Il 68% dei sardi parla in limba. «Va anche insegnata a scuola»

SASSARI. Il lungo film sulla limba si avvia a conclusione. Almeno così è per le sequenze che, nel grande set dell’isola, riguardano una parte dello studio: la ricerca socio-linguistica voluta dalla Regione. Venuta alla luce dopo mesi di verifiche, l’indagine riserva qualche colpo di scena. Meglio: come in una pellicola ricca di emozioni, custodisce il suo prezioso scrigno di segreti proprio nelle ultime immagini. Novità e sorprese finali che mettono in crisi pregiudizi, luoghi comuni, visioni superate. Ma eccoli, gli elementi di maggior spicco. Primo punto: il 68,4% dei sardi intervistati a campione dichiara di conoscere e parlare una qualche varietà della limba. Secondo: nei paesi al di sotto dei 4000 abitanti, la percentuale sale all’85,5 e nei comuni al di sopra dei 100 mila scende al 57,9. Terzo: il 29 per cento complessivo del campione afferma che, pur non parlandolo, capisce il sardo (spiega di non usarlo e non comprenderlo solo il 2,7 % del totale). Il quarto dato si riferisce alle aree urbane. A Cagliari il 59,3 sostiene di conoscere la lingua locale e utilizzarla, mentre il 36,7 ammette di avere solo una competenza passiva. A Sassari, la percentuale è del 60,7%. A Nuoro discute in limba il 66,7, a Olbia il 62,7. Quinto punto: l’89,9 per cento dei sardi si dichiara «molto d’accordo» con la frase contenuta nella scheda-intervista «la lingua locale deve essere sostenuta perché è parte della nostra identità». Sesto: il 78,6 per cento è d’accordo sull’insegnamento del sardo a scuola. Settimo: l’81,9 per cento aderisce al fatto che quest’istruzione comprenda l’italiano, una lingua straniera e il sardo. Ottavo e ultimo dato: il 31,9% è contrario all’uso della lingua locale negli uffici, mentre il 57,7 del tutto o in parte favorevole all’introduzione di una forma scritta unica per la pubblicazione dei documenti della Regione.
Ma chi sono gli autori dello studio, non a caso intitolato «Le lingue dei sardi»? Quanti e quali strati della popolazione dell’isola ha interessato la ricerca? Intanto va subito rimarcato che a condurre in porto l’indagine (le foto in alto sono tratte dai loghi promozionali diffusi dalla Regione sul dossier) hanno pensato specialisti che da tempo si occupano di questi temi: Giovanni Lupinu, Alessandro Mongili, Anna Oppo, che ha curato anche il rapporto finale, Riccardo Spiga, Sabrina Perra, Matteo Valdes. Lo studio, più in generale, è stato portato a termine dal dipartimento universitario di Ricerche economiche e sociali di Cagliari e da quello di Scienza dei linguaggi dell’ateneo sassarese. Impegnati, inoltre, l’assessorato ai Beni culturali e la Commissione tecnico-scientifica «sullo stato delle lingue della Sardegna». Quest’ultima, fra l’altro, ha approvato la scheda d’intervista utilizzata nei sondaggi. La ricostruzione delle opinioni degli abitanti dell’isola, infine, si è resa possibile grazie al contributo di 2437 cittadini che hanno accettato «con grande disponibilità», rilevano gli studiosi, di rispondere ai quesiti.
Interessanti le loro caratteristiche sociali. A parlare una delle varietà linguistiche sono più spesso gli uomini. Tra i 15 e i 24 anni, poi, la differenza maschi-femmine è di circa 16 punti percentuali a favore dei primi. Solo tra gli over 65 le distinzioni non sono più significative e paiono attenuarsi. Sempre nel caso delle donne, il conseguimento di un titolo di studio suoperiore come il diploma o la laurea fa dichiarare alle intervistate una minore conoscenza della limba rispetto al cosiddetto sesso forte. È dunque l’influenza dell’età che, secondo i risultati dello studio, spinge a dire di conoscere il sardo il 90 per cento dei pensionati e l’82 delle pensionate. Nel caso dei maschi sono invece gli occupati, più dei senza lavoro e degli studenti, a fare la stessa affermazione. Mentre, per quanto riguarda ancora le donne, sono casalinghe e disoccupate a sostenere con maggior assiduità la loro competenza nella varietà locale delle aree di residenza. L’indagine, articolata su un dossier di 110 pagine, appare di particolare complessità, sebbene di agile lettura. Tra statistiche, approfondimenti su parlate locali e lingue dei bambini, si arriva alle valutazioni sulla necessità di codici istituzionali e all’esame specifico di alcune macro-aree linguistiche. Tutto in un quadro che tiene conto di oralità, scrittura, mass media, interpretazioni, competenze. E così alla fine non manca che aspettare il nuovo film sulla limba.


Pier Giorgio Pinna (La Nuova Sardegna)

4/5/2007
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