Il Direttorio si spacca sul governissimo Quando il politichese batte il nuovismo.

Parole di ritorno.

Il Direttorio si spacca sul governissimo Quando il politichese batte il nuovismo.

di Mario Ajello.

E’ pur sempre un’evoluzione quella dal «vaffa» al politichese. Ma da lassù, che cosa starà pensando il compianto Gianroberto Casaleggio mentre sente parlare i suoi seguaci? Cosa penserà mentre i suoi seguaci parlano, tra detti e contraddetti da classica babele di Palazzo, di «governo di scopo», di «mandato esplorativo», di «governissimo», di larghe alleanze, di crisi pilotata dal presidente Mattarella nel caso Renzi non vincesse il referendum? C’erano una volta il sogno lessicale della «rivoluzione palingenetica», lo slancio poetico verso l’utopia del «cambiamo tutto» e il linguaggio neo (ma già ex) robespierrista tutto «onestà-onestà-onestà» con continue evocazioni della «virtù» e della «pubblica felicità». Ora al posto di tutto questo, s’affaccia morbidamente allusivo e vaporoso il «governo di scopo» – per fare la legge elettorale insieme agli altri, ma già i grillini non sono d’accordo con se stessi – e insomma subentra una logica, sia pure temporanea, di coalizione. «Come si cambia…», è la canzone adatta, di Fiorella Mannoia che guarda caso è vicina al movimento, a questa strana fase dei 5 stelle non più Pianeta di Gaia (cui tendeva Casaleggio senior) ma un po’ Prima Repubblica. Le convergenze parallele, sì, no, forse, e addirittura il compromesso storico entrano nell’orizzonte pentastellato dove non suona più come un’eresia – e pensare che la rifiutarono sdegnosamente dopo le elezioni del 2013 – l’impostazione ieri espressa da Bersani: «I grillini sono di centro e il Pd deve dialogare con il centro». Magari in un governo di garanzia, in un governo funzionale (di scopo, appunto), in un governo di raffreddamento, in un governo della non sfiducia o in altre forme e tipologie di governi che sono ben diverse, però, rispetto al governo della palingenesi. E quanto sarà perplesso Gianroberto nel suo aldilà. Ha già visto decadere la sua idea dell’uno che vale uno, della democrazia diretta (a cui non si arriva di certo a bordo di un governo traghetto), del non cedimento ad alcuna tendenza garantista, dello streaming e della trasparenza opposta al partitismo dei codici oscuri e via così. E ora gli tocca assistere da lontano – ma non è detto che non sia un progresso, o meglio un ritorno indietro per andare avanti perché anche il vintage ha il suo perché – alle tipiche baruffe vetero-partitiche sulla legge elettorale tra il Dibba e Di Maio. E uno la vorrebbe cambiare al volo, e l’altro è tutto un vedremo vedremo di marca dorotea e comunque Luigino che doveva insieme agli altri «aprire il Parlamento come una scatola di tonno», scardinandone ovviamente anche il linguaggio autoreferenziale per iniziati, si esprime così: «Sarà il presidente della Repubblica, dopo il referendum, a decidere se sciogliere le Camere, se individuare una persona per formare il nuovo governo (eccolo il mandato esplorativo, ndr) o se chiedere al Parlamento con un governo dimissionario di approvare una legge elettorale per poi andare a votare». Diceva Antonio Gava: «Io parlo ma non dico». Anche il neo-politichese a 5 stelle sembra funzionare così.
(Da Il Messaggero, 15/9/2016).

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