IL DESTINO DELL’EURO NELLE URNE TEDESCHE
di ANGELO PANEBIANCO
Tra meno di un mese (il 22 settembre, data delle elezioni tedesche) il Grande Alibi dell’Europa cadrà. E
allora sapremo, o scopriremo dopo poco tempo, se l’euro, la moneta comune, sia ancora compatibile con la democrazia politica.
Da quando è scoppiata la crisi dei debiti sovrani l’Europa ha giustificato la propria inerzia richiamando
l’impossibilità del governo tedesco di scegliere una linea più morbida e solidale con i Paesi dell’Europa del Sud prima di quelle fatidiche elezioni.
Il governatore della Banca centrale europea Mario Draghi ha svolto, in questo periodo, un’encomiabile opera di supplenza e ha così impedito il crollo dell’Europa monetaria.
Ma quando, infine, l’alibi sarà caduto, toccherà alla politica cercare soluzioni. E non è affatto detto che sia in grado di trovarle. Del senno del poi, naturalmente, son piene le fosse, ma è un fatto che quando venne varata la moneta unica non furono previste tre cose.
Non fu prevista l’impossibilità di imporre in tempi brevi una disciplina finanziaria comune a Paesi con storie economiche, sociali e politiche molto diverse; la rinascita del nazionalismo economico come conseguenza di quelle perduranti diversità; la radicalizzazione delle divisioni politiche entro i Paesi, e fra i Paesi, dell’area euro, per l’impatto della recessione economica mondiale.
Non c’è nulla da rimproverare ai padri dell’Europa monetaria. Essi speravano, come speravamo tutti, che la moneta unica avesse sull’Europa effetti catartici, che funzionasse da potente traino per l’integrazione politica. Così non è stato. E non solo a causa della intervenuta crisi mondiale. Che qualcosa non funzionasse, o non funzionasse più, nel processo di integrazione era già apparso chiaro, almeno a chi era privo di paraocchi, il giorno della bocciatura, da parte dell’elettorato francese, del trattato costituzionale (2005). È da allora che integrazione europea e democrazia politica sono entrate in rotta di collisione. La crisi dei debiti sovrani ha solo certificato il drammatico indebolimento della solidarietà intereuropea per il vincolo imposto in tal senso a diversi governi dai rispettivi elettorati. Se alle elezioni tedesche di settembre gli antieuropeisti di «Alternativa per la Germania» dovessero superare lo sbarramento del cinque per cento e entrare nel Bundestag, come ha scritto Carlo Bastasin in un lucido articolo (Il Sole 24 Ore, 22 agosto), l’intera costruzione europea sarebbe a rischio. Perché essi avrebbero la facoltà, che la Costituzione tedesca prevede, di chiedere alla Corte federale il giudizio di costituzionalità su qualunque provvedimento venisse concordato in sede europea. La politica europea ne sarebbe paralizzata. Ma anche se questa eventualità non si realizzasse, molto difficilmente il governo che uscirà dalle elezioni potrebbe scegliere una linea diversa da quella fin qui adottata. Le dichiarazioni di Angela Merkel, in polemica con la Commissione Europea, sulla necessità di ridefinire in chiave meno sovranazionale i poteri delle istituzioni dell’Unione, si spiegano con le esigenze della campagna elettorale ma sono destinate a lasciare il segno. Perché
appaiono in sintonia con quanto chiede una parte rilevante dell’elettorato tedesco. È inoltre difficile, in questo clima di nazionalismo economico esasperato, che possa essere definitivamente accantonato il progetto di una qualche forma di separazione, più o meno morbida, dei destini dell’Europa del Nord da quelli dei Paesi indebitati dell`Europa del Sud.
Tutto ciò è certamente molto doloroso, e anche disorientante, soprattutto per un Paese come l’Italia che ha sempre contato sull’Europa come vincolo, come costrizione esterna, capace di imporle una virtù che essa non sapeva darsi da sola. Ma i giochi sono cambiati e anche il nostro atteggiamento verso l’Europa (e verso noi stessi) deve cambiare di conseguenza.
Se, come è possibile, bisognerà prendere definitivamente atto che fra la democrazia (nazionale) e l’integrazione europea non c’è più la compatibilità che c’era un tempo, occorrerà ripensare l’Unione. Cercando di rimediare ai tanti errori commessi. Si tratterà soprattutto di capire se sarà possibile ridare flessibilità a un sistema europeo spinto verso l’autodistruzione dalle sue eccessive rigidità. E si tratterà di verificare se ridare flessibilità all’intero sistema sia compatibile (come si deve tuttora sperare) con il mantenimento della moneta unica.
Costruendo l’Europa, nel corso del tempo, abbiamo dimenticato quale sia il carattere di un autentico «patto federativo». Esso si dà solo se si mettono in comune poche cose essenziali (moneta, difesa dalle minacce esterne, politiche dell’immigrazione, e poco altro) e soltanto quelle. Lasciando per il resto, su tutto il resto, la massima autonomia e libertà di scelta ai diversi contraenti del patto. Se l’Unione Europea avrà un futuro esso sarà quello di una flessibile confederazione nella quale gli Stati e le democrazie nazionali manterranno un ruolo centrale. E dove ciascun governo continuerà a rispondere di ciò che fa o non fa davanti al proprio elettorato.
Conviene dismettere, con realismo, e per molto tempo, quei progetti assai più ambiziosi, a lungo coltivati da alcune élites, che oggi non sembrano proprio incontrare il favore degli elettori.
(Dal Corriere della Sera, 25/8/2013).












