere i versi che stavano a contrappeso della distruzione. Amò quella città e di lei scrisse che dentro le sue mura: «La morte ha paura di essere inghiottita dalla vita». Togliere alla morte l’ultima parola: tutto qua il compito di un poeta.
(Dal Corriere della Sera, 1/5/2011).

Lascia un commento

0:00
0:00